Archivi tag: ragazza

Genova, ragazza di 16 anni muore dopo aver assunto una pasticca di ecstasy

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La giovane ha avuto un malore la scorsa notte intorno alle 2 ed è morta un’ora dopo il ricovero in ospedale. La polizia dà la caccia allo spacciatore. Una ragazza di 16 anni di Chiavari, in provincia di Genova, è morta la scorsa notte dopo aver assunto una pasticca di… Continua »

Bologna, ragazza passeggia completamente nuda in strada -VIDEO

snapshot83Una donna di età compresa tra i 20 e i 30 anni è stata immortalata mentre passeggiava, completamente nuda, nel centro di Bologna. Non si per quali motivi abbia deciso di uscire di casa senza veli, ma qualcuno ipotizza che possa trattarsi di una scommessa perso oppure di una sorta… Continua »

Moto fuori controllo travolge una ragazza che sta attraversando: l’impatto è tremendo

snapshot59Un terribile incidente avvenuto in Russia ha coinvolto una ragazza che attraversava sulle strisce pedonali; in seguito a un impatto, una moto fuori controllo è schizzata in strada come un proiettile, percorrendo alcuni metri senza pilota, sul suo percorso però ha centrato un pieno una passante che….VIDEO >>

TORINO – Maya, 19 anni: «Sequestrata e picchiata dalla polizia»

snapshot468La denuncia di una ragazzina torinese e la notte da incubo passata, giovedì scorso 8 giugno, al commissariato di polizia di V.Veglia/C.Tirreno, tra violenze e soprusi: 6 i giorni di prognosi certificati dal pronto soccorso ospedaliero per i lividi in tutto il… Continua »

Elastico bungee jumping lungo, donna si schianta dal ponte

snapshot282L’elastico troppo lungo ha fatto schiantare in un fiume poco profondo una ragazza lanciatasi la settimana scorsa col bungee jumping da un ponte alto 15 metri chiamato La Negra 2, situato sulla strada tra Santa Cruz e Cocabamba, nel comune boliviano di Samaipata, nel centro del paese sudamericano…. Continua »

Ladruncola lotta con addetto alla sicurezza che l’ha fermata

snapshot125Una ragazza ruba due oggetti da un supermercato RiteAid a Hillsboro, Oregon. L’addetto alla sicurezza se ne accorge, la raggiunge nel parcheggio e la riporta con la forza in negozio dove la trattiene in attesa della polizia. La ladruncola cerca in ogni modo di divincolarsi. La scena è stata ripresa… Continua »

Padova, ragazza salvata da un agente di polizia

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Una ragazza di 22 anni è stata salvata questa mattina da alcuni agenti dopo essersi gettata da un ponte di Padova in seguito a una delusione amorosa… Continua »

ROMA – “Seguimi e fammi vedere i documenti”: si finge poliziotto e abusa di una 16enne vicino al Tribunale

L’ingresso del tribunale penale a Piazzale Clodio, a Roma

L’ingresso del tribunale penale a Piazzale Clodio, a Roma

Si è presentato come poliziotto, e con questo escamotage, ha convinto una ragazza di 16 anni, che stava aspettando l’autobus, a seguirlo per l’identificazione. Poi ha abusato sessualmente di lei. È l’incubo che ha vissuto due sere fa Chiara (nome di fantasia), poco lontano da Piazzale Clodio, dove ha sede il tribunale di Roma. La zona è piena di telecamere e la sensazione che si ha è che l’uomo abbia le ore contate.
Sono passate poche settimane dalla violenza subita dalla tassista, che Roma ospita un’altra brutta storia. Questa volta la vittima è una minorenne venuta a trovare un’amica che la ospitava.

DUE SERE FA, con altre due coetanee, stava tornando a casa dopo aver visto i fuochi d’artificio a Castel Sant’Angelo. Mentre aspettavano il bus si è avvicinato un uomo, che mostrando un tesserino le ha chiesto di seguirlo. In realtà l’ha portata in un parchetto a via Teulada, dove si trovano gli studi della Rai, e qui l’avrebbe violentata. Intanto le amiche, che l’aspettavano da oltre mezz’ora, hanno chiamato i genitori. Che, arrivati a Piazzale Clodio, avrebbero anche incrociato l’uomo mentre, sprezzante, riaccompagnava la 16enne sconvolta nel punto in cui l’aveva separata dalle coetanee. Quando hanno capito la situazione, lo hanno inseguito, ma inutilmente. È intervenuto il 118: la ragazza tra le lacrime ha raccontato la terribile esperienza. È stata portata in ospedale e sottoposta agli accertamenti medici: apparentemente non sono stati riscontrati i segni di abusi, ma devono essere fatti controlli più approfonditi.

SUL CASO indaga la Squadra Mobile, che sta già vagliando le immagini riprese dalla telecamere di piazzale Clodio. Le ragazze hanno anche fornito l’identikit dell’uomo: è italiano, forse giovane e dalla corporatura muscolosa. Da chiarire anche il perché fosse in possesso di un tesserino della polizia.

AGGIORNAMENTO.

Fermato il presunto stupratore della 16enne. È un militare di 31 anni

La violenza nel cuore di Roma, in piazzale Clodio. L’uomo si è finto un poliziotto

È un militare di 31 anni il presunto responsabile dello stupro della ragazza di 16 anni, aggredita lo scorso 29 giugno poco prima della mezzanotte a Roma in zona Prati. La polizia ha fermato G.F, originario della provincia di Cosenza, e «appartenente al ministero della Difesa, in forza presso l’Arsenale della Marina».

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L’aggressore si sarebbe presentato come un poliziotto nei pressi di piazzale Clodio. Secondo una prima ricostruzione della polizia, sembrerebbe che la ragazza, 16 anni, sia stata fermata dall’uomo mentre stava tornando a casa insieme a due amiche, dopo aver assistito a uno spettacolo pirotecnico a Castel Sant’Angelo. L’assalitore avrebbe chiesto loro i documenti, prima di chiedere alla giovane di seguirlo con la scusa di doverla identificare. Raggiunto il parcheggio di via Casale Strozzi, l’avrebbe poi trascinata con la forza in un parco lì vicino, abusando di lei.

Non vedendola ritornare, una delle amiche, raccontano gli inquirenti, ha telefonato alla madre della ragazza, che avrebbe avuto modo di scorgere l’uomo che stava riaccompagnando la figlia in via Baffico. Vedendo un adulto insieme alle due minorenni, l’aggressore si è subito dato alla fuga. La 16enne violentata, residente fuori Roma e ospite di una delle due amiche, è stata immediatamente trasportata in ospedale, dove i medici non hanno però riscontrato segni di violenza apparente. La polizia ha avviato le indagini, volte a riscontrare il racconto della ragazza ed individuare il responsabile.

L’uomo è stato fermato in casa del fratello, denunciato per favoreggiamento, dove sono stati trovati un paio di pantaloncini appena lavati che corrispondevano alla descrizione dell’abbigliamento data dalla vittima. Al responsabile dello stupro gli uomini della squadra Mobile sono arrivati dopo indagini che hanno ricostruito il percorso dell’uomo, che aveva lasciato la sua bicicletta legata a un palo dopo aver avvicinato la ragazza e le sue amiche. Un appostamento ha permesso di individuare il fratello del presunto stupratore, che poco dopo l’una di notte era andato a recuperare la bici.

Natascia e il suo viaggio in carcere

In una lettera pubblicata da Huffington Post Italia, il racconto di una ragazza arrestata il 14 novembre a Roma

Sono una degli arrestati del 14 novembre. Sono tra quelli che quel giorno sono scesi in piazza insieme a tutta l’Europa per dire che non ci stanno al ricatto dei mercati e della finanza. Sono tra quelli cui è stato impedito nella maniera più brutale di manifestare il proprio dissenso sotto i palazzi del potere. Sono tra quelli che sono stati picchiati, umiliati e trattati come bestie su quella maledetta camionetta.
Sul 14 novembre è già stato detto e scritto tanto quindi […] mi soffermerò più che altro sulla piccola vacanza in carcere gentilmente concessami dallo Stato italiano. Dopo i primi convenevoli della celere sul Lungotevere (calci sui reni, sulla faccia, e le immancabili manganellate sulla testa le quali, anche se vietate dalla legge perché banalmente potrebbero ucciderti, le forze dell’ordine proprio non riescono a fartele mancare), siamo stati trasportati sulla camionetta.

Lì, ovviamente, i poliziotti hanno fatto gli onori di casa: e giù a calci nelle palle, insulti, minacce di morte e vessazioni di ogni tipo. Persone con la testa aperta, mani rotte e il sangue che scivolava copioso sono state costrette a sedersi per terra, senza potersi reggere, sbattendo così il proprio corpo già martoriato sui lati del camioncino. Siccome però le forze dell’ordine non sono bestie ma esseri umani, sei ore dopo averci portato in questura hanno chiamato un’ambulanza. “Alla buon’ora”, avremmo voluto dire.

Dopo dieci ore e manco un cracker nello stomaco, arriva il verdetto: carcere. Paura, panico, ansia e terrore iniziano a trasudare dal corpo per quell’unico pensiero: “E mo chi da’ da mangiare al gatto?”. Il poliziotto, che notavo avere un certo piacere nel comunicarmi la notizia, pregustandosi già una scenata isterica secondo lui tipicamente femminile, ha avuto un immediato calo della mascella nell’assistere alla telefonata tra me e mia madre in cui la istruivo sulle quantità di cibo da dare al felino.

Arrivata in carcere, sono privata di ogni cosa che potrebbe aiutarmi al suicidio: elastico dei pantaloni, lacci delle scarpe (“scusi, così mi stanno larghe, casco ogni tre passi” – “questioni di sicurezza” – “ma ho le lenzuola in cella, posso impiccarmi anche con quelle” – “eeeeehhhhhh”), reggiseno (“scusi come ci si ammazza col reggiseno?” “eeeeeeeeeeeeeeeeehhhhhhhh”), piercing (“io questi non li levo, non l’ho mai fatto, non so’ capace” -“fa come te pare” – “allora tengo anche quest’altri” – “no, se ci riesci, li devi levare” – “ma perché?” – “eeeeeeehhhhhh”), accendino (“si può avere solo quello con la rotella, no con lo scatto” – “perché, che cambia?” – “che quello lo compri qui” – “ah ecco”).

Rimango in magliettina, in un clima paragonabile solo a quello dell’Alaska, e chiedo una felpa: “Adesso non si può”. Sfidando le intemperie quindi, mi avventuro nel reparto dell’isolamento cui sono stata destinata e lì scopro l’amara verità: ho la finestra della cella mezza aperta. Mai ‘na gioia davero. Nessuno mi dice come chiuderla e, avendo io la praticità e la razionalità di un bradipo monco, mi costringo a dormire.

Le celle vengono aperte alle otto del mattino e richiuse la sera alle venti. “Rebibbia è un carcere aperto”, dicono. Infatti, si poteva liberamente camminare avanti e indietro in un corridoio lungo dieci metri dove il massimo del divertimento era guardare la simpatica porta blindata che si apriva e chiudeva ogni tanto. Arriva la detenuta che porta le colazioni. Le chiedo quanto la pagano, lei schifata dice: “Ottanta euro al mese, per lavorare tutti i giorni dodici ore. Domani però vogliamo scioperare, non è possibile che qui ci sfruttino in questo modo e fuori non si sa nulla”. Si potrebbe obiettare che in carcere c’è vitto e alloggio pagato dallo Stato, ma non è proprio così: qualunque cosa, anche quella più stupida che parenti e amici potrebbero mandarti da fuori, deve essere comprata all’interno della struttura. Con un sovrapprezzo chiaramente. Quindi, o hai alle spalle una famiglia che mensilmente versa dei soldi sulla tua “Jail – Card”, oppure te la prendi allegramente in saccoccia e ti adatti a una vita che, oltre a essere già dura di per sé, diventa ancora più degradante.

Decido di farmi una doccia. Acqua calda neanche a parlarne. Ai piani superiori riescono a scaldarla nei pentoloni, ma all’isolamento non l’abbiamo, quindi dobbiamo adattarci. Poco male, alle brutte mi prenderà una polmonite. Cerco il phon per i capelli. Aria fredda. Polmonite assicurata. Chiedo un cambio alle guardie carcerarie perché, essendo vestita da due giorni allo stesso modo e avendo anche dormito con quella roba, oltre alla mia vita anche le mie condizioni igieniche iniziano a diventare abbastanza precarie. Mi spiegano che il loro guardaroba è molto disorganizzato e quindi non possono darmi nulla. Chiedo allora di poter chiamare mia madre, così da farmi avere dei cambi. Non ne ho diritto. Chiedo a loro di chiamarla. Non possono. “Quindi rimango così?”, chiedo iniziandomi ad alterare. “Signorina guardi che non è mica in villeggiatura”. Gli spiego che i detenuti non sono delle bestie e che hanno dei diritti, vengo immediatamente bollata come “scocciatrice” e rispedita nella mia sezione. Dopo aver smosso almeno tre piani e stalkerato diversi secondini, riesco a rimediare una felpa e due mutande.

All’isolamento siamo in cinque. A un certo punto sentiamo sbattere da dentro una cella e andiamo a vedere: c’è una ragazza messa in punizione. Non può uscire da lì per dieci giorni. Chiusa 24 ore su 24. Inorridiamo a questa scoperta. Già noi ci sentiamo come animali in gabbia, chiuse in un corridoio, figuriamoci se si è costretti per dieci giorni, senza uscire, in una cella di due metri per uno. La guardia ci intima di allontanarci, non possiamo parlarle, altrimenti ci viene fatto rapporto e ci vengono dati quarantacinque giorni di carcere in più. Chiaramente, appena si gira, andiamo dalla ragazza, le portiamo l’acqua, il caffè, le allunghiamo una sigaretta. Se c’è una cosa che t’insegna il carcere, è questa: lì dentro non ci si lascia sole. Non importa quello che hai fatto al di fuori: lì, ci si aiuta l’un l’altra nei momenti di sconforto, di paura e di solitudine. La galera ti taglia fuori dal mondo, i contatti con l’esterno per molti sono nulli e rischi d’impazzire. Non c’è ordine dall’alto che tenga quando c’è in gioco il pericolo di una solitudine più grande di quella che già si ha. Fanculo l’isolamento, fanculo gli ordini, fanculo le regole che ti vogliono annullare. Nessuno deve rimanere solo.

Mi arriva la spesa che ho fatto. Ho una bottiglia d’acqua naturale, la bevo e sento che è allungata con quella frizzante. E l’ho pure pagata. Impreco e vado dalla guardia a reclamare l’ora d’aria. Mi dice che non è possibile, non c’è l’assistente che può controllarci all’esterno e che quindi non usciremo. Inizio a scalpitare sempre di più e la mancanza di contatto con l’esterno inizia a devastarmi. Chiedo se i miei genitori hanno cercato di vedermi, se sono venuti i miei amici e i miei compagni. Non possono dirmi nulla. Inizio a incazzarmi veramente. Arrivano le venti e mi chiudono in cella. Le altre detenute accendono il televisore e sento il rumore delle camionette. Si parla della manifestazione del giorno prima. Mi tappo le orecchie per non sentirle, ma la rabbia monta lo stesso per quello che è stato fatto al corteo, a me e ai miei compagni e decido di mettermi a dormire. Tanto non ho nulla da fare.

Mi addormento, stavolta un po’ in preda al magone. E a un certo punto eccoli: i miei compagni, i miei amici, i miei genitori e i miei fratelli sono lì fuori a urlare che non sono sola, a lanciare fuochi d’artificio e a cantare che “Si parte e si torna insieme”. Lì ho iniziato a ridere, la prima risata della giornata. Sento le altre detenute che urlano felici, che sbattono con le pentole sulle sbarre. Io non posso, quelle dell’isolamento sono più grosse e non riesco ad arrivarci, neanche salendo sullo sgabello. Arriva una guardia, ha capito che sono la fuori per me. Un po’ infastidita mi dice che deve controllarmi e se va tutto bene. Non potrebbe andare meglio, le rispondo. Mi addormento con le voci dei miei fratelli che, dopo essere stati al freddo per un’ora, se ne vanno. Stavolta non mi addormento col magone, ma felice e piena di una forza che avevo paura di aver perso.

Il giorno dopo va molto meglio. Sono arrivate delle nuove ragazze e una di queste è terrorizzata e piange di continuo. Stavolta è il mio turno di aiutare le altre e la consapevolezza di avere questo compito mi da’ forza e tranquillità. Io non sono sola ma tante altre la dentro sì: è compito di chi ha questa fortuna far sentire parte di una comunità gli altri che invece lo Stato vuole esclusi. La giornata va avanti tra risate e un po’ di lacrime quindi, ma quasi ci dimentichiamo di quelle sbarre che ci opprimono.

Dopo un po’ succede quello che più mi aspettavo e temevo: mi vengono le mestruazioni. Cari maschietti che leggete, non sentitevi in difficoltà e non distogliete lo sguardo che questa è una cosa tanto naturale quanto rognosa. Specie se ti trovi in carcere. Premetto che mia sorella aveva tentato di mandarmi degli assorbenti, ma niente: le guardie all’ingresso non glieli hanno fatti passare. “Li devi comprare, arrivano mercoledì”. Certo, e nel frattempo che si fa? Cara dignità, quanto vogliono distruggerti. Quindi eccomi lì, in palese difficoltà, ad andare a elemosinare tampax dalle assistenti del piano.

Dopo un’ora, sette richieste, e tanto disagio, sento una poliziotta che urla il mio nome. Convinta che mi stesse finalmente dando ciò che richiedevo da tempo, mi sento dire: “O esci mo a fatte l’ora d’aria o te tappo dentro”. Inutile dire che lo charme e la buona educazione impartitami da mia madre sono andati a farsi benedire in tre secondi, permettendo al lato di chi ha fatto le scuole al Tufello di uscire indisturbato. Anche lì, a cavarmi d’impaccio dalla situazione, è arrivata una detenuta che, in tre secondi, da cosa facile qual era, mi ha allungato il tanto agognato assorbente salvando così quel poco di presentabilità che mi era rimasta. Tra l’altro, l’ora d’aria era peggio del corridoio: si è svolta in un quadrato di cemento minuscolo, con delle mura altissime, separato dalle altre detenute. Quel minuscolo pezzo di cielo che s’intravedeva è stato peggio della porta blindata della sezione che si apriva e chiudeva a intermittenza.

Finalmente la sera la buona notizia: esco. Scatto dal letto, correndo su quelle scarpe senza lacci. “Li rimetti ora?”. No, voglio uscire subito. Dalla cella più isolata sento una preghiera “Non ti scordare di me per favore”. Non lo farò. La ragazza in lacrime arrivata la mattina mi saluta. Chissà se ce la farà. Respiro. Gli abbracci, i baci, la felicità, i festeggiamenti poi, li abbiamo vissuti insieme. Questo invece è quello che vi posso raccontare nei tre giorni che ho passato solo fisicamente lontana da voi. Di come hanno provato a privarci della libertà, ma non ci sono riusciti. Di come non ci si sente soli quando si ha qualcuno fuori che urla e combatte con te. Della solitudine che può essere sconfitta quando si ha la consapevolezza di avere dei compagni al tuo fianco. Di come i detenuti ti accolgano e ti accudiscano con un amore enorme. Quando si ha tutto questo, niente può buttarti giù. “Si parte e si torna insieme”, questo mi sono ripetuta nei momenti di sconforto. Non ho mai smesso di dubitarne. Hanno provato a piegarci, a spezzarci, a romperci, a metterci paura. Noi invece torniamo più forti di prima. Non ci hanno nemmeno scalfito.

Lettera firmata di una 16enne sulla pagina fb. di Fiorella Mannoia (da brividi)

Sai fiore ,ho 16 anni e mi rendo conto della situazione in cui viviamo :governati da persone che non guardano più al nostro bene ,non guardano più alla bella Italia e soprattutto stanno incendiando tutte le possibilità di avere un futuro a noi giovani ! Dove ci giriamo è schifo e la cosa più penalizzata è la scuola !certo,gli ignoranti sono più gestibili e manipolabili ! Ma no ! La vita di questo paese siamo noi ,siamo noi che vogliamo il cambiamento e io ti parlo da ragazza che ha tremendamente paura di quello che ci faranno ma che allo stesso tempo è pronta a lottare e a dire no ! In questo momento mi sento impotente e sfiduciata ,ma poi so che esistono persone come te ,che ogni giorno mi danno la forza di pensare che grazie a noi il domani potrà essere migliore ! Grazie Fiorè ♥ (lettera firmata)

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