Archivi tag: legge severino

Non finisce qui (Marco Travaglio)

matminzIl caso Minzolini, che poi è il caso “Parlamento fuorilegge e sedizioso”, è rapidamente scomparso dalle prime pagine dei giornali. Ma non può finire così. E i rappresentanti delle istituzioni che ne hanno a cuore il buon nome, a cominciare dal garante supremo della Costituzione Sergio Mattarella e dai presidenti… Continua »

Fumus paraculonis (Marco Travaglio)

keep-calm-and-be-paraculoI senatori del Pd che hanno salvato Minzolini votando contro la sua decadenza imposta dalla legge Severino e dall’interdizione dai pubblici uffici o dandosi alla macchia per abbassare il quorum avevano tre opzioni per sfuggire alla furia degli eventuali elettori.

1) Darsi malati o afoni per non rilasciare dichiarazioni.

2)… Continua »

LA CASTA ASSOLVE IL PREGIUDICATO E SI DÀ IL QUARTO GRADO DI GIUDIZIO (M.Fini)

downloadNon più di tre o quattro giorni fa Matteo Renzi, ex premier e ora segretario dimissionario del Pd, dichiarava (a proposito di Luca Lotti, di Virginia Raggi e di altri) che qualsiasi cittadino deve essere considerato innocente fino a sentenza definitiva, che in Italia di solito è quella della Cassazione…. Continua »

Fumus eversionis (Marco Travaglio)

trav mattaUn amico avvocato calabrese ci racconta la storia di Maria, una sua cliente poverissima, separata dal marito e con un figlio a carico, che sbarca il lunario vendendo patate. Ha anche provato a partecipare a concorsi pubblici, ma è sempre stata respinta per via di una piccola condanna in primo… Continua »

Otto e mezzo – Puntata integrale del 16/03/2017 con Marco Travaglio

snapshot115

VIDEO >>

Striscia La Notizia, Ficarra e Picone: “Senato ha salvato Minzolini? Almeno non fa il direttore del tg”

snapshot112Prologo della puntata di “Striscia La Notizia”, in onda ogni sera alle 20.30 su Canale 5 (qui la puntata integrale), coi timonieri Ficarra e Picone che commentano il ‘niet’ di Palazzo Madama alla decadenza di Augusto Minzolini da senatore. “Vogliamo vedere il lato positivo?” – osserva Ficarra – “Almeno non… Continua »

CARO CANTONE, ORA LEI PARLA UN’ ALTRA LINGUA (Luisella Costamagna)

cost cant
di Luisella Costamagna – il Fatto Quotidiano 27-6-2015

Caro Raffaele Cantone, lei dice “la mia storia parla per me”. Vero: grande magistrato anticamorra, è insieme orgoglio, garanzia e baluardo di legalità nel nostro paese martoriato dal malaffare. Le arrivi il nostro sincero e convinto grazie.
Da quando però ha cominciato a collaborare con la politica – prima come componente della Commissione che doveva elaborare proposte anticorruzione per il governo Monti, poi nella task force sulla criminalità organizzata di Letta, infine (e soprattutto) come presidente dell’Autorità nazionale Anticorruzione nominato da Renzi – sembra aver cominciato a parlare un’altra lingua.

snapshot174LEGGE SEVERINO: sicuramente avrà pesato anche il suo parere nell’elaborazione della legge, che infatti lei difese quando si decise la sospensione dalla carica per la condanna in primo grado per abuso d’ufficio del sindaco De Magistris (“misure conformi alla Costituzione” e “corretta applicazione della sospensione”, disse nel dicembre 2014). Come mai adesso che a essere sospeso sulla base delle stesse norme (e della stessa condanna) deve essere De Luca, propone – con più realismo del Re Renzi, che martedì ha annunciato la sospensione –25 “miglioramenti”necessari? Cosa possono pensare gli italiani già frastornati – e che si fidano di lei – quando la sentono bollare la lista degli impresentabili della commissione Antimafia come “grave passo falso”? Lingua duplice, la sua, anche sulla responsabilità civile dei magistrati: “Nell’87, al referendum, votai no. Ora sono favorevolissimo”, ha detto. Anche qui resta da capire come mai non andava bene allora e va bene oggi, che con Renzi è diventata legge. Poi c’è la legge anticorruzione: “Ritorna il falso in bilancio, introdotta attenuante x chi collabora, rafforzati i poteri Anac. Bene così!”, ha twittato raggiante il 21 maggio, all’approvazione. Peccato che, alla prima applicazione, il nuovo falso in bilancio si sia dimostrato più morbido di quello di Berlusconi, cancellando anche quel poco che era rimasto (e pure la condanna per bancarotta dei fratelli Crespi).
Possibile che un esperto come lei non si sia accorto dell’ennesima “manina”?
Infine, i rapporti tra mafia e amministrazioni locali: a ottobre proponeva addirittura di “estendere lo scioglimento dei consigli comunali anche alle regioni”, poi però a dicembre Mafia Capitale e lei ha cominciato a frenare: “La norma sullo scioglimento è nata per i piccoli Comuni. Bisogna dimostrare che il livello d’infiltrazione è all’interno della macchina comunale”. E oggi che, con la seconda ondata, l’“inquinamento” sembra evidente, al punto che il sindaco Marino e il commissario del PD romano Orfini sono stati messi sotto scorta, e tutti si aspetterebbero da lei parole scandalizzate e nette, dice che il commissariamento della Capitale “è un’ipotesi complicata”. Un po’ come Renzi, che infatti lo esclude.

CARO CANTONE, la politica – ormai lo sa bene – è un ginepraio, da cui non ci aspettiamo parole di verità. Da lei sì. Non sa come uscirne o non vuole? A forza di fare da sigillo di garanzia di tutti i prodotti a marchio Renzi, anche quelli che paiono avariati, non rischia di compromettere la sua – ancora indiscutibile – credibilità?
Un cordiale saluto

Vieni avanti decretino – Marco Travaglio 27-6-2015

Vieni_avanti_cretino_mdf139
Ieri Repubblica, con l’aria dell’arcangelo Gabriele che annuncia alla vergine Maria la lieta novella, titolava: “Oggi decreto su De Luca”. Forse il titolista, obnubilato dall’ambiente circostante, non s’è reso conto dell’abnormità di quelle tre parole l’una in fila all’altra: decreto su De Luca. Uno dei principali quotidiani italiani, dunque, non trovava nulla da eccepire sull’ipotesi che il titolare del potere legislativo venisse esautorato da quello esecutivo per imporre una legge immediatamente operante ergo giustificabile solo in casi di eccezionale necessità e urgenza (“decreto”), riservata in esclusiva (“su”) a una sola persona (“De Luca”).

Nemmeno Berlusconi era arrivato a tanto: le sue leggi ad personam non erano decreti, ma disegni di legge; e soprattutto erano fatte per lui (o per i suoi cari, o per le sue aziende), ma valevano per tutti (infatti fecero e continuano a fare danni incalcolabili). Renzi, invece, avrebbe decretato su una materia che si applica a un solo caso, con nome e cognome, e a nessun altro: il governatore sospeso e ineleggibile della Campania. E non si vede come Mattarella avrebbe potuto mettere la sua firma su una boiata del genere.

Il Caimano ci aveva provato col decreto “salva-panino”, che sanava ex-post in via interpretativa il ritardo con cui il rappresentante Pdl aveva presentato fuori tempo massimo le firme della Lista Polverini per le Regionali nel Lazio, giustificandosi poi con “pausa panino” troppo lunga. Napolitano come sempre firmò la porcata. Ma il Tar Lazio la dichiarò nulla, visto che pretendeva di cambiare la legge regionale con una norma nazionale. Senza contare che la legge Spadolini 400/1988 vieta i decreti in materia elettorale (onde evitare il rischio che si voti con una regola e poi il Parlamento non la converta in legge).

Anche il decreto salva-De Luca di Renzi sarebbe stato illegale, perché avrebbe modificato una norma con ricadute elettorali (la legge Severino); e incostituzionale perché violerebbe il principio di eguaglianza (art. 3 Costituzione), stabilendo che l’interdetto De Luca è meno interdetto degli altri interdetti degli ultimi 25 anni.

Infatti è dalla legge 55 del 1990 (ben prima della Severino, che l’ha solo estesa ai parlamentari) che gli amministratori locali devono essere sospesi in caso di arresto o condanna in primo grado per reati di mafia e contro la PA, e dichiarati decaduti alla condanna definitiva.

Ma come siamo giunti a questo punto? Nel 2013 Letta promuove De Luca, sindaco di Salerno e plurimputato, a viceministro dei Trasporti. De Luca deve dimettersi da sindaco, essendo le due cariche incompatibili: ma se ne infischia, viola la legge e si tiene le due cadreghe, finché il Tar lo dichiara decaduto da sindaco. Intanto viene condannato in primo grado per abuso d’ufficio e, in base alla legge del ’90, poi assorbita dal testo unico del 2000 e dalla Severino del 2012, andrebbe sospeso per 18 mesi, se non fosse già decaduto. La sospensione – lo dice la Cassazione – è una menomazione assoluta che il destinatario porta con sé 24 ore su 24 e scatta non appena si siede su una pubblica cadrega.

Dunque De Luca non può candidarsi a nulla. Lui se ne infischia e si presenta alle primarie Pd per fare il governatore della Campania. Renzi, anziché proibirglielo per il bene della Campania e anche del partito, lo lascia fare. De Luca vince le primarie e Renzi, anziché trovare un candidato eleggibile, candida l’ineleggibile. Non sa o finge di non sapere (è laureato in Legge) che il governatore ha un ruolo monocratico che impegna l’intero consiglio: se è sospeso, trascina nel baratro della paralisi tutto l’ente regionale e si deve tornare al voto. Inganna pure gli elettori, dichiarando che l’impedimento assoluto di De Luca “è risolvibile”. Come, non lo dice. La maggioranza dei campani abbocca ed elegge a governatore l’unico candidato che non può farlo. De Luca è proclamato presidente in contumacia (non si presenta): per legge, Renzi deve sospenderlo subito per 18 mesi. Ma non lo fa, commettendo un abuso d’ufficio grosso come una casa (il fine patrimoniale è l’indennità che De Luca inizia a percepire senz’averne diritto), in attesa della proclamazione del nuovo consiglio, dopodiché il governatore nominerà la giunta. O almeno il suo vice: un prestanome tramite cui governare in barba alla legge. Peccato che non possa nominare nessuno: la Consulta ha già detto che non può compiere alcun atto e, se lo compie, l’atto è nullo. Per non finire indagato per lo stesso reato di De Luca, Renzi prepara un decreto “interpretativo” della Severino su misura e si fa scrivere un parere dall’Avvocatura dello Stato à la carte. Lo firma un avvocato appena nominato dal suo stesso governo: a legge vigente, non resterebbe che tornare alle urne; ma, visto che la frittata è fatta, si può nominare una “guida sostitutiva”. Che, naturalmente, nessuno ha mai votato ed eletto per governare la Campania: le consultazioni appena fatte sono un optional.

Ieri sera, infine, Renzi ha sospeso De Luca, ma non ha escluso che il “vice” possa nominarselo proprio lui che non può nominare nessuno. In un Paese serio, chi ha creato un simile casino, cioè Renzi, si vergognerebbe. Poi, invece, dà ragione a Il Fatto Quotidiano. Siamo la patria del diritto, ma soprattutto del rovescio.

I 5Stelle: “Ecco come cambieranno la legge Severino”

snapshot159
“NELLA RIFORMA DELLA P.A. C’È UNA DELEGA IN BIANCO, COSÌ SALVERANNO IL RAS DI SALERNO”

Il governo vuole cambiare la legge Severino e, nel farlo, vuole le mani libere, magari per poter finalmente salvare De Luca”. L’accusa arriva dal M5s: “Nella riforma della Pubblica amministrazione c’è infatti una delega in bianco al governo per poter riscrivere a proprio piacimento le norme”, attaccavano ieri i 5Stelle. Sotto accusa c’è l’articolo 6 della legge che autorizza l’esecutivo a modificare il decreto legge 39, che si occupa, secondo l’accusa dei pentastellati, “proprio dell’inconferibilità e incompatibilità degli incarichi nella p.a.”. Una sassata al governo, che ha replicato col ministro Marianna Madia: “Per evitare strumentalizzazioni sul caso De Luca sono pronta allo stralcio delle previsioni contenute nella riforma che aprono a una revisione delle decreto legislativo, di attuazione della legge Severino, in materia di inconferibilità e incompatibilità negli incarichi”. Anche se, ha sottolineato il ministro, “Il decreto che potrebbe riaprire il caso De Luca è un altro”. La questione è complessa e riguarda anche le modifiche alla Severino chieste il 10 giugno dal presidente dell’Anac Raffaele Cantone. De Luca è stato condannato per abuso d’ufficio, e secondo la legge Severino, sarà sospeso.

LE NORME che lo prevedono, in effetti, sono contenute in un altro decreto attuativo della legge anticorruzione, il 235 e non il 39, ch riguarda gli incarichi amministrativi negli enti pubblici, e non le cariche elettive. Le osservazioni dell’Anac riguardavano la disparità del trattamento applicato a dirigenti e politici. Questo perché mentre il primo testo prevede “una differenziazione della gravità dei reati e pertanto delle conseguenze, quello che regola la sospensione di politici, regionali e locali non fa distinguo”. Per questo, ha spiegato Cantone, “è opportuno che il legislatore proceda a un’armonizzazione”. Per l’Anac dovrebbe essere una delega al governo a stabilire se allargare o stringere le maglie per i politici. Ed è proprio questa la ragione dell’allarme sollevato dai 5stelle. Il rischio, spiegavano ieri alcuni deputati M5s, è che il governo scelga proprio la delega sulla p.a. per intervenire, facendo piovere alla Camera (dove il testo è in discussione) un emendamento che gli permetta di modificare anche il decreto 235.

L’ultimo spenga la luce (Marco Travaglio 05/06/2015)

travaglio2
Ricordate gli scudi umani? Entrarono in azione nell’autunno 2013 su mandato del Quirinale per scongiurare la decadenza da senatore del neopregiudicato B. Decadenza automatica e immediata, diceva la legge Severino (così come dev’essere ora la sospensione da presidente della Regione Campania del neoeletto Vincenzo De Luca per la sua condanna in primo grado). Ma ciò che valeva al- lora per B. (e poi per tanti altri) non vale più oggi per De Luca. O meglio: oggi a invocare la sospensione di De Luca sono gli stessi che due anni fa tentavano di scongiurare la decadenza di B., mentre a tentare di scongiurare la sospensione di De Luca sono gli stessi che invocavano la decadenza di B. Forse siamo degli inguaribili ingenui: ma vedere il Pd schierato a testuggine a difesa di un condannato che non vuole sloggiare e contro una legge votata da tutti e persino contro l’Antimafia che ha osato dire che il re è nudo, ci fa ancora un certo effetto. E non possiamo non notare la crisi di identità del Pd che fino a ieri voleva sciogliere per mafia tanti comuni che avevano magari un paio di arrestati o di sospettati, e oggi fa quadrato attorno al consiglio comunale di Roma che in sei mesi ha collezionato cinque consiglieri arrestati per Mafia Capitale, senza contare i neoindagati coperti da omissis, i funzionari e gli amici degli amici: forse, per scioglierlo, Renzi aspetta che arrivi l’accalappiacani a ingabbiarli tutti fino all’ultimo (che, si spera, spegnerà la luce). Più che un partito, il Pd ricorda un detersivo: quello che lava più bianco, contro lo sporco più sporco.

Dicevamo degli scudi umani di B., annata 2013. Partì in quarta Luciano Violante, benedetto da Re Giorgio, con una supercazzola che coinvolgeva la Corte costituzionale e quella di Strasburgo, ma forse anche quelle di Lussemburgo, Friburgo, Edimburgo e Magdeburgo. Il terrore dei corazzieri era che il Caimano decaduto facesse crollare le larghe intese, con annesso governo Letta. E qui sottovalutavano la perfetta aderenza fra la poltrona e il deretano di Alfano, che ormai erano un tutt’uno, e infatti restarono amorevolmente incollati l’una all’altro. Al noto participio presente, seguirono in rapida successione altri scudi umani, pronti a sacrificare la propria faccia impapocchiando le più improbabili patacche giuridiche pur di garantire un rinvio della decadenza automatica e immediata del pregiudicato.

Erano Capotosti, Onida, Vietti, Ranieri, Nordio e via napolitaneggiando, in una gara di arrampicata sulle specchiere del Quirinale davvero encomiabile. Roba da far impallidire l’intero collegio dei giuristi-freeklimbers berlusconiani: gli on. avv. prof. Ghedini, Longo e Paniz che, curvi sui loro alambicchi a serpentina come i vecchi druidi, a forza di pozioni a base di zampe di gallina, code di lucertola, baffi di furetto, sangue di topo e cuore di scarafaggio, erano arrivati a partorire prelibatezze tipo l’“utilizzatore finale” e la nipote di Mubarak, ma niente di più.
Comunque fu tutto inutile: il 27 novembre 2013 B. decadde grazie alla pressione dei 5Stelle e di Sel su un Pd al solito riottoso e diviso (tranne Casson e pochi altri).

Cinque mesi dopo la Severino si applicò, automatica e immediata, al governatore della Calabria Giuseppe Scopelliti (Ncd), condannato in primo grado per abuso e falso. La sentenza arrivò il 27 marzo 2014, Scopelliti si dimise il 2 maggio e il 4 maggio il premier Renzi lo sospese anche per l’ordinaria amministrazione, senza sollevare la minima obiezione sulla Severino. E non fu mica l’unica volta: nell’anno e mezzo scarso del suo governo, come documenta Luca De Carolis a pag. 9, Renzi ha sospeso immediatamente e automaticamente altri 7 amministratori locali condannati. Poveretti: non si chiamavano De Luca. Ma per Don Vincenzo la legge non vale, anche se lui è decaduto non una, ma due volte da sindaco di Salerno: la prima perché pretendeva di cumulare illegalmente la carica di primo cittadino a quella di viceministro delle Infrastrutture del governo Letta (quando doveva discutere della metropolitana di Salerno, opera notoriamente imprescindibile, si riuniva con se stesso davanti allo specchio e discuteva animatamente mettendosi e levandosi la fascia tricolore e il tricorno di sottosegretario come Arturo Brachetti); la seconda perché condannato in primo grado per abuso d’ufficio. Soltanto un manicomio organizzato avrebbe potuto candidarlo a qualsiasi altra cosa, anche ad amministratore di condominio. Infatti il Pd lo candidò a governatore. E la decadenza? “Problema risolvibile”, disse Renzi alla sua clacque di iscritti all’Albo di Giornalisti, che naturalmente mai osarono domandare: “Scusi, di grazia, risolvibile come?”. Ora siamo al dunque. Il giorno della proclamazione degli eletti, prima che possa presentare la giunta, De Luca dev’essere sospeso dallo stesso Renzi come tutti gli altri.
Ma riecco gli scudi umani lanciati al salvamento. Nell’ormai famosa intervista a Repubblica, Raffaele Cantone dice che De Luca può essere sospeso solo dopo la presa di possesso, cioè dopo la nomina della giunta e dunque del vicepresidente, cioè del prestanome che governerà telecomandato da lui. Cantone parla come se fosse la prima volta che ciò accade (“è un rompicapo senza precedenti… affascinante per chi ama le potenzialità del diritto… la soluzione che si trova oggi farà giurisprudenza”). Invece c’è già stato un condannato in primo grado che si è candidato ed è stato eletto consigliere regionale: Michele Iorio, in Molise.
Il governo Monti – facendo giurisprudenza – lo sospese il giorno stesso della proclamazione (28.3.2013). Perché la regola non dovrebbe valere per De Luca? Alla domanda risponde, pronto e scattante come un leprotto, un altro scudo umano, appositamente scovato dal Corriere: Giuseppe Patroni Griffi, ex ministro di Monti, ora presidente di sezione del Consiglio di Stato. Anche lui dice che una causa di sospensione (la condanna di De Luca) precedente all’elezione è “uno scenario inimmaginabile”. Forse in Scandinavia, non certo in Italia, dove le condanne fanno curriculum per le candidature.
Ma tenetevi forte: pur avendo fatto parte del governo Monti, che varò la Severino e sospese Iorio il giorno della proclamazione, Patroni Griffi dice che quel precedente potrebbe non valere per De Luca, perché la sua sospensione metterebbe “in crisi la funzionalità della Regione”.
Qui uno psichiatra potrebbe domandare: scusa, caro, ma la Severino non l’avete fatta per ripulire le istituzioni dai condannati? Triplo salto mortale carpiato con avvitamento di Patroni Griffi, che rivolta la frittata: “Può una norma finalizzata a sanzionare l’amministratore condannato e a tutelare l’onorabilità dell’organo, determinarne poi la paralisi”? Fantastico: invece di preoccuparsi della presenza di un condannato al vertice della Regione e dunque auspicare che la Campania torni alle urne per darsi un presidente pulito, lo scudo umano propone di salvare il condannato per non bloccare la Regione guidata dal condannato. A questo punto lo psichiatra domanderà: che c’entra Patroni Griffi con De Luca? Il Pompiere della sera previene la domanda: come ministro di Monti, egli aveva “passato sotto la lente d’ingrandimento la legge Severino” insieme al ministro dell’Interno Cancellieri. Quindi la legge, da oggi, si chiama Severino Cancellieri Patroni Griffi. Ma anche un po’ Serbelloni Mazzanti Viendalmare.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: