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Scuola, supplenti senza stipendio: l’ennesima vergogna italiana

france-education-baccalaureate-477394672-300x225Insegnanti pagati con mesi di ritardo, nonostante si tratti di precari che spesso anticipano le spese per poter lavorare. Come mai a pagare, in Italia, è sempre la… Continua »

Lo Stato scommette, perde e alza le tasse (Franco Bechis)

padoanLo Stato gioca in Borsa, perde tre miliardi con i titoli tossici e alza le imposte
Nel 2016 l’effetto sul debito pubblico del rosso dovuto ai contratti derivati è stato di 3,2 miliardi
La stessa cifra che ora il Tesoro ci chiede per far quadrare i bilanci e ottenere il via libera dall’Ue

La stessa cifra che ora il Tesoro ci chiede per far quadrare i bilanci e ottenere il… Continua »

Terremoto in Emilia, lo Stato vuole i soldi delle tasse da chi ricostruisce le scuole

Neanche la beneficenza sfugge al fisco. In Emilia, cittadini e studenti che hanno raccolto i fondi necessari per ricostruire una scuola distrutta dal sisma del 2012, si sono visti addebitare la cifra di 300mila euro: è l’Iva, sul bene ristrutturato.  “GRAZIE RENZI”

terremoto-emilia-sms-solidali-ancora-in-cassa-300x225Sembra proprio vero il proverbio che recita: “Le buone azioni non restano mai impunite”. Dopo aver raccolto i fondi necessari alla ricostruzione de plesso scolastico distrutto dal sisma del 2012 in Emilia Romagna, genitori, studenti e cittadini di Cavezzo si sono visti addebitare la cifra di trecentomila euro per il pagamento della Imposta sul valore aggiunto sul bene ristrutturato. In Italia, infatti, i privati che intendono ristrutturare a proprie spese un bene della comunità devono, versare allo stato la quota prevista per l’Iva, senza poter usufruire di alcuna agevolazione.

Sulle macerie del terremoto che ha colpito l’Emilia due anni fa, nella devastata solitudine degli sfollati romagnoli, l’ iniziativa solidale condotta con la collaborazione di Corriere.it e di TgLa7 – che hanno raccolto le sottoscrizioni dei cittadini – aveva permesso di costruire attrezzature e parchi didattici per gli studenti rimasti senza scuola. Il progetto del nuovo plesso scolastico di Cavezzo era stato realizzato dallo studio di Carlo Ratti in conformità con le norme più aggiornate sulla sostenibilità ambientale e sull’edificabilità e prevede aule, giardini, un orto didattico, laboratori, una palestra e un learning garden. Anche la Regione e il Comune avevano offerto il loro contributo, insieme agli insegnanti e ai genitori dei seicento bambini che da due anni non hanno più una scuola. L’archistar Renzo Piano, invece, ha messo a disposizione la sua professionalità, insieme ai giovani architetti della sua fondazione, offrendo gratuitamente la sua consulenza.

A imprimere una battuta di arresto al progetto, però, scrive Corriere.it. è arrivata una tassa di trecentomila euro dell’Iva. Mentre si ragiona su come riformare il settore del no-profit, le associazioni che si impegnano a farsi carico della ristrutturazione di scuole, reparti di ospedali, centri sportivi, non solo non godono di nessuna agevolazione nel pagamento dell’imposta, ma sono spesso costrette ad arrestare i progetti per mancanza di fondi.

fonte: fanpage.it

All’Olimpico Renzi ha perso la faccia – G. Paragone DIS-TRU-GGE matteino

Senzanome
Genny’a Carogna rottama Matteo

di Gianluigi Paragone – Libero 6.5.2014

Il calcio è intossicato dalla criminalità? Che scoperta! Certo che lo è. Esattamente come accade col business: la possibilità di contaminazioni sporche è reale. Col calcio si controlla il territorio, si fanno affari e si fa leva su un collante popolarissimo.
La cosa imbarazzante non è dunque aver scoperto quel che è noto da decenni; la cosa imbarazzante è aver assistito alla vittoria dell’anti-Stato sullo Stato.

Genny ‘a Carogna, a cavalcioni sugli spalti con tanto di maglietta inneggiante a un tifoso che uccise un poliziotto, ha sottratto potere e immagine alla coppia Renzi-Grasso, rispettivamente premier e seconda carica dello Stato.
I politici vanno allo stadio per avere una resa pop? Ecco, stavolta hanno fatto una figuraccia colossale. Lo specchio dove si miravano si è rotto e ora il maleficio si ritorce loro contro.

«Non me ne sono andato per non lasciare lo stadio ai violenti», ha commentato Matteo Renzi per giustificare la propria presenza sugli spalti nonostante i fatti. Una frase assurda, politicamente falsa e tristemente bulla.

Lo stadio, sabato sera, è stato dei violenti. È stato della curva napoletana alla quale i «colleghi» viola hanno delegato il da farsi: «È uno dei vostri ad essere stato ferito, quindi fate voi», avrebbero fatto sapere.Lo stadio è stato di Gennaro. Loro hannoavuto in mano lo stadio, loro hanno fischia-to gli inni, loro sono finiti sui telegiornali esui giornali con quel «Ok, si può giocare».Loro hanno ottenuto quel che volevano: farsi riconoscere.

Renzi è stato in balìa di quelle dinamiche. Per rompere quella sottomissione avrebbe dovuto andarsene perché un politico deve compiere gesti di rottura, non è un capo operativo che per forza di cose deve restare lì e guidare degli uomini in divisa. Avrebbe dovuto girare le spalle a quella curva e poi, al primo consiglio dei ministri utile, avrebbe dovuto vietare il tifo organizzato negli stadi. Perché questa è l’unica cosa che ha senso se davvero si vuole uscire dall’equivoco di sempre. In Inghilterra si fa così: i tifosi battono le mani, fanno i cori, ma non è permesso loro dividersi in gruppi organizzati né di avere un capo e né di gestire il merchandising.

«Non c’è stata alcuna trattativa», tenta di convincerci il ministro Alfano. La parola trattativa richiama il verbo trattare: cos’era quella chiacchierata tra il capitano del Napoli, accompagnato da dirigenti delle forze dell’ordine, e Genny? Le immagini parlano chiaro e mostrano il ruolo attivo che ha quel capo ultrà. Il resto sono chiacchiere post gara. Cosa vuol dire «volevamo tranquillizzare la curva che il tifoso del Napoli non era morto a seguito della sparatoria»? Che razza didichiarazioni sono? Da quando in qua si deve tranquillizzare una curva e il suo capo? Ditela bene tutta: lo Stato se l’è fatta sotto perché non è in grado di gestire l’ordine pubblico in certe situazioni. Questo è il punto!

I rappresentanti dello Stato hanno dovuto piegarsi alla volontà di Genny perché se lui non avesse stretto il «suo» patto con Hamsik la partita si sarebbe giocata nell’intervallo tra due scontri pericolosissimi. Quella guerriglia per nulla calcolata come ipotesi da questura e prefettura, fatto per cui dovrebbero saltare come minimo i due responsabili. Se non lo stesso ministro Alfano, il quale però è blindato dalla debolezza in aula di Renzi. Lo Stato, restando passivo, ha subito la guerriglia, ha subito l’umiliazione dei fischi agli inni e ha dovuto prendere atto del potere illegale di un capo clan.

Questo dev’essere chiaro: Renzi, Grasso e tutte le altre autorità sono state schiacciate da un altro potere, non riconosciuto da alcuna legge se non da quella del più forte. Il calcio vive sospeso nell’assenza di leggi, di norme e di assoluto buon senso. In questa anomia galleggiano anche i politici che entrano da ingressi iperprotetti, hanno posti (spesso omaggio) di prestigio, mangiano ai buffet organizzati dal presidente della squadra di casa. Sono quindi parte di quel mondo ad alta tensione, che quando s’incendia non è più controllabile se non a incendio finito.

In un Paese serio, Renzi e Grasso avrebbero dovuto chiedere scusa. Almeno. La loro presenza davanti a quel teatrino li ha svuotati di credibilità. Altro che querelle coi sindacati o con altri interlocutori, verso i quali il premier finge di mostrare i muscoli. Nello stadio della politica Renzi fa il bulletto, dirige i cori a cavalcioni, srotola slide, tweet e riforme come coreografia di una partita che non può e non sa giocare. Più di questo non sa fare e sabato sera s’è visto. Ripreso da telecamere che stavolta non può addomesticare a suo uso e consumo.

IL RUGGITO DEL CONIGLIO – di Antonio Padellaro F.Q. 6.5.2014

fgtIn Italia, ciò che chiamiamo Stato ha sempre trattato con tutti i peggiori delinquenti. Con i tagliagole qaedisti per liberare a suon di milioni giornalisti e turisti caduti in trappola. Ai tempi della Dc con i terroristi domestici per il rilascio dell’assessore campano Ciro Cirillo. Mentre sulla trattativa tra gli uomini delle istituzioni e i vertici mafiosi è in corso a Palermo un processo che dovrà accertare le responsabilità penali di fatti storici assodati. Questo per tralasciare gli inciuci sotterranei con camorra, ‘ndrangheta e altri poteri criminali.

E allora per quale motivo lo Stato che tentò di accordarsi con Totò Riina doveva rifiutare l’intesa con Genny ‘a carogna? Certo, tra le due vicende non c’è partita, ma questo oggi passa il convento. Perciò i reiterati tentativi da parte di ministri, questori, prefetti pervicacemente impegnati a negare l’ovvio appaiono ancora più patetici visto che il negoziato pallonaro è stato seguito in diretta televisiva da quasi nove milioni di italiani e da un numero imprecisato di spettatori nei 75 paesi collegati. In questo caso, la prova tv non poteva essere più schiacciante.

Ancora più ridicola la trombonata secondo cui lo Stato non tratta con gli ultras delle curve quando sabato sera allo stadio Olimpico è apparso a tutti chiaro chi aveva il coltello dalla parte del manico. Certo, non la tribuna autorità, dove abbiamo visto i rappresentati del cosiddetto Stato o in versione catatonica (lo sguardo smarrito di Matteo Renzi faceva male al cuore) o comportarsi da formiche impazzite che correvano qua e là non sapendo a chi diavolo affidarsi.

Era lo Stato quello o una congrega di dignitari, boss del calcio e membri di confraternite varie, tutti vogliosi di lavarsene le mani e di vedersi in santa pace la partita? Forse si deve allora alla clemenza del Carogna, che avrebbe potuto benissimo dire: io con questo Stato non ci tratto se la curva napoletana, compatta come falange catafratta, a un suo cenno abbia deposto le armi, intese in senso stretto dopo la pioggia di razzi che aveva accolto la delegazione guidata dal povero Hamsik.

Ciò detto, quello dell’Alfano elettorale che minaccia l’adozione di Daspo vitalizi, che solo giovano al carisma dei carogna, sembra il classico ruggito del coniglio. Come fu con la demenziale norma sulla discriminazione territoriale che ha dato agli ultrà un enorme potere di ricatto: far chiudere una curva e magari uno stadio intero con un coretto scemo. E amen.

Lo Stato si siede a tavola e paga un conto da 2,4 miliardi

o-FABRIZIO-SACCOMANNI-facebook (1)di Stefano Sansonetti

Un pranzo da leccarsi i baffi. Per carità, quando si tratta di dar da mangiare alla mastodontica pubblica amministrazione italiana è logico aspettarsi cifre di una certa consistenza. Ciò non toglie che fa un certo effetto trovarsi di fronte alla prospettiva di uno Stato che, per sedersi a tavola, è disposto a pagare un conto da 2,4 miliardi di euro. Soprattutto se, almeno a stare al recente passato, il beneficiario degli assegni staccati dagli uffici pubblici italiani è quasi sempre la società Marr, che fa capo al gruppo Cremonini guidato dall’amministratore delegato Vincenzo Cremonini. Diciamo subito che i 2,4 miliardi in questione spuntano fuori da un maxibando di gara predisposto dalla Consip, la società del Tesoro che si occupa di approvvigionamento di beni e servizi per lo Stato. Stavolta la questione è piuttosto complessa, perché c’è in ballo la costituzione di quello che tecnicamente si chiama “Sistema dinamico d’acquisto della pubblica amministrazione per la fornitura di derrate alimentari”. Questo sistema, calcola la società del dicastero del Tesoro guidato da Fabrizio Saccomanni, “ha un valore complessivo presunto di circa 2,4 miliardi di euro”, in pratica la cifra che, in base alle stime di fabbisogno, potrebbe corrispondere a tutta una serie di gare che le pubbliche amministrazioni riterranno opportuno attivare per nutrirsi nell’arco di 36 mesi, eventualmente rinnovabili di ulteriori 12. Oggetto del superbando sono due categorie merceologiche: da una parte prodotti alimentari, freschi o trasformati, necessari per la preparazione e somministrazione dei pasti nelle strutture della Pa; dall’altra prodotti complementari, necessari per l’allestimento del servizio mensa e la somministrazione dei pasti. Naturalmente l’intervento della Consip, al di là della consistenza della cifra in gioco, consentirà allo Stato di spuntare consistenti risparmi. Piuttosto viene la curiosità di chiedersi come finirà in questa circostanza. Nelle precedenti edizioni delle gare pubbliche indette dalla Consip per la fornitura di derrate alimentari, che però non seguivano l’attuale schema del “Sistema dinamico d’acquisto”, risulta averla fatta sempre da padrona la società Marr, che fa capo al gruppo Cermonini. Nel 2008, per esempio, la Marr si aggiudicò 5 lotti sui 6 messi in palio. Nel 2011 la società incamerò ben 9 lotti si 11. Nel 2012, infine, il suo bottino fu di 8 lotti su 11. Insomma, difficile negare che il gruppo Cremonini, certamente in virtù delle sue offerte concorrenziali, abbia fatto man bassa di una serie di appalti che hanno lasciato le briciole a tutti gli altri operatori. Chissà cosa accadrà adesso che in palio ci sono addirittura 2,4 miliardi di euro nei prossimi 3-4 anni.

fonte: lanotiziagiornale.it

LO STATO BURLESQUE – L’editoriale di Antonio Padellaro 21.7.2013

APadellaroUn ministro degli interni “inconsapevole” che fa la figura del fesso col botto mentre al Viminale, nella stanza accanto, i suoi funzionari prendono ordini dai kazaki, addirittura esilarante quando in Parlamento si lancia in una strampalata autodifesa intessuta di “apro le virgolette nelle virgolette” da teatro dell’assurdo. Un ministro degli Esteri tenuta rigorosamente all’oscuro di tutto (perfino delle notizie Ansa), insolentita dall’ambasciatore kazako che convoca invano (“sono in ferie”). Ma che improvvisamente ritrova la parola onde farci sapere che Alma Shalabayeva, consegnata dalle autorità italiane con la figlia di sei anni direttamente nelle grinfie del peggior nemico “sta bene e ringrazia l’Italia” (nessuna riconoscenza, invece, da parte del cognato per il cazzotto preso in faccia durante la perquisizione di Casal Palocco).

Un presidente del Consiglio aggrappato tremebondo alla giacchetta di Napolitano, costretto a esibirsi nello sperticato elogio del fesso col botto per salvare la poltrona. Un presidente della Repubblica tonitruante e che si crede un monarca assoluto, perfino innominabile secondo il presidente del Senato nelle vesti di gran ciambellano di corte. Un Partito democratico (“Pd, partito defunto”, twittano i militanti in rivolta) i cui maggiorenti definiscono il ministro di polizia o un inetto o un bugiardo e subito dopo gli votano la fiducia. Un vertice della Procura di Roma con due parti in commedia: prima vieta il rimpatrio delle due donne, poi lo concede pressato sulla base di un fax, quindi lamenta, accidenti, la beffa subita. Il tutto coronato da un’allegra brigata di prefetti,
sottoprefetti e dignitari senza dignità, “a disposizione” degli arroganti emissari di Astana, usati e buttati via come stracci e che in sovrappiù devono masticare la versione ufficiale e menzognera che segna la fine delle loro carriere.

Negli anni del Berlusconi trionfante, l’Economist coniò l’espressione Burlesqoni per descrivere l’anomalia di un paese che ancora godeva di una certa credibilità internazionale, ma governato purtroppo da un miliardario da avanspettacolo burlesque. Una decina d’anni dopo il burlesque dilaga e coinvolge governanti, leader di partito, alti burocrati, magistrati, vertici delle istituzioni in un eterno varietà. E non c’è più anomalia poiché quasi tutto è anomalo, almeno secondo i canoni delle democrazie decenti.

Ammettiamolo, per troppo tempo l’uomo di Arcore è stato il comodo alibi dietro il quale la cosiddetta classe dirigente nascondeva le proprie magagne. Lui era la pietra dello scandalo, anzi lo Scandalo eliminato il quale, si disse, il Paese avrebbe riacquistato rispetto per se stesso e nuovo slancio. Non è andata così. Oggi, con gli ultimi colpi di coda, il Caimano tenta di sfuggire alla giustizia che lo bracca da Milano a Napoli, passando per Roma dove la Cassazione potrebbe tra pochi giorni mettere la parola fine al suo ventennio politico. Eppure, vecchio, stanco, malandato è ancora lui che fa ballare gli altri piegando due ministeri e un’intera catena di comando ai desideri del suo amico Nazarbayev, colui che nella dacia era pronto a offrirgli dodici ragazze dodici. Come in un film dell’orrore, dopo una lunga incubazione, le uova avvelenate sparse nella politica e negli apparati dello Stato stanno generando tanti piccoli caimani dai dentini affilati, spregiudicati, opportunisti. Spesso, direbbe Cordero, monchi dell’organo morale. Ma, per una strana mutazione della specie, invertebrati.

Antonio Padellaro – F.Q. 21.7.2103

Ritenta, sarai più fortunato (Marco Travaglio 5-7-2013)

di Marco Travaglio | Il Fatto Quotidiano 5-7-2013
marco_travaglioSpiace per i tromboni che da mesi si prodigano contro il processo sulla trattativa Stato-mafia, ma quella di ieri è stata un’altra bella giornata per la Giustizia italiana. La Corte d’assise di Palermo presieduta da Alfredo Montalto ha fatto a pezzi le eccezioni dei difensori (ufficiali, ma soprattutto ufficiosi) degli imputati di Stato per trasferire la competenza a Roma. È il destino di un processo che, fuori dalle aule di giustizia, cioè nei palazzi della politica, nelle tv e sui giornaloni, vede gli imputati sempre innocenti, immacolati e candidi come gigli di campo. Ma, appena approda davanti a un giudice terzo, vince sempre la Procura. Era accaduto all’udienza preliminare, col rinvio a giudizio di tutti gli imputati. È riaccaduto ieri nell’aula bunker dell’Ucciardone. E dire che l’altroieri l’Università di Palermo, con uno zelo e un tempismo degni di miglior causa, aveva radunato i migliori difensori d’ufficio di Mancino, Mannino, Conso, Dell’Utri, Mori e De Donno per una gran soirée simposio contro il processo, alla presenza di Macaluso, storici, giuristi e persino magistrati in servizio o in pensione (c’era pure Di Lello), tutti stretti attorno al nuovo idolo del partito anti-pm: l’esimio professor Giovanni Fiandaca, già candidato trombato alle primarie del centrosinistra per il Comune di Palermo e autore di uno squisito “saggio” pubblicato sul Foglio col raffinato titolo “Il processo sulla trattativa è una boiata pazzesca”. Talmente pazzesca che tutti gli imputati, a suo dire innocenti, sono a giudizio; e il processo, a suo dire inevitabilmente destinato a Roma, rimane a Palermo.
Un figurone. Cose che càpitano quando si scrivono saggi o articoli prêt-à-porter, con procedura d’urgenza, senz’avere il tempo o la voglia di leggersi gli atti del processo. Anche Macaluso, che almeno non insegna, dunque fa meno danni, si prodiga da mesi contro quel processo: specie da quando l’amico Napolitano fece di tutto per soffocarlo nella culla a gentile richiesta di Mancino. Ultimamente si è esposto a epiche figuracce scopiazzando la memoria difensiva di Mori, con errori di date e di fatto da matita rossa e blu. Chi volesse farsi quattro risate può ascoltare su Radio Radicale la sua scombiccherata prolusione palermitana (lui, per dire, il 41-bis lo chiama “441”). In stereo con Mori, che attribuisce i suoi guai giudiziari a una congiura di giornalisti capitanata dal sottoscritto, il Macaluso deplora “gli attacchi rozzi e strumentali alla magistratura, dovuti alle vicende personali (sic, ndr) di Berlusconi”, sferrati da chi? “Da Travaglio, quando questi organi prendevano decisioni sgradite all’una o all’altra(sic, ndr)”. Invece Fiandaca, “per la sua autorevolezza e il suo argomentare, ci dà il senso che una critica alle sentenze e alle procure può e deve essere fatta”.
Ecco, Fiandaca con quella bocca può dire ciò che vuole, perché, diversamente da altri, autorevolmente argomenta. Un po’ come il ragionier Ugo Fantozzi, a cui il titolo del saggio autorevole e argomentato è dedicato. E qui Macaluso estrae l’asso dalla manica: “Io contesto la formula ‘trattativa’”. Pazienza se alcune sentenze di Cassazione, un’ordinanza di rinvio a giudizio e financo le testimonianze di Mori e De Donno, usano la formula “trattativa”. Lui ne sa una più del diavolo, infatti parte con un pippone su Colajanni, Salvemini, Giolitti, Stalin, Andreotti, Rizzotto e il bandito Giuliano per dimostrare che “in Sicilia abbiamo avuto un lungo periodo di convivenza” fra Stato e mafia.
E, siccome lo Stato ha sempre trattato con la mafia, non si parla di trattativa e, soprattutto, non si processa chi la fece. Tesi davvero avvincente e foriera di ulteriori sviluppi: siccome gli omicidi e le rapine ci sono sempre stati, perché processare gli assassini e i rapinatori? Se la scoprono Ghedini e Longo, hanno già pronto l’appello alla sentenza Ruby: siccome l’uomo è cacciatore e la prostituzione è il mestiere più antico del mondo, Berlusconi è innocente.

I cittadini chiedono ma lo Stato non risponde

di Guido Scorza | 27 aprile 2013
ilfattoquotidiano.it

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73 volte su 100 quando un cittadino chiede allo Stato di accedere a documenti o informazioni che lo riguardano, lo Stato risponde in modo insoddisfacente o, peggio ancora, in 65 casi su 100 non risponde affatto.
Che si tratti di ambiente, diritti umani, giustizia, spesa pubblica, educazione, servizi sociali, investimenti finanziari o salute, non cambia nulla.
Inesorabilmente l’amministrazione pubblica oppone il silenzio a chi chiede di sapere.
Sono questi alcuni degli sconcertanti risultati di una ricerca condotta da Diritto di Sapere, un’associazione senza scopo di lucro, che tra gennaio e marzo del 2013 ha presentato 300 istanze di accesso a documenti e informazioni pubblici ad oltre 100 diversi enti pubblici.
In 196 casi su 300, lo Stato ha risposto con il silenzio e solo nel 4% dei casi ha avuto l’educazione – perché di questo si tratta – di prendere carta e penna e preoccuparsi, almeno, di spiegare ai cittadini perché riteneva di non poter accogliere la domanda di accesso.
Solo in 40 casi su 300 l’Amministrazione pubblica ha fatto il suo dovere e fornito ai cittadini i dati che richiedevano.
E pensare che giusto la scorsa settimana è entrato in vigore il nuovo c.d. “decreto trasparenza”, la norma contrabbandata dal Governo come un FOIA, ovvero una legge volta a riconoscere a chiunque il diritto di accedere ad ogni informazione e documento in possesso della pubblica amministrazione che, in realtà, meno prosaicamente, si limita a riorganizzare le disposizioni di legge già esistenti in materia di trasparenza.
Inutile, in un Paese come il nostro, continuare a sfornare testi di legge sull’accesso alle informazioni pubbliche o a riempirsi la bocca – all’indomani di ogni scandalo – della parola “trasparenza”.
Sin qui, sfortunatamente, si tratta di un’espressione sconosciuta al vocabolario dell’amministrazione pubblica italiana.
Prima di varare nuove norme sulla trasparenza, forse, bisognerebbe preoccuparsi di far funzionare quelle che ci sono da oltre un ventennio ma vengono sistematicamente tradite da un’Amministrazione che non accetta l’idea di lasciare che il cittadino guardi all’interno del Palazzo.
Passi, peraltro, la paura di permettere a cittadini e giornalisti di sbirciare dentro l’amministrazione con scuse ed alibi più o meno pretestuosi ed infondati ma che lo Stato neppure si preoccupi di rispondere a chi chiede di sapere è davvero inaccettabile.
Altro che amministrazione trasparente, l’amministrazione è, nella più parte dei casi, tanto maleducata da non rispondere neppure a chi chiede di sapere.

Chi teme Beppe Grillo? (video)

23335-beppe-grilloPerché i pianificatori centrali temono così tanto Beppe Grillo?
Ecco perché temono così tanto Beppe Grillo
Prasentato da Michael Krieger su Liberty Blitzkrieg blog,
Video incredibile: Beppe Grillo sviscera il sistema finanziario… nel 1998
“A chi appartengono i soldi? A chi appartiene la proprietà della moneta? Allo stato allora a tutti noi, noi siamo lo Stato. Voi sapete che lo Stato non esiste, è solo un ente giuridico. NOI siamo lo Stato, allora la moneta è nostra…Allora vorrei sapere una cosa. Se i soldi sono nostri… allora perché ce li prestano??”
– Beppe Grillo nel 1998
Se volete veramente sapere perché Beppe Grillo sta mettendo nel panico i pianificatori centrali di tutta Europa, questo video ve lo dimostrerà. E’ una vera rivoluzione che sta succedendo in Italia. Questo tizio è un vero affare e capisce tutto il nodo che piaga il mondo. Tutto quel che posso dire è: bravo.

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