Archivi tag: legge severino

Non finisce qui (Marco Travaglio)

matminzIl caso Minzolini, che poi è il caso “Parlamento fuorilegge e sedizioso”, è rapidamente scomparso dalle prime pagine dei giornali. Ma non può finire così. E i rappresentanti delle istituzioni che ne hanno a cuore il buon nome, a cominciare dal garante supremo della Costituzione Sergio Mattarella e dai presidenti… Continua »

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Fumus paraculonis (Marco Travaglio)

keep-calm-and-be-paraculoI senatori del Pd che hanno salvato Minzolini votando contro la sua decadenza imposta dalla legge Severino e dall’interdizione dai pubblici uffici o dandosi alla macchia per abbassare il quorum avevano tre opzioni per sfuggire alla furia degli eventuali elettori.

1) Darsi malati o afoni per non rilasciare dichiarazioni.

2)… Continua »

LA CASTA ASSOLVE IL PREGIUDICATO E SI DÀ IL QUARTO GRADO DI GIUDIZIO (M.Fini)

downloadNon più di tre o quattro giorni fa Matteo Renzi, ex premier e ora segretario dimissionario del Pd, dichiarava (a proposito di Luca Lotti, di Virginia Raggi e di altri) che qualsiasi cittadino deve essere considerato innocente fino a sentenza definitiva, che in Italia di solito è quella della Cassazione…. Continua »

Fumus eversionis (Marco Travaglio)

trav mattaUn amico avvocato calabrese ci racconta la storia di Maria, una sua cliente poverissima, separata dal marito e con un figlio a carico, che sbarca il lunario vendendo patate. Ha anche provato a partecipare a concorsi pubblici, ma è sempre stata respinta per via di una piccola condanna in primo… Continua »

Otto e mezzo – Puntata integrale del 16/03/2017 con Marco Travaglio

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Striscia La Notizia, Ficarra e Picone: “Senato ha salvato Minzolini? Almeno non fa il direttore del tg”

snapshot112Prologo della puntata di “Striscia La Notizia”, in onda ogni sera alle 20.30 su Canale 5 (qui la puntata integrale), coi timonieri Ficarra e Picone che commentano il ‘niet’ di Palazzo Madama alla decadenza di Augusto Minzolini da senatore. “Vogliamo vedere il lato positivo?” – osserva Ficarra – “Almeno non… Continua »

CARO CANTONE, ORA LEI PARLA UN’ ALTRA LINGUA (Luisella Costamagna)

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di Luisella Costamagna – il Fatto Quotidiano 27-6-2015

Caro Raffaele Cantone, lei dice “la mia storia parla per me”. Vero: grande magistrato anticamorra, è insieme orgoglio, garanzia e baluardo di legalità nel nostro paese martoriato dal malaffare. Le arrivi il nostro sincero e convinto grazie.
Da quando però ha cominciato a collaborare con la politica – prima come componente della Commissione che doveva elaborare proposte anticorruzione per il governo Monti, poi nella task force sulla criminalità organizzata di Letta, infine (e soprattutto) come presidente dell’Autorità nazionale Anticorruzione nominato da Renzi – sembra aver cominciato a parlare un’altra lingua.

snapshot174LEGGE SEVERINO: sicuramente avrà pesato anche il suo parere nell’elaborazione della legge, che infatti lei difese quando si decise la sospensione dalla carica per la condanna in primo grado per abuso d’ufficio del sindaco De Magistris (“misure conformi alla Costituzione” e “corretta applicazione della sospensione”, disse nel dicembre 2014). Come mai adesso che a essere sospeso sulla base delle stesse norme (e della stessa condanna) deve essere De Luca, propone – con più realismo del Re Renzi, che martedì ha annunciato la sospensione –25 “miglioramenti”necessari? Cosa possono pensare gli italiani già frastornati – e che si fidano di lei – quando la sentono bollare la lista degli impresentabili della commissione Antimafia come “grave passo falso”? Lingua duplice, la sua, anche sulla responsabilità civile dei magistrati: “Nell’87, al referendum, votai no. Ora sono favorevolissimo”, ha detto. Anche qui resta da capire come mai non andava bene allora e va bene oggi, che con Renzi è diventata legge. Poi c’è la legge anticorruzione: “Ritorna il falso in bilancio, introdotta attenuante x chi collabora, rafforzati i poteri Anac. Bene così!”, ha twittato raggiante il 21 maggio, all’approvazione. Peccato che, alla prima applicazione, il nuovo falso in bilancio si sia dimostrato più morbido di quello di Berlusconi, cancellando anche quel poco che era rimasto (e pure la condanna per bancarotta dei fratelli Crespi).
Possibile che un esperto come lei non si sia accorto dell’ennesima “manina”?
Infine, i rapporti tra mafia e amministrazioni locali: a ottobre proponeva addirittura di “estendere lo scioglimento dei consigli comunali anche alle regioni”, poi però a dicembre Mafia Capitale e lei ha cominciato a frenare: “La norma sullo scioglimento è nata per i piccoli Comuni. Bisogna dimostrare che il livello d’infiltrazione è all’interno della macchina comunale”. E oggi che, con la seconda ondata, l’“inquinamento” sembra evidente, al punto che il sindaco Marino e il commissario del PD romano Orfini sono stati messi sotto scorta, e tutti si aspetterebbero da lei parole scandalizzate e nette, dice che il commissariamento della Capitale “è un’ipotesi complicata”. Un po’ come Renzi, che infatti lo esclude.

CARO CANTONE, la politica – ormai lo sa bene – è un ginepraio, da cui non ci aspettiamo parole di verità. Da lei sì. Non sa come uscirne o non vuole? A forza di fare da sigillo di garanzia di tutti i prodotti a marchio Renzi, anche quelli che paiono avariati, non rischia di compromettere la sua – ancora indiscutibile – credibilità?
Un cordiale saluto

Vieni avanti decretino – Marco Travaglio 27-6-2015

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Ieri Repubblica, con l’aria dell’arcangelo Gabriele che annuncia alla vergine Maria la lieta novella, titolava: “Oggi decreto su De Luca”. Forse il titolista, obnubilato dall’ambiente circostante, non s’è reso conto dell’abnormità di quelle tre parole l’una in fila all’altra: decreto su De Luca. Uno dei principali quotidiani italiani, dunque, non trovava nulla da eccepire sull’ipotesi che il titolare del potere legislativo venisse esautorato da quello esecutivo per imporre una legge immediatamente operante ergo giustificabile solo in casi di eccezionale necessità e urgenza (“decreto”), riservata in esclusiva (“su”) a una sola persona (“De Luca”).

Nemmeno Berlusconi era arrivato a tanto: le sue leggi ad personam non erano decreti, ma disegni di legge; e soprattutto erano fatte per lui (o per i suoi cari, o per le sue aziende), ma valevano per tutti (infatti fecero e continuano a fare danni incalcolabili). Renzi, invece, avrebbe decretato su una materia che si applica a un solo caso, con nome e cognome, e a nessun altro: il governatore sospeso e ineleggibile della Campania. E non si vede come Mattarella avrebbe potuto mettere la sua firma su una boiata del genere.

Il Caimano ci aveva provato col decreto “salva-panino”, che sanava ex-post in via interpretativa il ritardo con cui il rappresentante Pdl aveva presentato fuori tempo massimo le firme della Lista Polverini per le Regionali nel Lazio, giustificandosi poi con “pausa panino” troppo lunga. Napolitano come sempre firmò la porcata. Ma il Tar Lazio la dichiarò nulla, visto che pretendeva di cambiare la legge regionale con una norma nazionale. Senza contare che la legge Spadolini 400/1988 vieta i decreti in materia elettorale (onde evitare il rischio che si voti con una regola e poi il Parlamento non la converta in legge).

Anche il decreto salva-De Luca di Renzi sarebbe stato illegale, perché avrebbe modificato una norma con ricadute elettorali (la legge Severino); e incostituzionale perché violerebbe il principio di eguaglianza (art. 3 Costituzione), stabilendo che l’interdetto De Luca è meno interdetto degli altri interdetti degli ultimi 25 anni.

Infatti è dalla legge 55 del 1990 (ben prima della Severino, che l’ha solo estesa ai parlamentari) che gli amministratori locali devono essere sospesi in caso di arresto o condanna in primo grado per reati di mafia e contro la PA, e dichiarati decaduti alla condanna definitiva.

Ma come siamo giunti a questo punto? Nel 2013 Letta promuove De Luca, sindaco di Salerno e plurimputato, a viceministro dei Trasporti. De Luca deve dimettersi da sindaco, essendo le due cariche incompatibili: ma se ne infischia, viola la legge e si tiene le due cadreghe, finché il Tar lo dichiara decaduto da sindaco. Intanto viene condannato in primo grado per abuso d’ufficio e, in base alla legge del ’90, poi assorbita dal testo unico del 2000 e dalla Severino del 2012, andrebbe sospeso per 18 mesi, se non fosse già decaduto. La sospensione – lo dice la Cassazione – è una menomazione assoluta che il destinatario porta con sé 24 ore su 24 e scatta non appena si siede su una pubblica cadrega.

Dunque De Luca non può candidarsi a nulla. Lui se ne infischia e si presenta alle primarie Pd per fare il governatore della Campania. Renzi, anziché proibirglielo per il bene della Campania e anche del partito, lo lascia fare. De Luca vince le primarie e Renzi, anziché trovare un candidato eleggibile, candida l’ineleggibile. Non sa o finge di non sapere (è laureato in Legge) che il governatore ha un ruolo monocratico che impegna l’intero consiglio: se è sospeso, trascina nel baratro della paralisi tutto l’ente regionale e si deve tornare al voto. Inganna pure gli elettori, dichiarando che l’impedimento assoluto di De Luca “è risolvibile”. Come, non lo dice. La maggioranza dei campani abbocca ed elegge a governatore l’unico candidato che non può farlo. De Luca è proclamato presidente in contumacia (non si presenta): per legge, Renzi deve sospenderlo subito per 18 mesi. Ma non lo fa, commettendo un abuso d’ufficio grosso come una casa (il fine patrimoniale è l’indennità che De Luca inizia a percepire senz’averne diritto), in attesa della proclamazione del nuovo consiglio, dopodiché il governatore nominerà la giunta. O almeno il suo vice: un prestanome tramite cui governare in barba alla legge. Peccato che non possa nominare nessuno: la Consulta ha già detto che non può compiere alcun atto e, se lo compie, l’atto è nullo. Per non finire indagato per lo stesso reato di De Luca, Renzi prepara un decreto “interpretativo” della Severino su misura e si fa scrivere un parere dall’Avvocatura dello Stato à la carte. Lo firma un avvocato appena nominato dal suo stesso governo: a legge vigente, non resterebbe che tornare alle urne; ma, visto che la frittata è fatta, si può nominare una “guida sostitutiva”. Che, naturalmente, nessuno ha mai votato ed eletto per governare la Campania: le consultazioni appena fatte sono un optional.

Ieri sera, infine, Renzi ha sospeso De Luca, ma non ha escluso che il “vice” possa nominarselo proprio lui che non può nominare nessuno. In un Paese serio, chi ha creato un simile casino, cioè Renzi, si vergognerebbe. Poi, invece, dà ragione a Il Fatto Quotidiano. Siamo la patria del diritto, ma soprattutto del rovescio.

I 5Stelle: “Ecco come cambieranno la legge Severino”

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“NELLA RIFORMA DELLA P.A. C’È UNA DELEGA IN BIANCO, COSÌ SALVERANNO IL RAS DI SALERNO”

Il governo vuole cambiare la legge Severino e, nel farlo, vuole le mani libere, magari per poter finalmente salvare De Luca”. L’accusa arriva dal M5s: “Nella riforma della Pubblica amministrazione c’è infatti una delega in bianco al governo per poter riscrivere a proprio piacimento le norme”, attaccavano ieri i 5Stelle. Sotto accusa c’è l’articolo 6 della legge che autorizza l’esecutivo a modificare il decreto legge 39, che si occupa, secondo l’accusa dei pentastellati, “proprio dell’inconferibilità e incompatibilità degli incarichi nella p.a.”. Una sassata al governo, che ha replicato col ministro Marianna Madia: “Per evitare strumentalizzazioni sul caso De Luca sono pronta allo stralcio delle previsioni contenute nella riforma che aprono a una revisione delle decreto legislativo, di attuazione della legge Severino, in materia di inconferibilità e incompatibilità negli incarichi”. Anche se, ha sottolineato il ministro, “Il decreto che potrebbe riaprire il caso De Luca è un altro”. La questione è complessa e riguarda anche le modifiche alla Severino chieste il 10 giugno dal presidente dell’Anac Raffaele Cantone. De Luca è stato condannato per abuso d’ufficio, e secondo la legge Severino, sarà sospeso.

LE NORME che lo prevedono, in effetti, sono contenute in un altro decreto attuativo della legge anticorruzione, il 235 e non il 39, ch riguarda gli incarichi amministrativi negli enti pubblici, e non le cariche elettive. Le osservazioni dell’Anac riguardavano la disparità del trattamento applicato a dirigenti e politici. Questo perché mentre il primo testo prevede “una differenziazione della gravità dei reati e pertanto delle conseguenze, quello che regola la sospensione di politici, regionali e locali non fa distinguo”. Per questo, ha spiegato Cantone, “è opportuno che il legislatore proceda a un’armonizzazione”. Per l’Anac dovrebbe essere una delega al governo a stabilire se allargare o stringere le maglie per i politici. Ed è proprio questa la ragione dell’allarme sollevato dai 5stelle. Il rischio, spiegavano ieri alcuni deputati M5s, è che il governo scelga proprio la delega sulla p.a. per intervenire, facendo piovere alla Camera (dove il testo è in discussione) un emendamento che gli permetta di modificare anche il decreto 235.

L’ultimo spenga la luce (Marco Travaglio 05/06/2015)

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Ricordate gli scudi umani? Entrarono in azione nell’autunno 2013 su mandato del Quirinale per scongiurare la decadenza da senatore del neopregiudicato B. Decadenza automatica e immediata, diceva la legge Severino (così come dev’essere ora la sospensione da presidente della Regione Campania del neoeletto Vincenzo De Luca per la sua condanna in primo grado). Ma ciò che valeva al- lora per B. (e poi per tanti altri) non vale più oggi per De Luca. O meglio: oggi a invocare la sospensione di De Luca sono gli stessi che due anni fa tentavano di scongiurare la decadenza di B., mentre a tentare di scongiurare la sospensione di De Luca sono gli stessi che invocavano la decadenza di B. Forse siamo degli inguaribili ingenui: ma vedere il Pd schierato a testuggine a difesa di un condannato che non vuole sloggiare e contro una legge votata da tutti e persino contro l’Antimafia che ha osato dire che il re è nudo, ci fa ancora un certo effetto. E non possiamo non notare la crisi di identità del Pd che fino a ieri voleva sciogliere per mafia tanti comuni che avevano magari un paio di arrestati o di sospettati, e oggi fa quadrato attorno al consiglio comunale di Roma che in sei mesi ha collezionato cinque consiglieri arrestati per Mafia Capitale, senza contare i neoindagati coperti da omissis, i funzionari e gli amici degli amici: forse, per scioglierlo, Renzi aspetta che arrivi l’accalappiacani a ingabbiarli tutti fino all’ultimo (che, si spera, spegnerà la luce). Più che un partito, il Pd ricorda un detersivo: quello che lava più bianco, contro lo sporco più sporco.

Dicevamo degli scudi umani di B., annata 2013. Partì in quarta Luciano Violante, benedetto da Re Giorgio, con una supercazzola che coinvolgeva la Corte costituzionale e quella di Strasburgo, ma forse anche quelle di Lussemburgo, Friburgo, Edimburgo e Magdeburgo. Il terrore dei corazzieri era che il Caimano decaduto facesse crollare le larghe intese, con annesso governo Letta. E qui sottovalutavano la perfetta aderenza fra la poltrona e il deretano di Alfano, che ormai erano un tutt’uno, e infatti restarono amorevolmente incollati l’una all’altro. Al noto participio presente, seguirono in rapida successione altri scudi umani, pronti a sacrificare la propria faccia impapocchiando le più improbabili patacche giuridiche pur di garantire un rinvio della decadenza automatica e immediata del pregiudicato.

Erano Capotosti, Onida, Vietti, Ranieri, Nordio e via napolitaneggiando, in una gara di arrampicata sulle specchiere del Quirinale davvero encomiabile. Roba da far impallidire l’intero collegio dei giuristi-freeklimbers berlusconiani: gli on. avv. prof. Ghedini, Longo e Paniz che, curvi sui loro alambicchi a serpentina come i vecchi druidi, a forza di pozioni a base di zampe di gallina, code di lucertola, baffi di furetto, sangue di topo e cuore di scarafaggio, erano arrivati a partorire prelibatezze tipo l’“utilizzatore finale” e la nipote di Mubarak, ma niente di più.
Comunque fu tutto inutile: il 27 novembre 2013 B. decadde grazie alla pressione dei 5Stelle e di Sel su un Pd al solito riottoso e diviso (tranne Casson e pochi altri).

Cinque mesi dopo la Severino si applicò, automatica e immediata, al governatore della Calabria Giuseppe Scopelliti (Ncd), condannato in primo grado per abuso e falso. La sentenza arrivò il 27 marzo 2014, Scopelliti si dimise il 2 maggio e il 4 maggio il premier Renzi lo sospese anche per l’ordinaria amministrazione, senza sollevare la minima obiezione sulla Severino. E non fu mica l’unica volta: nell’anno e mezzo scarso del suo governo, come documenta Luca De Carolis a pag. 9, Renzi ha sospeso immediatamente e automaticamente altri 7 amministratori locali condannati. Poveretti: non si chiamavano De Luca. Ma per Don Vincenzo la legge non vale, anche se lui è decaduto non una, ma due volte da sindaco di Salerno: la prima perché pretendeva di cumulare illegalmente la carica di primo cittadino a quella di viceministro delle Infrastrutture del governo Letta (quando doveva discutere della metropolitana di Salerno, opera notoriamente imprescindibile, si riuniva con se stesso davanti allo specchio e discuteva animatamente mettendosi e levandosi la fascia tricolore e il tricorno di sottosegretario come Arturo Brachetti); la seconda perché condannato in primo grado per abuso d’ufficio. Soltanto un manicomio organizzato avrebbe potuto candidarlo a qualsiasi altra cosa, anche ad amministratore di condominio. Infatti il Pd lo candidò a governatore. E la decadenza? “Problema risolvibile”, disse Renzi alla sua clacque di iscritti all’Albo di Giornalisti, che naturalmente mai osarono domandare: “Scusi, di grazia, risolvibile come?”. Ora siamo al dunque. Il giorno della proclamazione degli eletti, prima che possa presentare la giunta, De Luca dev’essere sospeso dallo stesso Renzi come tutti gli altri.
Ma riecco gli scudi umani lanciati al salvamento. Nell’ormai famosa intervista a Repubblica, Raffaele Cantone dice che De Luca può essere sospeso solo dopo la presa di possesso, cioè dopo la nomina della giunta e dunque del vicepresidente, cioè del prestanome che governerà telecomandato da lui. Cantone parla come se fosse la prima volta che ciò accade (“è un rompicapo senza precedenti… affascinante per chi ama le potenzialità del diritto… la soluzione che si trova oggi farà giurisprudenza”). Invece c’è già stato un condannato in primo grado che si è candidato ed è stato eletto consigliere regionale: Michele Iorio, in Molise.
Il governo Monti – facendo giurisprudenza – lo sospese il giorno stesso della proclamazione (28.3.2013). Perché la regola non dovrebbe valere per De Luca? Alla domanda risponde, pronto e scattante come un leprotto, un altro scudo umano, appositamente scovato dal Corriere: Giuseppe Patroni Griffi, ex ministro di Monti, ora presidente di sezione del Consiglio di Stato. Anche lui dice che una causa di sospensione (la condanna di De Luca) precedente all’elezione è “uno scenario inimmaginabile”. Forse in Scandinavia, non certo in Italia, dove le condanne fanno curriculum per le candidature.
Ma tenetevi forte: pur avendo fatto parte del governo Monti, che varò la Severino e sospese Iorio il giorno della proclamazione, Patroni Griffi dice che quel precedente potrebbe non valere per De Luca, perché la sua sospensione metterebbe “in crisi la funzionalità della Regione”.
Qui uno psichiatra potrebbe domandare: scusa, caro, ma la Severino non l’avete fatta per ripulire le istituzioni dai condannati? Triplo salto mortale carpiato con avvitamento di Patroni Griffi, che rivolta la frittata: “Può una norma finalizzata a sanzionare l’amministratore condannato e a tutelare l’onorabilità dell’organo, determinarne poi la paralisi”? Fantastico: invece di preoccuparsi della presenza di un condannato al vertice della Regione e dunque auspicare che la Campania torni alle urne per darsi un presidente pulito, lo scudo umano propone di salvare il condannato per non bloccare la Regione guidata dal condannato. A questo punto lo psichiatra domanderà: che c’entra Patroni Griffi con De Luca? Il Pompiere della sera previene la domanda: come ministro di Monti, egli aveva “passato sotto la lente d’ingrandimento la legge Severino” insieme al ministro dell’Interno Cancellieri. Quindi la legge, da oggi, si chiama Severino Cancellieri Patroni Griffi. Ma anche un po’ Serbelloni Mazzanti Viendalmare.

La legge Sederino (Marco Travaglio 12-3-2015)

travaglio-e-il-terremoto-a-torinoCi risiamo. La sentenza della Cassazione che conferma quella d’appello e assolve definitivamente B. nel processo Ruby dalle accuse di concussione e prostituzione minorile ha scatenato il solito diluvio di cazzate, riassumibili nei titoli degli house organ al seguito: “Il bunga-bunga era una bufala” (Il Giornale), “Silvio assolto, ora chi paga?” (Libero), “Un assurdo processo politico” (Il Foglio). Non si accontentano che il padrone l’abbia fatta franca grazie alla legge Severino, o Sederino visto che glielo restituisce bello lindo, roseo e levigato come il culetto di un bambino (la frode fiscale è già passata in cavalleria). Non accendono un cero a Santa Paola. Pretendono pure di farci passare tutti per fessi, forse perché cercano compagnia.

Incredibilmente si associa al coro una persona solitamente seria come Michele Emiliano, ex pm, ex sindaco di Bari, ora leader Pd in Puglia e candidato a governatore, che invita addirittura la Boccassini a “scusarsi con B.”. Roba da matti.

1) Chi paga? Se la domanda riguarda i costi dell’indagine, quella della Procura di Milano sul gigantesco sistema prostitutivo nella villa di Arcore, accertato e confermato dalle condanne in primo grado e in appello per Mora, Minetti e Fede nel processo Ruby-bis, è costata meno di qualunque altra su fatti simili: 65 mila euro (di cui 26 mila per le intercettazioni, come scrive Luigi Ferrarella sul Corriere). Se invece la domanda riguarda il prezzo pagato da B. in termini di discredito (per lui e per l’Italia governata da lui) e di voti persi, chi è causa del suo mal pianga se stesso: se B. non si fosse riempito la casa di mignotte, di cui alcune minorenni, e se poi non avesse telefonato in Questura, abusando del suo potere, per far rilasciare Ruby nelle mani della Minetti e della “collega” Michelle Conceicao per evitare che parlasse, non sarebbe mai stato processato.

2) Assurdo processo politico? Uno dei due reati contestati, la prostituzione minorile, è frutto di due leggi fatte dalle sue ministre Prestigiacomo e Carfagna per inasprire le pene contro gli sporcaccioni che vanno con le ragazzine. I pm, scoperta la presenza di almeno una minorenne ad Arcore, erano obbligati ad applicarla. Idem per il reato di concussione. Il 27-5-2010, quando B. chiamò il capo di gabinetto della Questura di Milano, Piero Ostuni, l’articolo 317 del Codice penale puniva da 4 a 12 anni “il pubblico ufficiale… che, abusando della sua qualità o dei suoi poteri, costringe o induce taluno a dare o a promettere indebitamente, a lui o ad un terzo, denaro o altra utilità”.

554È proprio quel che fece il premier B. Che, da pubblico ufficiale, costrinse o indusse Ostuni a dargli indebitamente l’utilità di rilasciare subito Ruby, fermata per furto, contro il parere del pm minorile e contro la prassi ordinaria, prima che parlasse dei festini di Arcore. Quindi quella telefonata era reato (concussione per costrizione o per induzione) quando fu fatta, quando la Procura aprì l’indagine, quando B. fu rinviato a giudizio e quando iniziò il processo. Poi, il 6 novembre 2012, il Parlamento di cui B. era il leader di maggioranza nel governo Monti approvò la legge Severino che spacchettava la concussione: quella per costrizione (violenza o minaccia) restava tale e quale; quella per induzione diventava un reato minore (induzione a dare o promettere denaro o altra utilità), con pene più basse e prescrizione più breve, ma soprattutto impossibile da dimostrare, perché richiede non solo un “indebito vantaggio” per l’induttore (l’ex concussore, cioè B.), ma anche per l’indotto (l’ex concusso, allora vittima e ora complice nel nuovo delitto, cioè Ostuni). Il vantaggio per B. è noto: se Ruby fosse rimasta in Questura quella notte, avrebbe potuto svelare ciò che i pm scoprirono qualche mese dopo. Il vantaggio per Ostuni è nullo: ha obbedito al premier per servilismo, piaggeria, quieto vivere. Quindi ciò che prima era reato, ora non lo è più. Il Tribunale aggirò l’ostacolo condannando B. per concussione per costrizione: per i primi giudici, la pressione esercitata dal premier su Ostuni era irresistibile. La Corte d’appello, confermati l’altroieri dalla Cassazione, ha invece considerato quelle telefonate resistibili, dunque rientranti nel nuovo reato di induzione. E qui hanno dovuto assolvere B.: perché, nonostante il pacifico “abuso della sua qualifica per scopi personali”, Ostuni non ricavò dal suo cedimento alcun vantaggio indebito. È sparito il reato, per legge: ma i fatti restano.

3) A Sallusti che titola “Il bunga-bunga era una bufala” ha già risposto l’avvocato Franco Coppi, difensore di B.: “Nemmeno noi contestiamo che ad Arcore avvenissero fatti di prostituzione compensati, anche per Ruby”. Quindi, di grazia, di che dovrebbe scusarsi la Boccassini? Di aver applicato la legge senza prevedere che gliel’avrebbero cambiata sotto il naso col voto determinante dell’imputato e dei suoi cari? O di aver sospettato che B. sapesse che Ruby era minorenne? Fermo restando che, in mancanza di prove schiaccianti, è anche legittimo pensare il contrario, resta insuperata e insuperabile una domanda: visto che l’istituto dell’affidamento è riservato ai minori, perché mai B. si scomodò dal vertice internazionale di Parigi a telefonare in Questura per far affidare Ruby alla Minetti, se pensava che Ruby fosse maggiorenne? Ciò detto, massima solidarietà ai servi di B., costretti a sostenere qualunque balla e a passare per fessi pur di conservare il posto e lo stipendio, finché dura. “Ognuno – diceva Totò – ha la faccia che ha, ma qualche volta si esagera”.

Volete Barabba o Barabba? (Marco Travaglio 4-3-2015)

travaglio-e-il-terremoto-a-torinoSpunti per il copione di una sceneggiata napoletana. Nel 2012 un partito, il Pd, incalzato da un movimento, i 5Stelle, si batte come un sol uomo per approvare una legge, la Severino, che estende finalmente ai parlamentari le norme sulla sospensione, la decadenza e l’ineleggibilità già in vigore per gli amministratori locali arrestati e/o condannati per reati gravi. Il partito degli arrestati e dei condannati, Pdl, tenta di opporsi ma non è aria e alla fine subisce. La legge passa, ma con un codicillo: per sospendere gli amministratori locali basta la condanna in primo grado, per i parlamentari invece no. C’è solo la decadenza e l’ineleggibilità dopo la condanna definitiva, per giunta sopra i 2 anni. Sotto i 2 anni fa niente, anzi: averne, di pregiudicati. Dopo vari amministratori locali semisconosciuti, il primo utilizzatore finale famoso della legge è il senatore B., 4 anni per frode: decaduto e ineleggibile. Tutto bene. Il secondo è il sindaco De Magistris: 1 anno e 3 mesi per un abuso d’ufficio demenziale (tabulati telefonici di parlamentari usati senz’autorizzazione, peraltro prima che potesse sapere che erano di parlamentari e che richiedevano l’autorizzazione), per giunta commesso non da sindaco, ma da pm: il Pd gli intima giustamente di dimettersi, lui resiste, il prefetto lo sospende, il Tar e il Consiglio di Stato lo reintegrano. Il terzo è il sindaco di Salerno Vincenzo De Luca: ha più processi che capelli in testa, con una collezione di imputazioni da Guinness; uno finisce male con la condanna a 1 anno per un abuso d’ufficio commesso da sindaco. Il Tribunale sposa la tesi del pm,secondo cui De Luca nominò il suo capo staff Di Lorenzo a project manager del “termovalorizzatore” di Salerno al posto di un altro: scelta “illegale, dannosa, inutile e illecita”, tantopiù che “Di Lorenzo non aveva neppure i titoli” e la spesa per stipendiarlo fu uno sperpero di denaro pubblico. Solita trafila: il prefetto sospende De Luca, il Tar lo reintegra in via cautelare, in attesa della pronuncia della Consulta sulla Severino. Stavolta, essendo De Luca del Pd e renziano, il Pd renziano non gli ordina di andarsene, come dovrebbe avendo voluto e votato la Severino. Anzi tace e acconsente alla sua candidatura alle primarie per il governatore della Campania: carica da cui, se eletto, decadrebbe un secondo dopo essersi seduto in poltrona. Ma un deputato suo fedelissimo, tal Fulvio Bonavitacola, ha già presentato una legge ad De Lucam per togliere dalle cause di decadenza un reato a caso. Indovinate quale? L’abuso d’ufficio, of course che passa per una quisquilia, un incidente professionale per pubblici amministratori, un’afflizioncella quasi obbligatoria. Invece, dopo la riforma del 1996, è un delitto grave: quello di chi abusa della carica pubblica per danneggiare un nemico o favorire patrimonialmente un amico: e di solito nasconde un tornaconto, cioè una mazzetta. Se la Severino, fatta apposta per tutelare la Pubblica amministrazione da chi ne approfitta per i suoi porci comodi, non includesse l’abuso d’ufficio, tanto varrebbe raderla al suolo. Come se la Chiesa tollerasse i preti che bestemmiano e, nei ritagli di tempo, fanno le messe nere con l’ostia consacrata. Ma, si sa: i reati degli amici sono sempre meno reati di quelli altrui. De Luca punta il dito contro la disparità di trattamento fra parlamentari e amministratori locali: e avrebbe ragione, se non fosse che vuole abbassare l’asticella dei secondi al livello dei primi, non certo alzare quella dei primi al livello dei secondi. L’idea che un condannato non debba amministrare denaro pubblico non sfiora nessuno.

Renzi, per non saper né leggere né scrivere, fa sapere che il governo la Severino non la tocca. Però la Boschi aggiunge che, se vuole toccarla il Parlamento, chi è il governo per impedirglielo? Ma che carina, ma che graziosa sensibilità istituzionale. Diciamolo pure: ma che sceneggiata. Bersani invece, da bravo oppositore interno, la Severino la vuole cambiare senza se e senza ma: del resto chi era il segretario del Pd che fortissimamente la volle? Bersani. Un tempo si diceva: fatta la legge, trovato l’imbroglio. Ora è l’inverso: fatto l’imbroglio, cambiata la legge. Pare quasi che la colpa dell’inguacchio sia della legge e del Parlamento che non la cambia due anni dopo averla approvata all’unanimità, anziché del Pd che non ha neppure la forza di escludere dalle proprie primarie – dove le regole le stabilisce il partito – un condannato in primo grado. È lo stesso partito che, già sotto Renzi, aveva escluso dalle primarie in Sardegna Francesca Barracciu, “soltanto” indagata per peculato, salvo poi risarcirla con un sottosegretariato. Ora, anziché scegliere una volta per tutte fra il primato della legge (regola cardine dello Stato liberale di diritto) e il primato della politica (che non esiste), i presunti rottamatori pensavano di risolvere la cosa candidando contro il renziano De Luca il neorenziano Gennaro Migliore (che non voterebbero neppure i parenti stretti, infatti si ritira) e il bassoliniano Andrea Cozzolino. Che, a furia di elettori cinesi, aveva già mandato in vacca le primarie per il Comune: meritava un’altra chance anche per la regione. Ma è andata male: non basterebbe tutta l’Asia a scalfire il sistema De Luca. Comunque non tutte le primarie vengono per nuocere: quelle in Campania hanno definitivamente chiarito il significato di “rottamazione”.
Cittadini, siccome siamo democratici, la scelta spetta a voi: volete Barabba o Barabba?

Capotosti e Capomosci – Marco Travaglio 20 Agosto 2013

rrtAl ventesimo giorno dalla sentenza della Cassazione sullo scandalo dei diritti Mediaset, il dibattito politico-giornalistico sul destino di B. è già riuscito nel gioco di prestigio di far scomparire dalla scena il fatto da cui tutto nasce. E cioè che B. è un delinquente matricolato, avendo costruito negli anni 80 un colossale sistema finalizzato all’esportazione di capitali all’estero, extrabilancio ed extrafisco, per corrompere giudici, politici, finanzieri, derubare gli azionisti di una società quotata e compiere altre operazioni fuorilegge in Italia e all’estero almeno fino al 2003, quand’era in Parlamento da 9 anni e aveva ricoperto due volte la carica di presidente del Consiglio. Dunque, in base al Codice penale, è un detenuto in attesa di esecuzione della pena, che potrà scontare in carcere o ai domiciliari o, se ne farà richiesta, in affidamento ai servizi sociali. Inoltre, in base a una legge liberamente votata otto mesi fa da tutto il Parlamento italiano e anche da lui – la Severino del 31-12-2012 –, è ufficialmente decaduto dalla carica di parlamentare e non può ricandidarsi per i prossimi 6 anni, come tutti i condannati a più di 2 anni. Punto.

Trasmissione tv "Quelli che..."Ma il dibattito scaturito dalla sentenza ha preso a svolazzare nell’iperuranio, attorno al presunto diritto del condannato all’“agibilità politica”(appena 8 mesi dopo che egli stesso ha votato una legge per negare l’agibilità politica ai condannati), la “guerra civile”fra politici e magistrati o fra berlusconiani e antiberlusconiani, la grazia, la commutazione della pena e altre cazzate. L’ultima è la supposta incostituzionalità della legge Severino, di cui nessuno si era peraltro accorto 8 mesi fa quando tutti allegramente la votarono per fregare gli elettori con la bufala delle “liste pulite”.
L’avvocatessa ed ex ministra Paola Severino è ufficialmente dispersa e non dice una parola in difesa della legge che porta il suo nome: pare anzi che abbia avviato le pratiche all’anagrafe per cambiare cognome. Ma il meglio lo danno certi costituzionalisti, che difendono un giorno il diritto e l’indomani il rovescio. Specie quelli più vicini al Quirinale, costretti a contorsionismi imbarazzanti per seguire le bizze di Napolitano, che cambia idea a seconda di come si sveglia la mattina.

3334Ieri, sul Corriere, è partita in avanscoperta per tastare il terreno la premiata ditta Ainis & Capotosti. Michele Ainis per sostenere che se B. è stato condannato per frode fiscale non è perché frodava il fisco, ma per via dell’eterno “conflitto tra politica e giustizia”, insomma una “baruffa tra poteri dello Stato”.
Ma ora bisogna “separare i due pugili sul ring” (il frodatore fiscale e i giudici che l’hanno condannato). Come? Magari suggerendo ai politici di non delinquere e ai partiti di non candidare delinquenti? No, ripristinando l’autorizzazione a procedere abolita nel ’93 per “far decidere al Parlamento” se un senatore sia o meno un frodatore fiscale. È vero, ammette bontà sua Ainis, che l’autorizzazione a procedere si prestava ad “abusi”, coprendo anche parlamentari inquisiti senz’ombra di “fumus persecutionis”: ma subito dopo caldeggia nuovi abusi, sostenendo che la frode Mediaset, dove non c’è fumus ma molto arrosto, andava sottoposta “al visto obbligatorio delle Camere”. Non è meraviglioso?

Poi c’è Piero Alberto Capotosti, presidente emerito della Consulta e commentatore multiuso. Il 5 agosto, intervistato dal Corriere, non sentiva ragioni: “Ho molti dubbi sulla tesi di Guzzetta che pone un problema di retroattività, perché la legge non parla del reato, ma della sentenza. L’art. 3 dell’Anticorruzione si riferisce a chi è stato condannato con sentenza definitiva a una pena superiore a 2 anni… L’elemento determinante è la sentenza definitiva. Che poi si riferisca a fatti accertati anche 20 anni fa importa poco. È la sentenza che determina l’incandidabilità… Quella del Parlamento dovrebbe essere una presa d’atto”.

il marcioCioè: B. deve andarsene dal Senato e non farvi più ritorno per i prossimi 6 anni. L’11 agosto il tetragono Capotosti veniva intervistato da Repubblica. Domanda: che succede se si vota in autunno? Risposta secca: “Scatterebbe l’incandidabilità prevista dall’art. 1 della Severino. L’importante è che si tratti di una sentenza definitiva”. Pane al pane e vino al vino. Poi però Napolitano ha monitato, B. ha minacciato e la rocciosa intransigenza di Capotosti ha assunto la consistenza di un budino. Rieccolo ieri intervistato dal Corriere: “Che la legge Severino non possa essere retroattiva o debba scattare l’indulto, non è un’eresia… La norma è nuova, priva di giurisprudenza consolidata, vale la pena ragionarci… Ci sono problemi interpretativi, perché non ci sono precedenti”. In verità uno c’è, in Molise, ma “un caso non fa giurisprudenza”. Dunque “sembrerebbe logico che il Senato prenda atto della sentenza, ma il Parlamento è sovrano” e può anche votare contro una legge fatta 8 mesi prima perché “a giudicare i parlamentari in carica può essere solo il Parlamento” e “l’incandidabilità incide sul diritto costituzionalmente tutelato ad accedere alle cariche elettive e quindi la sua applicazione dovrebbe essere disposta da un giudice” e ora “per legge non lo è”.

Quindi sta’ a vedere che la Severino è incostituzionale e i partiti che l’hanno appena approvata possono impugnarla dinanzi alla Consulta per chiederle di bocciarla, intanto passano un paio d’anni e il delinquente resta senatore, magari dagli arresti domiciliari. Sarebbe l’ennesimo miracolo del Re Taumaturgo: basta un monito, e la legge diventa così tenera che si taglia con un grissino.

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