Archivi tag: porta a porta

“Ma cos’è la destra cos’è la sinistra…”

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IL PD HA SBRANATO LA RAI (Franco Bechis)

renzi-raiOccupa oltre il 60% della programmazione politica

In un anno l’occupazione dei programmi politici sale dal 16 al 42 per cento. La Lega si ferma al 3,6 e i 5stelle al 3

La cifra è fra le più alte che sia mai stata registrata in Rai da quando si censisce… Continua »

Tutto suo padre (Marco Travaglio)

downloadAlla convention di Forza Pd, aperta ieri al Lingotto, il leader del centrosinistradestra Matteo Renzusconi esibirà oggi come un trofeo Tommaso Nugnes, figlio di Giorgio, l’assessore comunale Pd alla Protezione civile e al Territorio della giunta napoletana Iervolino che nel novembre 2008 si tolse la vita mentre era sotto inchiesta… Continua »

Vespa, Delrio e i terremoti che creano lavoro

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di Dario De Falco*

Non volevo crederci quando ieri sera mi hanno invitato a guardare questo video.
Ma purtroppo ho dovuto constatare con i miei occhi che, l’altra sera a PortaaPorta, il terremoto sia diventato il volano dell’economia…Continua >>

Porta a Porta, la 5Stelle Lezzi a Orfeo: “Dirige il Pd1”. Vespa fuorionda: “La prendo a schiaffi?”

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Puntata sul Brexit. La senatrice M5S replica a muso duro al direttore del Tg1 che la interrompe mentre lei elogia la coerenza di Cameron che aveva mantenuto la parola di concedere il referendum

Siparietto a Porta a Porta ieri sera, nella puntata sul Brexit. Gli animi si scaldano quando il… Continua »

Renzi: “Niente nuove tasse”. Ma non è vero

imagesStrategia che funziona non si cambia. Quella del governo di Matteo Renzi – e di tutti i suoi predecessori – sul pareggio di bilancio è grosso modo questa: oggi no, domani neanche, dopodomani sicuro. L’impegno – messo nero su bianco nel Documento di economia e finanza – è che nel 2017 la differenza tra entrate e uscite nei conti dello Stato sarà zero, o meglio “zero strutturale”, cioè al netto degli effetti del ciclo economico.

IL RISULTATO è garantito da un camouflage in stile Expo: non vengono abbelliti i cantieri, ma le stime di crescita e indebitamento alla luce del rituale ottimismo di primavera (sempre rivisto al ribasso in autunno). Questi i numeri: la crescita è data a 0,7% quest’anno e +1,4% nel 2016 (superiore a quanto stimato da Ocse, Istat, Ue e Fmi, ma questo è un problema che si porrà dopo); il deficit/Pil è stimato al 2,6% nel 2015 e all’1,8 l’anno prossimo, per poi azzerarsi nel 2018. Vasto programma, ma ora conta far quadrare i conti. Tanto se le cose vanno male si può sempre rinviare il tutto di un anno, come il governo ha già fatto ad aprile scorso – spostando l’asticella dal 2015 al 2016 – e a dicembre, quando ha optato per un ulteriore slittamento al 2017. Prima di lui, così hanno fatto tutti.

La storia di come l’Italia si è legata le mani da sola, incatenandosi all’austerità – salvo rimandare sempre la resa dei conti – andrebbe studiata. Breve riassunto. Il pareggio o equilibrio di bilancio è stato introdotto in Costituzione il 20 aprile 2012, con Mario Monti regnante da cinque mesi. Non era una novità. Il terreno era stato infatti preparato mesi prima da Silvio Berlusconi. Il meccanismo nasce dal patto “Europlus” del marzo 2011, da cui deriva il trattato del Fiscal Compact, e compariva anche nella famosa lettera inviata dalla Bce al governo italiano nell’agosto del 2011, in cui si chiedeva tra l’altro al governo di anticipare al 2013 il pareggio di bilancio previsto – allora – nel 2014. Da mesi l’Italia si era detta disponibile a farlo nonostante il malumore di molti dei tecnici del Tesoro (già l’obiettivo del 2014 sembrava difficile da raggiungere, figurarsi un pareggio strutturale nel 2013). Quella fu però l’indicazione che arrivò ai negoziatori italiani alle riunioni dell’Euro Working Group, la riunione dei tecnici dei ministeri delle Finanze dell’area euro, della Commissione europea e della Bce. Detto fatto? Sì e no. La norma venne infatti inserita nella missiva e tradotta in legge dalla manovra correttiva che ne conseguì, salvo poi essere ignorata da tutti. Mario Monti, per dire, ribadì solo la promessa, lasciando a Enrico Letta l’incombenza di dover semplicemente prendere atto che era irrealizzabile, spostando tutto al 2015. Per un anno semplicemente non se n’è più parlato. Poi è arrivato il governo di Matteo Renzi, che per motivare il nuovo slittamento ha avviato una diatriba sui metodi di calcolo del concetto di “strutturale”, cioè – come detto – al netto della recessione. Questa viene infatti stimata calcolando la differenza tra crescita potenziale e crescita effettiva (il cosiddetto output gap).Nel caso dell’Italia se lo scarto è dovuto per intero alla crisi economica, il pareggio strutturale è di fatto realizzato, altrimentisi deve attuare una correzione strutturale dello 0,5% annuo, che in soldi fa parecchi miliardi. Impossibile visto il ritorno in recessione dell’economia italiana nel 2014.

IL 16 APRILE scorso il ministro dell’Economia Piercarlo Padoan annunciava così in una lettera inviata al vice presidente della Commissione Ue, Jyrki Katainen, che il governo avrebbe rallentato il passo del risanamento di bilancio: il pareggio sarebbe infatti slittato di un anno, che posi sono diventati due a dicembre scorso quando il tonfo dell’Economia è stato messo nero su bianco dall’Istat. Ora il governo ha deciso di non andare oltre il 2017, grazie a stime di crescita del Pil e calo del Deficit all’insegna dell’ottimismo. I conti si faranno in autunno.

Carlo Di Foggia | Il Fatto Quotidiano 08/04/2015

Scilirenzi (Marco Travaglio 8-2-2105)

ballerenzianeRenzi ha molti difetti, ma non quello di ignorare il consenso popolare (che rimane per lui molto alto) e le ricadute di ciò che fa (poco) e dice (molto) sull’opinione pubblica. Per questo, oltreché indecente, è anche stupefacente la disinvoltura con cui sta imbarcando pezzi di altri partiti per rimpiazzare il pronto soccorso azzurro provvisoriamente inattivo. Esattamente come fece B. nel 2010, quando perse il sostegno di Fini e del suo partito Futuro e Libertà. Nella graduatoria dell’immoralità, è meno grave l’annessione al Pd dei senatori di Scelta civica (dei deputati può farne a meno), che sostenevano il suo governo fin dall’inizio ed erano stati eletti nel 2013 predicando le larghe intese; lo è un po’ di più il reclutamento di ex parlamentari eletti col Pdl su un programma di totale incompatibilità col centrosinistra dopo la coabitazione nel governo Monti; e lo è infinitamente di più l’acquisto di fuorusciti o espulsi dal M5S, che dai palchi di Grillo avevano promesso di spezzare le reni a “Pdl e Pdmenoelle”. Questa distinzione, però, siamo noi a farla. Renzi è sempre stato molto più tranchant: chiunque cambi partito deve dimettersi ipso facto da parlamentare per non tradire i suoi elettori. Lo disse la prima volta nel febbraio 2010, in un dibattito a Porta a Porta che spopola sul web, quando spiegò a Paola Binetti che aveva appena mollato il Pd per l’Udc insieme a Enzo Carra e a Dorina Bianchi: “La tua posizione, di Carra e altri è rispettabile, ma dovevate avere il coraggio di dimettervi dal Pd e dal Parlamento, perché non si sta in Parlamento coi voti presi dal Pd per andare contro il Pd. È ora di finirla con chi viene eletto con qualcuno e poi passa di là. Vale per quelli di là, per quelli della sinistra, per tutti. Se c’è l’astensionismo è anche perché se io prendo e decido di mollare con i miei, mollo con i miei – è legittimo farlo, perché non me l’ha ordinato il dottore – però ho il coraggio anche di avere rispetto per chi mi ha votato, perché chi mi ha votato non ha cambiato idea”. Un anno dopo, ribadì: “Io non esco dal Pd nemmeno se mi cacciano, non sono mica uno Scilipoti. Se uno smette di credere in un progetto politico, non deve certo essere costretto con la catena a stare in un partito. Ma, quando se ne va, deve fare il favore di lasciare anche il seggiolino” (22 febbraio 2011). Parole sante, che a risentirle spiegano perché il sindaco Renzi fu subito avvertito come un politico nuovo e diverso e potè iniziare la sua irresistibile ascesa verso il Nazareno e Palazzo Chigi. Parole che, se fosse un filo coerente, avrebbe dovuto ripetere alla fila di poltronisti in fuga dai Titanic di B. e di Monti che si accalcano alla sua porta: “Benvenuti nel Pd, ma prima dovete dimettervi dal Parlamento e lasciare il seggiolino: voi potete aver cambiato idea, ma i vostri elettori no”. Invece li ha fatti entrare tutti, salutati dalla Boschi come “valori aggiunti” e nobilitati dall’ex cossighiano Naccarato (Gal) come “stabilizzatori”, mentre il Corriere titola soavemente “Renzi amplia il Pd” manco fosse un’impresa edile dopo il piano-casa. Non è solo una questione di coerenza, ma di rappresentanza. I voltagabbana servono a Renzi per creare una maggioranza artificiale che è minoranza nel Paese e far passare l’Italicum e il nuovo Senato, che ci darebbero un Parlamento con almeno 500 nominati su 730. Senza il premio di maggioranza illegittimo di 148 parlamentari che il Porcellum ha regalato al centrosinistra prima di essere raso al suolo dalla Consulta, infatti, il governo Renzi non sarebbe mai nato per mancanza di numeri.
Ora il premier mai eletto si fabbrica – con metodi banditeschi a suo tempo denunciati pure da lui – una maggioranza incostituzionale per aggirare una sentenza della Corte costituzionale. Si spera vivamente in un sussulto di Sergio Mattarella e della sua schiena dritta.

PORTA A PORTA: UNA DELLE TANTE PUTTANATE DI RENZIE

Renzémolo – Marco Travaglio – F.Q. 29.4.2014

Senzanome
Dunque sabato sera i telespettatori di Amici saranno privati dell’imprescindibile presenza di Matteo Renzi accanto a Maria, a causa di una legge odiosamente illiberale: la par condicio che proibisce le ospitate di politici nei programmi non giornalistici in campagna elettorale. Si teme così che il premier, già costretto a declinare l’autoconvocazione come goleador alla Partita del Cuore, non tenterà neppure di sfoggiare le sue doti di cantante al concertone del 1° Maggio o a The Voice, cucinare prelibatezze della cucina toscana a Masterchef, saggiare la sua enciclopedica sapienza(leggendaria fin dai tempi della Ruota della Fortuna) in un quiz pre o post tg, declamare con la sua voce baritonale il segnale orario, le previsioni del tempo e l’oroscopo. Gli italiani dovranno dunque attendere fine maggio per sapere che faccia ha il presidente del Consiglio, ingiustamente oscurato da tutte le tv, eccezion fatta per i programmi del mattino, del pomeriggio, della sera e della notte. A meno che non accolga l’invito di Barbara D’Urso a Domenica Live che – lo si è scoperto dopo il monologo del Cainano – è nientemeno che un “programma giornalistico”. Se non ci fosse da scompisciarsi di fronte a un capo del governo così pieno di sé da voler occupare ogni teleinterstizio diurno e notturno, verrebbe da domandargli perché se ne infischi così ostentatamente di una legge nata per riportare un minimo di decenza nella patria del conflitto d’interessi, al punto di farsi dare una lezione di par condicio addirittura da Mediaset. La risposta, purtroppo, è nota: vent’anni di berlusconismo hanno coperto e giustificato i conflitti d’interessi del centrosinistra, trincerato dietro l’alibi del “lui ce l’ha più grosso di noi”. Chi parla più della mostruosità di un leader politico proprietario di tre reti televisive che da vent’anni si fa intervistare (si fa per dire) dai suoi impiegati? Anziché sciogliere quel nodo, il centrosinistra si è preso la rivincita controllando pezzi di Rai e di giornali, che usano i medesimi riguardi riservati a B. dai suoi impiegati, senza disdegnare qualche ospitata a Mediaset per dimostrarne lo squisito pluralismo. D’Alema che cucina il risotto a Porta a Porta o duetta con Gianni Morandi su Rai1. Fassino che piagnucola davanti alla tata Elsa a C’è posta per te . Amato che finge di giocare a tennis con Panatta chez Vespa. Politici di ogni colore che fanno i pagliacci al Bagaglino con le torte in faccia. Quando Renzi dice che il patto con B. riguarda “solo” le riforme (hai detto niente), gli sfugge che la scelta di un simile partner costituente gl’impedisce di polemizzare con le mostruosità che escono dalla sua bocca (per dire qualcosa sulla dichiarazione di guerra alla Germania, ha dovuto equipararla alla “frase inaccettabile di Grillo sulla Shoah”, che però non esiste: Grillo non ha detto nulla sulla Shoah; ha parafrasato molto inopportunamente un brano di Primo Levi, con un assurdo fotomontaggio sulla P2 e Auschwitz). E di fare qualcosa contro il conflitto d’interessi, che infatti resta tabù. Più i giorni passano, più il leader “nuovo” somiglia a quelli che doveva rottamare: chiacchiere tante, fatti pochi e transumanze da una tv all’altra per “fare il simpatico”. La differenza è il giubbotto fico al posto della grisaglia. Appena entrato a Palazzo Chigi, oltre ai virus della chiacchierite e dell’annuncite, Renzi ha contratto pure la prezzemolite. Aiutato dalla peggior classe giornalistica del mondo, s’è convinto che gl’italiani muoiano dalla voglia di sapere se preferisce la carne o il pesce, le bionde o le more, gli slip o i boxer. Ieri è apparso in tv con un pallone e poi con una banana in mano. Intanto la Boschi ci ragguagliava su Vanity Fair su altre questioni decisive: se vuole dei figli, e se sì quanti, se ha già trovato l’uomo giusto o se possiamo fare qualcosa per aiutarla nelle ricerche. Un giorno o l’altro magari verrà fuori un politico serio, che si fa eleggere e va al governo per governare e parla solo quando ha qualcosa da dire: non per promettere ciò che farà, ma per comunicare ciò che ha fatto. E non lo noterà nessuno.

Silvio a reti unificate: si sente puzza di P2

di Loris Mazzetti

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La manifestazione di via del Plebiscito non è stata eversiva ma folcloristica: un raduno di nostalgici come avviene ogni anno a Predappio. Se il pregiudicato Berlusconi fosse convinto di avere tutto il “popolo” del centrodestra dalla sua non aspetterebbe un minuto per tornare al voto. Erano circa tremila persone come quelle che Marco Travaglio e Roberto Saviano portano alle loro performance con la differenza che da loro si paga un biglietto e se il pubblico vuole un panino, una banana o una bottiglia d’acqua, paga anche quelle, mentre a Roma, oltre al viaggio, tutto era gratis come hanno raccontato alcuni anziani al Tg3. Il Che di Arcore è un attore nato con straordinarie battute da avanspettacolo: “Non ho mai telefonato neanche al centralino di Mediaset per non essere accusato di conflitto d’interessi”. La differenza tra via del Plebiscito e Predappio sta nella ripresa televisiva ben orchestrata, la regia ha usato sapiente grandangoli, mai inquadrato la fine della strada e sempre le bandiere di Forza Italia di quinta. La messa in scena ha raggiunto il culmine quando il pregiudicato si è avvicinato ai fan e la telecamera che lo seguiva ha indugiato sui particolari delle mani che si stringevano. A Roma l’unico eversore era lui e le sue parole contro la magistratura sono da denuncia penale. Il Capo dello Stato, che è anche il presidente del Csm, cosa aspetta ad intervenire?

PURTROPPO il berlusconismo ha annacquato le menti, come è accaduto la sera della conferma della condanna per frode fiscale, gli speciali tv si sono sprecati: da Porta a porta a Mentana passando da Rete 4. Il Che di Arcore, ha compiuto l’ennesimo atto eversivo, passato sotto il silenzio generale: ha consegnato a tutte le tv un video di ben 9 minuti che i fedelissimi, primo fra tutti Bruno Vespa, hanno trasmesso per intero. Il pregiudicato ha potuto entrare nelle case dei cittadini per dichiararsi innocente e definendo la Giustizia “vile”. Tutti i commentatori hanno analizzato la sua immagine: grasso, gonfio, stanco, distrutto, molto provato. E la messa in onda del video tutto normale? Nel 1994 quando il pregiudicato cominciò a mandava le cassette in Rai c’erano giornalisti come Roberto Costa, responsabile del telegiornale della Lombardia, che, quando Rossella, direttore del Tg1, gli telefonò chiedendogli di mandare ad Arcore qualcuno a ritirarla rispose: “Posso mandare una troupe con un giornalista per l’intervista, non siamo un’agenzia di pony express”. In questi giorni in Italia si è sentita una grande puzza di P2.

Porta a Porta_intervista a Vito Crimi (M5S) 15-4-2013

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