Archivi tag: silvio berlusconi

Legge elettorale, Centinaio (Lega) vs Travaglio

snapshot481Polemica a Tagadà (La7) tra il direttore de Il Fatto Quotidiano, Marco Travaglio, e il senatore della Lega, Gian Marco Centinaio, sulla legge elettorale. A riguardo, il parlamentare del Carroccio pronuncia un attacco al fiele contro la deputata di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni, che ha definito “uno schifo” il Rosatellum bis, puntando il dito contro Silvio Berlusconi e Matteo Salvini. “La Meloni è anche quella che non ha ancora capito la differenza tra secessione e indipendenza, quando parla dei nostri referendum” – commenta Centinaio – “è la stessa che….VIDEO>>

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M5s, Di Maio: “Berlusconi dice che sono una meteorina? No, siamo il meteorite che estinguerà i dinosauri”

snapshot468-760x475“Berlusconi mi ha definito una meteorina? Probabilmente noi siamo il meteorite che estinguerà i dinosauri nella politica“. Con questa battuta il deputato M5S, Luigi Di… Continua »

La sinistra difende gli agnelli per non difendere i lavoratori (Diego Fusaro)

boldrini675Come sapeva Carlo Marx, la storia è spazio aperto di farse oltre che di tragedie. La sinistra – che è oggi lontana da Marx come il pianeta Terra da Plutone – ne è un insuperato e insuperabile esempio. Definisco sinistra, nel quadro post-1989, il più o meno coerentizzato sistema delle… Continua »

Berlusconi animalista, Bianconi (ex Pdl): “Lo spot con gli agnellini? Mi fa vomitare. L’ha fatto solo per un voto in più”

snapshot211“Berlusconi con gli agnellini? Fa vomitare. A parte il fatto che è un carnivoro, avendoci mangiato più di una volta lo so bene. È che lui appena c’è una microdebolezza della gente ci si butta con una faccia a culo tremenda”. Così l’ex deputato del Pdl Maurizio Bianconi, ai microfoni… Continua »

Feltri: “Le lacrime della Pascale? Da coccodrillo” /Ascolta

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“Le lacrime della Pascale erano lacrime di ‘coccodrilla’. E’ evidente che fossero a favore delle telecamere. Non entro nell’animo delle persone, neanche in quello della Pascale, nel quale non mi avventuro, però era evidente dalla fotografia che era una posa, un modo per farsi vedere e ritrarre anche perché da… Continua »

Alessandra Moretti e il gemello di Dell’Utri fotografati a cena insieme. E nessuno rivela gli altri invitati

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Il fratello dell’ex senatore condannato a 7 anni per concorso esterno in associazione mafiosa: “La conosco da anni”. L’ex candidata alla Regione Veneto: “Non vi dico chi sono gli altri commensali perché non sono personaggi pubblici” CONTINUA A LEGGERE

Caro Matteo, tuo Silvio – Marco Travaglio 31 luglio 2015

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Caro Matteo, è un po’ che non ci sentiamo, ma sai di essere sempre nel mio cuore, come il figlio che avrei voluto avere. Perciò non ti nascondo l’amarezza e il senso di abbandono di questa dolorosa estate che – pensa un po’ – mi fa rimpiangere persino quella di due anni fa, quando – è vero – fui condannato in Cassazione, ma – per dio – mi sentivo ancora vivo e vegeto. Avevo appena fatto rieleggere l’amico Giorgio, che in cambio mi aveva riportato al governo e mi dava istruzioni per avere la grazia. Avessi dato retta a lui e ai miei figli, anziché a Ghedini, l’avrei chiesta, quella benedetta grazia. CONTINUA A LEGGERE

Il Patto del Tripolino (Marco Travaglio 22-4-2015)

foto2grande_25002Ridere di questi tempi, con tutti questi morti, è davvero difficile. Ma il compito del Foglio – peraltro all’insaputa dei potenziali lettori – è sempre stato questo: farci ridere. Ieri, sull’house organ della parrocchietta renziana capitanata da Claudio Cerasa e curiosamente stipendiata da Berlusconi a suon di milioni, è comparso un pensoso articolo di Giorgio Tonini. Uno normale dirà: chi era costui? Niente popo di meno chè il vice capogruppo del Pd al Senato, già guardaspalle di Veltroni, poi ovviamente folgorato sulla via di Pontassieve e convertito al renzismo. Un tipo dalla coerenza rocciosa: nel 1993 era nel comitato promotore del movimento referendario di Mario Segni per la riforma elettorale uninominale affinché i cittadini potessero scegliersi i parlamentari, ora è un trinariciuto dell’Italicum affinché i parlamentari se li scelgano tre o quattro segretari di partito. Del resto, si laureò in filosofia con una tesi su Giovanni Battista Vico, quello dei corsi e ricorsi della storia.

L’altro giorno, anche per giustificare la laurea, ha avuto un’idea. Ma non dev’essergli parsa un granché, infatti ha deciso di affidarla al Foglio per evitare che qualcuno la venisse a sapere. L’idea sarebbe questa: “un buon accordo Renzi-Berlusconi per stabilizzare la Libia”. Dopo il Patto del Nazareno, il Patto del Tripolino.

In effetti, per stabilizzare la Libia, chi meglio di colui che nel 2011 la destabilizzò, bombardandola e partecipando alla guerra contro Gheddafi che aveva baciato e leccato fino al giorno prima? Mai più senza. Anche perché allora Tonini, dopo aver votato in Parlamento il trattato di alleanza militare Roma-Tripoli voluto dal governo B. e avallato dal Pd, era per l’intervento armato in Libia senza se e senza ma, e cazziava l’allora ministro degli esteri Frattini che nicchiava.

Ora il Tonini stravede per il Caimano (o quel che ne resta) e non ne fa mistero, anche perché è pur sempre l’editore del giornale su cui scrive: “C’è voluto Berlusconi per spezzare la spirale demagogica e populista, che non esita a piegare alla piccola propaganda della politichetta italiana perfino la immane catastrofe umanitaria”. Ecco dunque l’idea geniale che può dare una svolta all’esodo biblico delle popolazioni in fuga da una guerra innescata da noi. Altro che Onu, altro che Nato, altro che Europa: quel che ci vuole è un bel “tavolo bipartisan dove ciascuno possa mettere a disposizione le proprie esperienze per porre fine a queste sciagure”. E le esperienze da mettere a disposizione sono parecchie: tipo l’ok dato due anni fa al Regolamento Dublino III.

Cioè la normativa europea che accolla al paese di primo approdo (quasi sempre l’Italia) il compito di “garantire assistenza e accoglienza ai profughi”. La ratifica la diede il 7 giugno 2013 il Consiglio dell’Ue, dove sedevano i ministri dell’Interno di tutta l’Unione, compresi i nostri Alfano e Cancellieri, mandati dal governo Letta e appoggiati da Pd e Pdl. Gli stessi partiti che a ogni tragedia del mare puntano il dito contro l’Europa che non fa nulla, dopo averla esentata dal fare alcunché.

Ora però – scrive Tonini – basta un “ritrovato asse tra il governo e almeno una parte dell’opposizione” per fare miracoli. Ai bei tempi del Patto del Nazareno, se ne videro parecchi: l’Italicum per la Camera dei nominati con le liste bloccate, il Senato dei consiglieri regionali e dei sindaci nominati, il decreto fiscale col condono a frodatori e agli evasori fino al 3% del fatturato dichiarato, i regalucci e regalini a Mediaset. Con simili prodigiosi precedenti, figurarsi che sarebbero capaci di combinare Matteo e Silvio se solo tornassero insieme.

Tonini già prevede “un salto di qualità sul piano politico”, che avrebbe inevitabilmente effetti balsamici anche sull’immagine internazionale dell’Italia: sapere che Renzi non decide da solo, ma con l’ausilio di Berlusconi, non potrà che rassicurare i partner europei. I quali, anzi, si domandavano da mesi come potesse Renzi privarsi di un consigliere sì prezioso. Specie ora che –annuncia Tonini – s’impone un “uso adeguato della forza militare” per la “stabilizzazione della Libia”, andando a sparare a quelli che quattro anni fa, sempre sparando, abbiamo aiutato a conquistare il potere.

E non c’è solo Tonini a spingere i fidanzatini di Peynet al ritorno di fiamma. Il nuovo Nazareno piace un sacco anche a Doris e a Confalonieri che l’altra sera – ci informa Repubblica – erano talmente commossi per la strage del Mediterraneo da presentarsi in gramaglie ad Arcore per un vertice con i resti del Caimano sulla “cessione del Milan al thailandese Mr Bee” e sull’“operazione Mondadori-Rcs libri”. E lì, fra una lacrima e l’altra, gli hanno spiegato che bisogna “ricucire con Renzi per un Patto rinnovato e non dare spazio a Salvini”. Ma soprattutto per “recuperare centralità sul piano nazionale” e diventare l’“unico interlocutore in una fase di emergenza”, senza dimenticare la sua “leadership italiana del Ppe” e il rapporto con l’imperdibile Verdini.

Il mezzano Tonini e i paraninfi Confalonieri e Doris sono dunque al lavoro per far riscoccare la scintilla fra i due nazareni. Se son rose, fioriranno. E, per l’Isis e gli scafisti, saranno dolori. Lo sceicco Al Baghdadi sta già tremando.

Il Rieccolo (Marco Travaglio 28-2-2015)

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In principio era Occhetto. Poi vennero D’Alema, Prodi, Veltroni, Rutelli, Fassino, Franceschini, Bersani, Epifani e Letta. Dieci leader del centrosinistra – si chiamasse Pds, Ulivo, Ds, Unione o Pd – in vent’anni. Tutti politicamente defunti come i Dieci piccoli indiani di Agatha Christie, rasi al suolo, seppelliti dall’uomo, diciamo l’ometto, che tutti giuravano di distruggere: dalla “gioiosa macchina da guerra” occhettiana allo “smacchiare il giaguaro” bersaniano. Senza dimenticare tutti gli aspiranti leader del centrodestra, anch’essi allineati nel cimitero della politica a riposare in pace: Dini, Fazio, Tremonti, Buttiglione, Casini, Bossi, Fini, Monti.

Ora c’è l’undicesimo, Renzi che, poco prima di farci il Patto del Nazareno, aveva twittato: “Lo asfaltiamo”, “game over”. E, sull’altra sponda, c’è l’altro Matteo, nel senso di Felpa Salvini, che dice di non poterne più del vecchio puzzone e oggi scende nella Capitale per farglielo vedere lui di cosa è capace in quella che un tempo era Roma Ladrona. Auguri anche a loro, naturalmente. Chissà che i due Mattei, complice anche l’incedere inesorabile dell’età e della giustizia, non riescano là dove gli altri dieci hanno fallito. Ma l’impressione è che neanche loro abbiano ben inquadrato il personaggio: lo trattano come un normale politico con cui discutere di riforme, di programmi, di alleanze, di legge elettorale, di Costituzione. Tutti temi che l’hanno sempre annoiato a morte, salvo quando impattano con l’unica cosa che gli scalda il cuore: il portafogli, con annessi e processi.

Renzi pensava di ingabbiarlo in un accordo sull’Italicum e sul Senato delle autonomie, facendo leva sulla sua presunta ansia di passare alla storia come padre ricostituente: sai che palle. Infatti, al secondo incontro, B. era già lì che lo ricattava con l’“agibilità politica” (il salvacondotto giudiziario) e gli affari di Mediaset.

E alla fine, per tenerlo legato al tavolo delle riforme, ha dovuto mettergli sul mercato Rai Way, fare qualche regaluccio qua e là al Biscione, tenergli ferma la Rai, non toccare le norme su corruzione, prescrizione, falso in bilancio, conflitto d’interessi, e infine omaggiarlo del decreto natalizio con condono fiscale incorporato. Col risultato che su quei fronti non s’è fatto nulla, e B. alla fine le riforme non le vota lo stesso. Oppure le vota, chi lo sa, che gliene frega. È l’esatto replay della Bicamerale, con D’Alema tutto intento a tenerselo buono per anni in cambio di infiniti favori sulla giustizia e le tv: il Caimano incassò tutto fingendosi un aspirante riformatore, e alla fine fece saltare il tavolo lasciando il Conte Max con un pugno di mosche e facendolo odiare per sempre dai suoi elettori. E Veltroni, ve lo ricordate? Per non disturbare, non lo nominava neppure: “Il principale esponente dello schieramento avversario”, lo chiamava. Una prece. E Monti, quello che elogiava lo statista che s’era dimesso buono buono per fargli spazio? Un lumino. E Letta nipote, quello del governo di larghe intese e di pacificazione nazionale? L’eterno riposo. Ora il Caimano, che tutti davano per morto, diventa socio dello Stato e si accinge a papparsi un bel fascio di torri e di antenne della Rai, e magari già che c’è pure la Rizzoli Libri. Intanto i titoli delle aziende volano in Borsa. La sua kriptonite sono i miliardi, le tv e i giornali. E passa pure per un gigante degli affari, perché così conviene dipingerlo a tutti i nani che lo circondano e si fanno continuamente fregare da lui. E il bello è che la tecnica del raggiro non cambia. È sempre la stessa: quella del chiagni e fotti . Lui piange miseria, frigna che ce l’hanno tutti con lui, si dipinge come uomo finito, sull’orlo della bancarotta e dell’esilio, con un piede ai Caraibi, così impietosisce le sue prede e le attira verso il bacio della morte, poi piazza il colpo letale e passa alla cassa lasciando sul selciato una scia di cadaveri. Quelli di chi si credeva più furbo di lui. L’unico ancora spendibile, non a caso, è Prodi, che è anche l’unico che mai si sedette a trattare con lui, memore della lezione di Cecchi Gori: “Silvio è uno che, se gli dai un dito, si prende il culo”. Gli altri ci son cascati tutti.

Se Wanna Marchi continuasse a truffare la gente col mago Do Nascimento e la statuina di sale
che si scioglie nell’acqua benedetta da lei: dopo un po’ la gente la sgama e si fa furba. Come se un goleador tirasse i rigori sempre nello stesso posto con la stessa finta: dopo un po’ il portiere si butta dalla parte giusta e para. I politici italiani no: continuano a farsi fregare da vent’anni dalla stessa persona con lo stesso trucco. Montanelli, parlando delle continue resurrezioni di Fanfani, lo chiamava “il Rieccolo”. Ma quello era talento puro, fra cavalli di razza come Andreotti, Moro, Donat-Cattin, Colombo & C..
Il caso B. è diverso: non è lui che è furbo, sono gli altri che sono fessi.

Che fate, lo cacciate? (Marco Travaglio 19-2-2015)

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Il documento che pubblichiamo qui accanto è un reperto d’epoca. O meglio, lo sarebbe se quell’epoca fosse archiviata. Invece è anche un referto della politica e della sottostante televisione di oggi, anche se l’uscita di B. dal Parlamento e dal governo ha regalato ai tartufi l’alibi perfetto per ignorare il più mostruoso conflitto d’interessi dell’Occidente.
Siamo nell’agosto del 2010 e da due anni Silvio B. e i suoi cari, tornati a Palazzo Chigi e dunque al vertice Rai, le provano tutte per rinverdire i fasti dell’editto bulgaro del 2002: cioè per chiudere Annozero di Michele Santoro su Rai2 e normalizzare i programmi sgraditi di Rai3 (Report, Ballarò, Parla con me, Che tempo che fa ecc.). Quel che è accaduto nella stagione precedente i nostri lettori lo sanno bene, grazie alle telefonate del Dg forzista della Rai Mauro Masi e del membro forzista dell’Agcom Giancarlo Innocenzi, intercettate dalla Procura di Trani (e pubblicate dal Fatto) tra il 2009 e il 2010.
Masi ce l’ha messa tutta, ma non è riuscito a trovare appigli giuridici per “chiudere tutto”, come ordinava B., nonostante il prodigarsi di premurosi consiglieri del Principe, tipo il magistrato Cosimo Ferri (ora sottosegretario alla Giustizia del governo Renzi).
Ma ora, all’inizio della stagione 2010-2011, ci pensa Antonio Verro. La sua biografia è l’apoteosi del conflitto d’interessi: palermitano, amico di gioventù di Marcello Dell’Utri, dirigente Edilnord, assessore comunale milanese al Demanio per FI, quattro volte parlamentare con B., due volte membro del Cda Rai. Forte di questo po’ po’ di bagaglio, Verro scrive un memorandum di otto schede all’“On. Pres. Silvio Berlusconi” e lo spedisce via fax alla sua residenza privata di Arcore, preceduto da una succulenta nota di accompagnamento. Succulenta non solo per il contenuto, ma anche per il linguaggio che ricorda un altro memorandum: quello dello spione Pio Pompa su come “disarticolare anche con azioni traumatiche” l’opposizione politica, giornalistica e giudiziaria a B.
Le otto schede – spiega il Verro – corrispondono alle “trasmissioni che più mi preoccupano” in quanto “fortemente connotate da teoremi pregiudizialmente antigovernativi”. Ora, il Cda Rai non ha alcun potere d’intervento sui contenuti dei programmi, che sono responsabilità esclusiva del Dg e dei direttori di rete. E il commissario politico Verro lo sa bene (“il Consiglio non può fare decisiva interdizione”). Ma assicura al Capo di aver fatto il possibile per aggirare la legge (“nonostante i nostri vari tentativi, penso non ci sia più niente da fare”).

marco-travaglio-la7-21-marzo-620x350E – non si sa se per conto del governo, del premier, di Forza Italia o del gruppo Fininvest – non si dà per vinto. Infatti propone un “rimedio” alla patologia della legalità: “mettere paletti relativi a composizione del pubblico, strettoie organizzative e scelta di ospiti politici (e non) tramite i Direttori di rete”. Sì, avete capito bene: un consigliere Rai chiede al presidente del Consiglio, che è pure proprietario di Mediaset, il via libera per imbottire i programmi sgraditi al governo (o al premier? o a FI? o a Mediaset?) di claqueur che applaudano o fischino a comando e di ospiti filogovernativi, e addirittura per sabotare i non allineati con “strettoie organizzative”. Siccome poi il nemico pubblico numero uno è Annozero, e il direttore di Rai2 Massimo Liofredi è di centrodestra, ma troppo affezionato agli ascolti di Santoro che tengono in piedi la rete, “è di fondamentale importanza” rimpiazzarlo “il prima possibile” con la turboberlusconiana Susanna Petruni. A Rai1 invece, presidiata da Mauro Mazza, non c’è da spostare una foglia. Quanto a Rai3, diretta da Paolo Ruffini, basterà “un puntuale controllo” di Masi. Chissà che diranno ora i politici e i commentatori “terzisti” che a queste vergogne, denunciate dal Fatto in beata solitudine, sono usi opporre sorrisetti e spallucce. Anzi, chissà se diranno qualcosa. Ma soprattutto: chissà se oggi il consigliere Verro rassegnerà le dimissioni, o se la presidente Anna Maria Tarantola e gli altri consiglieri gliele chiederanno, o se non accadrà nulla. Come sempre, da vent’anni.

La buccia del Banana (Marco Travaglio 06.01.2015)

445tyuRassicuriamo subito i colleghi di giornali e tv che, a parte il Corriere, sono ancora a caccia della “manina” (grazie per la citazione) che quatta quatta, alla vigilia di Natale, ha infilato l’articolo 19-bis, il SalvaSilvio, e altre amenità nel decreto attuativo della delega fiscale licenziato dal ministero dell’Economia poco prima del suo ingresso nel Consiglio dei ministri del 24 dicembre. Rassegnatevi: la manina è quella di Matteo Renzi.
L’ha detto lui stesso al nostro giornale (l’unico che glielo abbia chiesto), con la spudorata franchezza che gli è propria. Il che, intendiamoci, non esime da alcuna responsabilità né lui né i ministri che l’hanno approvato senza proferire verbo: a cominciare dai più diretti interessati, cioè il titolare dell’Economia Padoan e quello della Giustizia Orlando. Resta poi da capire chi, materialmente, abbia scritto il codicillo incriminato (il capo dell’ufficio legislativo di Palazzo Chigi, Antonella Manzione, non c’entra: dunque è stato uno degli avvocati e giuristi che Renzi dice di aver consultato? E quale? E per caso difende qualche imputato eccellente per delitti fiscali? Dagospia fa il nome di Coppi, che smentisce. Ma un tecnico molto esperto e interessato ci ha lasciato lo zampino).

È strepitosa la beota ingenuità dei commentatori governativi, disposti a fare i finti tonti e persino a passare per fessi pur di scagionare Renzi: anche dopo che lo stesso premier le ha confessate. Signore, è stata una svista. Sentite Stefano Folli su Repubblica: “L’operazione era maldestra, tanto maldestra da rendere verosimile che né Renzi né Berlusconi fossero i diretti responsabili del pasticcio”, anzi della “buccia di banana” messa lì da chissà chi per far inciampare l’Infallibile Presidente del Consiglio. La prova? Eccola: “I due avrebbero scelto meglio l’argomento e le modalità, se avessero voluto mettere a segno un colpo di tale rilievo qual è la riabilitazione pubblica del leader di Forza Italia… Nessuno dei due, né il premier né il suo semi-alleato del Nazareno, hanno (sic, ndr) il minimo interesse oggi a riaccendere i riflettori su una stagione passata… Quindi è possibile che la norma, che pure era stata infilata nel decreto, sia passata per l’eccesso di zelo di qualcuno, ma senza un coinvolgimento politico ad alto livello”. Par di sognare: se non fosse stato per i gufi (dei 5Stelle ndr) e del Fatto Quotidiano, che ha raccolto la denuncia del sottosegretario Zanetti sull’abnormità della soglia del 3% (non solo di evasione, ma persino di frode), nessuno ne avrebbe parlato né l’avrebbe collegata al caso B. (come han fatto il nostro giornale e altri due giorni fa): il decreto dello scandalo, grazie anche al torpore delle feste, sarebbe approdato alle commissioni parlamentari per il visto finale (non c’è neppure dibattito né voto: è l’attuazione di una legge delega) e a quest’ora sarebbe già legge dello Stato sulla Gazzetta Ufficiale. E B. avrebbe già chiesto l’incidente di esecuzione alla Corte d’appello per farsi cancellare la condanna con tutti gli annessi e connessi. A quel punto tutti avrebbero recitato la parte delle vergini violate: “Oddio, non ce n’eravamo accorti, ma purtroppo cosa fatta capo ha, pazienza”. Il guaio di Renzi (e di B.) è che esiste ancora qualche sprazzo di libera informazione, che l’ha colto con le mani nel sacco. (Un Grazie ai 5Stelle, no? ndr) Ora comunque il premier può dire al partner Nazareno: “Ehi socio, io ci ho provato, ma i soliti gufi mi hanno sgamato”. Dove sarebbe dunque l’“operazione maldestra” e quali “argomentazioni e modalità” sarebbero state “migliori” di quelle usate da Renzi & C.? Mistero. Il Premier ha sempre ragione. Sempre su Repubblica anche Gianluigi Pellegrino, in un articolo peraltro severissimo sul contenuto della “riforma” fiscale, ipotizza la presenza di misteriose “serpi covate in seno a Palazzo Chigi che giocano proprie indicibili partite” all’insaputa del povero Matteo, e se la prende con quelli che “non l’hanno avvertito né messo in campana”. Anche il Duce era innocente per definizione: la colpa era sempre di chi lo circondava e lo mal consigliava. Ragazzi, sveglia: l’ha detto Renzi che la norma l’ha fatta Renzi. Fatevene una ragione, è andata così.

Lo so, è una parola grossa, ma vogliamo usare la logica? Il governo depenalizza scientemente, consapevolmente, alla luce del sole la frode fiscale sotto il 3% dell’imponibile dichiarato. Chi vi viene in mente, alle parole “frode fiscale”, con tutto quel che è accaduto a terremotare la politica italiana nell’ultimo anno e mezzo? Silvio Berlusconi, naturalmente, che per una condanna per frode fiscale è decaduto da senatore, è divenuto ineleggibile e interdetto dai pubblici uffici (Grazie ai 5Stelle ndr), ha mollato le larghe intese e il governo Letta, ha subìto la scissione dell’Ncd, è finito ai servizi sociali ad assistere i vecchietti a Cesano Boscone, ha tempestato Quirinale, governo, Parlamento, giornali, tv, Consulta e Corti europee per riavere l’“agibilità politica”. Possibile mai che, cambiando le regole della frode fiscale, nessuno si sia chiesto che ne sarebbe stato della condanna di B.? Chiunque abbia una laurea in Legge o in Economia (dove si studia il Codice penale, che già all’art. 2 prevede la revoca delle condanne per un reato che non c’è più) sa benissimo che, quando si depenalizza un reato, le relative condanne vengono cancellate. Ora, Renzi risulta laureato in Legge e Padoan in Economia (Orlando in nulla, però ha dato qualche esame di Giurisprudenza): possibile che non lo sapessero? E il battaglione dei loro consiglieri giuridici che ci sta a fare: la birra? Nella migliore delle ipotesi, siamo governati da dilettanti, anzi da ignoranti allo sbaraglio. L’impronta digitale. Prendiamo sul serio le parole di Renzi al Tg5: “Se qualcuno immagina chissà quale scambio, non c’è problema: ci fermiamo. Questa norma la rimanderemo in Parlamento solo dopo l’elezione del Quirinale e dopo che Berlusconi avrà completato il suo periodo a Cesano Boscone, e dimostreremo che non c’è nessun inciucio strano”. Delle due l’una. O la norma non è stata fatta per B. anche se salva B. – come giura Renzi, appellandosi all’eterogenesi dei fini – e allora non si capisce che c’entrino l’elezione del nuovo capo dello Stato e, a maggior ragione, la fine dei servizi sociali di B.; ergo abbiamo un governo di cialtroni. Oppure è stata fatta per B. (o anche per B.), e dunque attendere le due scadenze che lo riguardano ha un senso; ma allora abbiamo un governo di bugiardi. In ogni caso, siamo in buone mani.

Grandi evasori sì, B. no. Sempre a proposito di logica, tutto il decreto fiscale (non solo il famigerato 19 bis) è improntato alla più selvaggia depenalizzazione delle evasioni e delle frodi. Con una mano il governo aumenta alcune sanzioni penali e amministrative, per fingere la faccia feroce; ma con l’altra fa in modo che non venga condannato quasi più nessuno col trucchetto delle soglie di non punibilità, aggiunte ai reati che non le prevedevano e alzandole a quelle che già le avevano. È il sistema-droga: chi evade o froda in modica quantità (si fa per dire) non finisce più sotto processo. La sintesi di Luigi Ferrarella sul Corriere è implacabile: il decreto rende non punibili “la dichiarazione infedele fino a 150 mila euro, l’omessa dichiarazione fraudolenta mediante artifici fino a 30 mila euro di imposta evasa e 1,5 milioni di imponibile sottratto al fisco o 5% di elementi attivi indicati, e la dichiarazione fraudolenta mediante fatture per operazioni inesistenti fino a 1.000 euro l’anno”. Un gigantesco, immondo condono fiscale che salva dal processo e dalla condanna quasi tutti gli evasori e i frodatori, anche quelli grandi, accontentandosi – quando va bene – di incassare le tasse che non hanno pagato (sai che sforzo: evadi tutta la vita e, la volta che vieni beccato, rinunci a qualche briciola del bottino, sempreché l’amministrazione finanziaria più inefficiente del mondo riesca a sfilartela). Nessuno, diversamente che per il 19-bis SalvaSilvio, può dire di non averlo saputo. Dov’erano allora i giornaloni, ma anche la sinistra Pd, che oggi s’indignano solo perché c’è di mezzo B.? Davvero il colpo di spugna per gli evasori grandi, medi e piccoli è cosa buona e giusta purché non salvi anche B.? Sarebbe interessante conoscere il pensiero del premier, dei ministri, dei partiti e dei giornali che li sostengono, ora che il decreto torna indietro per essere modificato (molto meglio cestinarlo e riscriverlo daccapo per mandare evasori e frodatori in galera).
Meno male che Silvio c’è. Vien quasi da dare ragione ai berluscones, che già intonano il pianto greco: “Si rimangiano il fisco giusto. Il governo blocca una norma di buonsenso che depenalizzava la microevasione. Motivo? ‘Avrebbe aiutato il Cavaliere’” (il Giornale). È triste ammetterlo, ma proprio così, tranne il fatto che la norma non è affatto di buonsenso perché non sana la microevasione, ma le megafrodi (con le soglie percentuali, più guadagni più puoi evadere impunemente). Quanti cattivi pensieri ci tocca scacciare. Compreso l’ultimo, l’estremo: che Dio ci conservi B. Senza di lui, il decreto porcata sarebbe già legge. E nessuno, a parte noi piccoli gufi (e il M5S ndr), avrebbe detto una parola.

Il Lodo Nazareno (di Marco Travaglio 04.01.2015)

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Per dire quanto poco siamo prevenuti, ieri avevamo deciso di pubblicare per oggi su questa colonna un articolo intitolato: “Renzi ha ragione”, o “Bravo Renzi”, o ancora “Forza Matteo”. Non per i suoi virtuosismi sciistici sulle nevi di Courmayeur, già magnificati a dovere dall’agenzia Ansa-Stefani, ma per la battaglia contro l’assenteismo nel pubblico impiego, annunciata su twitter con i toni giusti, senza la petulanza offensiva di Brunetta, che provò a far qualcosa ma rovinò tutto con le solite scalmane demagogiche. Poi ci ha chiamati un amico e ci ha messo una pulce nell’orecchio, a proposito del nostro titolone di ieri sulla denuncia del sottosegretario Zanetti riguardo al codicillo salva-evasori infilato da una manina di Palazzo Chigi (all’insaputa del ministero dell’Economia) nel decreto fiscale varato alla vigilia di Natale: “Ma lo sai perché e per chi lo fanno?”. Ma per il solito, per Berlusconi.

Tenetevi forte, perché questa è strepitosa.
Il Caimano è stato condannato il 1° agosto 2013 a 4 anni per frode fiscale. Una sentenza che gli è costata pochissimo sul piano penale (mezza giornata a settimana a Cesano Boscone per nove mesi e 10 milioni di euro da rifondere all’Agenzia delle Entrate), ma moltissimo da quello politico: 2 anni di interdizione dai pubblici uffici, 6 anni di ineleggibilità e decadenza immediata da senatore in base alla legge Severino. Che cosa prevede la nuova legge penale tributaria, in base al codicillo-colpo di spugna (art. 19-bis)? Che i reati fiscali di evasione e frode sono depenalizzati se l’Iva o l’imposta sul reddito evasa non supera “il 3% rispettivamente dell’imposta sul valore aggiunto o dell’imponibile dichiarato”. Una vastissima area di franchigia regalata a evasori e frodatori al riparo da procure e tribunali. Ora, B. è stato condannato per aver frodato il fisco per 7,3 milioni: 4,9 sul bilancio Mediaset del 2002 e 2,4 su quello del 2003. Tutto il resto della monumentale frode fiscale (368 milioni di dollari) con film comprati dalle major americane a prezzi gonfiati e rimbalzati su una serie di società offshore occultamente controllate da lui o da prestanome fra il 1995 e il ’98, si è prescritto. Ma, alla mannaia del fattore-tempo, accelerata da varie leggi ad suam personam (falso in bilancio, condoni fiscali ed ex-Cirielli), sono scampati gli effetti fiscali “spalmati” sugli ammortamenti delle due annualità contabili.

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Ora che Renzi, o chi per lui (a proposito: di chi è la manina?), ha inventato il salvacondotto del 3%, la domanda è semplice: quella frode residua è sopra o sotto il nuovo tetto? La risposta, nell’era del Patto del Nazareno, è scontata: sotto, e di parecchio. Il calcolo è presto fatto. Negli anni 2002 e 2003 Mediaset dichiara un imponibile di 397 e di 312 milioni e B. ne froda 4,9 e 2,4. Che corrispondono all’1,2 e allo 0,7%, ben al di sotto della soglia del 3% di non punibilità. Ergo, in base alla retroattività delle norme penali più favorevoli (favor rei, art.2 Codice penale), “nessuno può essere punito per un fatto che, secondo una legge posteriore, non costituisce reato; e, se vi è stata condanna, ne cessano l’esecuzione e gli effetti penali”. Grazie a una legge fascista, la n. 4/1929, il favor rei in materia fiscale e finanziaria non valeva: ma il centrosinistra, con la norma fiscale n.507/1999, la cancellò 15 anni fa. È già accaduto a Romiti, De Benedetti e Passera, condannati definitivamente per falso in bilancio: nel 2003, dopo la controriforma berlusconiana che lo depenalizzava, chiesero un “incidente di esecuzione” alla Corte d’appello, che non potè che revocare le loro condanne. Anche B. dunque potrà ottenere la cancellazione della sua, per una frode che non è più reato. E, se evapora la condanna, spariscono anche decadenza, ineleggibilità e interdizione. Così alle prossime elezioni potrà ricandidarsi, lindo come giglio di campo. Quando ce l’hanno raccontato, stentavamo a credere che Renzi potesse arrivare a tanto. Ma, come diceva Montanelli, di certi politici non si riesce mai a pensare abbastanza male.

Ride bene chi ride ultimo, sarà un piacere!

imagesRenzi sulla “stanchezza” di Beppe ha detto che “Il PD ha rottamato Grillo”.
Berlusconi ha perfino ironizzato: “Grillo è stanco, io sono più in forma che mai, sono carico, convinto, impegnato”.

Che l’eleganza non appartenesse a questi signori lo sapevamo già, come neanche il pudore. Speravo avessero un po’ di (diabolica) intelligenza, ma neanche quella. Sono attaccati al potere e non riescono a comprendere l’umiltà.

Renzi, pur di arrivare al comando ha tradito gli amici -‪#‎Enricostaisereno‬- e sparato sui vecchi che hanno costruito tutto quello che ora si ritrova; Berlusconi è un milionario condannato, da 20 anni al potere, che si ostina ad influenzare il Governo per farsi fare leggi personali per mantenere la sua ricchezza e non andare in galera, sebbene in Italia si parli da non so quanto ed in misura logorroica di conflitto d’interessi e prescrizione, falso in bilancio ed autoriciclaggio.

È ovvio che questi due rappresentanti della partitocrazia non possano comprendere il gesto di un uomo che dopo meno di due anni dalle elezioni, dopo aver portato un Movimento da zero fin quasi ai vertici del Paese, non pensi a tradire, scalare, rivendicare, prendere…ma faccia piuttosto un’operazione inversa, chiedendo a 5 di noi di tirare ancor più il carro, appesantito per altro da alcuni che stanno con i piedi piantati in terra pur di non far decollare il Movimento. Ha cioè corresponsabilizzato dei giovani, facendo capire, esattamente come un padre che guida la famiglia, che adesso anche i figli debbono diventare adulti, con tutte le gravose conseguenze che questa nuova responsabilità comporta.

Renzi e Berlusconi, non dovreste festeggiare per questo, ma preoccuparvi seriamente.

Il Movimento sta iniziando una nuova fase e l’obiettivo principale, col quale ci svegliamo ogni mattina ed a fatica ci addormentiamo, è e resta quello di sempre, quello per cui abbiamo seguito Beppe all’inizio di questa storia e per il quale andiamo avanti: MANDARVI TUTTI A CASA!

A partire proprio da Berlusconi -che fisicamente abbiamo già buttato fuori dal Parlamento- e dal suo allievo Renzi.

Ride bene chi ride ultimo, sarà un piacere!

Nicola Morra – M5s

Emilio Fede imbufalito “Difendete un ladro”

181241325-79decb45-b8ad-4d26-abe2-726939c4bd46Ah, il Fatto Quotidiano … Bene…”. La telefonata con Emilio Fede inizia con qualche secondo di silenzio. Si chiuderà tra le urla.

Direttore, la sento già perplesso…

Non sono perplesso, sono allucinato. Si mette insieme una vicenda, un’indagine importante, con un mascalzone patentato. Io rispondo in pieno delle parole rese a Di Matteo e a quell’altro… lì… i magistrati di Palermo. Ma non intendo rispondere di quello che mi mette in bocca questo farabutto.

Gaetano Ferri è un farabutto?

Guardi, basta che si fa una ricerca su Gogòl. Disertore, truffatore, delinquente. È stato in carcere.

Come l’ha conosciuto?

Quando è uscito di galera mi ha chiesto aiuto. Mi ha fatto impietosire. L’ho portato alla palestra di Angelo Caroli, in Corso Venezia, a Milano. Voleva fare il personal trainer . Mi ha fatto da allenatore per un po’. E lo sa come mi ha ripagato quel figlio di…? Registrava ogni parola che gli dicevo.

Quindi è sua la voce che parla dei “70 conti di Dell’Utri”?

(Alza il volume, ndr) Ma che cazzo dice? Ma secondo lei sono scemo? Ma che ne so dei 70 conti esteri? Ma siamo pazzi?

Non si arrabbi, mi spieghi.

Ferri è un montatore bravissimo, minuzioso. Ha preso i miei discorsi e li ha ribaltati, parola per parola.

Ha tagliato ogni parola?

Ti faccio un esempio: io parlo a un mio amico di “un giornale di diffamatori”. Dopo qualche minuto quell’amico mi chiede: “Cosa ne pensi di Padellaro?”. E alla fine mette la sua domanda prima del mio discorso, come se avessi parlato male del Fatto.

Quando lei parla di “mafia… soldi… Berlusconi”, hanno montato proprio ogni singola parola?

(Alza di nuovo la voce, ndr) Adesso mi stai facendo incazzare! Stai difendendo un delinquente.

Non difendo nessuno, direttore…

Ferri è un delinquente!

L’ha denunciato?

Certo. A maggio, alla Procura di Monza. Ricatto, tentata estorsione, calunnia.

Perché i suoi nastri sono stati depositati agli atti del processo sulla trattativa Stato-mafia?

È un truffatore. Un disperato. Ha fatto il giro dei giornali per tentare di vendere quegli audio. Ancora dieci giorni fa mi chiedeva 300 euro per pagare l’affitto. Qualcuno ci sarà cascato, magari il Fatto. I magistrati dovrebbero arrestarlo!

Se i nastri sono contraffatti, lo faranno senz’altro, non crede?

(Ricomincia a urlare, ndr) State difendendo un truffatore!

Direttore, non dica così.

Mi stai rompendo i coglioni su un truffatore! Ma vaffanculo! (Clic. tu tu tu tu tu…)

di Tommaso Rodano – Il Fatto Quotidiano 23.07.2014

(video) Di Matteo a Renzi: “Riforme con il partito di un condannato fondato da un colluso”

schermata256“Il Pd discute le riforme con un partito fondato da un colluso con Cosa nostra”. È una presa di posizione netta quella di Antonino Di Matteo, intervenuto in via d’Amelio per il ventiduesimo anniversario della strage in cui venne assassinato Paolo Borsellino. Il riferimento è tutto per l’alleanza tra Matteo Renzi e Silvio Berlusconi per varare le riforme. “In una sentenza definitiva della Corte di Cassazione – ha ricordato il pm – è accertato che un partito politico, divenuto forza di governo nel 1994, ha poco prima annoverato tra i suoi ideatori e fondatori un soggetto da molto tempo colluso con gli esponenti di vertice di Cosa Nostra e che da molti anni fungeva da intermediario consapevole dei loro rapporti con l’imprenditore milanese che di quel partito politico divenne, fin da subito, esponente apicale. Oggi questo esponente politico (dopo essere stato a sua volta definitivamente condannato per altri gravi reati), discute con il Presidente del Consiglio in carica di riformare la legge elettorale e quella costituzione alla quale Paolo Borsellino aveva giurato quella fedeltà che ha osservato fino all’ultimo suo respiro” di Giuseppe Pipitone e Silvia Bellotti

Le conseguenze dell’amore: B. e l’Ingegnere

immagine-de-benedetti-berlusconi-6402POCHE ORE DOPO L’ ASSOLUZIONE NASCE GOLD 5, CONCESSIONARIA PER LA PUBBLICITÀ ONLINE DI MEDIAMOND, MANZONI, RCS E ALTRI

Silvio Berlusconi fa pace con la giustizia e col suo storico rivale, Carlo De Benedetti. Anzi, fa di più: entra per la prima volta in affari con il fondatore del gruppo Espresso, col quale da anni si scontra sul terreno politico e nelle aule dei tribunali. Nel giorno della sentenza sul caso Ruby, dove i giudici di appello ribaltano il verdetto di primo grado e assolvono l’ex premier, arriva anche la conferma ufficiale delle larghe intese del business. Nasce Gold 5, concessionaria per il web che punta a diventare il primo interlocutore sul mercato dei video online in Italia, tradizionalmente più frammentario e fluido rispetto all’omologo televisivo. E a “competere efficacemente con player internazionali” come, ad esempio, Google e Facebook.

SUL FRONTE di Arcore, il socio è Mediamond – joint venture divisa tra Mondadori Pubblicità e Publitalia ’80, concessionaria di Mediaset – mentre per parte dell’Ingegnere c’è la Manzoni, concessionaria del gruppo Espresso. Completano la cinquina Rcs e Banzai, società controllata da Paolo Ainio e dalla Sator di Matteo Arpe, e Italia Online. Tutti entrano con la stessa quota. Davide Mondo, Ad di Mediamond, è il presidente, mentre l’Ad è Andrea Santagata, che ricopre lo stesso ruolo in Banzai Media. L’idea originale era nata proprio da loro. Tuttavia, il cda “prevede un sistema a rotazione annuale dei vertici” tra le cinque aziende. Nessun impatto significativo in Borsa, visto che i rumors nei giorni scorsi erano già circolati. Eppure solo pochi giorni fa, il 10 luglio, il gruppo Espresso si era affrettato a smentire le indiscrezioni, definendole “del tutto infondate”, e aveva precisato che “eventuali progetti tra concessionarie di pubblicità di diversi operatori del settore potranno avere una natura circoscritta e un carattere puramente operativo e commerciale”.
Smentita definitivamente archiviata dagli sviluppi. La società è specializzata nel segmento del video display advertising, settore che i trend segnalano in forte sviluppo: secondo una ricerca di eMarketer in Italia nel 2014 “dovrebbe superare i 200 milioni di dollari, con una crescita per i prossimi anni di oltre il 20% annuo”. Per la Federazione Concessionarie Pubblicità, poi, “già nel 2013, questo mercato valeva circa 90 milioni di euro, non conteggiando i player internazionali che non aderiscono alla rilevazione”.

Gold 5 vuole aggregare un network di siti premium di proprietà dei soci (tra cui anche Corriere.it, Repubblica.it o Tg Com24 ) e prevede che “la commercializzazione delle prime soluzioni pubblicitarie possa avvenire entro la fine del 2014”. Si occuperà “in via non esclusiva” di “una porzione dei bacini di pubblicità digitale di ciascuno dei soci” con l’offerta di “formati di video advertising quali Masth e a d (posto tra la testata e il corpo della pagina, ndr) e 300×250 video”. Gli investitori che mettono a disposizione il loro budget, però, non possono decidere il sito di destinazione, che è “di esclusiva competenza delle concessionarie pubblicitarie dei soci”.

ALLA BASE della strategia c’è il rimodellamento al ribasso del costo della pubblicità video online, per portarlo a quello – inferiore – della tv. Una scelta che, per questioni di sopravvivenza, po- trebbe condizionare i competitor a rivedere i prezzi. Anche se nella nota, al contrario, Gold 5 si propone come “un acceleratore della crescita del mercato digitale, aprendo e stimolando la concorrenza” per confrontarsi “sul campo dell’efficienza e dell’efficacia delle soluzioni offerte ai big spender pubblicitari”. Spiega di ispirarsi ad altre imprese europee, tra cui La Place Media, federazione di concessionarie francese. Ma, a differenza della neonata società, quella d’Oltralpe riunisce ben 150 editori e non solo pochi imprescindibili player di settore. Resta da vedere se le la ghe intese d’affari avranno ripercussioni sull’indipendenza delle testate coinvolte e se la destinazione dei budget degli investitori, scelta arbitraria della concessionaria, non imporrà il bavaglio ai giornalisti dei siti premium. Tra i quali ci sono anche Corriere.it e Repubblica.it

di Eleonora Bianchini – Il Fatto Quotidiano 19.07.2014

Innocente a sua insaputa – Marco Travaglio 19.07.2014

455iOrmai è un giochino un po’ frusto, ma ben si attaglia al nostro caso: Silvio Berlusconi è innocente a sua insaputa. Da settimane sia lui sia i suoi legali davano per scontata una condanna anche in appello, almeno per le telefonate intimidatorie alla Questura di Milano per far affidare Ruby al duo Minetti-Conceicao, ed escludevano dal novero delle cose possibili la sconcertante assoluzione plenaria che invece è arrivata ieri. Speravano in uno sconto di pena per la concussione; e confidavano nella vecchia insufficienza di prove per la prostituzione minorile. Non era scaramanzia, la loro. E neppure sfiducia congenita nelle “toghe rosse”, nel “rito ambrosiano” e nei giudici “appiattiti” sui pm: questa è propaganda da dare in pasto agli elettori-tifosi più decerebrati. Ma B. e i suoi avvocati sanno benissimo che ogni collegio giudicante fa storia a sé, come dimostrano i tanti verdetti favorevoli al Caimano proprio a Milano (molte prescrizioni, anche grazie a generose attenuanti generiche, e poche assoluzioni).

Perché allora l’avvocato Coppi confessa, in un lampo di sincerità, che l’assoluzione va al di là delle sue più rosee aspettative? Perché sa bene che il primo dei due capi di imputazione, quello sulle ripetute telefonate di B. dal vertice internazionale di Parigi ai vertici della Questura, è un fatto documentato e pacificamente ammesso da tutti: ed è impossibile negare che, quando un capo di governo chiede insistentemente un favore a un pubblico funzionario, lo mette in stato di soggezione o almeno di timore reverenziale. Che, nel diritto penale, si chiama concussione. Magari non per costrizione (come invece ritenne il Tribunale), ma per induzione (come sostennero la Procura e, nel nostro piccolo, anche noi con l’articolo di Marco Lillo di qualche giorno fa).

Se il processo si fosse concluso entro il 2012, entrambe le fattispecie di concussione sarebbero rientrate nello stesso reato, con pene graduate. Il 30 dicembre 2012, invece, il governo Monti e la maggioranza di larghe intese Pd-Pdl varò la legge Severino che scorporava l’ipotesi dell’induzione, trasformandola in un reato minore, di cui rispondono anche le ex-vittime trasformate in complici (ma la Procura di Bruti Liberati, testardamente, ha sempre difeso i vertici della Questura, insistendo a considerarli vittime). In pratica, nel bel mezzo della partita, si modificò la regola del fuorigioco, alterando il risultato finale. Cambiata la legge, salvato il Caimano.

Ora vedremo dalle motivazioni della sentenza in che misura quella scriteriata “riforma” – fatta apposta per salvare Penati e B., nella migliore tradizione dell’“una mano lava l’altra”, anzi le sporca entrambe – ha inciso sul verdetto di ieri. Ma il sospetto è forte, anche perché – come osserva lo stesso Coppi – “i giudici non potevano derubricare il reato” dalla concussione per costrizione al nuovo reato di induzione: le sezioni unite della Cassazione, infatti, hanno già stabilito che l’induzione deve portare un “indebito vantaggio” a chi la subisce. E i vertici della Questura non ebbero alcun vantaggio indebito, affidando Ruby a Minetti&Conceicao: al massimo evitarono lo svantaggio indebito di essere trasferiti sul Gennargentu.

Dunque pare proprio che la sentenza di ieri, più che Tranfa (il presidente della II Corte d’appello), si chiami Severino. Vedremo se reggerà davanti alla Cassazione. Che potrà confermarla, chiudendo definitivamente il caso; oppure annullarla per motivi di illegittimità, ordinando un nuovo processo di appello e precisando esattamente i confini della costrizione e dell’induzione. E non osiamo immaginare che accadrà se nel processo Ruby-tersi accerterà che le Olgettine, principali testimoni del bunga-bunga, sono state corrotte dall’imputato del Ruby-uno per mentire ai giudici: ce ne sarebbe abbastanza per una revisione del processo principale, inficiato dalle eventuali false testimonianze di chi avrebbe potuto provare ciò che, a causa delle loro menzogne, non fu ritenuto provato. Nell’attesa, alcuni punti fermi si possono già fissare.

1) Chi sostiene che questo processo non avrebbe mai dovuto iniziare non sa quel che dice. Il giro di prostituzione, anche minorile, nella villa di Arcore, così come le telefonate di B. alla Questura, sono fatti assolutamente accertati, dunque meritevoli di una verifica dibattimentale (doverosa, non facoltativa) in base a due leggi del governo B. (Prestigiacomo e Carfagna sulla prostituzione minorile) e a una terza votata anche dal Pdl (Severino). Tantopiù che la Corte d’appello, se giudica insussistente il fatto (cioè il reato) della concussione/ induzione, ritiene che invece il fatto degli atti sessuali a pagamento con Ruby sussista eccome, ma non costituisca reato (forse per mancanza di dolo o “elemento soggettivo”: cioè perché non è provato che B. sapesse della minore età di Ruby).

2) L’assoluzione in appello non significa che la Procura che ha condotto le indagini e il Tribunale che ha condannato B. abbiano sbagliato per dolo e colpa grave e vadano dunque puniti in base alla tanto strombazzata “responsabilità civile”: sia perché gli errori giudiziari non sono soltanto le condanne degli innocenti, ma anche le assoluzioni dei colpevoli, sia perché tutti i magistrati hanno deciso in base al proprio libero convincimento sulla base di un materiale probatorio che, dal punto di vista fattuale, è indiscutibile (i soli dubbi riguardavano se B. avesse consumato atti sessuali con Ruby e se fosse consapevole dell’età della ragazza, che indubitabilmente si prostituiva lautamente pagata).

3) Il discredito nazionale e internazionale per B. non è dipeso dalla condanna di primo grado (giunta soltanto un anno fa, dopo la sconfitta elettorale), ma dai fatti emersi dalle indagini con assoluta certezza: il giro di prostituzione nelle sue ville, l’abuso di potere delle telefonate alla Questura, i milioni di euro alle Olgettine dopo l’esplodere dello scandalo e le tragicomiche giustificazioni (“nipote di Mubarak”, “cene eleganti” e simili) sfoderate dal protagonista su quelle condotte indecenti. Indecenti in sé: lo erano ieri e lo sono anche oggi. A prescindere dalla loro rilevanza penale, visto che nessuna sentenza di assoluzione potrà mai dire che quei fatti non siano avvenuti.

4) Sarebbe puerile collegare la sentenza di ieri con l’atteggiamento remissivo di B. sulle “riforme” e sul governo Renzi: se il Caimano s’è trasformato in agnellino, anzi in zerbino del Pd, è perché spera sempre nella grazia da Napolitano o da chi verrà dopo (che lui confida di concorrere a eleggere con la stessa maggioranza delle “riforme”). Non certo perché i giudici, giusti o sbagliati che siano i loro verdetti, prendano ordini dal governo o dal Pd. Altrimenti non si spiegherebbero le tre condanne in primo grado che B. si beccò fra il 1997 e il ’98, nel bel mezzo dell’altro inciucio: quello della Bicamerale D’Alema.

5) Nessuna sentenza d’appello può più “riabilitare” B.: né per i fatti oggetto del processo Ruby, che sono in gran parte assodati; né per quelli precedenti, che appartengono ormai alla storia, anzi alla cronaca, e nera.
Ieri si è deciso in secondo grado sulle telefonate alla Questura e sulla prostituzione minorile di Ruby, non si è condonata una lunga e inquietante carriera criminale. Quale reputazione può mai invocare un pregiudicato per frode fiscale, ora detenuto in affidamento in prova ai servizi sociali, che per giunta si circondava di un complice della mafia come Dell’Utri, attualmente associato al carcere di Parma, e di un corruttore di giudici per comprare sentenze in suo favore come Previti, cacciato dal Parlamento e interdetto in perpetuo dai pubblici uffici? Mentre si discute sul reato o meno di riempirsi la casa di mignotte, e si chiede ai giudici di dirci ciò che sappiamo benissimo da noi, si dimentica che in quella stessa casa soggiornò per due anni il mafioso sanguinario Vittorio Mangano. Nemmeno quello è un reato: ma è un fatto. Molto più grave di tutti i reati mai contestati all’imputato B. Erano i primi anni 70 e Renzi non era ancora nato. Ma è bene ricordarglielo, specialmente ora che il Caimano rialza il capino. Quousque tandem, Matteo, gabellerai l’ex Papi Prostituente per un Padre Costituente?

Il dialogo del Nazareno tra Ruby, Gelli e il lifting – Dario Fo – F.Q. 17.07.2014

Dario-FoE Gesù non c’entra nulla

Due personaggi entrano in un palazzo del centro di Roma. Il più anziano dei due ha la faccia tirata di chi ha subito parecchi interventi di restauro. L’altro è un giovanotto toscano molto svelto e sicuro di sé. L’anziano plastificato si guarda intorno entrando in un ambiente modesto ed essenziale ed esclama: “Mi piacciono questi spazi francescani. Con un papa che ama la modestia e la povertà dobbiamo porci al suo livello.
Come si chiama questo sito?”.
“Nazareno”.
“Ohi! Come dire un termine che viene da Nazareth, dove è nato Gesù Cristo in una stalla, col bue e l’asinello”.
“Sì, è lui”.
“Beh, non mi sembra il luogo più adatto per questo nostro incontro”.
“E perché?”.
“Venirci a incontrare col progetto di fare un beverone fra un condannato alla galera e il segretario del partito dei lavoratori…”.
“Una volta era dei lavoratori, adesso siamo l’espressione di tutta una nazione”.
“Tutta la nazione? Compresi i diseredati e i sei milioni di poveri ridotti al lastrico?”.
“Sì, ci sono anche quelli, ma non danno fastidio”. “Come gli evasori fiscali, del resto”. “Eh sì, anche loro stanno tranquilli e sereni.
“Vorrei vedere, gli lasciamo combinare ogni porcata finanziaria gratis… “Per loro l’Italia è il più grande paradiso fiscale del mondo”.
“Ah, ah! Buona questa! Ma per favore evita di dire battute del genere,
lo sai, sono un plastificato… Un altro di questi sghignazzi e la faccia mi va in pezzi, ohohoh! Com’è divertente la politica!”.
“Eh sì che è divertente!”.
“Ma lavoriamo anche, mettiamo giù il nostro accordo. Senti Matteo, preferisci…”.
“No, no per carità non chiamiamoci per nome, qui ci sono orecchi sensori in ogni luogo…”.
“Allora tu hai l’intenzione che si prepari un documento… insomma un accordo segreto?”. “Certo, segreto e conosciuto solo da noi due”.
“E gli altri, soprattutto l’apparato e la base dei nostri partiti, non devono sapere nulla?”. “Sapranno quello che noi decidiamo di far loro conoscere”.
“Bell’idea, ma da chi l’hai copiata?”. “Da un grande saggio della nostra storia più recente”. “E naturalmente saranno tutti discorsi e progetti che avremo l’accortezza di aggiustare di volta in volta”. “Bravo, sei proprio il partner che cercavo”. “Anche tu, ho sempre il dubbio di aver avuto una relazione con tua madre, figlio mio”.

“Ma perché un’operazione del genere rimanga sconosciuta bisogna far contratti e accordi, senza mai lasciare nulla di scritto o stampato”. “Certo, guai a stilare progetti che si possono riprodurre e pubblicare. E ti dirò, parliamo sottovoce e usando termini se possibile contraffatti. Tu lo sai, io ho l’ossessione delle intercettazioni, mi hanno rovinato la vita”. “Eh, beh, devo dire che spesso parli troppo, amico mio… Anzi, straparli”.
“No! Non farmi ridere, te l’ho detto! Ecco, mi si è staccato mezzo orecchio”.
“L’orecchio? Come mai?”. “Eh, sì, per tirarmi su la pelle prima bisogna staccarmi l’orecchio, poi si rincolla”. “Ahahah! Questa poi non la sapevo! Beh, cerchiamo di memorizzare tutto quello che andremo dicendo. Ascolta. Prima cosa, una delle riforme più urgenti da realizzare è rendere impraticabili gli strumenti di partecipazione politica”.
“Cosa vuol dire?”.
“Andiamo, non ti si sarà staccato anche il cervello? Partecipazione, la raccolta di firme per indire un referendum. Fino ad adesso era di cinquecentomila adesioni, da questo momento bisogna aumentare il numero di richiedenti”. “Va bene. Facciamo seicento”.
“No, di più, di più”. “Settecento?”. “No, di più, di più”. “Un milione”.
“No, è troppo. Un milione è una parola che non bisogna mai porre nella testa al popolo, si risente. Facciamo ottocento. Con una cifra del genere tagliamo le gambe ad ogni passo che pretenda la partecipazione popolare. Da ‘sto momento il problema del quorum è seppellito vivo”.
“Poi subito intervenire a proposito del nuovo ordinamento del Senato. Il Senato non deve essere più eletto dal popolo ma dai consiglieri regionali, nominati da noi”. “Bell’idea! Bravo! Ma da chi prendi queste pensate?”.
“Da un amico, da un vero grande saggio”. “È lo stesso dal quale prendo anch’io le idee? Chi è, Andreotti?”. “No, è uno ancora vivo e vegeto”. “Ah, Gelli, l’eterno marpione della politica italiana. Scritti memorabili ha lasciato!”. “La P2 per me è come il Vangelo”.
“Certo, e vive sempre in mezzo a noi”. “Cerchiamo di infilarceli bene nella testa questi ordinamenti”.

“Ora arriviamo alla legge elettorale”.
“Oh sì, ti dirò che mi dispiace che si sia deciso di togliere il nome originale”. “Quale originale?”. “Il porcellum, bastava renderlo più gentile, porcellinum per esempio, schifosetto”. “Via con le nostalgie, veniamo al dunque. Prima di tutto bisogna eliminare i piccoli partiti”. “Ah, sì, sono d’accordo. Dobbiamo porre uno sbarramento invalicabile per loro, quattro, cinque per cento, anche di più!”. “Questa sì che è una rottamazione da re! E fare in modo soprattutto che il premio di maggioranza sia di nostra facile acquisizione, con quello avremo in mano l’elezione del presidente della Repubblica e, di qui, anche della Corte costituzionale, è un gioco da ragazzi!”. “Ti ricordi quell’espressione dei fanatici rivoluzionari di quarant’anni fa? ‘Vogliamo tutto’?”. “Sì, ne ho sentito parlare!”.
“Ah Ah! E adesso lo gridiamo noi! Tutto il potere vogliamo, e agli altri niente. Via le commissioni, via le inchieste, via le associazioni, controllo sulla stampa, sovvenzioni soltanto a chi scrive bene di noi e il resto è silenzio”.
“Certo, certo, l’opposizione messa fuori gioco è la più grande vittoria di democrazia autoritaria che si possa ottenere”.
“Tutto perfetto, soltanto, perché io fossi interamente felice ci vorrebbe un miracolo”.
“Quale?”.
“Che alla prossima sentenza sul processo Ruby io fossi assolto. Ma possibile che voi non possiate far niente per salvarmi? Io rischio sette anni, e questa volta, stai tranquillo, non mi manderanno a far compagnia ai vecchietti di Cesano Boscone”.
“Ci stiamo pensando, e forse qualcosa…”.
“Non basta pensarci, fra un giorno per me può essere la fine, e allora anche voi vi ritroverete con le spalle al muro. Chi vi sosterrà al governo? C’è qualcosa che io sento intorno che ci è ostile”.
“Anch’io. Non sarà colpa di questo luogo che ci siamo scelti per venire a discutere del nostro progetto?”.
“Ma no, Gesù non ha mai inflitto pene o castighi a nessuno. Il perdono è la sua costante più gloriosa”.
“Sì, ma purtroppo certe volte va fuori anche lui dai gangheri. Dovremmo chiedere un aiuto a San Francesco… voglio dire a papa Francesco. Forse lui può intercedere…”. “Non credo. Uno che sveglia tutti i politici che contano, compresi ministri, sottosegretari e presidenti vari alle sei del mattino per farli venire ad assistere alla sua messa e poi li schiaffeggia con accuse terrificanti non è uno che collabora per salvare un governo come questo”. (Dario Fo – Il Fatto Quotidiano 17.07.2014)

Piduisti a loro insaputa – Marco Travaglio 15.07.2014

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di Marco Travaglio | Il Fatto Quotidiano 15.07.2014

“Nei confronti del mondo politico occorre… usare gli strumenti finanziari… per l’immediata nascita di due movimenti: l’uno sulla sinistra… e l’altro sulla destra… fondati da altrettanti clubs promotori composti da uomini politici ed esponenti della società civile. Tutti i promotori debbono essere inattaccabili per rigore morale, capacità, onestà e tendenzialmente disponibili per un’azione politica pragmatistica, con rinuncia alle consuete e fruste chiavi ideologiche”. Così scriveva Licio Gelli nel Piano di Rinascita Democratica, elaborato intorno al 1976 con l’aiuto di alcuni “saggi” e sequestrato nell’82 a Fiumicino nel doppiofondo della valigia della figlia Maria Grazia.

Ora, se andrà in porto la controriforma elettorale e costituzionale, sarà accontentato: a parte il rigore morale, la capacità e l’onestà, ormai fuori moda, avremo finalmente due partiti generalisti e “pragmatisti” – il Pd fa la sinistra e FI la destra – con programmi simili e molto “disponibili” (infatti governano e “riformano” insieme da tre anni; peccato per l’imprevisto dei 5Stelle). Quanto al Parlamento, il capo della P2 sfoderava una gamma di proposte davvero profetiche. “Ripartizione di competenze fra le due Camere” con due “nuove leggi elettorali diverse: per la Camera di tipo misto (uninominale e proporzionale secondo il modello tedesco)”; e – udite udite – “per il Senato di rappresentanza di 2° grado, regionale, degli interessi economici, sociali e culturali”. Uno spettacolare caso di telepatia vuole che proprio questo sia il “Senato delle Autonomie” inventato da Renzi & B: Camera elettiva, ma fino a un certo punto (l’Italicum, con le liste bloccate dei deputati nominati, rende il Piano di Gelli un tantino troppo democratico); e Senato con elezione di “secondo grado”, cioè con i consigli regionali che nominano senatori 95 fra consiglieri e sindaci.

Il Maestro Venerabile meriterebbe almeno il copyright. Anche per l’idea di espropriare il Senato del voto di fiducia: “Modifica della Costituzione per stabilire che il Presidente del Consiglio è eletto dalla Camera” e “per dare alla Camera preminenza politica (nomina del Primo Ministro) e al Senato preponderanza economica (esame del bilancio)”. Qui però i venerabili allievi Matteo e Silvio vanno addirittura oltre: la Camera vota in esclusiva la fiducia al governo del premier-padrone della maggioranza, e il Senato non vota più neppure il bilancio. Poi accolgono in toto un’altra geniale intuizione gelliana: “Stabilire che i decreti-legge sono inemendabili”.

Fatto: inserendo in Costituzione la ghigliottina, sperimentata da Laura Boldrini contro l’ostruzionismo 5Stelle sul decreto Bankitalia che regalava 4,5 miliardi alle banche, i decreti del governo andranno obbligatoriamente approvati entro 60 giorni, con tanti saluti agli emendamenti e all’ostruzionismo dell’opposizione, relegata a un ruolo di pura testimonianza. Il tutto – come auspicava il profeta Licio – con l’apposita “modifica (già in corso) dei Regolamenti per ridare forza al principio del rapporto maggioranza-Governo, da un lato, e opposizione, dall’altro, in luogo dell’attuale tendenza assemblearistica”.

Nel lontano 1976, prima del boom delle tv locali, Gelli anticipava di un paio d’anni la nascita della tv via cavo Telemilano, poi ribattezzata Canale5 e seguita da Italia1 e Rete4 (“impiantare tv via cavo a catena in modo da controllare la pubblica opinione media nel vivo del Paese”). E proponeva di “acquisire alcuni settimanali di battaglia”: cosa che il confratello B., tessera P2 n. 1816, fece nel ’90 comprandosi la sentenza che ribaltava il lodo Mondadori e gli regalava Epoca e Panorama. Quanto all’idea di “dissolvere la Rai-tv in nome della libertà di antenna”, è solo questione di tempo: dopo la rapina renziana di 150 milioni, la crisi di Viale Mazzini non può che peggiorare.

Per mettere in riga le toghe, Gelli auspicava “la responsabilità civile (per colpa) dei magistrati”: che arrivò con la legge Vassalli del 1988, dopo il referendum craxiano; ma ora si prepara un nuovo giro di vite. Meno male che il berlusconismo era finito nel 2011. Dopo vent’anni di piduisti doc, ora abbiamo i piduisti a loro insaputa.

L’Economist su Matteo Renzi: “inesperienza, improvvisazione e vacuità”

incantatoreDall’Economist, noto per editoriali e copertine contro un Silvio Berlusconi all’apice del potere – il primo e forse il più famoso fu dell’aprile 2001 – «Perché Silvio Berlusconi non è degno di guidare l’Italia» – giungono parole tutt’altro che lusinghiere verso il premier di oggi, Matteo Renzi. “Potrà salvare l’Italia? O si dimostrerà inefficace come gli altri prima di lui?”Si domanda il settimanale britannico: “Sebbene non soffra di una discutibile vita amorosa, di un conflitto di interessi e di battaglie con i giudici, Renzi è uno showman” non diverso da Berlusconi “un outsider che ha trionfato, proprio come il leader di Forza Italia, in un momento di collasso e di totale discredito della politica”. La sua retorica liberale sembra ammaliare mercati e finanziatori, abbracciando completamente gli ideali di libero mercato e di crescita. Tuttavia, scrive l’Economist la gioventù e l’energia del leader è indebolita da “inesperienza, improvvisazione e momenti di vacuità” – on the flipside of his youth and energy are inexperience, improvisation and moments of vacuity – “Quando un politico di inclinazioni populiste entra in carica, forma un governo e svela il suo programma, di solito ha in mente qualcosa per accontentare tutti” aveva già scritto su di lui l’Economist. E così è sembrato rivelarsi Matteo Renzi: un Berlusconi di Sinistra.

L’Economist non esita a sottolineare l’opportunismo politico del giovane premier: “Il più chiaro risultato che ha ottenuto è stato il contributo in busta paga di 80 euro per i lavoratori meno abbienti, servito a maggio giusto in tempo per le elezioni europee”. Il rischio per Renzi, afferma l’Economist, è quello che “fingere ci sia una soluzione veloce e facile” per uscire dai problemi alla fine favorisca il paragone “poco lusinghiero” con Silvio Berlusconi.
Le promesse di Renzi, scrive l’Economist cominciano a vacillare “Una riforma alla settimana era davvero troppo: ora è lo stesso Renzi a chiedere 1000 giorni non più 100 per fare la differenza”. Contrariamente da quanto promesso “il focus sul cambiamento istituzionale – scrive ancora il giornale britannico – distrae dalle riforme più urgenti e necessarie per un’economia stagnante e una burocrazia ossificata. Ci sono centinaia di decreti e leggi già adottate che devono ancora essere attuate”. Secondo l’Economist a nulla valgono le fotografie su Twitter dove il premier mostra caotiche scrivanie di Palazzo Chigi e hashtag coniati per portare l’attenzione su questo o quell’obiettivo – This week Mr Renzi tweeted a picture of his desk, meant to show he was hard at work, hashtagged #lavoltabuona, or #thetimeisright, but some saw only a disorganised jumble of papers, pens, highlighters and half drunk orange juice – ma quello che si è visto finora è solo un disorganizzato assembramento di carte, penne e succhi d’arancia bevuti a metà.
Intanto sulla legge elettorale il “patto con il diavolo” di Renzi ha “riabilitato Silvio, un truffatore condannato”. Un opportunismo politico che nasconde forse un errore di calcolo e un’ eccessiva approssimazione. I renziani sostengono che quella è la madre delle riforme, ma “un Paese va comunque amministrato, nel frattempo”. Perchè il capitolo delle riforme deve ancora essere scritto. E non si può farlo a colpi di dichiarazioni e buone intenzioni, accumulando un ritardo imperdonabile su questioni non meno prioritarie rispetto alla legge elettorale: “dalla pubblica amministrazion alla lotta alla corruzione, dalla giustizia alla liberalizzazione alla privatizzazione di molte imprese pubbliche”.
A ben poco serviranno le attività continue di lobbying da parte di Matteo Renzi nei confronti dell’Unione Europea – scrive ancora l’Economist – per avere sconti sull’austerity, dimenticando completamente la flessibilità nel mercato del lavoro e il rilancio dei prodotti italiani. Renzi “ dovrebbe pensare di più a come ridurre gli sprechi ed investire meglio”. Sotto gli occhi terrorizzati dell l’Europa la terza economia dell’Eurozona, l’ottava economia del mondo, continua ad affondare: il PIL è in calo continuo, la disoccupazione in aumento, così come anche il debito pubblico, secondo solo a quello della Grecia. Molte cose da fare, ma per ora, secondo l’Economist “inesperienza, improvvisazione e vacuità” – e scrivanie in disordine.
fonte: direttanews.it

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