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Scuola, supplenti senza stipendio: l’ennesima vergogna italiana

france-education-baccalaureate-477394672-300x225Insegnanti pagati con mesi di ritardo, nonostante si tratti di precari che spesso anticipano le spese per poter lavorare. Come mai a pagare, in Italia, è sempre la… Continua »

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Insegnanti senza stipendio e tredicesima da un euro: ecco l’ultima beffa della “#buonascuola”

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Gli insegnanti rimasti a secco affrontano non pochi problemi. Il sindacato Anief ha fatto sapere che diversi insegnanti si sono dovuti rivolgere alla Caritas mentre a Biella l’avvocato Giovanni Rinaldi ha depositato il primo decreto ingiuntivo nei confronti di un insegnante perché non riesce a garantire un pasto a sé e al figlio di 4 anni…Leggi tutto

La moglie di Renzi “Non accetterei una cattedra lontano da casa, ho i figli”. Il 93% dei docenti costretto a dire sì

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Salvatore Cannavò | il Fatto Quotidiano 11-9-2015

A confermare i guasti della Buona scuola è la moglie del premier, Agnese Landini. Rispondendo a una domanda del Quotidiano.net, infatti, la docente precaria di Pontassieve dice che se la supplenza avuta fosse stata più lontana…CONTINUA A LEGGERE

Buona scuola, precari del Sud: “Posto fisso? Trasferimento forzato. Nostre vite sconvolte” (VIDEO)

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di Lucio Musolino | ilfattoquotidiano.it

La riforma della “buona scuola” rischia di stravolgere la vita a molti insegnanti precari. Sicuramente la stravolge a Dominique, una docente di Reggio Calabria che, in queste ore, sta valutando se accettare l’incarico del Miur. “Sono stata spedita nella provincia di Vicenza – si sfoga leggendo la mail ricevuta dal ministero -. Dopo 30 anni di precariato in Calabria mi ritrovo a dover andare in Veneto. Mi dicono che sono pazza ma io non so ancora se accettare perché dovrei lasciare qui mio marito che pochi mesi fa è stato trapiantato di fegato. Sono i mesi in cui lo dovrei assistere. È uno sconvolgimento totale della mia vita. È un equilibrio che salta”. CONTINUA A LEGGERE

La “Buona scuola” di Renzi è una migrazione forzata. “Io, 62enne, dopo 15 anni di attesa spedita a 500 chilometri da casa”

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SAL .CAN – il Fatto Quotidiano 3-9-2015
È andata come previsto. E come andrà ancora perché non è finita. La “deportazione” degli insegnanti, termine improprio per definire la migrazione forzata dei nuovi assunti, si conferma nelle stesse cifre dettate dalla ministra Giannini.
Sono 7 mila i docenti costretti a spostarsi fuori dalla Regione di appartenenza. La ministra, furbescamente, mette a confronto questo dato con le 38 mila assunzioni (37.692 per l’esattezza) realizzate finora in modo da dire che si tratta di una percentuale “fisiologica”. Poi fa il confronto con i 7.700 spostamenti forzati dello scorso anno per andare a coprire supplenze in varie parti d’Italia. CONTINUA A LEGGERE

“Io, 62enne, dopo 15 anni di attesa spedita a 500 chilometri da casa”

LA SCUOLA DI MATTEO E quelli che… è meglio vincere che convincere (A. Scanzi)

“Renzi usa i media a suo piacimento, come Berlusconi"

“Renzi usa i media a suo piacimento, come Berlusconi”

Andrea Scanzi – il Fatto Quotidiano 29-6-2016

Il rispetto per la scuola pubblica è sempre stato uno dei pochi collanti della sinistra italiana. Ora che la riforma di Renzi la smembra allegramente, si ode un assordante silenzio. Non certo degli insegnanti, quanto dell’intellighenzia. Se a firmare anche solo un decimo di questa riforma fosse stato Berlusconi, i Nanni Moretti avrebbero gridato alla dittatura. Cantava nel 1990 De André:

“Voi avevate voci potenti/ lingue allenate a battere il tamburo/ voi avevate voci potenti/ adatte per il vaffanculo”.

Ce l’aveva con i colleghi cantautori e gli intellettuali silenti. Quelle parole paiono persino più attuali di ieri. C’è stato un tempo in cui il malmostoso Moretti gridava che “con questi leader non vinceremo mai”. Forse il suo desiderio non era avere una sinistra vera, ma vincere. Costi quel che costi. E ora, verosimilmente, è felice nel sentire le Boschi profferire “qualcosa di sinistra”. Una vita da autarchico per finire renziano qualsiasi: peccato.

Il silenzio (del presidente Mattarella) genera mostri (A. Padellaro)

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di Antonio Padellaro – il Fatto Quotidiano 27-6-2015

Certe volte (e con molto rispetto) viene da chiedersi: ma dov’è il presidente Mattarella?
Nel senso di un sommesso appello: perché resta in silenzio, perché non fa qualcosa? Attenzione, non siamo certo noi a rimpiangere i tempi del Quirinale interventista, quando Giorgio Napolitano faceva, disfaceva, suggeriva, orientava, accompagnato da una sinfonia di moniti. Ma c’è una misura in tutto e pensiamo che il pur flemmatico successore sarà saltato sulla sedia alla lettura del maxi-emendamento sulla Buona Scuola, imposto da Renzi all’approvazione del Senato con l’e nnesimo voto di fiducia, prendere o lasciare.
Una legge in 25 mila parole, ha scritto Michele Ainis sul Corriere della Sera , denunciando il mostro legislativo in 209 commi e nove deleghe al governo, che in una concentrazione abnorme di poteri fa tutto lui: propone, emenda e approva.

Ricordate come si stracciavano le vesti i mandarini di Re Giorgio, di fronte ai maxieccessi di Prodi, Berlusconi, Monti, Letta? Eppure, forse mai un governo aveva agito con tale prepotenza, umiliando il Parlamento ridotto a bottonificio e su una riforma che suscita timori in milioni di insegnanti, alunni, famiglie. La speranza è che Mattarella si prepari a un gesto forte che la Costituzione gli consente, quando riceverà sul tavolo questo maxisgorbio dopo il previsto sì di Montecitorio. Non lo firmi Presidente, lo rimandi indietro. Il silenzio genera mostri.

Scuola, insegnanti assediano il Senato tra rabbia e lacrime

La verità, vi prego, su Renzi, la scuola e l’Italia

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di Anna Angelucci

Insegno, e ho il vizio della lettura e dello studio. Ho anche l’abitudine alla riflessione e all’analisi. E, talvolta, alla ricostruzione diacronica degli accadimenti. Lo so, nel mondo d’oggi sono perversioni. Perdite di tempo. Ma consentitemele. Finché non ci sarà un preside-sceriffo che mi considererà immeritevole perché mi balocco con i libri invece, chessò, di affinare le mie competenze digitali, fatemi crogiolare un po’ nella memoria e nel pensiero.

Mi chiedevo, in queste ore convulse che precedono la votazione del ddl scuola in Parlamento, il perché di tanta ostinazione del governo sulla riforma proposta, o meglio, imposta, da Renzi. Un’ostinazione patologica, che ha portato il premier a un corpo a corpo con insegnanti, studenti, sindacati, associazioni, movimenti.

Renzi e il suo governo contro migliaia di persone che da un anno sono sulle barricate in difesa della scuola della Costituzione. Un corpo a corpo pagato a caro prezzo sul piano elettorale da tutto il Partito Democratico, prima rottamato e asfaltato dal suo segretario e ora sfiduciato e disprezzato dagli elettori. Ma, di questo, Renzi sembra curarsi poco: del resto, da Monti in poi, i governi in Italia sono commissariati, non hanno più reale legittimità politica e sono funzionali alla realizzazione delle riforme imposte da Bruxelles. È lì che Renzi deve portare a casa il risultato. È lì che deve render conto. È per questo che Napolitano lo ha sostituito all’inefficace Letta, troppo titubante per gli eurotecnocrati.

L’ostinazione renziana dunque, si spiega con un piccolo sforzo di ricostruzione storica: nella lettera della Bce a Berlusconi del 2011 e, pochi mesi dopo, in quella della Commissione europea al governo, le riforme erano tutte chiaramente e prescrittivamente declinate, compresa quella della scuola: nuovi sistemi regolatori e fiscali per sostenere la competitività delle imprese e l’efficienza del mercato del lavoro; liberalizzazione dei servizi pubblici e dei servizi professionali; riforma del sistema di contrattazione salariale collettiva con accordi al livello d’impresa più rilevanti rispetto ad altri livelli di negoziazione; revisione delle norme che regolano l’assunzione e il licenziamento dei dipendenti; misure immediate per assicurare la sostenibilità delle finanze pubbliche con economie di scala e tagli di spesa; riforma del sistema pensionistico; riduzione dei costi del pubblico impiego, se necessario riducendo gli stipendi; riforma della pubblica amministrazione, con l’introduzione sistematica dell’uso di indicatori di performance, soprattutto nei sistemi sanitario, giudiziario e dell’istruzione. Il tutto in cambio del massiccio sostegno della Bce nella riduzione dello spread, che aveva raggiunto, a novembre del 2011, l’insostenibile punta di 575.

È così semplice, basta un piccolo sforzo di memoria. A questo servono gli insegnanti.

Defenestrato Berlusconi, la riforma delle pensioni fu rapidissimamente portata a casa da Monti, con la ministra Fornero che piangeva davanti alle telecamere. Erano, certo, lacrime di coccodrillo, ma comunque espressione di una consapevolezza che pare oggi drammaticamente assente nello sguardo vacuo di Renzi e Giannini, nel volto spento di Padoan, nel ghigno affilato della Boschi. Dei 300 giorni del governo Letta ricordiamo soltanto l’indimenticabile conferenza stampa del premier che, in mondovisione dagli Emirati Arabi (da cui peraltro ritornò col misero obolo di 500 milioni di euro) tuonava contro chi, in Italia, aveva offeso la Boldrini, al grido di ‘è una barbaria’ con la a, ripetuto tre volte, mentre in poltrona, sullo sfondo, l’emiro in ciabatte volgeva alla telecamera uno sguardo interrogativo.

Da sostituire immediatamente, avrà pensato Napolitano, mentre Renzi twittava all’amico #staisereno e intanto si candidava a fargli le scarpe. Giovane, estroverso, innovatore, arrivista: il perfetto homunculus novus per portare a termine la missione ordinata dall’Ue, rinsaldando subito quel patto scellerato in cambio del differimento del pareggio di bilancio al 2017.

E così è stato, se riflettiamo sui provvedimenti attuati e in corso d’opera. Con l’aggravante della totale concordia tra Renzi, il Parlamento e i diktat di Bruxelles. E non so dire se è più drammatico che deputati e senatori italiani legiferino senza comprendere portata e conseguenze delle proprie azioni o che capiscano, apprezzino e concorrano consapevolmente all’affossamento del nostro Paese.

Il Jobs act; l’abolizione dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori; lo Sblocca Italia; la riforma della pubblica amministrazione; le riforme costituzionali; il disegno di legge sulla scuola, che altro non è che la riforma del governo della scuola in chiave autoritaria e gerarchica e la sua consegna al mercato: altrettanti tasselli dell’ideologia della deregulation, della privatizzazione, della liberalizzazione selvaggia, della cancellazione dei diritti dei lavoratori e delle tutele dei cittadini, imposti dalla troika e realizzati da questo governo e da questo Parlamento, in cui una sparuta minoranza si oppone ma non ha i numeri per vincere e un’altra sparuta minoranza finge di opporsi ma al momento del voto è sempre rientrata nei ranghi, come nella migliore tradizione gregaria e opportunista del nostro italico, ignobile, ‘particulare’.

Ma noi siamo insegnanti, noi ricordiamo; ricatti e mistificazioni non ci obnubilano. Conosciamo le implicazioni della posta in gioco, che va ben oltre la stabilizzazione di uno, nessuno, centomila precari: difendere la scuola della Costituzione significa contrastare il disegno regressivo di chi, col ricatto del debito, vuole cancellare le conquiste della democrazia in Europa. La Grecia insegna.

Domani, in Parlamento, la verità, vi prego, su Renzi, la scuola e l’Italia.
(24 giugno 2015)
fonte: MicroMega

IL PRESIDE BULLO STILE MATTEO

labuonascuola
Daniela Ranieri | il Fatto Quotidiano 19-3-2015

Se gli imperatori del passato riversavano tutto il loro ego nella guerra, i nostri governanti amano gingillarsi con la riforma della scuola, disegnata a loro immagine e somiglianza e ogni volta venduta come una “rivoluzione” del modo di formare i virgulti della Patria, cioè la classe dirigente di domani. Così dopo la scuola-Mediaset voluta da B. e amministrata dalla prestigiosa Gelmini (quella convinta dell’esistenza di un tunnel sotterraneo in cui transitavano neutrini da Ginevra al Gran Sasso), ecco la “Buona Scuola” di Renzi, una Leopolda della formazione ricalcata sulla personalità del suo inventore. Un nome-hashtag fragrante come un tegolino, sul genere di Volta buona, Sblocca Italia, Cambio Verso, al cui centro, tra deleghe al governo e strizzatine d’occhio alle scuole private, emerge la figura del preside talent-scout.

Nella scuola ideale di Renzi, una specie di sintesi tra il Mulino Bianco e la Repubblica di Platone, questo super-dirigente scolastico sceglie di persona – mettendoci la faccia, direbbe egli – i talenti più rinomati assumendoli nella sua “squadra” (sic), a beneficio dei discenti e dei loro genitori non gufi. Ciò succede perché l’auto-proclamatosi Sindaco d’Italia alle prese col Risiko della scuola si improvvisa Preside d’Italia, capo-scuola nazionale di tanti presidi-renzi in miniatura, figure che ricordano l’Italia degli oratorî e dei boy-scout, un po’ commissari tecnici della Nazionale insegnanti un po’ star tupper di grido. Non è del tutto esatto parlare di un modello di scuola aziendale, più berlusconiano che donmilaniano. A B. della scuola importava relativamente: sapeva che i nuovi italiani li aveva forgiati con la Tv. Al Paese del maestro Manzi, della Dc e della censura aveva dato scandalo, superficie, spensieratezza e una specie di sub-formazione tuttora vigente.

ALLA SCUOLA riservò gli aspetti tecnici di un piano di rinascita democratica tarato sulla sua personale estetica. La sua scuola era il suo ritratto: aziendalista, sgraziata, futile, e con la trovata delle tre “i” (inglese, internet, impresa) della Moratti irradierà il proprio nulla fino alla mai abbastanza vituperata riforma Gelmini, tutta tagli e nefandezze, come quella di cancellare la Storia dell’arte dai piani di studio di istituti tecnici e professionali. Ora lo stesso disprezzo per gli intellettuali che era di Craxi e di B. si reincarna nei modi sbrigativi di Matteo, per il quale la critica è “chiacchiera”, la riflessione iettatura, i “professoroni” un freno alle riforme. Ma lui, che alla dialettica preferisce i retweet, dopo un anno di annunci, visite-spot a classi di bambini ammaestrati e solenni notifiche di qualche tetto riparato, disegna una scuola informata a tutte le sue fissazioni bullistiche, dalla rottamazione al narcisismo personalistico. I super-poteri concessi al preside che, come un piccolo Renzi, nomina i propri insegnanti come fossero suoi dipendenti, sono tecnicamente licenze di abuso, ma il governo le chiama “leve gestionali indispensabili” per far funzionare la riforma stessa. Così Renzi: “Il preside sceglie dentro l’albo dei docenti e individua la persona più adatta senza automatismi”. Più adatta a cosa? Diciamo che laddove l’automatismo gli imporrebbe di scegliere sulla base del punteggio ovvero di non scegliere affatto, il non-automatismo renzista consiglia al preside, a naso, volta per volta, dove puntare il ditino. Ah che meraviglia la meritocrazia, che generazione di ottimati tireranno su i presidi delle meglio scuole d’Italia. E le peggio? Che ne sarà, degli insegnanti con poche stelle sul Trip Advisor della scuola? Che fine faranno, in questo X Factor dell’Istruzione, gli scarsi, i medi, i non eccellenti, gli onesti professori di provincia, quelli che non conoscono nessuno e che nessuno conosce? Si ridurranno alla fame? Li buttiamo dal palco della Leopolda?
E i ragazzi che, per insipienza del proprio preside a scegliere il meglio, si troveranno professori scadenti, sottomarche di professori, che colpa hanno? E, ammesso che una simile graduatoria tra destrezze sia possibile, ci sarà una competizione spietata tra presidi per fare della propria scuola quella con più appeal? Si verserà del sangue davanti ai provveditorati?

NON SARÀ, invece, che i presidi sceglieranno a simpatia o secondo logiche di prossimità, acquiescenza, favori, raccomandazioni, potere, che col merito non hanno nulla a che fare? Non varranno per i presidi le stesse regole che hanno guidato la mano di Renzi nello scegliere ministri e figure chiave delle partecipate? E chi sarà il preside fortunello che si aggiudicherà l’assunzione della moglie di Renzi, insegnante precaria? “Perché per fare la Buona Scuola non basta solo un governo. Ci vuole un Paese intero”, recita lo slogan sfornato ad hoc. Per farne una cattiva, invece, un governo basta eccome.

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