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Conti correnti “dormienti”: così lo Stato utilizza i risparmi per ripianare il bilancio pubblico

soldi-italiani-300x225Per effetto di una norma approvata nel 2005 e fortemente voluta dall’allora ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, i conti correnti e ogni tipo di rapporto bancario e assicurativo con saldo superiore a 100 euro e non movimentato da almeno 10 anni vengono “requisiti” e confluiscono in un fondo istituito “per indennizzare… Continua »

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Usa, auto sulla folla alla manifestazione delle destre razziste. “Dichiarato lo stato d’emergenza”

snapshot167Ancora scontri e violenze a Charlotteville, nello stato della Virginia. Il governatore, Terry McAuliffe, ha proclamato lo stato d’emergenza nella città. Un’auto è finita sulla folla dopo che la polizia  ha disperso i manifestanti di estrema destra riuniti presso l’Emancipation park per protestare e sostenere la supremazia bianca uniti sotto lo slogan:… Continua »

Scuola, supplenti senza stipendio: l’ennesima vergogna italiana

france-education-baccalaureate-477394672-300x225Insegnanti pagati con mesi di ritardo, nonostante si tratti di precari che spesso anticipano le spese per poter lavorare. Come mai a pagare, in Italia, è sempre la… Continua »

Lo Stato scommette, perde e alza le tasse (Franco Bechis)

padoanLo Stato gioca in Borsa, perde tre miliardi con i titoli tossici e alza le imposte
Nel 2016 l’effetto sul debito pubblico del rosso dovuto ai contratti derivati è stato di 3,2 miliardi
La stessa cifra che ora il Tesoro ci chiede per far quadrare i bilanci e ottenere il via libera dall’Ue

La stessa cifra che ora il Tesoro ci chiede per far quadrare i bilanci e ottenere il… Continua »

Terremoto in Emilia, lo Stato vuole i soldi delle tasse da chi ricostruisce le scuole

Neanche la beneficenza sfugge al fisco. In Emilia, cittadini e studenti che hanno raccolto i fondi necessari per ricostruire una scuola distrutta dal sisma del 2012, si sono visti addebitare la cifra di 300mila euro: è l’Iva, sul bene ristrutturato.  “GRAZIE RENZI”

terremoto-emilia-sms-solidali-ancora-in-cassa-300x225Sembra proprio vero il proverbio che recita: “Le buone azioni non restano mai impunite”. Dopo aver raccolto i fondi necessari alla ricostruzione de plesso scolastico distrutto dal sisma del 2012 in Emilia Romagna, genitori, studenti e cittadini di Cavezzo si sono visti addebitare la cifra di trecentomila euro per il pagamento della Imposta sul valore aggiunto sul bene ristrutturato. In Italia, infatti, i privati che intendono ristrutturare a proprie spese un bene della comunità devono, versare allo stato la quota prevista per l’Iva, senza poter usufruire di alcuna agevolazione.

Sulle macerie del terremoto che ha colpito l’Emilia due anni fa, nella devastata solitudine degli sfollati romagnoli, l’ iniziativa solidale condotta con la collaborazione di Corriere.it e di TgLa7 – che hanno raccolto le sottoscrizioni dei cittadini – aveva permesso di costruire attrezzature e parchi didattici per gli studenti rimasti senza scuola. Il progetto del nuovo plesso scolastico di Cavezzo era stato realizzato dallo studio di Carlo Ratti in conformità con le norme più aggiornate sulla sostenibilità ambientale e sull’edificabilità e prevede aule, giardini, un orto didattico, laboratori, una palestra e un learning garden. Anche la Regione e il Comune avevano offerto il loro contributo, insieme agli insegnanti e ai genitori dei seicento bambini che da due anni non hanno più una scuola. L’archistar Renzo Piano, invece, ha messo a disposizione la sua professionalità, insieme ai giovani architetti della sua fondazione, offrendo gratuitamente la sua consulenza.

A imprimere una battuta di arresto al progetto, però, scrive Corriere.it. è arrivata una tassa di trecentomila euro dell’Iva. Mentre si ragiona su come riformare il settore del no-profit, le associazioni che si impegnano a farsi carico della ristrutturazione di scuole, reparti di ospedali, centri sportivi, non solo non godono di nessuna agevolazione nel pagamento dell’imposta, ma sono spesso costrette ad arrestare i progetti per mancanza di fondi.

fonte: fanpage.it

All’Olimpico Renzi ha perso la faccia – G. Paragone DIS-TRU-GGE matteino

Senzanome
Genny’a Carogna rottama Matteo

di Gianluigi Paragone – Libero 6.5.2014

Il calcio è intossicato dalla criminalità? Che scoperta! Certo che lo è. Esattamente come accade col business: la possibilità di contaminazioni sporche è reale. Col calcio si controlla il territorio, si fanno affari e si fa leva su un collante popolarissimo.
La cosa imbarazzante non è dunque aver scoperto quel che è noto da decenni; la cosa imbarazzante è aver assistito alla vittoria dell’anti-Stato sullo Stato.

Genny ‘a Carogna, a cavalcioni sugli spalti con tanto di maglietta inneggiante a un tifoso che uccise un poliziotto, ha sottratto potere e immagine alla coppia Renzi-Grasso, rispettivamente premier e seconda carica dello Stato.
I politici vanno allo stadio per avere una resa pop? Ecco, stavolta hanno fatto una figuraccia colossale. Lo specchio dove si miravano si è rotto e ora il maleficio si ritorce loro contro.

«Non me ne sono andato per non lasciare lo stadio ai violenti», ha commentato Matteo Renzi per giustificare la propria presenza sugli spalti nonostante i fatti. Una frase assurda, politicamente falsa e tristemente bulla.

Lo stadio, sabato sera, è stato dei violenti. È stato della curva napoletana alla quale i «colleghi» viola hanno delegato il da farsi: «È uno dei vostri ad essere stato ferito, quindi fate voi», avrebbero fatto sapere.Lo stadio è stato di Gennaro. Loro hannoavuto in mano lo stadio, loro hanno fischia-to gli inni, loro sono finiti sui telegiornali esui giornali con quel «Ok, si può giocare».Loro hanno ottenuto quel che volevano: farsi riconoscere.

Renzi è stato in balìa di quelle dinamiche. Per rompere quella sottomissione avrebbe dovuto andarsene perché un politico deve compiere gesti di rottura, non è un capo operativo che per forza di cose deve restare lì e guidare degli uomini in divisa. Avrebbe dovuto girare le spalle a quella curva e poi, al primo consiglio dei ministri utile, avrebbe dovuto vietare il tifo organizzato negli stadi. Perché questa è l’unica cosa che ha senso se davvero si vuole uscire dall’equivoco di sempre. In Inghilterra si fa così: i tifosi battono le mani, fanno i cori, ma non è permesso loro dividersi in gruppi organizzati né di avere un capo e né di gestire il merchandising.

«Non c’è stata alcuna trattativa», tenta di convincerci il ministro Alfano. La parola trattativa richiama il verbo trattare: cos’era quella chiacchierata tra il capitano del Napoli, accompagnato da dirigenti delle forze dell’ordine, e Genny? Le immagini parlano chiaro e mostrano il ruolo attivo che ha quel capo ultrà. Il resto sono chiacchiere post gara. Cosa vuol dire «volevamo tranquillizzare la curva che il tifoso del Napoli non era morto a seguito della sparatoria»? Che razza didichiarazioni sono? Da quando in qua si deve tranquillizzare una curva e il suo capo? Ditela bene tutta: lo Stato se l’è fatta sotto perché non è in grado di gestire l’ordine pubblico in certe situazioni. Questo è il punto!

I rappresentanti dello Stato hanno dovuto piegarsi alla volontà di Genny perché se lui non avesse stretto il «suo» patto con Hamsik la partita si sarebbe giocata nell’intervallo tra due scontri pericolosissimi. Quella guerriglia per nulla calcolata come ipotesi da questura e prefettura, fatto per cui dovrebbero saltare come minimo i due responsabili. Se non lo stesso ministro Alfano, il quale però è blindato dalla debolezza in aula di Renzi. Lo Stato, restando passivo, ha subito la guerriglia, ha subito l’umiliazione dei fischi agli inni e ha dovuto prendere atto del potere illegale di un capo clan.

Questo dev’essere chiaro: Renzi, Grasso e tutte le altre autorità sono state schiacciate da un altro potere, non riconosciuto da alcuna legge se non da quella del più forte. Il calcio vive sospeso nell’assenza di leggi, di norme e di assoluto buon senso. In questa anomia galleggiano anche i politici che entrano da ingressi iperprotetti, hanno posti (spesso omaggio) di prestigio, mangiano ai buffet organizzati dal presidente della squadra di casa. Sono quindi parte di quel mondo ad alta tensione, che quando s’incendia non è più controllabile se non a incendio finito.

In un Paese serio, Renzi e Grasso avrebbero dovuto chiedere scusa. Almeno. La loro presenza davanti a quel teatrino li ha svuotati di credibilità. Altro che querelle coi sindacati o con altri interlocutori, verso i quali il premier finge di mostrare i muscoli. Nello stadio della politica Renzi fa il bulletto, dirige i cori a cavalcioni, srotola slide, tweet e riforme come coreografia di una partita che non può e non sa giocare. Più di questo non sa fare e sabato sera s’è visto. Ripreso da telecamere che stavolta non può addomesticare a suo uso e consumo.

IL RUGGITO DEL CONIGLIO – di Antonio Padellaro F.Q. 6.5.2014

fgtIn Italia, ciò che chiamiamo Stato ha sempre trattato con tutti i peggiori delinquenti. Con i tagliagole qaedisti per liberare a suon di milioni giornalisti e turisti caduti in trappola. Ai tempi della Dc con i terroristi domestici per il rilascio dell’assessore campano Ciro Cirillo. Mentre sulla trattativa tra gli uomini delle istituzioni e i vertici mafiosi è in corso a Palermo un processo che dovrà accertare le responsabilità penali di fatti storici assodati. Questo per tralasciare gli inciuci sotterranei con camorra, ‘ndrangheta e altri poteri criminali.

E allora per quale motivo lo Stato che tentò di accordarsi con Totò Riina doveva rifiutare l’intesa con Genny ‘a carogna? Certo, tra le due vicende non c’è partita, ma questo oggi passa il convento. Perciò i reiterati tentativi da parte di ministri, questori, prefetti pervicacemente impegnati a negare l’ovvio appaiono ancora più patetici visto che il negoziato pallonaro è stato seguito in diretta televisiva da quasi nove milioni di italiani e da un numero imprecisato di spettatori nei 75 paesi collegati. In questo caso, la prova tv non poteva essere più schiacciante.

Ancora più ridicola la trombonata secondo cui lo Stato non tratta con gli ultras delle curve quando sabato sera allo stadio Olimpico è apparso a tutti chiaro chi aveva il coltello dalla parte del manico. Certo, non la tribuna autorità, dove abbiamo visto i rappresentati del cosiddetto Stato o in versione catatonica (lo sguardo smarrito di Matteo Renzi faceva male al cuore) o comportarsi da formiche impazzite che correvano qua e là non sapendo a chi diavolo affidarsi.

Era lo Stato quello o una congrega di dignitari, boss del calcio e membri di confraternite varie, tutti vogliosi di lavarsene le mani e di vedersi in santa pace la partita? Forse si deve allora alla clemenza del Carogna, che avrebbe potuto benissimo dire: io con questo Stato non ci tratto se la curva napoletana, compatta come falange catafratta, a un suo cenno abbia deposto le armi, intese in senso stretto dopo la pioggia di razzi che aveva accolto la delegazione guidata dal povero Hamsik.

Ciò detto, quello dell’Alfano elettorale che minaccia l’adozione di Daspo vitalizi, che solo giovano al carisma dei carogna, sembra il classico ruggito del coniglio. Come fu con la demenziale norma sulla discriminazione territoriale che ha dato agli ultrà un enorme potere di ricatto: far chiudere una curva e magari uno stadio intero con un coretto scemo. E amen.

Lo Stato si siede a tavola e paga un conto da 2,4 miliardi

o-FABRIZIO-SACCOMANNI-facebook (1)di Stefano Sansonetti

Un pranzo da leccarsi i baffi. Per carità, quando si tratta di dar da mangiare alla mastodontica pubblica amministrazione italiana è logico aspettarsi cifre di una certa consistenza. Ciò non toglie che fa un certo effetto trovarsi di fronte alla prospettiva di uno Stato che, per sedersi a tavola, è disposto a pagare un conto da 2,4 miliardi di euro. Soprattutto se, almeno a stare al recente passato, il beneficiario degli assegni staccati dagli uffici pubblici italiani è quasi sempre la società Marr, che fa capo al gruppo Cremonini guidato dall’amministratore delegato Vincenzo Cremonini. Diciamo subito che i 2,4 miliardi in questione spuntano fuori da un maxibando di gara predisposto dalla Consip, la società del Tesoro che si occupa di approvvigionamento di beni e servizi per lo Stato. Stavolta la questione è piuttosto complessa, perché c’è in ballo la costituzione di quello che tecnicamente si chiama “Sistema dinamico d’acquisto della pubblica amministrazione per la fornitura di derrate alimentari”. Questo sistema, calcola la società del dicastero del Tesoro guidato da Fabrizio Saccomanni, “ha un valore complessivo presunto di circa 2,4 miliardi di euro”, in pratica la cifra che, in base alle stime di fabbisogno, potrebbe corrispondere a tutta una serie di gare che le pubbliche amministrazioni riterranno opportuno attivare per nutrirsi nell’arco di 36 mesi, eventualmente rinnovabili di ulteriori 12. Oggetto del superbando sono due categorie merceologiche: da una parte prodotti alimentari, freschi o trasformati, necessari per la preparazione e somministrazione dei pasti nelle strutture della Pa; dall’altra prodotti complementari, necessari per l’allestimento del servizio mensa e la somministrazione dei pasti. Naturalmente l’intervento della Consip, al di là della consistenza della cifra in gioco, consentirà allo Stato di spuntare consistenti risparmi. Piuttosto viene la curiosità di chiedersi come finirà in questa circostanza. Nelle precedenti edizioni delle gare pubbliche indette dalla Consip per la fornitura di derrate alimentari, che però non seguivano l’attuale schema del “Sistema dinamico d’acquisto”, risulta averla fatta sempre da padrona la società Marr, che fa capo al gruppo Cermonini. Nel 2008, per esempio, la Marr si aggiudicò 5 lotti sui 6 messi in palio. Nel 2011 la società incamerò ben 9 lotti si 11. Nel 2012, infine, il suo bottino fu di 8 lotti su 11. Insomma, difficile negare che il gruppo Cremonini, certamente in virtù delle sue offerte concorrenziali, abbia fatto man bassa di una serie di appalti che hanno lasciato le briciole a tutti gli altri operatori. Chissà cosa accadrà adesso che in palio ci sono addirittura 2,4 miliardi di euro nei prossimi 3-4 anni.

fonte: lanotiziagiornale.it

LO STATO BURLESQUE – L’editoriale di Antonio Padellaro 21.7.2013

APadellaroUn ministro degli interni “inconsapevole” che fa la figura del fesso col botto mentre al Viminale, nella stanza accanto, i suoi funzionari prendono ordini dai kazaki, addirittura esilarante quando in Parlamento si lancia in una strampalata autodifesa intessuta di “apro le virgolette nelle virgolette” da teatro dell’assurdo. Un ministro degli Esteri tenuta rigorosamente all’oscuro di tutto (perfino delle notizie Ansa), insolentita dall’ambasciatore kazako che convoca invano (“sono in ferie”). Ma che improvvisamente ritrova la parola onde farci sapere che Alma Shalabayeva, consegnata dalle autorità italiane con la figlia di sei anni direttamente nelle grinfie del peggior nemico “sta bene e ringrazia l’Italia” (nessuna riconoscenza, invece, da parte del cognato per il cazzotto preso in faccia durante la perquisizione di Casal Palocco).

Un presidente del Consiglio aggrappato tremebondo alla giacchetta di Napolitano, costretto a esibirsi nello sperticato elogio del fesso col botto per salvare la poltrona. Un presidente della Repubblica tonitruante e che si crede un monarca assoluto, perfino innominabile secondo il presidente del Senato nelle vesti di gran ciambellano di corte. Un Partito democratico (“Pd, partito defunto”, twittano i militanti in rivolta) i cui maggiorenti definiscono il ministro di polizia o un inetto o un bugiardo e subito dopo gli votano la fiducia. Un vertice della Procura di Roma con due parti in commedia: prima vieta il rimpatrio delle due donne, poi lo concede pressato sulla base di un fax, quindi lamenta, accidenti, la beffa subita. Il tutto coronato da un’allegra brigata di prefetti,
sottoprefetti e dignitari senza dignità, “a disposizione” degli arroganti emissari di Astana, usati e buttati via come stracci e che in sovrappiù devono masticare la versione ufficiale e menzognera che segna la fine delle loro carriere.

Negli anni del Berlusconi trionfante, l’Economist coniò l’espressione Burlesqoni per descrivere l’anomalia di un paese che ancora godeva di una certa credibilità internazionale, ma governato purtroppo da un miliardario da avanspettacolo burlesque. Una decina d’anni dopo il burlesque dilaga e coinvolge governanti, leader di partito, alti burocrati, magistrati, vertici delle istituzioni in un eterno varietà. E non c’è più anomalia poiché quasi tutto è anomalo, almeno secondo i canoni delle democrazie decenti.

Ammettiamolo, per troppo tempo l’uomo di Arcore è stato il comodo alibi dietro il quale la cosiddetta classe dirigente nascondeva le proprie magagne. Lui era la pietra dello scandalo, anzi lo Scandalo eliminato il quale, si disse, il Paese avrebbe riacquistato rispetto per se stesso e nuovo slancio. Non è andata così. Oggi, con gli ultimi colpi di coda, il Caimano tenta di sfuggire alla giustizia che lo bracca da Milano a Napoli, passando per Roma dove la Cassazione potrebbe tra pochi giorni mettere la parola fine al suo ventennio politico. Eppure, vecchio, stanco, malandato è ancora lui che fa ballare gli altri piegando due ministeri e un’intera catena di comando ai desideri del suo amico Nazarbayev, colui che nella dacia era pronto a offrirgli dodici ragazze dodici. Come in un film dell’orrore, dopo una lunga incubazione, le uova avvelenate sparse nella politica e negli apparati dello Stato stanno generando tanti piccoli caimani dai dentini affilati, spregiudicati, opportunisti. Spesso, direbbe Cordero, monchi dell’organo morale. Ma, per una strana mutazione della specie, invertebrati.

Antonio Padellaro – F.Q. 21.7.2103

Ritenta, sarai più fortunato (Marco Travaglio 5-7-2013)

di Marco Travaglio | Il Fatto Quotidiano 5-7-2013
marco_travaglioSpiace per i tromboni che da mesi si prodigano contro il processo sulla trattativa Stato-mafia, ma quella di ieri è stata un’altra bella giornata per la Giustizia italiana. La Corte d’assise di Palermo presieduta da Alfredo Montalto ha fatto a pezzi le eccezioni dei difensori (ufficiali, ma soprattutto ufficiosi) degli imputati di Stato per trasferire la competenza a Roma. È il destino di un processo che, fuori dalle aule di giustizia, cioè nei palazzi della politica, nelle tv e sui giornaloni, vede gli imputati sempre innocenti, immacolati e candidi come gigli di campo. Ma, appena approda davanti a un giudice terzo, vince sempre la Procura. Era accaduto all’udienza preliminare, col rinvio a giudizio di tutti gli imputati. È riaccaduto ieri nell’aula bunker dell’Ucciardone. E dire che l’altroieri l’Università di Palermo, con uno zelo e un tempismo degni di miglior causa, aveva radunato i migliori difensori d’ufficio di Mancino, Mannino, Conso, Dell’Utri, Mori e De Donno per una gran soirée simposio contro il processo, alla presenza di Macaluso, storici, giuristi e persino magistrati in servizio o in pensione (c’era pure Di Lello), tutti stretti attorno al nuovo idolo del partito anti-pm: l’esimio professor Giovanni Fiandaca, già candidato trombato alle primarie del centrosinistra per il Comune di Palermo e autore di uno squisito “saggio” pubblicato sul Foglio col raffinato titolo “Il processo sulla trattativa è una boiata pazzesca”. Talmente pazzesca che tutti gli imputati, a suo dire innocenti, sono a giudizio; e il processo, a suo dire inevitabilmente destinato a Roma, rimane a Palermo.
Un figurone. Cose che càpitano quando si scrivono saggi o articoli prêt-à-porter, con procedura d’urgenza, senz’avere il tempo o la voglia di leggersi gli atti del processo. Anche Macaluso, che almeno non insegna, dunque fa meno danni, si prodiga da mesi contro quel processo: specie da quando l’amico Napolitano fece di tutto per soffocarlo nella culla a gentile richiesta di Mancino. Ultimamente si è esposto a epiche figuracce scopiazzando la memoria difensiva di Mori, con errori di date e di fatto da matita rossa e blu. Chi volesse farsi quattro risate può ascoltare su Radio Radicale la sua scombiccherata prolusione palermitana (lui, per dire, il 41-bis lo chiama “441”). In stereo con Mori, che attribuisce i suoi guai giudiziari a una congiura di giornalisti capitanata dal sottoscritto, il Macaluso deplora “gli attacchi rozzi e strumentali alla magistratura, dovuti alle vicende personali (sic, ndr) di Berlusconi”, sferrati da chi? “Da Travaglio, quando questi organi prendevano decisioni sgradite all’una o all’altra(sic, ndr)”. Invece Fiandaca, “per la sua autorevolezza e il suo argomentare, ci dà il senso che una critica alle sentenze e alle procure può e deve essere fatta”.
Ecco, Fiandaca con quella bocca può dire ciò che vuole, perché, diversamente da altri, autorevolmente argomenta. Un po’ come il ragionier Ugo Fantozzi, a cui il titolo del saggio autorevole e argomentato è dedicato. E qui Macaluso estrae l’asso dalla manica: “Io contesto la formula ‘trattativa’”. Pazienza se alcune sentenze di Cassazione, un’ordinanza di rinvio a giudizio e financo le testimonianze di Mori e De Donno, usano la formula “trattativa”. Lui ne sa una più del diavolo, infatti parte con un pippone su Colajanni, Salvemini, Giolitti, Stalin, Andreotti, Rizzotto e il bandito Giuliano per dimostrare che “in Sicilia abbiamo avuto un lungo periodo di convivenza” fra Stato e mafia.
E, siccome lo Stato ha sempre trattato con la mafia, non si parla di trattativa e, soprattutto, non si processa chi la fece. Tesi davvero avvincente e foriera di ulteriori sviluppi: siccome gli omicidi e le rapine ci sono sempre stati, perché processare gli assassini e i rapinatori? Se la scoprono Ghedini e Longo, hanno già pronto l’appello alla sentenza Ruby: siccome l’uomo è cacciatore e la prostituzione è il mestiere più antico del mondo, Berlusconi è innocente.

I cittadini chiedono ma lo Stato non risponde

di Guido Scorza | 27 aprile 2013
ilfattoquotidiano.it

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73 volte su 100 quando un cittadino chiede allo Stato di accedere a documenti o informazioni che lo riguardano, lo Stato risponde in modo insoddisfacente o, peggio ancora, in 65 casi su 100 non risponde affatto.
Che si tratti di ambiente, diritti umani, giustizia, spesa pubblica, educazione, servizi sociali, investimenti finanziari o salute, non cambia nulla.
Inesorabilmente l’amministrazione pubblica oppone il silenzio a chi chiede di sapere.
Sono questi alcuni degli sconcertanti risultati di una ricerca condotta da Diritto di Sapere, un’associazione senza scopo di lucro, che tra gennaio e marzo del 2013 ha presentato 300 istanze di accesso a documenti e informazioni pubblici ad oltre 100 diversi enti pubblici.
In 196 casi su 300, lo Stato ha risposto con il silenzio e solo nel 4% dei casi ha avuto l’educazione – perché di questo si tratta – di prendere carta e penna e preoccuparsi, almeno, di spiegare ai cittadini perché riteneva di non poter accogliere la domanda di accesso.
Solo in 40 casi su 300 l’Amministrazione pubblica ha fatto il suo dovere e fornito ai cittadini i dati che richiedevano.
E pensare che giusto la scorsa settimana è entrato in vigore il nuovo c.d. “decreto trasparenza”, la norma contrabbandata dal Governo come un FOIA, ovvero una legge volta a riconoscere a chiunque il diritto di accedere ad ogni informazione e documento in possesso della pubblica amministrazione che, in realtà, meno prosaicamente, si limita a riorganizzare le disposizioni di legge già esistenti in materia di trasparenza.
Inutile, in un Paese come il nostro, continuare a sfornare testi di legge sull’accesso alle informazioni pubbliche o a riempirsi la bocca – all’indomani di ogni scandalo – della parola “trasparenza”.
Sin qui, sfortunatamente, si tratta di un’espressione sconosciuta al vocabolario dell’amministrazione pubblica italiana.
Prima di varare nuove norme sulla trasparenza, forse, bisognerebbe preoccuparsi di far funzionare quelle che ci sono da oltre un ventennio ma vengono sistematicamente tradite da un’Amministrazione che non accetta l’idea di lasciare che il cittadino guardi all’interno del Palazzo.
Passi, peraltro, la paura di permettere a cittadini e giornalisti di sbirciare dentro l’amministrazione con scuse ed alibi più o meno pretestuosi ed infondati ma che lo Stato neppure si preoccupi di rispondere a chi chiede di sapere è davvero inaccettabile.
Altro che amministrazione trasparente, l’amministrazione è, nella più parte dei casi, tanto maleducata da non rispondere neppure a chi chiede di sapere.

Chi teme Beppe Grillo? (video)

23335-beppe-grilloPerché i pianificatori centrali temono così tanto Beppe Grillo?
Ecco perché temono così tanto Beppe Grillo
Prasentato da Michael Krieger su Liberty Blitzkrieg blog,
Video incredibile: Beppe Grillo sviscera il sistema finanziario… nel 1998
“A chi appartengono i soldi? A chi appartiene la proprietà della moneta? Allo stato allora a tutti noi, noi siamo lo Stato. Voi sapete che lo Stato non esiste, è solo un ente giuridico. NOI siamo lo Stato, allora la moneta è nostra…Allora vorrei sapere una cosa. Se i soldi sono nostri… allora perché ce li prestano??”
– Beppe Grillo nel 1998
Se volete veramente sapere perché Beppe Grillo sta mettendo nel panico i pianificatori centrali di tutta Europa, questo video ve lo dimostrerà. E’ una vera rivoluzione che sta succedendo in Italia. Questo tizio è un vero affare e capisce tutto il nodo che piaga il mondo. Tutto quel che posso dire è: bravo.

fonte

L’uomo che non ride più

2-format14-620x250 di Petra Reski – 13 marzo 2013Pubblicato in: Germania
Der TagesspiegelIn occasione delle elezioni italiane il Movimento “Cinque Stelle” di Beppe Grillo è riuscito ad avere la meglio sull’establishment politico. Nel suo paese l’ex comico viene diffamato dai media con pesanti conseguenze all’estero.
Piano piano stanno impazzendo tutti qui, ho pensato quando ho sentito come veniva citata la mia intervista alla radio, un’intervista che non era neanche ancora uscita.
Un’intervista che avevo fatto a Beppe Grillo, leader del Movimento civico Cinque Stelle, satirico, moralista, ambientalista e anticlericale vincitore delle elezioni politiche in Italia e che non era stata ancora pubblicata. Essendo stato diffamato dalla stampa ufficiale che lo ha definito “populista”, “comico”, “fascista”, “demagogo”, “golpista”, “antisemita”, “razzista” o persino “brigatista, Grillo alla stampa italiana non rilascia più interviste.
Così ci si avventa su tutto ciò che può far notizia. In questo caso sull’annuncio di un’intervista che doveva dimostrare che Grillo è pronto a sostenere una grande coalizione tra il PD, partito di centrosinistra e il PdL di Berlusconi. Una dichiarazione evidentemente falsa che io certo ho smentito prontamente, ma che malgrado ciò in rete fa ancora scalpore e che viene citata in quasi tutti i telegiornali. In questi giorni è in ballo la formazione del governo in Italia, quindi ogni mezzo è lecito.
Perché una settimana fa sono state stravolte tutte le certezze degli ultimi decenni: un movimento senza soldi, né’ televisione, senza giornale, né’ editore, senza banche, sta diventando il più forte partito. Un quarto degli italiani ha votato per il Movimento Cinque Stelle, che prende il nome dai cinque elementi del suo programma di base (acqua, ambiente, trasporti, Internet, sviluppo) – e che è cresciut in rete dietro alle spalle rigide della casta politica italiana.
Da 20 anni, in Italia spadroneggiano politici che scendono a patti con la mafia e che considerano il paese come uno tesoretto privato. Il successo del Movimento Cinque Stelle non è stato quindi inaspettato. Fino a quando il movimento non è sceso in politica, l’esito delle elezioni in Italia dava la stessa emozione di quelle dei tempi di Honecker nella DDR: vinceva [sempre] Berlusconi. E se in via eccezionale non ci riusciva, comprava deputati per poi far crollare il governo subito dopo.
Quando poi Berlusconi riusciva ancora una volta a vincere, i democratici di sinistra brontolavano un po’, ma per poi adattarsi velocemente, con lo sguardo rivolto all’uomo cattivo: accidenti, che cosa possiamo fare contro di lui? La televisione è sua! E anche la principale casa editrice! E la più importante squadra di calcio (è sua)! Cercavano di consolarsi con ciò che avevano, qualche regione, città e banche. Anzi hanno talmente impoverito gli ultimi rimasugli nell’opposizione, che quando sono riusciti a governare per un periodo seppur breve, non hanno avuto il coraggio di emanare una legge sul conflitto di interessi tra il ruolo di primo ministro e il più grande imprenditore dei media del paese. Non si sono neanche dati da fare per emanare una nuova legge elettorale, che ponesse fine all’assurdità di un partito che con solo il 30 per cento dei voti ottiene la maggioranza dei seggi in Parlamento.
Beppe Grillo non è apparso in alcuna trasmissione televisiva, non è né un miliardario né un dirigente, non aveva nessun editorialista al guinzaglio ed è stato allontanato dalla televisone dall’epurazione voluta da Berlusconi: l’ormai sbiadito leader dei socialisti Bettino Craxi lo bandì, quando Grillo stesso non contento di prendere in giro gli usi e costumi italiani, si mise a criticarne anche la realtà politica e sociale. Da allora ha calcato i più grandi teatri del paese, ha mandato ha fatto piazza pulita dei totem della destra e della sinistra, ha fondato un blog di successo e ha dato voce all’opposizione civile.
Un movimento dal nulla
Dal suo blog Grillo ha lanciato l’idea dei “meet-up”: piccole cellule, che su iniziativa personale scendono in campo contro l’inquinamento, la corruzione, la mafia. Nel 2005, a Torino si è svolto il primo raduno nazionale, di cui quasi nessuno ha dato notizia o comunque nessuno della casta politica italiana e delle testate giornalistiche ad essa asservite: “Il Giornale” e “Libero” sono di Silvio Berlusconi, la “Repubblica” e l’”Espresso” appartengono al finanziere liberale di sinistra Carlo De Benedetti ex presidente della Olivetti e della Fiat, la famiglia Agnelli finanzia il quotidiano la “Stampa” di Torino e il quotidiano economico “Il sole 24 ore” appartiene alla Confindustria.
L’”Unità”, un tempo organo di stampa dell’ex Partito comunista, appartiene a uno degli uomini più ricchi d’Italia, l’imprenditore Renato Soru, ex presidente della regione Sardegna, fondatore della società di telecomunicazioni Tiscali. Quasi tutte le emittenti private sono di proprietà di Berlusconi, la RAI appartiene al governo di turno, nel dubbio quindi anche a Berlusconi stesso. Quindi non deve stupire che il risultato sia una disinformazione sistematica, finanziata tra l’altro con soldi pubblici .Il solo giornale che abbia rinunciato a tali fondi pubblici è “Il Fatto Quotidiano”, giornale fondato da un pugno di giornalisti investigativi.
Quando in occasione del primo Vaffanculo Day del 2007, 50.000 italiani si radunarono per invitare, tramite una petizione, i partiti a revocare il mandato ai parlamentari con precedenti penali, i giornali sprecarono solo un paio di righe su questo fatto insolito. L’editore di “Repubblica” Eugenio Scalfari inorridì e scrisse: «Dietro il Grillismo vedo un disgustoso vendicatore; ci vedo la dittatura”, l’”Espresso” evocava il ricordo di Mussolini. Il “Corriere della Sera” definì Grillo come ”persona brutalmente avida” e la “Stampa” in maniera più moderata: “In un paese normale il V-Day sarebbe stato relegato alle pagine degli spettacoli.”
Quando Grillo nel successivo V-Day chiese nuovamente di abolire i finanziamenti alla stampa, nessuno si trattenne più: il “Giornale” di Berlusconi titolava: “Benito Grillo” e la “Repubblica” esorcizzava la sua caduta: “Grillo è alla fine, non fa più ridere”. Dopo che i primi rappresentanti del Movimento Cinque Stelle furono arruolati nei consigli comunali e regionali, i toni divennero più accesi: “manifestanti anti-globalizzazione e violenti criminali: così Grillo prepara il colpo di stato” scrisse il “Giornale”.
Poco prima delle elezioni, i giornali montarono un vero delirio a cinque stelle che avrebbe potuto far sorridere – se la diffamazione in stile copia-e-incolla non avesse iniziato a diffondersi anche in Germania. Difficilmente un giornale tedesco avrebbe parlato del nuovo fenomeno politico, senza condannarlo come “populista” e “non-politico”. Dal quotidiano “Welt” si apprendeva che Beppe Grillo predicava un “odio sacrosanto per i “parassiti che stavano lassù”, ragion per cui il quotidiano metteva in guardia contro uno “tsunami dei Pagliacci politici”: “Il cinque stelle esiste già dal 2009, il movimento spunta quasi dal nulla.
I suoi seguaci non appartengono solitamente a nessun partito, ma sono in prevalenza cittadini senza esperienza politica, che ora entrano in scena, per cambiare le sorti della società”. Il “Zeit” sapeva: l’”Italia ha commesso un errore”, quando ha votato a favore di Beppe Grillo, l’ “avventato cacciatore di voti”. La “SZ” sapeva già che il movimento voleva sicuramente fare la pulizia, ma non intendeva accettare alcuna responsabilità.
Allora non possiamo prendercela con Peer Steinbrück, che, probabilmente dopo una massiccia dose di stampa si è sentito autorizzato a parlare di due “clown”. Anche l’europarlamentare dell’FDP ed esperto di politica estera Alexander Graf Lambsdorff, constatò: “È difficile riconoscere la saggezza degli elettori in questo risultato” e fu assecondato da FAZ: “Noi tutti vogliamo solo una situazione stabile in Italia e, liberi dopo Schäuble, politici che siano consapevoli delle proprie responsabilità. E se così non è, allora sono solo dei clown”. Sì, la saggezza, la saggezza! Maledizione! A quanto pare esiste solo nelle menti tedesche. Una cosa è certa: il principale perdente di queste elezioni è il giornalismo. In Italia. E in Germania. Questa è l’Europa.
Petra Reski è giornalista e scrittrice. Vive a Venezia dal 1991. Recentemente ha pubblicato ”Von Kamen nach Corleone. Die Mafia in Deutschlans” per la casa editrice Hoffmann & Campe.
[Articolo originale “Der Mann, dem das Lachen verging” di Petra Reski]
fonte: http://italiadallestero.info/archives/18027

Passaparola – Libero software in libero Stato- Richard Stallman

richard_stallman

Sei tu che controlli il software che utilizzi o è questo a controllare te? Queste sono le uniche due possibilità; con il software o sono gli utenti a controllare il programma o è il programma che controlla gli utenti.
Nel primo caso, in cui gli utenti controllano il programma, si tratta di free software: perché gli utenti abbiamo un controllo effettivo sul programma, essi hanno bisogno di alcune libertà fondamentali; queste quattro libertà fondamentali sono i criteri guida del software libero.
La libertà zero è la libertà di eseguire il programma come desideri.
La libertà uno è la libertà di studiare il codice sorgente del programma – cioè gli schemi del programma, presentati in una forma comprensibile per l’essere umano – e poi modificare il programma in modo che operi nel modo che desideri.
Con queste due libertà ogni utente, individualmente, ha il controllo del programma; con queste due libertà ciascuno è libero di far operare il proprio computer come vuole. Richard Stallman
Il Passaparola di Richard Stallman, programmatore, informatico e attivista statunitense.
Ciascuno è libero di far operare il proprio computer come vuole
Richard Stallman: Sono Richard Stallman. Io ho lanciato il movimento per il Free Software, che è il software “libero”, perché parliamo di libertà, e non di prezzo. Ho guidato lo sviluppo del sistema operativo Gnu, che oggi è utilizzato insieme al kernel Linux, come sistema “Gnu/Linux” da milioni di computer.[Il Software Libero] consente di controllare il proprio computer ed il software che questo esegue ed evita che succeda il contrario. Se si utilizza software non libero, software proprietario, software “soggiogante”, allora è il programma che controlla te, utente, e tutti i suoi utenti, ed il proprietario controlla il programma, il che significa che il software è uno strumento di potere per il proprietario nei confronti dell’utente.
Questa è un’ingiustizia; ecco perché dobbiamo farla finita col software non libero.
Un esempio italiano
Intervistatore: Richard, il tuo consiglio su ciò che il prossimo governo italiano dovrebbe fare per il software libero.
Richard Stallman: Quali sono i miei consigli? Ho già fatto due proposte, ma ne ho altre.
La responsabilità del governo consiste nell’organizzare la società con l’obbiettivo del benessere e della libertà delle persone. Si tratta di una missione molto ampia. Una parte di essa riguarda l’informatica per le persone. Lo stato dovrebbe aiutare la gente a diventare libera nell’utilizzo del computer. Aiutare la gente a muoversi all’uso del software libero. Non dovrebbe mai fare l’opposto, spingere i cittadini ad usare programmi non liberi.Ciò implica che alcune cose devono essere cambiate. Innanzitutto, quando lo stato distribuisce del software, esso deve sempre essere libero. Quando entità statali esortano il pubblico ad usare del software, deve essere sempre libero. La Rai diffonde dei video in un formato che prima era segreto; ora credo che non lo sia più ma il software di cui incoraggiano l’utilizzo non è libero. Questo deve finire.
Inoltre, molti siti web del governo, come molti altri siti web, spediscono del software al computer dell’utente. Software che è incluso, o richiesto, dalle pagine web. Di solito è scritto in linguaggio JavaScript, che di solito non è libero. I siti web del governo dovrebbero assicurarsi che tutto il codice JavaScript che spedisce all’utente sia software libero.
L’influenza più grande che lo stato esercita sul pubblico è attraverso la scuola. La scuola insegna agli studenti ad usare il software. E’ software libero, rispettoso della libertà, o proprietario? Bene, dovrebbe essere tutto software libero. Lo stato deve fare in modo di convertire le scuole al software libero.
Esiste in Italia un esempio di un sistema scolastico che ha adottato, in qualche misura, il software libero. E’ la scuola italiana di Bolzano, che ha deciso di convertirsi al software libero. Tutti i sistemi scolastici italiani dovrebbero spostarsi sul software libero. Le scuole, come ogni altra attività educativa, hanno una missione sociale, che consiste nel formare buoni cittadini per una società forte, capace, indipendente, cooperante e libera.
In informatica, questo significa formare le persone a diventare utenti capaci di utilizzare software libero. Pronti ad essere parte attiva di una società digitale libera. Le scuole non dovrebbero mai insegnare un programma proprietario, perché questo significa insegnare dipendenza da una compagnia. E queto va contro la missione sociale di una scuola. Non si deve mai fare.
C’è poi una ragione più profonda. Per l’educazione morale. Educazione e cittadinanza. Le scuole devono fare di più che insegnare fatti e abilità. Le scuole devono insegnare lo spirito di benevolenza: l’attitudine ad aiutare altre persone. Quindi, in ogni classe deve valere questa regola: studenti, se portate un programma in classe, non potete tenerlo per voi. Dovete condividere le copie in classe con tutti quelli che le desiderano. E anche il codice sorgente, gli schemi matematici, algebrici del programma, nel caso che qualcuno voglia imparare. Perchè la classe è un luogo in cui condividiamo la nostra conoscenza, quindi portare in classe del software proprietario non è permesso.
La scuola deve dare il buon esempio seguendo la propria regola, quindi deve portare in classe solo software libero, e condividerne le copie con tutti, incluso il codice sorgente.
Non si tratta soltanto di come fare educazione in maniera un po’ migliore, o un po’ più efficiente. Si tratta di fare delle buona educazione invece che una educazione cattiva, sbagliata.
Il modello migliore, a livello mondiale, di conversione delle agenzie statali al software libero è l’Ecuador, dove il Presidente Correa ha messo in atto una politica per cui qualsiasi agenzia voglia continuare ad usare del software proprietario deve richiedere un’eccezione, presentando motivazioni convincenti a sostegno della richiesta. Altrimenti deve spostarsi sul software libero.
Una volta ottenuta l’eccezione, questa resta valida per qualche anno, poi viene riconsiderata, per valutare se sia nel frattempo divenuta possibile l’adozione di software libero. Ecco come si implementa un sistema efficace per allontare lo stato dal software proprietario.
Va detto che oggi c’è un altro modo di perdere il controllo delle proprie attività informatiche, sia da parte degli individui, che di compagnie o agenzie di stato, e consiste nel lasciare che altri le facciano per noi sul proprio server. Se le vostre attività si svolgono sul server di qualcun altro, con software scelto da quella persona, voi non siete in controllo delle vostre attività. Questo fenomeno si chiama “software come servizio”, ed è profondamente scorretto.
Le agenzie di stato devono rifiutare anche il software come servizio, a meno ché non stiano utilizzando un server che è operato dallo stato a quello scopo; che va bene, in quel caso è solo un altro pezzo dello stato, che può quindi svolgere i servizi al cittadino.
Intervistatore: gli stati non devono avere software nella nuvola?
Richard Stallman: Non uso il termine “nuvola informatica”, lo trovo nebuloso. Implica diverse cose, che sollevano questioni differenti. Se si utilizza quell’espressione non si sa più di cosa si stia parlando. Io preferisco usare espressioni più specifiche, come “software come servizio”. Un’altra cosa che si potrebbe intendere è ”servizi di archiviazione dati remoti”.
Lo stato non dovrebbe mai servirsi di servizi di archiviazione remota di altre entità, mentre può fornire un centro di archiviazione remota che venga utilizzato dalle altre agenzie statali.
La tecnologia digitale ha reso possibile una sorveglianza tale che Stalin poteva solo sognarsela. E’ incredibilmente pericolosa.
Può darsi che la tecnologia digitale sia una maledizione per l’umanità per il livello di sorveglianza che rende possibile. Qualcuno nella ex-Germania Est (credo) ha utilizzato non so quale cavillo di legge irlandese per chiedere che Facebook in Irlanda gli consegnasse tutti i dati che lo riguardavano. Ha ottenuto centinaia o migliaia di pagine, non ricordo più.
Ha detto che la Stasi, la polizia segreta, non avrebbe avuto un dossier così vasto su una persona che non fosse coinvolta nella politica o in affari criminosi. Lui non era particolarmente coinvolto in alcunché di politico o di criminoso, eppure Facebook aveva un dossier gigantesco su di lui.
Questo è solo un esempio della portata della sorveglianza digitale. Parte della sorveglianza digitale viene fatta attraverso elementi di sorveglianza nei programmi che utilizziamo, principalmente nel software non libero.
Se abbiamo il controllo del nostro software, abbiamo il potere di assicurarci che non contenga elementi di sorveglianza, ma ci sono altri modi in cui questa sorveglianza viene attuata. Tantissimi siti web sorvegliano la gente che li visita e anche quella che non li visita.
Facebook è il principale esempio di sorveglianza su persone che non sono suoi utenti e non visitano il suo sito. Funziona grazie ai tasti ‘Mi piace’. Se visitate una pagina con su il bottone ‘Mi piace’, Facebook sa immediatamente che il vostro computer ha visitato quella pagina. Ecco come.
L’immagine di quel tasto ‘Mi piace’ viene da una server di Facebook. Quando il vostro browser guarda la pagina, vede il riferimento a quell’immagine e dice al server di Facebook:” Dammi quell’immagine”. Dice anche: “Lo chiedo per questa pagina”.
Il server di Facebook sa che il tuo computer ha richiesto l’immagine per questa pagina. Se sa che quel computer è usato principalmente da te, Facebook sa che hai visitato quella pagina, anche se tu non hai mai usato Facebook in vita tua.
Bene, noi del progetto GNU stiamo lavorando ad un browser che sarà in grado di bloccare queste immagini, in modo che Facebook non possa più sorvegliare le persone in quel modo. Ma ciò che occorre veramente è che tali pratiche siano proibite per legge.
L’Unione Europea ha una direttiva per la protezione dei dati, all’epoca pionieristica, peccato che appartenga ad un’altra era. Quando ci si aspettava che le compagnie acquisissero e immettessero informazioni nelle proprie banche dati perché voi avevate spedito un pezzo di carta con delle informazioni, che poi loro copiavano e archiviavano nei propri computer.
La direttiva per la protezione dei dati funziona molto bene per quel caso specifico, solo che oggi le pratiche informatiche sono cambiate. Oggi una compagnia molto probabilmente acquisisce dati personali attraverso una pagina web. Quando guardi quella pagina web, molto probabilmente questa fornisce informazioni su di te anche ad altre compagnie.
Per esempio a Facebook, se c’è un tasto ‘Mi piace’. A compagnie pubblicitarie che forniscono la pubblicità al sito. E così via. Bene, quell’informazione è stata efficacemente fornita dalla ditta con cui tu stai cercando di interagire ad altre compagnie, secondo una modalità che aggira i dettami della direttiva sulla protezione dei dati.
Dettami che devono essere estesi se vogliamo che questo comportamento venga trattato come se quella compagnia avesse fornito i tuoi dati ad altri, cosa che non sarebbe stata permessa. Ma è anche peggio di così. Oggi, il sito web di quella ditta potrebbe non trovarsi sul computer della ditta stessa. Potrebbe trovarsi su un server virtuale preso in affitto da un’altra ditta. La quale a sua volta è ora in possesso dei vostri dati.
E se quella ditta fosse negli Stati Uniti? Se il server fosse negli Stati Uniti? A quel punto i vostri dati si trovano in un posto dove manca del tutto una legge sulla protezione dei dati. Gli Stati Uniti hanno un sistema di protezione dati che si applica solo ad alcuni campi particolari. Nella maggior parte dei casi, non si applica.
Questo non deve essere permesso. Le ditte europee non devono poter prendere dati e immagazzinarli in un luogo che non è soggetto a regole per la protezione dei dati equivalenti. Se i dati trasmessi dalla compagnia al proprio server attraversano gli Stati Uniti, questi copiano tutto il traffico dati che attraversa il confine.
Così stabilisce il famoso, illegale provvedimento sulle intercettazioni di Bush, che egli riuscì poi a far legalizzare dal Congresso. Si chiama “FISA Amendments Act”, credo. Stabilisce che qualora avvenga una comunicazione tra una persona degli Stati Uniti e una persona non degli Stati Uniti, questi hanno la facoltà di copiarla. E lo fanno.
E’ chiaro che se lo scopo è la protezione dei dati, non si può consentire a soggetti europei di inviare dati attraverso confini dove si sa che verranno spiati. La direttiva sulla protezione dei dati viene adesso ridisegnata. Le ditte che fanno pubblicità su Internet stanno facendo lobby in maniera molto pesante per impedire che assolva alla propria funzione.
Ecco un campo in cui gli europei devono attivarsi subito. La legge è sotto esame al parlamento europeo e va velocemente. Ho tenuto lì una conferenza all’inizio di Febbraio. Spero di aver influenzato qualcuno, ma io sono straniero. Non sono uno straniero ricco, quindi non mi daranno grande ascolto.
Questa battaglia tocca a voi.
fonte: Il Blog di Beppe Grillo

I giochi di Stato e la distruzione delle famiglie (video)

“Il gioco d’azzardo legalizzato (per ogni euro investito nei vari “giochi di Stato” ne restituiscono meno del 65%…) sta causando fenomeni di disgregazione sociale sempre più allarmanti. Uomini e donne deboli e provati dalla crisi, padri e madre di famiglia, infatuati da una fortuna effimera quanto “tassa cash” dilapidano le loro proprie misere risorse nella speranza di migliorare situazioni di povertà. QUESTO E’ INACCETTABILE, provoca costi sociali enormi e in continuo aumento (vedasi articolo di oggi su corriere.it). INOLTRE la micro-criminalità imperversa privilegiando i locali pubblici dove sono ubicati slot ecc. con enorme dispendio di energie da parte delle forze dell’ordine (spesso senza risultato), che possono occuparsi sempre meno di prevenzione. STATO COME CASINO’ A CIELO APERTO per far quadrare conti sempre più in dissesto e mantenere spese folli e infruttuose come le varie caste che ne beneficiano. BASTA! DENUNCIAMO ALLA CORTE EUROPEA DEI DIRITTI UMANI, PER VILIPENDIO DI CIVILTA’.” Giovanni M., Lazzate

fonte: blog di Beppe Grillo

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