Archivi tag: marco lillo

Inchiesta Consip, parla Marco Lillo: Il padre di Renzi mai perquisito, il mio a 96 anni sì

snapshot18Marco Lillo racconta ad Omnibus la vicenda che lo ha visto protagonista dopo l’uscita del suo libro su Consip e culminata con la sua… Continua »

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Lillo: Nessuno ha posto domande scomode a Renzi sull’inchiesta Consip -VIDEO

snapshot16Marco Lillo si chiede perchè parte della stampa italiana non pone a Renzi domande scomode sull’inchiesta Consip mentre si chiede quali sono le sue fonti… Continua »

Marco Lillo: «Hanno perquisito anche mio padre di 96 anni. Non quello del leader pd»

d2410a5«Sulla base di una denuncia per diffamazione fatta dall’indagato Romeo (per me un pretesto) hanno perquisito 4 case, la mia macchina, l’ufficio, persino il computer del grafico» di Virginia Piccolillo | corriere.it «Hanno perquisito me, che non sono indagato, mio padre di 96 anni, la mia compagna e la mia… Continua »

Parla Francesca Biagiotti, la compagna di Marco Lillo, dopo la perquisizione subita

snapshot11L’intervista a Francesca Biagiotti, compagna del giornalista Marco Lillo de Il Fatto Quotidiano, protagonista di una… Continua »

Consip, Lillo in caserma per consegnare il telefono: “Per me e la Sciarelli il sequestro, per Tiziano Renzi il nulla”

snapshot3Chi indaga cerca un atto giudiziario ben preciso: si tratta di un’informativa del Noe di Napoli, per l’esattezza quella del 9 gennaio pubblicata da Corriere della Sera, Repubblica e Messaggero il giorno dell’interrogatorio del padre dell’ex premier, indagato per traffico illecito di influenze Quando risponde al telefono Marco Lillo sta… Continua »

Intercettazioni, Lillo risponde a Chirico (il Foglio): Cerco di far conoscere i fatti

snapshot362Marco Lillo risponde alle accuse di Annalisa Chirico per aver pubblicato le intercettazioni tra Matteo e Tiziano Renzi sul caso… Continua »

Marco Lillo: ‘Matteo Renzi era un bamboccione, una volta diventato potente è cambiato’

snapshot361Marco Lillo (Il Fatto Quotidiano) presenta il libro “Di padre in figlio – Le carte inedite sul caso Consip e il Giglio Magico di Matteo… Continua »

Consip, Lillo: “Telefonata Renzi-padre? Nessuno ha fatto tante domande su caso Romeo-Raggi”. Scontro con Marattin (Pd)

snapshot348Polemica accesa a L’Aria che Tira (La7) tra il giornalista de Il Fatto Quotidiano, Marco Lillo, e Luigi Marattin (Pd), consigliere economico di Palazzo Chigi e docente all’università di Bologna. Il tema del dibattito è la pubblicazione della telefonata tra Matteo Renzi e il padre Tiziano su Il Fatto Quotidiano,… Continua »

Inchiesta Consip, Marco Lillo racconta la telefonata tra Matteo Renzi e il padre Tiziano

snapshot346Inchiesta Consip, il giornalista de Il Fatto Quotidiano Marco Lillo ricostruisce i fatti e racconta la telefonata intercettata tra Matteo Renzi ed il babbo Tiziano. Il contenuto della telefonata è stato inserito nel libro in uscita «Di padre in figlio» di Marco Lillo e riportato oggi dal «Fatto quotidiano» La… Continua »

Rondolino insulta il Fatto su La7: nuovo round in Tribunale (VIDEO)

snapshot86IL CONFRONTO in tv con il nostro Marco Lillo sul caso Consip, mercoledì sera a La Gabbia su La7, ha innervosito l’ultrà renziano ex-dalemiano Fabrizio Rondolino. L’ex giornalista dell’Unità ha detto che nel caso Consip “non ci sono reati”, se non “la fuga di notizie che favorisce la curiosità dell’opinione… Continua »

Elezioni, Lillo (Il Fatto): “M5S ha contro la Rai, basti vedere i modi usati da Vespa con i pentastellati”

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“Io non li chiamerei più grillini ma M5S, perché ormai si sono affrancati da Beppe Grillo sia pur non definitivamente, ma è un passo importante”. Così Marco Lillo, vicedirettore de Il Fatto Quotidiano, a ‘Coffee Break’ (La7) sull’analisi dei dati del Movimento 5 stelle nelle amministrative del 2016. “Vorrei sottolineare… Continua »

“Ncd e la coop di Cl a cena gestivano così il Viminale” (Marco Lillo)

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Odevaine rivela le trame degli alfaniani per “piazzare ”il prefetto Morcone

di Marco Lillo | il Fatto Quotidiano 16-9-2015

Sul Cara di Mineo cade il governo. Aveva previsto Salvatore Buzzi. Se si legge con attenzione il verbale integrale (finora pubblicato per brevi stralci) di 150 pagine reso da Luca Odevaine il 27 luglio scorso la sensazione è che Buzzi non abbia esagerato molto con la sua profezia. CONTINUA A LEGGERE

“Azzollini danneggiò le suore per le assunzioni clientelari” (Marco Lillo 14.08-2015)

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L’INCHIESTA – I giudici non la pensano come i senatori che hanno “salvato” il collega Ncd, per loro era il vero capo della Casa della Divina Provvidenza di Bisceglie. Ecco perché doveva andare in carcere

di Marco Lilloil Fatto Quotidiano 14 agosto 2015

Antonio Azzollini doveva andare agli arresti domiciliari perché da cinque anni era il “commissario” cioè il vero capo di un sistema di potere clientelare che, al di là delle cariche ufficiali, dominava nella Casa della Divina Provvidenza di Bisceglie e ne ha accentuato il dissesto finanziario. CONTINUA A LEGGERE

Tfr, Renzi incassa 48mila euro. Ma non aveva rinunciato?

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Renzi incassa il tfr: 48 mila euro (lordi) a spese dei fiorentini

di Marco Lillo – il Fatto Quotidiano 30-7-2015

Matteo Renzi alla fine ha portato a casa il suo tfr, trattamento di fine rapporto. Un tesoretto che, secondo le stime de Il Fatto, dovrebbe aggirarsi sui 48 mila euro. Soldi versati dalla Provincia e dal Comune (cioè dai contribuenti) di Firenze negli anni 2004-2014. Da più di un anno, sono stati liquidati dalla società della famiglia Renzi al suo ex dirigente in aspettativa e sono sul conto corrente del premier. CONTINUA A LEGGERE

#MafiaCapitale – Odevaine e il fratello di Totti: la Procura indaga sulla loro società

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di Marco Lillo – il Fatto Quotidiano 20-7-2015

Gli intrecci societari tra Luca Odevaine, arrestato a dicembre nell’operazione Mafia Capitale con l’accusa di corruzione e la famiglia Totti si fanno interessanti anche per la Procura di Roma. Il Fatto si è già occupato della società Reluca Srl, individuata dal Ros dei carabinieri e oggetto di una serie di informative ai pm nei mesi scorsi. Si tratta di una immobiliare creata nel 2010 dal fratello di Francesco Totti e da Odevaine che ha acquistato due negozi alla Garbatella e uno al Colosseo. CONTINUA A LEGGERE

LE 5 DOMANDE – Nomine,indagini e ricatti: Presidente, adesso risponda

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di Marco Lillo – il Fatto Quotidiano 12-7-2015

Egregio presidente Renzi, alla luce delle conversazioni con il generale Adinolfi le volevamo porre cinque domande.

1. Perché lei (secondo quello che scrive Luca Lotti a Michele Adinolfi) interviene nel 2014 da segretario del Pd per stoppare la conferma del comandante Capolupo, su richiesta di un sottoposto del comandante, e senza avere alcun titolo per immischiarsi in una nomina di competenza del ministro dell’Economia e del governo?

2. Perché lei, appena nominato segretario del Pd, da un lato supporta Adinolfi –nonostante sia notoriamente vicino a Gianni Letta, Adriano Galliani e Berlusconi –e dall’altro proprio a lui comunica la sua intenzione di far cadere Enrico Letta con l’aiuto di Berlusconi?

3. Adinolfi, in qualità di comandante interregionale di Toscana ed Emilia Romagna, era il vertice di un corpo che avrebbe potuto svolgere controlli e indagini sul feudo del suo rivale di allora nel Pd, Pier Luigi Bersani (lambito dalla Finanza nell’indagine sulla sua segretaria), e sul suo feudo: Firenze. Il Fatto ha scritto molti articoli su vicende imbarazzanti per lei, come la storia dei contributi pensionistici figurativi ottenuti dal 2004 al 2013 da Provincia e Comune grazie all’assunzione nella sua azienda di famiglia alla vigilia della scelta di Pds e Margherita di candidarla alla Provincia. La Guardia di finanza è andata a prendere le carte su un caso simile che ha coinvolto Josefa Idem a Ravenna, in Romagna, e l’ex ministro è stata indagata per truffa. Eventuali accertamenti della Finanza in Toscana non hanno dato alcun esito su di lei. Adinolfi non ha compiti di polizia giudiziaria ma lei ha mai parlato con lui di queste storie? E non ritiene che la sua sponsorizzazione del comandante possa appannare le certezze dei cittadini su un’azione rigorosa ed equanime delle Fiamme gialle?

4. Adinolfi secondo il Noe, avrebbe criticato le modalità di nomina del suo comandante e potrebbe avere alluso a un ricatto ai danni del presidente Napolitano, facendo illazioni sulle ragioni della proroga di Capolupo. Non crede debba dimettersi da comandante in seconda?

5. Perché il segretario del Pd si fa dare dello “stronzo”da un generale che tuba al telefono con Gianni Letta?

Eni, gli affari in Congo e quella società legata al dittatore (Marco Lillo)

A Brazzaville - Matteo Renzi in Congo nel 2014 con Denis Sassou Nguesso

A BrazzavilleMatteo Renzi in Congo nel 2014 con Denis Sassou Nguesso

di Marco Lillo | il Fatto Quotidiano 5-7-2015

Le ragioni delle dimissioni di Luigi Zingales dal Cda dell’Eni sono avvolte nel mistero. Al Fatto risulta che una delle questioni sollevate in consiglio recentemente dal professore con cattedra a Chicago è la strana storia del rinnovo delle concessioni petrolifere in Congo. Ad aprile 2014 il Paese africano ha rinnovato a Eni le concessioni per quattro giacimenti con una sorpresa: accanto a Eni, che conserva la maggioranza, e alla compagnia petrolifera nazionale Sncp, ora compare un terzo beneficiario: la società privata locale Africa Oil and Gas Corporation. Alla Aogc vanno quote tra l’8 (nei campi Foukanda II e Mwafi II) e il 10 per cento (nei campi Kitina II e Djambala II) per ciascuno dei quattro giacimenti.

LA QUESTIONE è che Aogc non è una società qualsiasi. Fondata nel 2003, apparteneva quasi interamente a Denis Gokana almeno fino al 2005. Gokana è legato a doppio filo a Denis Sassou Nguesso, presidente-dittatore del Congo dal 1978 a oggi salvo il periodo 1992-1997. Gokana è anche il presidente della Snpc statale. La società da lui fondata Aogc che condivide oggi le concessioni petrolifere con Eni è citata nella banca dati sui casi di corruzione censiti dalla Banca Mondiale, Star, cioè Stolen Asset Recovery Initiative, creata da Banca Mondiale per combattere il riciclaggio dei proventi della corruzione. Il caso in cui si citano Aogc e Denis Gokana è il numero 31 del database.

Descalzi conosce molto bene questo paese di 3,7 milioni di abitanti dal quale proviene sua moglie, Marie Madeleine Ingoba, detta Madò, nata a Brazzaville, capitale della Repubblica del Congo nel 1963. In passato la signora Descalzi ha fatto anche l’imprenditrice ma non si è mai occupata di petrolio. Aveva aperto da febbraio a settembre 2006 un’impresa individuale, la 3S Serenity, dedita al commercio all’ingrosso di pelletteria. La sede era nella casa di Milano comprata con un mutuo di 900 mila euro garantito dal marito.
snapshot202Comunque la signora Madò conosce senz’altro gli ambienti imprenditoriali e governativi del Congo e, se anche non ha spiegato a Descalzi la storia di Gokana e Aogc, sarebbe bastato digitare il nome su Star per leggere la sentenza del novembre 2005 di un tribunale civile di Londra. Secondo la Corte Gokana ha mentito e si è servito di società di facciata da lui gestite, a partire da Aogc, per far girare decine di milioni di dollari in realtà proventi della società petrolifera del Congo. Il giudice si dice “convinto che il signor Gokana abbia fatto queste cose (…) in veste di Consigliere speciale del Presidente del Congo” e che una seconda società di facciata gestita da Gokana ha “effettuato pagamenti a società controllate da (il figlio del presidente, ndr) Sassou Nguesso per non meglio precisati ‘servizi di consulenza’”. In un Paese in cui un bambino su quattro vive sotto la soglia di povertà non è bello scoprire la disinvoltura della famiglia Sassou Nguesso nel maneggiare i soldi. Una ONG svizzera, La Déclaration de Berne, a marzo ha pubblicato un rapporto che racconta come la piccola società svizzera Philia SA, creata nel 2012, abbia ottenuto dal figlio del presidente Denis-Christel Sassou Nguesso, come rappresentante di una società di Stato, un contratto per accaparrarsi il 2 per cento dei proventi da esportazione del petrolio. Il giornale francese Mediapart ha svelato le spese folli della famiglia presidenziale nelle boutique di Parigi (Denis Sassou Nguesso avrebbe speso un totale di 257.261 euro in calze, gemelli e camicie con il monogramma Dsn) e i flussi di milioni di dollari dal Congo a un presunto prestanome della famiglia.

ENI NON HA SCELTO un partner trasparente e Matteo Renzi ha avuto un ruolo importante: nel luglio del 2014 era con Descalzi a Brazzaville quando Eni firmava gli accordi con il presidente congolese, ospite poi nel febbraio scorso a Palazzo Chigi. La vicenda Eni-Aogc è stata segnalata dal Times di Londra ad aprile. A seguito di quell’articolo al Fatto risulta che Zingales insieme all’altra indipendente nel cda di Eni, la britannica Karina Litvack, hanno chiesto spiegazioni a Descalzi. Eni, presente in Congo dal 1968 e secondo operatore dopo Total, replica: “Non c’è stata alcuna vendita né cessione da parte di Eni a Aogc. Il governo congolese ha indicato come socio privato la società Aogc, che ha acquisito una quota dei diritti sulle nuove licenze. La partecipazione di Aogc alle licenze è stata pertanto determinata unilateralmente dalla parte pubblica. Non ci sono flussi finanziari tra Eni e le società in joint venture. Aogc è la principale società petrolifera privata in Congo. Stando alle visure camerali eseguite al momento dell’emissione delle nuove licenze, nel novembre 2013, Mr. Gokana non era azionista della Aogc”.

Coop rosse e camorra alleate, Indagato l’uomo antimafia Pd

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L’icona anticamorra nei guai per gli appalti e gli aiuti per i figli

L’ex parlamentare, scortato per le minacce dei clan, ha il divieto di dimora in Campania. “È come Scherzi a parte”

L’eroe antimafia di Roberto Saviano indagato per concorso esterno in associazione camorristica. E costretto a lasciare la Campania e la presidenza del Caan, il Centro Agroalimentare di Volla (Napoli) perché sorpreso con le mani nella marmellata: il piccolo potere utilizzato per dare una consulenza all’avvocato che fa un piacere al figlio, gli procura un attestato fasullo, un certificato da dirigente sportivo in una squadra dove non ha mai messo piede, ma spendibile per un master della Fifa. Perché il figlio ci tiene, insiste, “sono in trepidazione, dammi una buona notizia, insomma!”, il padre si prodiga, si attiva, ce la fa, consapevole di chiedere agli amici compulsati qualcosa che non si potrebbe chiedere, ed infatti uno, Luigi Cuomo, presidente di Sos Impresa e di una squadra di calcio di Quarto affidatagli dopo il “commissariamento” per infiltrazioni camorristiche, gli aveva detto no.

Lorenzo Diana

Lorenzo Diana

LA PARABOLA di Lorenzo Diana, unico politico citato in maniera lusinghiera nelle pagine di Gomorra, è tutta qui. Nelle telefonate intercettate dalla Dda di Napoli che, indipendentemente dal rilievo penale al vaglio della magistratura, fanno cadere le braccia. La fama di icona dell’anticamorra e le pratiche di clientelismo spicciolo, “in spregio –scrive il giudice –alla cultura della legalità della quale si spaccia per paladino”.

Diana è incredulo. “Mi pare di essere tra un sogno e Scherzi a parte”. Un incubo. Fugge dai cronisti da un’uscita laterale del Caan, accompagnato dai carabinieri del Noe in borghese. Se ne va con la scorta, assegnata da anni per le minacce del clan dei Casalesi. La scorta con la quale, scrive sempre il gip “si recava agli appuntamenti per ottenere la falsa attestazione”. Il sindaco di Napoli Luigi de Magistris fa sapere che “lo sostituirà ad horas” al Caan. L’ex senatore era uno dei fiori all’occhiello del suo team: qualche anno fa aveva aderito a Idv, in polemica con il Pd casertano.

Diana due domeniche fa era a Casal di Principe ad applaudire Saviano e la Mostra degli Uffizi nella villa confiscata a un boss. La pagina più bella di questo territorio dopo anni di terrore e di rassegnazione alla camorra. Quella camorra che secondo gli inquirenti – e un verbale del pentito Antonio Iovine –Diana avrebbe aiutato negli anni della metanizzazione dei sette Comuni del Bacino Caserta 30. “Avrebbe avuto un ruolo di assoluto rilievo quale facilitatore delle opere – sottolinea il procuratore aggiunto Giuseppe Borrelli –e tramite un intervento diretto sulla Prefettura di Caserta per quei Comuni compresi nel Bacino ed all’epoca sottoposti a commissariamento per infiltrazioni mafiose, per ottenere le delibere di approvazione della concessione e dei progetti presentati dalla Cpl nei tempi previsti per accedere ai finanziamenti pubblici”.

Secondo la Procura Diana era “consapevole dell’accordo per l’affidamento diretto dei lavori ad imprese riconducibili al clan dei casalesi”. E dell’“affidamento di lavori nel Comune di San Cipriano, attraverso l’intervento dell’imprenditore Antonio Piccolo e su indicazione dell’allora sindaco Angelo Raffaele Reccia e dello stesso Diana ad una società i cui titolari, già politicamente impegnati a livello locale, risultavano legati da vincoli di parentela con Reccia”. Così i due politici si sarebbero garantiti “il loro appoggio nelle competizioni elettorali”.

Diana avrebbe individuato personalmente la sede Cpl a San Cipriano d’Aversa. E avrebbe ottenuto l’assunzione di un altro figlio, nel 2006-2007, in Cpl. Con mansioni “fumose”e un compenso di circa 10.000 euro. “Mio figlio ebbe una borsa di studio con rimborso spese in Cpl e poi mi disse che non si trovava bene e preferì andarsene – replica Diana –. È una vendetta di Antonio Iovine, che vuole farmela pagare. Il palazzo di Cpl a San Cipriano non lo individuai io: fu scelta una proprietà di un politico di Forza Italia, sposato con la sorella di quel Fontana che cacciai dal Comune. Vietai a mia moglie di partecipare al funerale di un parente di Fontana e ho avuto problemi anche per questo”.

Ieri sera Diana, in una nota, si è detto “sconcertato dall’accostamento di due vicende completamente diverse” e ha negato “rapporti o contiguità con esponenti di ambienti camorristici, i quali, viceversa, mi hanno sempre minacciato ed hanno anche tentato di uccidermi”. Quanto al figlio, scrive, “è laureato alla Bocconi, è specializzato alla London School ed è ora manager Lufthansa. Solo allo scopo di completare il proprio curriculum, aveva presentato domanda di partecipazione a un master Fifa, rispetto al quale, la contestata certificazione, attestante una collaborazione svolta presso la squadra Frattese, era assolutamente ininfluente”.

“Accordo con i Casalesi” In cella i rossi di Concordia

Metanizzazione nel Casertano, tornano in carcere i capi della supercoop già arrestati per Ischia. Sei arresti. Indagato l’ex senatore Ds Diana

snapshot195 Le manette tintinnavano da tempo, dopo la pubblicazione nel maggio 2014 dei primi verbali da pentito del boss Antonio Iovine sul patto tra Cpl Concordia e il clan dei Casalesi per portare il gas emiliano tra Casal di Principe, Casapesenna e altri cinque Comuni dell’Agro aversano. Il tintinnio si era fatto assordante dopo gli arresti di fine aprile 2015 per la metanizzazione di Ischia e la discovery di alcuni verbali sugli affari della coop rossa nel Casertano. Ieri all’alba i carabinieri del Noe di Caserta, guidati dal colonnello Sergio De Caprio, hanno eseguito le misure cautelari contenute in due distinte ordinanze firmate dal gip Federica Colucci: quattro arresti in carcere, due ai domiciliari, due divieti di dimora in Campania.

NELLA NUOVA inchiesta della Dda di Napoli (pm Cesare Sirignano, Catello Maresca, Maurizio Giordano e Francesco Curcio) spiccano l’ex presidente Cpl Roberto Casari e l’ex parlamentare Ds Lorenzo Diana, icona anticamorra nel Casertano. Sono entrambi indagati per concorso esterno in associazione camorristica. Accusa che costa a Casari il ritorno in carcere dopo la bufera di Ischia, mentre Diana è indagato a piede libero: sarebbe stato lui a far ottenere gli appalti alla Cpl, favorendo di fatto la penetrazione nei subappalti di imprese indicatedal clan. L’exsenatore ha divieto di dimora in Campania e l’interdizione per 12 mesi a ricoprire funzioni pubbliche per una vicenda diversa, scoperta con le intercettazioni: è accusato di abuso d’ufficio insieme al sostituto procuratore della Federcalcio Manolo Iengo (anche per lui divieto di dimora in Campania). Carcere per l’ex responsabile commerciale di Cpl per Lazio, Sardegna e Campania Giuseppe “Pino” Cinquanta, per l’imprenditore Antonio Piccolo che Iovine definisce “uomo di riferimento di Michele Zagaria”e garante del patto per la metanizzazione del Bacino Caserta 30 e per Claudio Schiavone, subappaltatore a Casaldi Principe. Ai domiciliari l’ingegnere Giulio Lancia, responsabile di cantiere Cpl, e il geometra Pasquale Matano, responsabile locale Cpl Distribuzione.
Così presero il controllo “Chi ospita latitanti può non pagare il gas”

Le intercettazioni – Il business strappato alla famiglia Cosentino che vendeva le bombole

di Marco Lillo – il Fatto Quotidiano 4-7-2015

di marco lilloC’era una volta un distretto in Campania che era sfuggito al progresso e alla metanizzazione. La fama dei sette Comuni, regno degli efferati boss casalesi metteva paura alla società Eurogas che aveva avuto la concessione dagli anni 80 e non si decideva a fare gli scavi. Nelle case al posto del tubo blu arrivavano le bombole della Aversana Gas della famiglia Cosentino, guidata dal politico Nicola, poi arrestato per i suoi rapporti con i boss. Poi giunse un cavaliere bianco, anzi rosso, la cooperativa emiliana Cpl Concordia, portata da un politico anticamorra: il senatore Pci-Pds-Ds-Ps poi Idv e Sel Lorenzo Diana, soprannominato D’Artagnan per il baffo da eroe di Dumas.

«Z agaria mi spiegò che, per i soldi che stanziava la Concordia , 75 mila lire al metro, era giusto che mi facevo dare 10 mila lire al metro ANTONIO IOVINE»

Il governo Prodi, ministro dell’industria Bersani, stanziò mille miliardi di vecchie lire nel 1997 per metanizzare posticini come Casale ma anche Corleone e Rosarno, dove poi arriverà Cpl. Il gas di Diana vinse sulle bombole di Cosentino che il 17 aprile rimuginava ancora: “La mia azienda di famiglia passò da 15 a 2 milioni di euro di fatturato”. Per segnare la conquista del territorio la coop aprì una bella sede nel corso principale di San Cipriano. Questa bella favola scricchiolava già sotto i colpi dell’altra inchiesta su Cpl, quella su Ischia, ora finita a Modena ma avviata a Napoli da Henry John Woodcock, ed è stata rivoltata come un calzino dai pm Cesare Sirignano, Catello Maresca, Francesco Curcio e Maurizio Giordano, coordinati dal procuratore aggiunto Giuseppe Borrelli. Tutto parte dalle dichiarazioni del boss del paese di Diana, Antonio Iovine, ora divenuto collaboratore di giustizia.
Iovine svela un accordo tra i boss e la Cpl Concordia per metanizzare l’Aversano, che aveva come garante politico proprio Diana. Se ne occupò l’altro boss che ha retto con lui il clan, Michele Zagaria, che gli spiegò come si divideva la torta. Ogni boss indicava un imprenditore alla Cpl tramite il sindaco del suo paese. Iovine era allora latitante nella casa del costruttore Pasquale Di Tella a San Cipriano. “Chiesi a Zagaria quanto fosse la richiesta che dovevo fare a Di Tella e lui mi spiegò che, per i soldi che stanziava la Concordia, 75mila lire al metro, era giusto che mi facevo dare 10 mila lire al metro ”. Basta moltiplicare per i chilometri della rete del metano per capire l’affare. L’uomo prescelto per fare il tramite tra i boss dei sette comuni e la cooperativa Cpl sarebbe per i pm Antonio Piccolo, legatissimo a Zagaria.

«MARIO ELENA (IMPRENDITORE) I soci del consorzio si erano allarmati perché la zona era mafiosa. Hanno approfittato della mia ignoranza… della pressione che avevo avuto»

La cooperativa accetta anche perché Piccolo già lavorava da anni in Emilia con loro. Cpl riesce a metanizzare un territorio poco benevolo verso gli ex comunisti emiliani. Il passaggio fondamentale avviene nel 1997, quando la società Eurogas cede a Cpl la sua concessione. Sentito a febbraio il titolare Mario Elena non racconta tutto ai pm. Non sa che in auto i carabinieri del Noe coordinati dal colonello Sergio De Caprio hanno piazzato una microspia e registrano le sue parole. La figlia Paola è terrorizzata: “Hai fatto nomi? Alla fine ci gambizzeranno questi della mafia a noi”. Il padre ricorda perché decise di mollare: “I soci del consorzio si erano allarmati perché la zona era mafiosa, e avevan paura… e hanno detto, no no, non vogliamo lavorare!”. La cessione della concessione, spiega l’anziano imprenditore, avvenne per 50 mila lire: “Hanno approfittato della mia ignora nza” ma soprattutto della paura dei suoi stessi soci: Avevano paura della storia della mafia”. Giulio Lancia, ieri finito agli arresti domiciliari in quanto era il capo cantiere della Cpl in quel periodo, ha raccontato che il presidente di Cpl, Roberto Casari e Pino Cinquanta, responsabile di area di allora poi passato al Cns, ilConsorzio nazionale servizi (dove troviamo anche la “29 giugno”di Buzzi) si misero attorno a un tavolo con Piccolo per stabilire a chi dovevano andare i lavori. L’accordo era ferreo e poi fu rinnovato per la distribuzione del gas a costruzione della rete avvenuta.

I boss e chi li ospitava in latitanza non pagavano nemmeno il gas, con la benedizione della coop. Quando arrivavano le bollette per morosità o gli atti legali per gli allacci abusivi le persone vicine al clan venivano “indultate”. Lo ha raccontato il dirigente Cpl Pasquale Matano: “Piccolo mi consegnò una lista di una quindicina di nominativi, fra cui ricordo lo stesso Piccolo, Inquieto Vincenzo e Falanga Domenico, chiedendomi di intervenire affinché i soggetti indicati nella lista, benché avessero effettivamente manomesso i contatori, non fossero oggetto né di richiesta di risarcimento danni, né di denunce penali e ciò per quanto lui disse, ‘per quieto vivere’, lasciandomi dunque intendere che i nominativi della lista fossero di persone legate ad esponenti della criminalità organizzata locale”. La lista è stata sequestrata negli uffici Cpl. Il titolo era “Piccolo indulto” e scrivono i pm: “Spiccano i nomi di Inquieto Vincenzo, soggetto presso la cui abitazione il 7 dicembre 2011 veniva scoperto il bunker che ospitava Michele Zagaria, nonché quello di Zagaria Attilia (…) nella cui abitazione è stato rinvenuto un altro bunker utilizzato dal capoclan”.

MAFIA CAPITALE 2 – Dopo Mineo, rischia di saltare la Cascina (Marco Lillo)

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APPENA COMMISSARIATO IL CENTRO IN PROVINCIA DI CATANIA, CANTONE PUÒ INTERVENIRE SUL RESTO DELLA COOP DI AREA CL: POTREBBE PERDERE I SUOI APPALTI IN TUTTA ITALIA PER I RAPPORTI COL MONDO DI MEZZO

L’appalto da cento milioni di euro per il Centro Assistenza Richiedenti Asilo più grande di Europa a Mineo è stato commissariato da Raffaele Cantone. O meglio. Cantone ha proposto al Prefetto di Catania, a cui spetta l’ultima parola, di sfilare l’appalto dalle mani del gruppo La Cascina e dei suoi alleati. Un duro colpo per l’immagine della Cooperativa legata a Comunione e Liberazione, che presto potrebbe subirne un secondo ancora più pesante: l’interdittiva antimafia con conseguente commissariamento di tutti gli appalti in tutta Italia.

LA DECISIONE di ieri di Cantone avrà dei contraccolpi politici pesanti: il sottosegretario Giuseppe Castiglione è indagato proprio per il suo ruolo di soggetto attuatore per il CARA di Mineo, in relazione agli appalti degli anni precedenti alla gara incriminata nel procedimento che ieri ha portato al commissariamento. Castiglione ha lasciato la guida del consorzio nelle mani amiche di Anna Aloisi, sindaco di Mineo del Ncd, che in quel paese prende quasi il 40 per cento e in Sicilia ha il suo vero granaio elettorale. Cantone aveva a disposizione due strumenti previsti dalla legge Madia del 2014: la sostituzione degli amministratori coinvolti oppure il commissariamento. Cantone ha proposto al Prefetto il commissariamento dopo aver letto le carte dell’indagine romana che hanno portato all’arresto di 4 manager del gruppo Cascina perché “la pluralità degli episodi di corruzione e di turbativa d’asta riconducibile a un arco temporale di tre anni, dal 2011 al 2014, rivela una spiccata attitudine a delinquere, al fine di ottenere vantaggi economici nell’esercizio dell’attività imprenditoriale”.

Per Cantone “l’ampiezza dell’attività delittuosa, ruotante attorno ai quattro indagati” puntava anche alla gestione di altri centri di assistenza rifugiati con gare taroccate, come quella di San Giuliano di Puglia. Un progetto saltato solo per l’arresto di Luca Odevaine a dicembre. Non sarebbe bastato cambiare i manager anche perché sullo sfondo si intravedono gli intrecci con Mafia Capitale.

IL GIP DI ROMA ha deciso il 4 giugno scorso gli arresti domiciliari per tre manager del gruppo di cooperative legate alla Cascina: Carmelo Parabita, Domenico Cammisa e Salvatore Menolascina, e la custodia in carcere per Francesco Ferrara, “nei cui confronti è stata rilevata una maggiore inclinazione a delinquere, in ragione del suo coinvolgimento, unitamente alla propaggine imprenditoriale di Mafia Capitale, rappresentata da Salvatore Buzzi, in ulteriori episodi criminosi di corruzione e turbativa d’asta”. Questo passaggio dell’atto di accusa di Cantone è il più delicato per La Cascina.

Il Prefetto di Roma Franco Gabrielli ha detto in Parlamento alla Commissione di inchiesta sui centri immigrati che sta valutando il commissariamento del gruppo La Cascina. Al Fatto risulta che la cooperativa nata all’università di Roma per fornire i pasti ai fuori sede nel 1978 grazie all’iniziativa di Don Giacomo Tantardini e poi cresciuta sotto l’ala di Giulio Andreotti e Gianni Letta, rischia l’interdittiva antimafia. Nessuno dei quattro manager finiti agli arresti si vede contestata l’aggravante dell’articolo 7 per avere voluto favorire la mafia però l’interdittiva antimafia è uno strumento di prevenzione che scatta a prescindere dall’esistenza di un reato. Se la Prefettura di Roma emanasse l’interdittiva le conseguenze sarebbero devastanti per il gruppo: un centinaio di appalti in tutta l’Italia potrebbero essere commissariati con la nomina da parte del Prefetto, in stretto raccordo con l’Anac, di commissari. La legge Madia del 2014, la stessa che ha permesso il commissariamento dell’appalto di Mineo grazie all’articolo 32, prevede questi effetti a seguito dell’interdittiva antimafia.

INTANTO, in attesa delle decisioni del Prefetto di Roma Franco Gabrielli e del presidente dell’Anac Raffaele Cantone su scala nazionale, il gruppo imprenditoriale cattolico deve fare i conti con la perdita dell’appalto da 100 milioni di euro, vinto grazie a una gara che Odevaine stesso definiva “finta” e per la quale sosteneva di meritare non 10 mila ma 20 mila euro al mese, come ricorda Cantone nella sua proposta di commissariamento al Prefetto di Catania. La Cascina dal canto suo si è difesa sostenendo che nell’Ati incaricata della gestione del Cara di Mineo vanta solo una quota minoritaria ma per l’Anac di Cantone non è così: “La Cascina Global Service s.r.l. risulta, infatti, incaricata di eseguire il servizio di fornitura pasti per una quota pari al 33,27 per cento. La suddetta quota è, di gran lunga, la più elevata rispetto alle quote di partecipazione e di esecuzione dei servizi previste in capo agli altri associati”. Inoltre bisogna aggiungere la quota del 15,33 per cento del Consorzio di Cooperative Sociali “Casa della Solidarietà” e secondo l’Anac è chiaro che “le due realtà imprenditoriali siano state finora gestite dagli indagati Ferrara, Menolascina, Parabita e Cammisa, e siano entrambe espressione di una comune strategia operativa e gestionale, riconducibile ad un unico centro di affari e di interessi facente capo al gruppo La Cascina”.

di Marco Lillo – il Fatto Quotidiano 20-6-2015

BUZZI E “L’ARTIGLIERIA POLETTI” PER REGOLARE I CONTI TRA LE COOP (Marco Lillo)

Senzanome
COSÌ ‘IL ROSSO’ AL TELEFONO NEL 2014, L’EX CAPO DELLA LEGA ERA GIÀ MINISTRO

di Marco Lillo – il Fatto Quotidiano 13-6-2015

La frase è bellica ma svela un nodo tutto politico: quello del rapporto stretto delle cooperative rosse con la politica. “Io non ho ancora messo in campo l’artiglieria pesante, ma se vuoi metto in campo anche l’artiglieria pesante eh… arriva Giuliano Poletti!”. È il 16 giugno 2014, tre mesi dopo la nomina dell’ex presidente della Lega Coop (in quella veste presente nel 2013 all’assemblea dei soci della Coop 29 Giugno di Buzzi e compagni) a capo del ministero dello Sviluppo economico. Buzzi parla, sei mesi prima del suo arresto, con l’indagato Salvatore Forlenza, responsabile rifiuti del Cns, il Consorzio Nazionale Servizi di Bologna, che raggruppa una serie di coop rosse come la 29 giugno e la Cpl di Concordia, in provincia di Modena.

BUZZI vuole una mano da Forlenza per mettere all’angolo la componente nordica (emiliano-romagnola e tosco-umbra) del Cns. Dopo la relazione durissima del ministero dell’Economia del gennaio 2014 che bacchetta il Comune di Roma per l’assegnazione dell’appalto da 52 milioni alla società Multiservizi, controllata dal Comune con il 51 per cento, l’assessore Alessandra Cattoi aveva optato per la gara Consip chiudendo il contratto con la Multiservizi. La gara viene vinta dal Cns, consorzio con baricentro in Emilia che pensa di far fuori i romani come Buzzi, ancorché suoi soci. Il 13 maggio 2014 parte la reazione del ‘rosso’ di Mafia Capitale. Prima di schierare l’artiglieria pesante (non ci sono telefonate con Poletti) Buzzi dimostra di avere un’influenza su una falange di fanti. Il primo è l’assessore comunale del Pd Daniele Ozzimo, convocato per un caffè alle 14 e 7 minuti. Due ore dopo Buzzi scrive al braccio destro di Ignazio Marino, Mattia Stella: “Ti volevo dire che Ozzimo ha parlato con Alessandra Cattoi e ha trovato ascolto e condivisione”. Stella si fa trovare sul pezzo: “Anche io ho parlato con lei nel primissimo pomeriggio”. Luca Giansanti del Pd è un consigliere-squillo: “Ci vediamo a Piramide tra 15 minuti?” intima Buzzi col solito sms. E lui goloso: “Sì Cafè du parc”, il bar che fa la migliore granita della zona. Pochi minuti ancora e Buzzi relaziona al consigliere di destra, sostenuto da Massimo Carminati e indagato, Giovanni Quarzo: “Noi siamo aderenti a Cns però il Cns di Bologna ha affidato questi servizi non a noi ma a tutte le Cooperative ToscoEmiliane-Umbre”. Poi Buzzi aggiunge: “Già ne ho parlato con tutti i capi gruppo della maggioranza, che tutti hanno appoggiato e qualcuno ha già parlato con la Cattoi. Io ti chiedevo, poi ne parlerò anche con Gianni Alemanno, se mi dà una mano”.

ALESSANDRA Cattoi aveva fatto una scelta politicamente scomoda e coraggiosa assecondando i rilievi del Ministero e di fatto chiudendo il rapporto decennale con Multiservizi, una società con 3 mila e 700 dipendenti, spesso selezionati tra i lavoratori socialmente utili, un bacino elettorale notevole. L’assessora è però accerchiata dai suoi e dalla destra. Buzzi dice a Quarzo che anche i consiglieri del Pd Francesco D’Ausilio e Mirko Coratti hanno già parlato con la Cattoi. Poi Buzzi spiega all’uomo dei rifiuti del Cns, Salvatore Forlenza che Coratti è “micidiale” perché ha già parlato con i dirigenti del Cns, come Pino Cinquanta, lo stesso che poi sarà indagato per concorso esterno in associazione mafiosa per la metanizzazione della Campania dalla Procura di Napoli. “Io riesco ad arrivare anche al sindaco, diglielo a Pino (Cinquanta, ndr ) eh, io – si vanta Buzzi con Forlenza – in due ore arrivo al sindaco. Se devo arrivare al sindaco non c’è problema però non mi va di arrivare fino al sindaco. Questa è una tattica: se c’è una pressione maggioranza e opposizione … quelli della maggioranza sono tutti presi, di quelli dell’opposizione mi manca solo Ghera (Fratelli d’Italia, ndr ) e Onorato (Lista Marchini, ndr )”. Il 17 giugno c’è un pranzo Pd-Coop che profuma di passato e si tiene al ristorante l’Archeologia: l’assessore Ozzimo e il consigliere Luca Giansanti, Buzzi e Pino Cinquanta di Cns, parlano della 29 Giugno. Coratti già aveva detto a Cinquanta: “O mi raccomando la 29 Giugno”, racconta il suo segretario Franco Figurelli.

Anche Sel è della partita: Buzzi chiama Gianluca Peciola e poi il vicesindaco Luigi Nieri. Così Buzzi ne parla con la consigliera Annamaria Cesaretti di Sel: “A Nieri gli ho detto ‘sta cosa lo sai che non l’ha capita? Per me è fuso il ragazzo e mentre dicevo sta cosa se mi aiutava per far crescere la Cooperativa, me chiedeva ‘ma mi puoi assume questo?’. Gli ho detto ‘a Lui’, ma uno come fa ad assume se tu non crei lavoro?”.

MENTRE alla alunna Cesaretti Buzzi fa i complimenti: “Tu ha capito in due minuti”. Il consigliere di Forza Italia Giordano Tredicine, arrestato il 4 giugno scorso, presenta addirittura una mozione sulla questione Multiservizi. Il 20 giugno tocca ad Alemanno. Scrive il Ros: “Buzzi chiedeva a Alemanno l’indirizzo mail in quanto gli aveva regalato l’abbonamento on-line al quotidiano Il Tempo e Alemanno dettava la mail. Poi Buzzi – prosegue l’informativa del Ros – segnalava: ‘ma tu l’hai seguita che la Multiservizi gli hanno levato l’appalto?’. Alemanno (che evidentemente leggeva qualcosa anche prima dell’abbonamento regalo, ndr ) rispondeva che stava seguendo la vicenda”. Alla fine, Alessandra Cattoi cambia idea e si sfila di impaccio. Con la motivazione delle mancate garanzie da parte di Cns al Comune di assumere i dipendenti di Multiservizi rimasti senza lavoro per la perdita del mega appalto, l’assessora concede una proroga tecnica a Multiservizi, l’assalto alla diligenza è rinviato. L’artiglieria pesante resta in caserma.

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