Archivi tag: napolitano

Trattativa, Di Matteo accusa Napolitano: “Il suo comportamento ha fatto diventare il processo un bersaglio”

snapshot258-220x150“Non c’è una volontà, al di là di quello che si dice agli anniversari, di completare un percorso di verità. La Procura di Palermo, con il processo sulla trattativa, ha portato alla sbarra contemporaneamente mafiosi riconosciuti come Riina, Bagarella e Brusca, esponenti politici, delle istituzioni e della polizia. Quel processo… Continua »

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Boldrini e il regalo di Napolitano: tutto a nostre spese

http-2f2fmedia-gossipblog-it2f52f5ed2fimage-220x150Il presidente della Camera Laura Boldrini non smette di far discutere. Dopo aver scatenato un putiferio per aver paragonato gli italiani trattati come bestie e morti nella miniera di Marcinelle ai “poveri” migranti che giungono sulle nostre coste un altro suo gesto ha suscitato parecchie perplessità. La Boldrini infatti ha… Continua »

Vacanze reali per Giorgio Napolitano: ecco quanto costano

627346570-220x150Le spese ‘pazze’ del Presidente emerito della Repubblica Giorgio Napolitano tornano al centro del dibattito politico, causa la sua vacanza estiva a Sesto Pusteria, nelle Dolomiti. Le “vacanze extra lusso”, per il quinto anno nella nota località trentina, vengono denunciate dalle colonne del quotidiano ‘Il Tempo’. Giorgio Napolitano si trova… Continua »

L’intervista ad Alessandro Di Battista (M5S) sull’accordo sulla legge elettorale e le prossime elezioni

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Ma mi faccia il piacere (Marco Travaglio)

totòSalvicchiani/1. “Lo stupro più odioso se lo fa un profugo” (Debora Serracchiani, Pd, presidente Friuli, 12.5). “Debora ha detto una pura verità: il tradimento dell’ospite ci ferisce di più” (Mario Ajello, Il Messaggero, 13.5). A me mi ha stuprata un italiano. Che culo, a me un profugo….Continua >>

Il copione della vergogna (Marco Travaglio)

fotomontaggi-maria-elena-boschi-e-banca-etruria-9-745243Due fatti, freschi di giornata. 1) Nel suo libro Poteri forti (o quasi) (Rizzoli), l’ex direttore del Corrieree del Sole 24 Ore Ferruccio de Bortoli rivela che nel 2015 una ministra chiese all’amministratore delegato di una grande banca quotata in Borsa, Unicredit, di acquistare la banchetta decotta di Arezzo, la… Continua »

25 anni mal portati (Marco Travaglio)

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Oggi Mani Pulite compie 25 anni e dicono che non è cambiato nulla. Magari. 25 anni fa veniva arrestato Mario Chiesa, amico del figlio di Craxi. Oggi è indagato il padre di Renzi. 25 anni fa la corruzione ci costava 5 miliardi in euro l’anno, oggi 60 miliardi di euro…. Continua »

#CastaunSì (M.Travaglio)

ilfatto_2016-11-23Accadono cose davvero strane, di questi tempi. E non per le accozzaglie del Sì e del No, che in perfetta coerenza con lo schema referendario portano momentaneamente sulle stesse posizioni persone che insieme non berrebbero nemmeno un caffè. No, perché ora ci tocca dare ragione persino a Giorgio Napolitano, che… Continua »

QUESTO E’ IL QUADRO!

di-battista-755x515L’ometto delle banche invaderà le TV modello Berlusconi 2013. I suoi “galoppini” se ne andranno in giro per il mondo a parlare con gli italiani all’estero. La stragrande maggioranza dei giornali gli darà ogni tipo di supporto. A noi cercheranno a tutti costi di costringerci di parlare di questioni interne per non farci dire quel che pensiamo delle riforme costituzionali.

I “calta-girini” al soldo dei “calta-gironi” faranno gossip su gossip incensando, come al solito, il Presidente del consiglio delle banche d’affari. Istituti finanziari privati, multinazionali americane, tecnocrati della BCE, insomma il “mercato”, proveranno a spaventare gli italiani (modello brexit) dicendo che una vittoria del NO probabilmente scioglierà i ghiacci e Venezia sarà sommersa, anche perchè sul MOSE c’hanno mangiato in troppi.

Napolitano farà moniti su moniti a favore del sì e Mattarella risponderà con eloquenti silenzi. Le TV di Berlusconi (non so lui) hanno già iniziato a farci capire da che parte stanno. Confalonieri è più renziano di Renzi. I partiti che sono stati in grado negli ultimi anni di approvare leggi con vizi di incostituzionalità (legge Fornero, Fini-Giovanardi, Porcellum) ci diranno perché sono giuste queste riforme costituzionali. Un po’ come se un medico radiato ci dicesse come curarci.

Violante farà campagna per il sì, sempre che questo non intacchi troppo il vitalizio. La Boschi girerà per tutte le case d’Italia, tranne che per la sua dato che fuori ci sono i risparmiatori di Banca Etruria sempre più incazzati neri.

Verdini, tra un’udienza e l’altra, passerà ai comitati per il sì a dire che anche la massoneria toscana sta dalla loro parte. Alfano conterà i voti a favore delle riforme che il suo NCD sarà in grado di portare e si accorgerà che sono meno del numero degli indagati del suo partito. Svariati politici del PD e di NCD stanno cercando di capire come creare comitati da dietro le sbarre.

Insomma tutti quelli che ci hanno rovinato la vita con leggi vergogna ci proveranno a spiegare che non è stata colpa loro, né delle leggi vergogna ma della Costituzione brutta, sporca e cattiva. In tanti ci crederanno, in tanti no. Qua non si tratta più di votare e basta ma di impegnarsi perché da una parte c’è una portaerei (tra l’altro pagata da noi) dall’altra cittadini che hanno smesso di abbassare la testa. E’ in gioco la sovranità popolare già bombardata negli ultimi 30 anni ed è in gioco il culo di chi vuole, da qui in avanti, concludere il progetto di privatizzazione dello stato sociale. Scegliete da che parte stare, se state dalla parte del NO diamoci da fare che siamo Davide contro Golia! #IoDicoNo (Dibba)

 

Meglio barbari che Napolitani (G. Paragone)

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Re Giorgio tifa crisi
di GIANLUIGI PARAGONE
«Non c’è respiro, visione ampia; manca lo sguardo lungo e soprattutto scarseggia il senso di responsabilità». Intervistato dal direttore Mario Calabresi, Napolitano torna Re Giorgio. Con la sua retorica perfetta a nascondere il fallimento della sua lunga e inusuale stagione presidenziale. Napolitano parla… Continua »

Il PD spende DIECI milioni per la festa a Ovidio (Franco Bechis)

simone-coccia-stefania-pezzopane-4La senatrice pd convince l’ex capo dello Stato a firmare una legge che stanzia una fortuna per celebrare il poeta. Per Cavour abbiamo speso 228 mila euro

Stefania Pezzopane, senatrice Pd ed ex presidente della provincia de L’Aquila, ha sicuramente doti di fascino eccezionali, per quanto non evidentissime al primo… Continua »

Sapete cosa vi dico? Io ci vado eccome a votare domenica!

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Una cosa è certa qualunque cosa io abbia deciso comunque vado a votare. Per tre motivi. Primo, è un mio diritto. Secondo, è un mio dovere. Terzo, Renzi ha detto di non farlo…. Continua » Video

Parole, spot e trucchetti di un premier

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Alessandro Robecchi | il Fatto Quotidiano 28-9-2015

snapshot158In principio fu: “Arrivo, arrivo!”. Un tweet di burbanzosa, garrula, giovanile allegria lanciato dalle stanze del Quirinale, mentre stava ancora a colloquio con Giorgio Napolitano. Il paese fuori che aspetta, giornalisti e telecamere, lo sgarro a Enrico Letta appena consumato con abile manovra di Palazzo, e oplà: Matteo Renzi che fa il ragazzino. Visibilio. Da allora – era il 21 febbraio 2014 – l’immagine di Matteo ha fatto qualche giravolta, segnato qualche novità e tanti voti di fiducia senza che nessuno facesse un fiato, Napolitano, per dire, aveva sgridato Monti per molto meno. Mattarella non pervenuto. CONTINUA A LEGGERE

Il Consiglio dei sminestri – Marco Travaglio 12-7-2015

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Ogni tanto qualche lettore ci domanda perché guardiamo con tanta curiosità quello che scrivono, ma soprattutto non scrivono gli altri giornali. La risposta è in quello che sta accadendo, ma soprattutto non sta accadendo, sull’affaire Renzi-Adinolfi-Napolitano’s.
travaglio-marco-lapresse-258In un altro paese tutta la stampa stazionerebbe sotto Palazzo Chigi e non leverebbe l’assedio finché non avesse ottenuto le dovute spiegazioni dal premier sui suoi rapporti con B. e con i vertici della Guardia di Finanza, nonché sulle parole dei suoi fedelissimi sull’asserita ricattabilità dell’ex presidente Napolitano per i presunti altarini del figlio Giulio. Così Renzi, oltre a “sminestrare”, sarebbe costretto a chiarire le questioni cruciali ben riassunte qui accanto da Padellaro e Lillo. Invece siamo in Italia e anche questo affare di Stato, dopo qualche lancio di agenzia, articolo di giornale e servizio, verrà archiviato come l’ennesima fisima del solito Fatto Quotidiano. E morta lì. Il copione è lo stesso seguito per vent’anni dagli house organ berlusconiani a ogni scandalo del Caimano: il problema non è ciò che dicono gli intercettati, ma che siano stati intercettati; che i nastri siano finiti su un giornale; e che si parli di fatti privi di rilevanza penale. Solo che nell’Era B. a fare da controcanto c’erano i giornali e il tg di sinistra, che rivendicavano il diritto-dovere della stampa di pubblicare atti depositati anche di fascicoli archiviati e ricordavano che non tutto ciò che penalmente irrilevante è politicamente e moralmente lecito, con ampie citazioni illustri da Berlinguer a Borsellino. Ora invece a sinistra tutto tace, anzi acconsente. E il controcanto lo fa la stampa di destra, che è quella che è. Basti pensare che, per il Giornale, lo scandalo delle intercettazioni è che sono state pubblicate e che Napolitano ce l’aveva a morte con B., mentre sul Foglio il povero Bordin si scandalizza perché noi criticammo il capitano Ultimo per non aver perquisito il covo di Riina e ora riferiamo conversazioni captate da cimici piazzate da lui: il bambino indica la luna e, come sempre, il fesso guarda il dito. A sinistra, in compenso, c’è la presunta Unità, che al tema politico del giorno non dedica neppur una didascalia, avendo ben altre notizie, in esclusiva mondiale: “Via i camion-bar dai Fori imperiali”, a imperitura gloria del sindaco Marino, e soprattutto “Cresce l’industria, la ripresa c’è”, “185 mila nuovi contratti. Renzi: dato positivo”. Sono i 271 posti fissi di lavoro creati a maggio, roba forte.

889pag. 7 Matteo in persona risponde ai lettori. Qualcuno gli avrà chiesto di Adinolfi e Napolitano? Purtroppo no. Ti piace lo gnocco fritto? “Magari, non sono nemmeno ingrassato”. Sei pentito dell’appoggio a Marchionne? “Io no. Tu?”(la lettrice Rita che ha fatto la domanda si sta chiedendo quando mai le sia capitato di appoggiare Marchionne). Repubblica invece all’affaire dedica due pagine. Nessun cenno nei titoli ai Napolitanos: non esageriamo. La notizia è l’unica cosa nota pure ai bambini: Renzi giudicava Letta un incapace. E vabbè. Ma il meglio arriva nel “retroscena”, lo spazio un tempo riservato a notizie e voci rubate ai politici. Ora invece, quando Renzi non vuol parlare ufficialmente, chiama il retroscenista: un ventriloquo che impapocchia le sue frasi con formule tipo “confida Renzi ai suoi collaboratori…”. Dunque leggiamo: “A Palazzo Chigi dicono che ‘si sa che può andare così’” . Cosa? Boh. “Certe sorprese dalle inchieste ‘vanno messe nel conto’”. Quali sorprese, visto che a parlare erano Renzi e i suoi? Mistero. “Sono intercettazioni senza profilo penale di un’indagine in parte archiviata”: B. non avrebbe saputo dire meglio, prima o poi chiede le royalty. “Renzi non pensa a manovre a orologeria”. Ah ecco. “Business as usual, ripete”. Ma anche cave canem, cherchez la femme, Parigi è sempre Parigi. “Il fastidio però filtra. E c’è il timore che possano moltiplicarsi episodi di questo tipo”: dipende da cos’ha fatto e detto. “Renzi ha usato il suo schema classico: rilanciare, non arretrare di un passo”. Pancia in dentro, petto in fuori. Marciare non marcire. È l’aratro che traccia il solco, ma è Twitter che lo difende. “Basta leggere tra le righe del post su Facebook”. Ecco, tra le righe. “Rimane l’amarezza”. Mo’me lo segno. “Se non corriamo, è colpa loro”: di B., Monti e Letta. Sua, mai. “Legge e rilegge le intercettazioni” e “non ci trova niente di scandaloso”: niente, lui. “Alcuni vicini a lui sussurrano che ‘certe conversazioni non dovrebbero mai uscire’”. Si sa come sono i vicini: sussurrano. “Renzi però non si descrive indignato e non vuole fasciarsi la testa”. No che non se la fascia. “Non c’è niente da chiarire, è la sua linea”. E chi è mai il cronista per contestare la linea? Anche sul patto di governo con B. otto giorni prima del Nazareno, “nulla da nascondere”: “FI aveva già accettato il tavolo sulle riforme. Dov’è lo stupore, si chiedono nello staff”. Veramente si sapeva che B. aderiva alle riforme, non al governo Renzi. Ma fa niente: “Questa è la versione ufficiosa dei renziani.
Non servono note o comunicati stampa, questa è la decisione”. E chi siamo noi per fargli violenza? Ci sarebbe poi quel “tu” da pappa e ciccia col generale Adinolfi, che gli manda cravatte e gli dà dello stronzo. Ma “i sindaci ogni giorno devono chiedere ai finanzieri di intervenire sulla città per mille motivi”. E certo, c’è un marciapiede rotto o un dehors abusivo e il sindaco chi chiama? Il comandante interregionale della Finanza.
Tutto regolare. “Si ostenta grande tranquillità”. Dai, Matteo, non è niente. È tutto finito. Vai a letto tranquillo. Vuoi che ti canti la ninnananna?

“Sembriamo la carboneria” Le scalate di Stato nel 2014

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di GIAMPIERO CALAPÀ E VINCENZO IURILLO – il Fatto Quotidiano 11-7-2015

Dopo la P2 della prima Repubblica, la P3, la P4 e cricche varie dell ’era berlusconiana, ecco si scopre un’autoproclamata “carboneria”, di epoca renziana, che tra cene e incontri scambia informazioni sul destino dell’Italia, auspicando e annunciando scalate ai vertici dello Stato.

snapshot4È IL 5 FEBBRAIO 2014, alla Taverna Flavia, Roma, c’è il pranzo durante il quale il generale Michele Adinolfi accenna alla ricattabilità del capo dello Stato Giorgio Napolitano. Alla stessa tavola Dario Nardella, vicesindaco di Firenze e storico numero 2 di Renzi, anticipa alla “carboneria” riunita le trame che porteranno a #enricostaisereno, le ragioni del cambio Enrico Letta-Renzi al governo, auspicando: “Bisogna fare la legge elettorale e andare a elezioni anticipate. (. .. ) Oggi Letta che cosa può fare, anche un Letta bis, che consenso ha nel Paese per poter fare una riforma? Lui c’ha proprio questa cultura andreottiana del tirare… (…) io fossi stato Letta, il giorno che il segretario del mio partito prende due milioni di voti, il giorno dopo sarei andato da lui. (…) Oppure quando ha detto dieci anni di inconcludenza, io sarei andato da Renzi e gli avrei detto: se questo è il tuo giudizio sul mio governo lascio, che il partito decida, invece mi dà l’impressione che sta attaccato alla seggiola”. Alla stessa tavola c’è anche il superburocrate del ministero dell’Economia Vincenzo Fortunato, ha un’idea ben precisa: “Letta ha voluto distruggere il centro di potere, ma non ha creato nulla. Oggi Letta paga le conseguenze di aver smantellato ogni struttura”.

QUALCHE giorno prima squilla il telefono del generale Michele Adinolfi. È Luca Lotti, braccio destro, factotum di Matteo Renzi, oggi sottosegretario con delega ai servizi segreti. È il 16 gennaio 2014, il 22 febbraio il sindaco di Firenze diventerà presidente del Consiglio. Adinolfi ha un obiettivo: avanzare la sua candidatura a comandante generale della Guardia di finanza, non ci riuscirà, ma l’11 gennaio aveva già ricevuto le confidenze di Renzi sull’intento di sostituire Letta jr a Palazzo Chigi: “Lui non è capace, non è cattivo, non è proprio capace ma l’alternativa è governarlo da fuori”. Lotti, invece, quel 16 gennaio, propone ad Adinolfi un caffè nel pomeriggio a largo del Nazareno, divenuto ormai simbolo di patti più o meno nascosti. Più tardi è Adinolfi a chiamare e Lotti “risponde di essere in ritardo, consiglia però al generale di salire nel suo ufficio in quanto ci sono troppi giornalisti in zona”.

Gli episodi, raccontati in queste carte dell’indagine su Cpl Concordia e depositate dai pm della Procura di Napoli, sono la sintesi perfetta di un certo modo di gestire il potere e nasconderne alcuni aspetti. Infatti, quelli sono proprio i giorni decisivi per la scelta del nuovo comandante delle Fiamme gialle e per le sorti del vecchio governo Letta e del nuovo governo Renzi. La rete relazionale che Michele Adinolfi (indagato ma già con richiesta di archiviazione della procura) “è riuscito a creare nel corso del tempo –scrivono gli inquirenti – gli è funzionale a perseguire i propri interessi, complice sicuramente la fortuita coincidenza che ha fatto sì che si trovasse a Firenze nel momento storico dell’affermazione politica a livello nazionale dell’ex sindaco Matteo Renzi: riesce ad avere un canale preferenziale sia col premier, sia con Luca Lotti, sia con Marco Carrai”.

LA NOMINA di Adinolfi non arriverà, bloccata proprio dal governo Letta per la conferma al comando generale di Saverio Capolupo. E Adinolfi non gradisce, come si evince da uno scambio di sms con lo stesso Lotti. “Con nostra avversione”, scrive il renziano. “Ok ma non è passato comunque”. “Ti chiamo e ti spiego quello che è successo”. “Ha fatto Matteo ieri”. Altro che Nazareno per le riforme. Adinolfi soltanto nel dicembre 2013 per altro, parlava al telefono con Attilio Befera, in quel momento direttore dell’Agenzia delle entrate, per chiedergli se Gianni Letta avesse saputo della richiesta di archiviazione dei pm di Roma nella vicenda della P4. Befera gli risponde: “Non ti preoccupà, ti curo io…”. Pochi giorni dopo Gianni Letta chiama Adinolfi invitandolo nel suo ufficio Mediaset. “Allora mi vuoi ancora bene? !”, dice il generale. “Io sempre te ne voglio”, risponde l’ex eminenza grigia di Berlusconi. Da Forza Italia al Pd il passo è breve. Il 9 gennaio 2014 Nardella telefona ad Adinolfi: commentano l’operato del ministro dell’Economia Saccomanni. Il generale dice che “Matteuccio avrebbe voluto al posto di Saccomanni il vecchio, ma i due concordano che il cambio non avrebbe logica”. Il 17 gennaio 2014 Adinolfi è a cena con altre fiamme gialle, il futuro capo del governo Renzi è al centro dei discorsi. A tavola, alla Taverna Flavia, c’è il generale Vito Bardi, comandante in seconda della Finanza, ora in pensione, e il generale Giorgio Toschi, comandante della scuola di Polizia Tributaria. La microspia funziona male, l’audio non è chiaro. Una delle mogli si chiede se si possa rimuovere Capolupo, Toschi risponde “che non è possibile”. Quindi “senza comprendere il nesso viene fatto il nome di Renzi”. Bardi si allontana un attimo, poi torna al tavolo e commenta: “Mi sembra il tavolo della carboneria”.

Un tradimento costruito per mesi tra inganni (#enricostaisereno) e trattative

snapshot5Matteo Renzi entra al Quirinale alle 20 e 30 del 10 febbraio 2014 da segretario del Pd e sindaco di Firenze. Ne esce due ore dopo ed è virtualmente premier: Giorgio Napolitano ha dato il via all’operazione di palazzo che dopo soli 12 giorni lo vedrà giurare come presidente del Consiglio. Durante quella cena i due stringono un patto di ferro, che va dall’accordo sulla sostituzione di Letta, alla composizione di massima della maggioranza di governo fino ad adombrare alcuni equilibri di potere che per l’allora inquilino del Colle non si toccano. Il premier un mese prima al telefono al finanziere Michele Adinolfi aveva dato dell’ “incapace”a Letta: un’opinione che non esitava ad esprimere con tutti. E che conosceva anche Napolitano. Il quale non la metteva certo in questi termini anche se si era ormai convinto che il suo protetto non fosse più in grado di governare.

La preparazione per la sua ascesa a Palazzo Chigi Renzi l’aveva iniziata da molto lontano. Con alcuni passaggi noti, quelli politici e istituzionali, e una serie di manovre più oscure. Il secondo round per l’allora sindaco di Firenze, dopo la sconfitta alle primarie 2012 contro Bersani, comincia dopo la “non vittoria”alle elezioni del rivale. E a fine estate, quando si candida segretario del Pd ha già in mente la defenestrazione di Letta. L’8 dicembre 2014 vince le primarie e da quel momento il governo Letta ha i giorni contati. “C’è un piano inclinato”, spiegavano nei giorni concitati di gennaio e febbraio 2014 gli uomini di Matteo, incaricati dal loro capo di costruire il racconto “mediatico” che avrebbe condotto alla fine del governo in carica. Disseminandolo di tracce vere e depistaggi, di minacce di elezioni anticipate, critiche feroci sull’operato di Palazzo Chigi e ipotesi di staffetta. Sulla scena, il mese e mezzo che precede l’insediamento a Palazzo Chigi di Renzi è una slavina.

Tutto inizia ai primi di gennaio. Renzi ha dato come priorità assoluta l’approvazione di una nuova legge elettorale. Ma il calendario della Camera rimanda la discussione in Aula al 27 gennaio. In mezzo succede quasi tutto. I contatti tra Renzi e i suoi uomini e Berlusconi e i suoi si fanno sempre più assidui: ufficialmente si parla di legge elettorale, ma si tratta sul dopo-Letta. Enrico e Matteo si incontrano il 10 gennaio. Renzi cerca di capire se Letta può accettare una contro-proposta. L’idea della presidenza della Repubblica non la mette sul tavolo, anche se come ipotesi remota l’ha fatta arrivare sia a lui che a Napolitano. Ma non è praticabile: Letta fa 50 anni il 20 agosto 2016 e Napolitano non ha nessuna intenzione di aspettare fino a quel momento per andarsene. E poi, avrebbe comunque delle perplessità: se uno viene defenestrato, come si fa a eleggerlo al Colle poco dopo, a soli 50 anni? Quello che il segretario del Pd propone è un incarico europeo, magari la presidenza del Parlamento. L’altro vuole comunque aspettare fino alla fine del semestre. Prima non molla. Renzi esce da Palazzo Chigi che è ormai guerra aperta. #enricostaisereno è l’hashtag che lancia nel salotto della Bignardi il 17 gennaio. Il giorno prima di incontrare Berlusconi al Nazareno. I due sono già d’accordo su un governo con Forza Italia ufficialmente fuori dalla maggioranza, ma pronta a sostenerlo sulle riforme e non solo. Nella sede del Pd definiscono i dettagli. “Non possiamo fare finta di nulla. O c’è una vera ripartenza del governo o si discuta, sul Renzi I”, così Gianni Cuperlo nella direzione del Pd del 6 febbraio chiedeva la “staffetta” a nome della minoranza. Renzi ci va giù durissimo: “Il governo cambi schema se può”. Poi, il 10, la cena con Napolitano: doveva esserci anche l’allora premier, ma una volta capito che il presidente lo avrebbe invitato a farsi da parte, non si presenta. Altro gelido incontro tra Enrico e Matteo il 12 febbraio a tarda notte. Ancora sul piatto, le offerte europee. Ancora il rifiuto. “È arrivato il momento di uscire dalla palude”: così Renzi chiede alla direzione del Pd la sfiducia del governo. Che gliela vota, con 136 e 16 no. Il giorno dopo, Letta si dimette. Il 17 Napolitano conferisce l’incarico a Renzi. Che giura il 22 da premier. L’ultimo fotogramma del film è lo scambio della campanella tra Enrico e Matteo, con il premier uscente che guarda ostentatamente da un’altra parte.
(Wanda Marra – il Fatto Quotidiano 11-7-2015)

Renzi al generale al telefono: “Letta incapace, B. è con me”

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Le strategie per prendere il posto di Enrico Letta, spiegate dalla viva voce di Matteo Renzi in una telefonata dell’11 gennaio 2014, meno di un mese prima di suonare la campanellina dello sfratto al suo predecessore. Renzi, si scopre oggi, propose a Letta l’onore delle armi, uno specchietto per le allodole o una promessa che non si poteva mantenere e nemmeno rifiutare: il Quirinale nel 2017 in cambio di Palazzo Chigi. Ma Letta, che Renzi definisce “un incapace”, non accetta e così l’allora sindaco lo asfalta.

Gli atti che citano Matteo Renzi e Giulio Napolitano

Gli atti che citano Matteo Renzi e Giulio Napolitano

NELL’INDAGINE di Napoli sulla Cpl Concordia c’è la vera trama della svolta politica. Il 10 gennaio 2014 Renzi va a Palazzo Chigi con Delrio. Qui avrebbe fatto la proposta all’allora premier, come racconta l’indomani. Ore 9.11, Renzi risponde al comandante interregionale della Guardia di Finanza Michele Adinolfi, allora indagato per una sospetta fuga di notizie che sarà archiviato su richiesta dello stesso pm Henry John Woodcock.
Renzi parla sul suo cellulare, una “utenza intestata – annotano i carabinieri del Noe –alla fondazione Big Bang”. Quel giorno compie 39 anni.
Renzi (R): Signor generale!
Adinolfi (A): Mi dicono fonti solitamente ben informate che ti stai avviando anche tu verso una fase di rottamazione.
R: È la disinformatia del partito…
A: Come stai amico mio? Tanti auguri, tanti auguri e complimenti. Matteo, spero di vederti in qualche occasione.
R: Con molto, molto piacere. La settimana prossima sarà un po’ decisiva perché vediamo se riusciamo a chiudere l’accordo sul governo. E…
A: Rimpastino?
R: Sì, sì. Rimpastino sicuro. Rimpastone, no rimpastino! Il problema è capire anche… se mettere qualcuno dei nostri…
A:È lì il punto! O stare fuori, va bene?
R:No, bisogna star dentro.
A: Oppure stare dentro.
R: Stare dentro però rimpastone.
A: Significa arrivare al 2015.
R: E sai, a questo punto, non c’è niente da fare. Mettersi a discutere per buttare all’aria tutto, lui è proprio incapace, il nostro amico. Però…
A: È niente, Matteo, non c’è niente, dai, siamo onesti.

IN SOSTANZA Renzi anticipa a un generale, non un suo consulente ma al limite un suo controllore, una strategia che nessuno ha mai svelato: la staffetta (il “rimpastone”) con un risarcimento, il Quirinale nel 2017, per l’inquilino sfrattato da Palazzo Chigi. Proposta rifutata. Due i problemi, spiega Renzi al generale: Letta jr ha 46 anni, dovrebbe aspettarne tre per il compimento dei 50, soglia minima per il Colle, e non si fida. Inoltre “il numero uno” alias Napolitano, giustamente, è contrario.
R: Lui non è capace, non è cattivo, non è proprio capace. E quindi… però l’alternativa è governarlo da fuori…
A: Secondo me il taglio del Presidente della Repubblica
R : Lui sarebbe perfetto, gliel’ho anche detto ieri.
A: E allora?
R:L’unico problema è che … bisogna aspettare agosto del 2016. Quell’altro non c’arriva, capito? Me l’ha già detto.
A: Sì sì, certo certo.
R: Quel l’altro 2015 vuole andar via e … Michele mi sa che bisogna fare quelli che… che la prendono nel culo personalmente… poi vediamo magari mettiamo qualcuno di questi ragazzi dentro nella squadra… a sminestrare un po’ di roba.
A: Sì sì, ho capito .
R: Purtroppo si fa così.
A: Non ci sono alternative, perché quello, il numero uno non molla e quindi che fai?

RENZI CONFERMA che Napolitano è contrario e aggiunge: Berlusconi è favorevole. Il patto del Nazareno c’era già 8 giorni prima di essere siglato. L’incontro Renzi-Berlusconi è del 18 gennaio, ma fu annunciato il 16, cinque giorni dopo la telefonata.
R: E poi il numero uno anche se mollasse… poi il numero uno ce l’ha a morte con Berlusconi per cui… e Berlusconi invece sarebbe più sensibile a fare un ragionamento diverso. Vediamo via, mi sembra complicata la vicenda.
A: Matteo, intanto t’ho mandato una bellissima cravatta.
R: Grazie.
A: (…) Se vuoi il colore lo puoi cambiare, ci sono dei rossi e dei neri, va bene? (ride)
R:No ma va bene, poi io amo il calcio minore per cui va bene.. un abbraccio forte.
A: Che stronzo! Ciao, ciao. Buon compleanno, buona giornata.

PER COMPRENDERE l’ultimo passaggio bisogna sapere che Adinolfi è milanista e amico fraterno di Adriano Galliani da trenta anni. Inoltre è amico di Gianni Letta, come dimostrano altre conversazioni depositate nelle quali Letta senior lo sponsorizza mentre Letta jr lo fa fuori dalla corsa a comandante generale. Inoltre è considerato vicino a Berlusconi. Forse per questo Renzi gli parla del leader di Forza Italia quasi come se fosse un amico comune, a differenza di Napolitano. Se questo aiuta a capire perché Renzi, notoriamente viola, accetti una cravatta da un rossonero, non spiega perché il leader della sinistra italiana si faccia chiamare “stronzo” da un amico di Berlusconi, che vuole promuovere a capo della Finanza. Ma questa è un’altra storia.

Gdf, schiere di democrat per Adinolfi. Messaggi e cene per aiutare l’amico

Ci deve essere una ragione per la quale i renziani si muovono come un sol uomo per favorire la promozione di Michele Adinolfi a comandante generale della Finanza. Chissà se la scopriremo mai. Intanto i fatti. Il 9 gennaio Dario Nardella, il vice di Renzi che di lì a poco sarebbe diventato premier, attacca il ministro Saccomanni: “All’Econo mia ci vuole un politico”.

I CARABINIERI poco dopo intercettano Nardella che parla con Adinolfi dell’attacco e gli chiede come si comporta con la Guardia di finanza. Il 17 gennaio Saccomanni prova a portare in Consiglio dei ministri la proroga di Saverio Capolupo a comandante della Finanza per due anni. Adinolfi è infuriato. Scrive un sms a Luca Lotti: “Veramente allucinante oggi il ministro Saccomanni ha portato in Consiglio 6 mesi prima la nomina di Capolupo. Siamo senza parole, un ministro che non si sa se resta, 6 mesi prima porta in consiglio una nomina così”. Lotti si giustifica:“Con nostra avversione”. E Adinolfi: “Ok ma non è passato”.
Lotti: “Ti chiamo e ti spiego quello che è successo. Ha fatto Matteo ieri”. Così Lotti rivendica lo stop momentaneo a Capolupo come un merito diRenzi. La sera poi Adinolfi organizza una cena con Bardi (comandante in seconda, ora in pensione) e Giorgio Toschi, in corsa ora per diventare numero uno insieme al rivale Luciano Carta, dal quale Adinolfi non voleva farsi sorpassare. La cimice del Noe nella Taverna Flavia capta poche frasi. Il 28 gennaio Nardella chiama Adinolfi e gli dice che la nomina “è una vergogna” e che ne parleranno a tavola il 5 febbraio. Sempre alla Taverna Flavia.

CI SONO ADINOLFI, Nardella, Vincenzo Fortunato e Maurizio Casasco, presidente dei medici sportivi. Parlano della nomina di Capolupo “Nardella – scrive il Noe – dice che è inquietante questa cosa e chiede il motivo. Adinolfi dice questo è il punto, siccome il Governo andrà a casa, ci deve essere qualcosa sotto. Fortunato risponde che non è che inspiegabile e accenna alla Opicons (Consulenza immobiliare e finanziaria) che lui (riferendosi a Letta) ha un problema specifico”. Non è chiaro quale sia questo problema. Adinolfi così prevede il suo destino: il generale Delle Femmine andrà a fare il numero due all’Aise, lui diventerà comandante in seconda sotto Capolupo. È quello che accade: “In modo che il cerino resti in mano a me come Comandante in seconda e io mi faccio mettere i piedi in testa da Capolupo. Non è che sto li e aspetto che lui tiri la volata a Luciano Carta”. Adinolfi non ci sta: “Mi vado ad incatenare avanti a via XX Settembre. Voglio che il Ministro lo ascolti”. Nardella è d’accordo ma spiega al Generale che Saccomanni non è interessato alla Guardia di Finanza. Chissà perché Renzi, Nardella e Lotti sono così disponibili con Adinolfi.
Quando parlava con Nardella della sua nomina, Adinolfi comandava la Gdf della Regione Toscana ed Emilia, la struttura che avrebbe potuto indagare sulle eventuali malefatte di Nardella e di Renzi.
(Marco Lillo)

“Sanno qualcosa di Giulio” U n’ombra su re Giorgio

Il 5 febbraio 2014, quando già la staffetta era matura, alla Taverna Flavia di Roma pranzano in quattro: il vicesindaco (poi sindaco) di Firenze Dario Nardella, il generale della Guardia di Finanza allora a capo di Toscana ed Emilia-Romagna Michele Adinolfi, oggi comandante in seconda della Gdf, il presidente dei medici sportivi Maurizio Casasco e l’ex capo di gabinetto del ministro Tremonti nonché presidente di Invimit, società di gestione del risparmio che amministra immobili pubblici ed è di proprietà del ministero dell’Economia, Vincenzo Fortunato.

I CARABINIERI del Noe guidati dal colonnello Sergio De Caprio intercettano il colloquio con una cimice sotto il tavolo. Due le partite: la nomina a sorpresa del generale Saverio Capolupo, anziché di Adinolfi, al vertice della Finanza da parte del morituro governo Letta. E la staffetta tra questi e Renzi, amico dei commensali. In questo contesto l’attuale numero due della Guardia di Finanza dice che il figlio di Napolitano “Giulio oggi a Roma è potente, è tutto”. Poi sembra dire che il capo dello Stato sarebbe ricattabile perché “l’ex capo della polizia Gianni De Gennaro e (Enrico, ndr) Letta ce l’hanno per le palle, pur sapendo qualche cosa di Giulio ”. Nardella non fa una piega, anzi. Scrive il Noe: “Nardella dice che la strada è più semplice. Bisogna fare la legge elettorale e andare alle elezioni anticipat e”. Poi dice che Letta gli sembra “andreottiano” e “attaccato alla seggiola”. E allude malizioso: “A meno che non ci sia anche da coprire una serie di cose, come uno nomina sei mesi prima il comandante, perché… a me è venuta la Santanchè pensa, che dice tanto tutti sanno qual è la considerazione di Giulio Napolitano. Prima o poi uscirà fuori”. Insomma, il segreto non sarebbe più tale. “Se lo sa la Santanchè, vabbè ragazzi”. Adinolfi resta sul tema: “Giulio oggi a Roma è tutto o comunque è molto. Giusto? Tutto, tutto… e sembra che… l’ex capo della Polizia … Gianni De Gennaro e Letta ce l’hanno per le palle, pur sapendo qualche cosa di Giulio”. Nardella commenta criptico: “A quello si aggiunge, quello è il colore…”, seguono parole incomprensibili. Fortunato pensa al potere del figlio del presidente: “Comunque lui è un uomo, c’ha studi professionali, interessi. Comunque tutti sanno che lui ha un’influenza col padre. Come è inevitabile… ha novant’anni c’ha un figlio solo”. Nardella concorda: “È fortissimo!”.
Adinolfi: “Non è normale che tutti sappiano che bisogna passare da lui per arrivare” e Nardella sembra accennare a un possibile conflitto di interesse: “Consulenze, per dire consulenze dalla pubblica amministrazione”. A conferma dell’ipotetica relazione tra la nomina di Capolupo e una presunta ricattabilità di Giulio Napolitano c’è una telefonata del giorno seguente. Antonello Montante, presidente di Confindustria Sicilia e delegato per la Legalità di Confindustria nazionale, parla con Adinolfi. Mentre aspetta Montante confida a qualcuno vicino: “Perché è stato prorogato… chissà perché… Figlio di puttana ha beccato ha in mano tutto del figlio di Napolitano, tutto… me l’ha detto Michele… ha tutto in mano sul figlio di Napolitano”. Dove Michele, secondo i carabinieri, è Adinolfi.

NON È CHIARO, dalla registrazione, cosa abbia in mano Capolupo. Potrebbero essere parole in libertà ma una democrazia non tollera ombre. Anche Giorgio Napolitano non esce bene dalle intercettazioni, come quella di una conversazione tra Fabrizio Ravoni, già al Giornale dei Berlusconi e poi a Palazzo Chigi con Berlusconi e Fortunato. Il Noe definisce “interessante” la conversazione del 5 febbraio 2014 in cui il burocrate più potente ai tempi di Tremonti, “in contrasto con l’attuale governo Letta sente il bisogno di esternare circa un ruolo anomalo di Giulio Napolitano. Il discorso –prosegue il Noe – parte da Fortunato che racconta a Ravoni le sue considerazioni sull’azione del Presidente della Repubblica, che avrebbe favorito provvedimenti favorevoli al figlio Giulio imponendo il rigore su altri: ‘Guarda è un uomo di merda io so ’ convinto da tempo… prima ha fatto cadere questo poi ha spostato il rigore a parole perché tra l’altro quando si trattava di far passare i provvedimenti per l’Università che gli stavano al cuore al figlio era il primo a imporci le norme di spesa ma comunque poi ha imposto a tutto il paese un anno di governo Monti al grido rigore, rigore, rigore…’”. E il Noe ricorda che Napolitano jr. è professore ordinario a Roma tre.
di Vincenzo Iurillo e Marco Lillo
da Il Fatto Quotidiano del 10 luglio 2015

La verità, vi prego, su Renzi, la scuola e l’Italia

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di Anna Angelucci

Insegno, e ho il vizio della lettura e dello studio. Ho anche l’abitudine alla riflessione e all’analisi. E, talvolta, alla ricostruzione diacronica degli accadimenti. Lo so, nel mondo d’oggi sono perversioni. Perdite di tempo. Ma consentitemele. Finché non ci sarà un preside-sceriffo che mi considererà immeritevole perché mi balocco con i libri invece, chessò, di affinare le mie competenze digitali, fatemi crogiolare un po’ nella memoria e nel pensiero.

Mi chiedevo, in queste ore convulse che precedono la votazione del ddl scuola in Parlamento, il perché di tanta ostinazione del governo sulla riforma proposta, o meglio, imposta, da Renzi. Un’ostinazione patologica, che ha portato il premier a un corpo a corpo con insegnanti, studenti, sindacati, associazioni, movimenti.

Renzi e il suo governo contro migliaia di persone che da un anno sono sulle barricate in difesa della scuola della Costituzione. Un corpo a corpo pagato a caro prezzo sul piano elettorale da tutto il Partito Democratico, prima rottamato e asfaltato dal suo segretario e ora sfiduciato e disprezzato dagli elettori. Ma, di questo, Renzi sembra curarsi poco: del resto, da Monti in poi, i governi in Italia sono commissariati, non hanno più reale legittimità politica e sono funzionali alla realizzazione delle riforme imposte da Bruxelles. È lì che Renzi deve portare a casa il risultato. È lì che deve render conto. È per questo che Napolitano lo ha sostituito all’inefficace Letta, troppo titubante per gli eurotecnocrati.

L’ostinazione renziana dunque, si spiega con un piccolo sforzo di ricostruzione storica: nella lettera della Bce a Berlusconi del 2011 e, pochi mesi dopo, in quella della Commissione europea al governo, le riforme erano tutte chiaramente e prescrittivamente declinate, compresa quella della scuola: nuovi sistemi regolatori e fiscali per sostenere la competitività delle imprese e l’efficienza del mercato del lavoro; liberalizzazione dei servizi pubblici e dei servizi professionali; riforma del sistema di contrattazione salariale collettiva con accordi al livello d’impresa più rilevanti rispetto ad altri livelli di negoziazione; revisione delle norme che regolano l’assunzione e il licenziamento dei dipendenti; misure immediate per assicurare la sostenibilità delle finanze pubbliche con economie di scala e tagli di spesa; riforma del sistema pensionistico; riduzione dei costi del pubblico impiego, se necessario riducendo gli stipendi; riforma della pubblica amministrazione, con l’introduzione sistematica dell’uso di indicatori di performance, soprattutto nei sistemi sanitario, giudiziario e dell’istruzione. Il tutto in cambio del massiccio sostegno della Bce nella riduzione dello spread, che aveva raggiunto, a novembre del 2011, l’insostenibile punta di 575.

È così semplice, basta un piccolo sforzo di memoria. A questo servono gli insegnanti.

Defenestrato Berlusconi, la riforma delle pensioni fu rapidissimamente portata a casa da Monti, con la ministra Fornero che piangeva davanti alle telecamere. Erano, certo, lacrime di coccodrillo, ma comunque espressione di una consapevolezza che pare oggi drammaticamente assente nello sguardo vacuo di Renzi e Giannini, nel volto spento di Padoan, nel ghigno affilato della Boschi. Dei 300 giorni del governo Letta ricordiamo soltanto l’indimenticabile conferenza stampa del premier che, in mondovisione dagli Emirati Arabi (da cui peraltro ritornò col misero obolo di 500 milioni di euro) tuonava contro chi, in Italia, aveva offeso la Boldrini, al grido di ‘è una barbaria’ con la a, ripetuto tre volte, mentre in poltrona, sullo sfondo, l’emiro in ciabatte volgeva alla telecamera uno sguardo interrogativo.

Da sostituire immediatamente, avrà pensato Napolitano, mentre Renzi twittava all’amico #staisereno e intanto si candidava a fargli le scarpe. Giovane, estroverso, innovatore, arrivista: il perfetto homunculus novus per portare a termine la missione ordinata dall’Ue, rinsaldando subito quel patto scellerato in cambio del differimento del pareggio di bilancio al 2017.

E così è stato, se riflettiamo sui provvedimenti attuati e in corso d’opera. Con l’aggravante della totale concordia tra Renzi, il Parlamento e i diktat di Bruxelles. E non so dire se è più drammatico che deputati e senatori italiani legiferino senza comprendere portata e conseguenze delle proprie azioni o che capiscano, apprezzino e concorrano consapevolmente all’affossamento del nostro Paese.

Il Jobs act; l’abolizione dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori; lo Sblocca Italia; la riforma della pubblica amministrazione; le riforme costituzionali; il disegno di legge sulla scuola, che altro non è che la riforma del governo della scuola in chiave autoritaria e gerarchica e la sua consegna al mercato: altrettanti tasselli dell’ideologia della deregulation, della privatizzazione, della liberalizzazione selvaggia, della cancellazione dei diritti dei lavoratori e delle tutele dei cittadini, imposti dalla troika e realizzati da questo governo e da questo Parlamento, in cui una sparuta minoranza si oppone ma non ha i numeri per vincere e un’altra sparuta minoranza finge di opporsi ma al momento del voto è sempre rientrata nei ranghi, come nella migliore tradizione gregaria e opportunista del nostro italico, ignobile, ‘particulare’.

Ma noi siamo insegnanti, noi ricordiamo; ricatti e mistificazioni non ci obnubilano. Conosciamo le implicazioni della posta in gioco, che va ben oltre la stabilizzazione di uno, nessuno, centomila precari: difendere la scuola della Costituzione significa contrastare il disegno regressivo di chi, col ricatto del debito, vuole cancellare le conquiste della democrazia in Europa. La Grecia insegna.

Domani, in Parlamento, la verità, vi prego, su Renzi, la scuola e l’Italia.
(24 giugno 2015)
fonte: MicroMega

Ma mi faccia il piacere (Marco Travaglio 19_01_2015)

totò mi facci il piacereGioco di squadra . “Voglio ringraziare i servizi di intelligence, l’unità di crisi della Farnesina e tutte le autorità che hanno portato a un risultato importantissimo con un gioco di squadra” (Paolo Gentiloni, Pd, ministro degli Esteri, Pd, alla Camera sulla liberazione delle cooperanti Vanessa Marzullo e Greta Ramelli, 16-1). Uno contava i soldi, l’altro li fascettava, l’altro li portava.
Il giorno della Liberazione. “Napolitano: sono contento di tornare a casa” (la Repubblica, 14-1). Sapessi noi.
Andamento lento. “Renzi: in Europa qualcosa si muove” (Corriere della Sera,14-1). Non t’eccitare, Matteo: è il rigor mortis.
Levàtele il vino. “Ho presentato un’interrogazione sul Prosecco, eccellenza vera di questa terra” (Alessandra Moretti, Pd, candidata a governatore del Veneto, 9-1). Pronta la risposta del governo: “È un vino bianco”.
Dovere di cronaca. “C’era anche Briciola all’addio di Giorgio Napolitano nel cortile d’onore del Quirinale. La mascotte della fanfara del Reggimento a cavallo dei Carabinieri, una simpatica cagnolina trovatella, si è fatta notare nella cerimonia di uscita del presidente. Briciola girava infatti con discrezione nel cortile d’onore con una vistosa pettorina rossa con il simbolo dell’Arma” (Ansa, 14-1). Agenzia Sticazzi.
Je suis Angelinò. “Anche Roma alza l’allerta: ‘Attivate cellule dormienti’” (il Giornale, 11-1). Poi il cessato allarme: era il cervello di Alfano.
Je suis Obi-Wan Kenobì. “Nelle parole di Napolitano la cautela diventa forza” (La Stampa, 12-1). Che la forza sia con te.
Je suis San Francescò. “Nella visione di Napolitano i conflitti interni si superano guardando a tutto il mondo” (La Stampa, 13-1). Dovevate vederlo, mentre parlava agli uccelli e al lupo di Gubbio.
Je suis Lorenzin. “Sul fumo nei film nessun divieto, ma ai registi dico: siate responsabili” (Beatrice Lorenzin, Ncd, ministro della Salute, la Repubblica, 16-1). Massimo una sigaretta, possibilmente bucata.
Je suis Arsène Lupin. “Ecco il numero di Charlie con le vignette sulla strage” (il Giornale, 14-1). In segno di lutto, Sallusti ruba le vignette agli amici dei morti ammazzati.
Je suis écervelé. “Vanessa e Greta sesso consenziente con i guerriglieri. E noi paghiamo!” (Maurizio Gasparri, Twitter, 18-1). E dire che lui dovrebbe saperlo che vuol dire “consenziente”.

Fuori pericolo. “Allarme di 400 scienziati: ‘L’intelligenza artificiale può distruggere l’uomo’” (la Repubblica, 14-1). Molto meglio l’idiozia naturale.
Je suis Sherlock Holmes. “Misure speciali per nemici speciali: ARRESTIAMOLI” (Panorama, copertina sulle stragi di Parigi, 21-1). Idea originale, nessuno ci aveva mai pensato prima.
Je suis Clouseau. “Non bisogna affidare ai giudici la lotta a Isis e Al Qaeda” (Davide Giacalone, Libero, 14-1). Ci pensi tu?
Je suis théologien. “Nel Vangelo è scritto che le donne sono inferiori e che debbono portare il velo. Dalla Prima Lettera di San Paolo ai Corinzi...” (F.F., Libero, 16-1). Quindi, per capirci: è scritto nel Vangelo o nella lettera ai Corinzi?
Si fa presto a dire Ferrara. “Dio non è come Allah: alcuni dei suoi seguaci teorizzano la violenza” (Luigi Negri, vescovo ciellino di Ferrara, il Giornale, 10-1). Nel senso: vescovo di Giuliano Ferrara.
Fuoco amico. “Guai a cedere alla tentazione dell’harem” (Paolo Granzotto, il Giornale, 11-1). Povero B., gli rema contro pure il suo Giornale .
Divino Amore/1. “E poi c’è la vecchina, 89 anni, ossa fragili ma scorza che pare di quercia: ‘Orfana giovanissima, lavoro da quando avevo 16 anni; dalle 5 del mattino alle 9 di sera. Anche adesso vado ad aiutare un’anziana, poverina: le faccio la spesa. Ho sulle spalle ho figlio e un nipote, entrambi disoccupati. La mia pensione? 585 euro’. Commovente. E il Cavaliere prende il microfono: ‘Propongo una sottoscrizione per aiutare la signora. Comincio io con 20mila euro’. Applausi scroscianti e diluvio di selfie, al coro di ‘Sil-vio! Sil-vio!’” (il Giornale sul comizio di Berlusconi al santuario romano del Divino Amore, 15-1). Slurp.
Divino Amore/2. “Ora Bersani rilancia Prodi: ‘Ma non certo per bruciarlo’” (La Stampa, 9-1). Meglio sparargli: è più sicuro.
Malattie. “Bertolaso smentisce i rumors: ‘Niente politica (con Forza Italia, ndr), mi occupo di Ebola” (il Giornale, 13-1). Che, come virus, è un po’ meno letale.
Itterizia. “Gli esuli: ‘Fidel è morto’, ma all’Avana è giallo” (il Giornale, 10-1). Problemi al fegato?
Che due marò. “Marò, l’accusa della Nia (l’Agenzia investigativa indiana, ndr): ‘Fu vero e proprio omicidio’” (La Stampa, 10-1). Pare infatti che, per i due pescatori indiani ammazzati a fucilate, si sia trattato di vera e propria morte.
Grande grande grande. “Grande personalità per il Colle” (Matteo Renzi, presidente del Consiglio, La Stampa, 14-1). Quindi la importiamo dall’estero?
Il parco delle rimostranze. “Domenica scorsa indicai come eventuali candidati accettabili per il Quirinale alcune personalità che rappresentano ciascuna a suo modo un alto livello di qualità. M’accorsi il giorno dopo che ne avevo dimenticata una: quella di Giuliano Amato. Lo faccio ora, anche perchè non ho avuto da lui alcuna rimostranza” (Eugenio Scalfari, la Repubblica, 11-1). Uahahahahahahahah.
Largo ai giovani. “Anche Eugenio Scalfari è una persona all’altezza per il Colle” (Roberto Vecchioni, la Repubblica, 16-1). Sarebbe perfetto: ha appena un anno più di Napolitano.

Se Juncker non salta, basta con la balla della lotta all’evasione

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Dopo lo scandalo sugli sconti fiscali alle multinazionali, il neo-presidente Juncker non è più credibile. O Renzi e gli altri premier gli impongono le dimissioni, oppure noi saremo liberi di evadere. Ma temiamo che nessuno muoverà un passo

Jean-Claude Juncker è quel signore che sta alzando la cresta perché da qualche giorno ha i galloni di presidente della Commissione europea: «Io non sono un burocrate». È quel signore che polemizza a difesa dell’istituzione che guida. È quel signore che difende a spada tratta i severi parametri imposti dagli accordi in nome dell’austerità. È quel signore che assegna compiti e compitini ai governi ribelli. È il signore del rigore. Bene, questo signore può tranquillamente abbassare la cresta e si deve dimettere.

Quando era ministro delle finanze e poi premier allargava le braccia del suo Lussemburgo a beneficio di grandi multinazionali – si fanno i nomi di Ikea, Pepsi Cola… proponendo convenzioni fiscali vantaggiosissime, in pratica elusioni fiscali. Un vero e proprio dumping con tanto di rigido segreto bancario annesso. È tutto messo nero su bianco, certificato da un’inchiesta giornalistica ricca di dettagli. Juncker si sta giustificando parlando di stimolo per l’economia del Lussemburgo e di regole comuni, ma non spiega nulla sulla natura degli accordi segreti e sulle trattative chiuse col suo accordo esplicito. Eccolo l’amico Fritz: da premier stimolava con grandi benefici fiscali, da capo della commissione europea invece invoca rigore e trasparenza, trasparenza e rigore. Ma vada a quel paese!

Se Renzi avesse ben altra scorza dovrebbe dettare la seguente agenzia: «Caro Juncker, lei è inadeguato, lei è stato scorretto verso gli altri paesi europei, quindi si dimetta perché è inadatto». Non lo farà. Alla fine tutto deve ricomporsi in nome delle trattative riservate, al fine a ottenere qualche aggiustamento contabile utile a tutti, dai tedeschi agli italiani passando per francesi e inglesi. Juncker non salterà, in barba al rigore e alla serietà che Bruxelles impone agli altri. E poco importa se tra il 2002 e il 2010 la concorrenza europea è stata falsata da un dumping fiscale spaventoso, incentivato da colui che oggi è l’uomo simbolo dell’Unione europea. C’è un problema di credibilità oltre che opportunità.

In Italia ridiamo delle performance di Antonio Razzi (l’ultima che lo vorrebbe all’Isola dei Famosi è semplicemente stupenda per quanto metta a nudo la tara del parlamento), ma io preferisco la sua furbizia paesana alla ipocrita doppiezza di gente come Juncker, sempre con il ditino alzato. Quanto può essere credibile una presidenza annerita da una gestione furbesca in patria? E soprattutto, perché in questi anni i cittadini hanno dovuto subire le politiche restrittive dell’Europa mentre un uomo che oggi ne guida la principale istituzione nel recente passato facilitava le multinazionali nell’eludere le tasse? Che razza di europeismo è mai questo? A questi interrogativi dovrebbe rispondere anche il nostro capo dello Stato sempre pronto a bacchettare chi osi mettere in discussione l’architettura europea.
«Basta rappresentazioni meschine», se n’è uscito Napolitano. Cosa ci sarebbe di meschino nel sacrosanto diritto di denuncia rispetto a politiche e trattati europei incoerenti rispetto al sogno e alle promesse vendute dalla propaganda europeista? Sul comportamento di Juncker, il nostro Napolitano non ha nulla da dire? Sulle politiche di elusione messe in pratica in Lussemburgo bisogna chiudere un occhio per non appesantire il clima che si respira a Bruxelles? Napolitano e Renzi parlino: da che parte stanno? Se la pratica Juncker va bene, allora la vogliamo anche in Italia…Se le regole del gioco si possono allentare, la questione fiscale italiana si risolve facilmente.

Questo caso ci dirà molte cose. Se Juncker verrà sfiduciato dal parlamento (due sedi strapagate, messe insieme, produrranno una decisione saggia. O no?) allora è giusto rispettare le regole anche se non le si condividono. Se, al contrario, Juncker rimarrà al proprio posto allora la si smetta di rompere le palle con la lotta all’evasione fiscale perché non gliene frega niente a nessuno. Lo diciamo soprattutto ai signori di Agenzia delle Entrate e di Equitalia che da anni stanno mettendo in ginocchio con controlli assurdi e sanzioni medievali il sistema produttivo del Paese. L’allarme lanciato l’altro giorno da Bechis rischia di essere l’ennesima dimostrazione di come il fisco italiano sia arrogante con i cittadini normali e inerme contro i veri evasori.

Gianluigi Paragone – Libero 8.11.2014

QuiRiinale – Marco Travaglio 11.10.2014

travaglio-marcoNegli ultimi 22 anni centrodestra e/o centrosinistra hanno, nell’ordine: stipulato un patto con Cosa Nostra per metterle in mano lo Stato in cambio della sospensione delle stragi e del sacrificio di Paolo Borsellino e di decine di altri innocenti sterminati o feriti a Palermo, Firenze, Milano e Roma, trafficando poi indefessamente ai massimi livelli istituzionali per coprire tutto e depistare le indagini; abolito la “legge Falcone” antimafia che prevedeva l’arresto obbligatorio in flagrante per i falsi testimoni; abrogato l’obbligo di custodia cautelare per gli indagati di mafia; accorciato la custodia cautelare per gli imputati di mafia, facendone scarcerare a centinaia per decorrenza dei termini; chiuso le supercarceri di Pianosa e Asinara, simboli del 41-bis; trasformato il 41-bis in una burletta; abolito l’ergastolo per due anni anche per le stragi di mafia; varato tre scudi fiscali (l’ultimo con la firma di Giorgio Napolitano) regalando ai mafiosi un canale di riciclaggio di Stato per ripulire i loro soldi sporchi a costi di saldo (un pizzo del 2,5% e poi del 5%) e in forma anonima; cancellato (su proposta di Napolitano) la legge Falcone sui pentiti, che infatti prima erano migliaia e dal 2000 si contano sulle dita della mano di un monco; screditato e attaccato i pentiti che facevano nomi eccellenti e i pm che indagavano sulla mafia e sui suoi complici; promosso capo del Ros e direttore del Sisde il generale Mori, protagonista della mancata perquisizione del covo di Riina e delle mancate catture di Bagarella e Provenzano, nonché del Protocollo Farfalla per legittimare i traffici dei servizi nelle celle dei mafiosi; approvato una legge sul voto di scambio che riduce le pene della legge precedente e rende impunibili i politici che comprano voti dai mafiosi; riempito di buchi il nuovo reato di autoriciclaggio che consentirebbe finalmente di recuperare miliardi di soldi sporchi parcheggiati in Svizzera anche dai mafiosi; promosso alle massime cariche dello Stato i politici che hanno mentito o taciuto su quanto sapevano della trattativa, perseguitando invece quei pochi servitori dello Stato che quell’immondo negoziato svelavano, ostacolavano o investigavano; attaccato e poi abbandonato alla più totale solitudine magistrati come Di Matteo, condannato a morte da Riina, e Scarpinato, bersaglio quasi quotidiano di minacce e avvertimenti di stampo istituzionale; protetto con silenzi vili e addirittura esaltato con servi encomi i maneggi del Quirinale per far avocare le indagini della Procura di Palermo sulla trattativa su richiesta dell’attuale imputato Mancino; esercitato pressioni indicibili sulla Corte d’Assise di Palermo perché negasse a Riina, Bagarella e Mancino il sacrosanto diritto di presenziare all’udienza del loro processo che si terrà al Quirinale il 28 ottobre per la testimonianza di Napolitano, diritto che verrebbe riconosciuto persino a Guantanamo financo ad Hannibal The Cannibal e la cui negazione mette il processo sulla trattativa a rischio di nullità assoluta in base alla Costituzione, al Codice di procedura, alla giurisprudenza della Cassazione e della Corte europea dei diritti dell’uomo; fatti inciuci e addirittura riforma costituzionali con Berlusconi, che affidò la propria sicurezza a un boss travestito da stalliere e per 20 anni finanziò Cosa Nostra, e con gli altri amici di Dell’Utri, per quasi 30 anni al servizio di Cosa Nostra, dunque condannato a 7 anni e ora detenuto nel carcere di Parma accanto a Riina.

E ora questi manigoldi, i loro discendenti che mai ne hanno preso le distanze e i loro pennivendoli vorrebbero far credere che gli amici della mafia sono Sabina Guzzanti, rea di aver immortalato i loro crimini politici in un bel film e in un tweet provocatorio sui diritti negati a Riina e Bagarella; e il rapper Fedez, che ha osato scrivere un brano per la festa dei 5Stelle in cui si permette di cantare “Caro Napolitano, te lo dico con il cuore: o vai a testimoniare oppure passi il testimone” ed è stato subito accusato da alcuni fascistelli pidini di vilipendio del capo dello Stato, con inviti a Sky perchè venga epurato da X Factor . Ma vergognatevi, se ancora sapete cos’è la vergogna: fate schifo.

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