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Intercettazioni, Lillo risponde a Chirico (il Foglio): Cerco di far conoscere i fatti

snapshot362Marco Lillo risponde alle accuse di Annalisa Chirico per aver pubblicato le intercettazioni tra Matteo e Tiziano Renzi sul caso… Continua »

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Fuori tre o fuori uno (M.Travaglio)

ilfatto_2016-12-27Nel sabato di vigilia ci preparavamo a un santo e sereno Natale, e invece niente. Abbiamo scoperto che “il Giglio Magico teme l’assedio delle procure” e che unendo “i puntini” si “intravede il disegno di un assedio mediatico-giudiziario al circolo ristretto degli amici di Renzi”. E questo, proprio quando dovremmo… Continua »

Invito a scomparire (M.Travaglio)

ilfatto_2016-12-24Esaminiamo a mente fredda tre scene. 1) Virginia Raggi al Quirinale saluta mesta decine di sedie vuote attorno a sé mentre i politici veri, quelli che hanno spolpato l’Italia e depredato Roma, si avvinghiano e si abbracciano per augurarsi un nuovo anno pieno di soddisfazioni (per loro) e grassazioni (per… Continua »

Furbi, loro (M.Travaglio)

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Diversamente dall’establishment politico, economico, giornalistico e intellettuale americano e inglese, che non aveva capito nulla degli tsunami Trump e Brexit, possiamo serenamente affermare, con orgoglio di connazionali e di colleghi, che quello italiano aveva astutamente intuito la valanga di No che domenica ha sepolto Renzi, Napolitano, Boschi e tutto il… Continua »

Ma mi faccia il piacere – Marco Travaglio 19.10.2015

Quotidiani-6

Agenzia Stefani. “’Forte, semplice, giusta, orgogliosa. I quattro pilastri della nuova Italia’” (La Stampa sulla manovra finanziaria del governo Renzi, 15.10). Ejaeja alalà!
Compatti . “I guai giudiziari al Pirellone ricompattano Salvini e Maroni” (Il Giornale, 15.10). Diceva Totò: “Malcostume, mezzo gaudio”.
Marcio di garanzia. “Mantovani è una persona corretta ” (Silvio Berlusconi, 13.10). Appena han sentito parlare B., i giudici hanno arrestato Mantovani.
Lo storico. “Zero controlli, profughi e buonisti. Così è caduta l’antica Roma. Morti sui barconi, retori pro accoglienza e funzionari che lucrano sugli immigrati. Nel 376 dopo Cristo l’apertura delle frontiere ai Goti diede inizio alla catastrofe” (Francesco Borgonovo, Libero, 17.10). Ecco spiegate le invasioni barbariche: il buonismo degli antichi romani, purtroppo sprovvisti di un Salvinus Ruspus Felpus.
Il Festival dei due Bondi. “Due nuovi ingressi in maggioranza. Bondi e Repetti: ‘Siamo con Matteo’” (la Repubblica, 17.10). Sono soddisfazioni.
Nuovo Centrorenzi. “Quagliariello sbaglia tutto: col premier fino al 2018, fa quel che diciamo noi. Oggi ho realizzato il sogno dei manifesti 3 per 6 di Berlusconi del 1994” (Angelino Alfano, Ncd, ministro dell’Interno, la Repubblica, 16.10). Sono altre soddisfazioni.
Gianni e Pinotti. “Sull’idea di armare i Tornado in Iraq il governo non ha un orientamento, altrimenti lo avrebbe già comunicato al Parlamento” (Roberta Pinotti, Pd, ministro della Difesa, alla Camera, 8.10). E se ne vanta pure.
Hard Bar. “Ho solo detto che i preti pedofili li capisco, non mi sembra una cosa tanto grave. Se mi cacciano, andrò a dire messa al bar” (don Gino Flaim, prete di Trento, la Repubblica, 7.10). Nel caso, converrà tenere i bimbi a casa.
Do not disturb. “Il Garante: stop scioperi durante il Giubileo” (il Messaggero,16.10).Terzo comandamento: ricordati di santificare il governo.
Sala il Sòla. “Cantone, allarme Giubileo: ‘Manca un Sala, come all’Expo’” (la Repubblica, 13.10). Giusto: al Giubileo manca uno che tarocchi i dati sui visitatori.

Forza Ladri. “Chiunque si candidi a sindaco di Roma, e per le successive elezioni, risparmiateci l’obbligo di iscrizione all’Albo dei Moralizzatori, all’Ordine della Legalità. I partiti evitino evitare di attingere al bacino di Onesti” (Renzo Rosati, Il Foglio, 10.10). Per fare prima, si potrebbe reclutarli direttamente nelle patrie galera.
Piercuffarando. “Il caso Marino, ma anche quelli di de Magistris e Doria sono il fallimento degli uomini nuovi… dell’idea che la politica possa essere sostituita dall’improvvisazione, dal populismo, dal dilettantismo” (Pierferdinando Casini, deputato Udc, Corriere della sera, 12.10). Lui infatti candidava Totò Cuffaro.
Le ultime parole fumose/1. “La rabbia di Renzi: ‘Il sindaco va cambiato ma dopo l’Anno Santo’” (la Repubblica, 30.9). Uahahahahah.
Le ultime parole fumose/2. “Nessuna retromarcia sulla spending review. Risparmi per 10 miliardi” (Federica Guidi, ministro dello Sviluppo economico, la Repubblica, 5.10). Uahahahahah.
Rubinetti d’oro.“Se leggiamo la misura del governo per quella che è – una spinta ad aumentare i consumi e a semplificarci la vita – ne potremo vedere tutti i vantaggi, senza per questo pensare a fare i furbi la prossima volta che ci si rompe un lavandino. Se invece guardiamo l’aumento della soglia del contante con gli occhi incattiviti e astiosi dei vecchi governanti, non faremo altro che aumentare il nostro negativity bias” (Claudio Velardi, ex dirigente del Pci, ex capo ufficio stampa del Pds, ex consigliere di D’Alema, ex assessore di Bassolino, ex curatore della campagna elettorale della Polverini, ora renziano, l’Unità, 17.10). Senza voler guardare l’aumento della soglia del cash da mille a 3 mila euro con gli occhi incattiviti e astiosi dei vecchi governanti (quelli con cui lavorava Velardi), una curiosità: se Velardi pensa che la riparazione di un lavandino costi più di mille euro, non abiterà mica in una villa dei Casamonica?
Il titolo della settimana. “Ecco le leggi che sarebbero già approvate senza Senato” (La Stampa, 16.10). Vergognarsi mai, eh?

Ma mi faccia il piacere – Marco Travaglio 12.10.2015

o-MARCO-TRAVAGLIO-facebookFPrefisso . “Spese del sindaco Marino: la Procura verifica l’ipotesi di peculato” (Corriere della sera, 8.10). Molto culato e poco pe.
Double face.“Caso Marino, ora Renzi vuole metterci la faccia”(Corriere della sera, 10.10). Sicuri che sia proprio la faccia?
Pinocchio Marino. “Se non fosse arrivata la storia degli scontrini, mi avrebbero messo la cocaina nelle tasche” (Ignazio Marino, La Stampa, 9.10). Per via del naso lungo? CONTINUA A LEGGERE

La Supercàmpola – Marco Travaglio 3-9-2015

pelù-jovanotti-renzi traspCi eravamo appena riavuti dalla luttuosa costernazione per l’ennesimo – e per fortuna ultimo –rovescio di Johnny Riotta col suo memorabile 47 35 Parallelo Italia, ed ecco l’occhio cadere sulla “prima intervista da direttore generale della Rai” di Antonio Campo Dall’Orto. Il fatto che sia stata rilasciata a Claudio Cerasa, direttore del Foglio, non è casuale: nel titolo si scopre che CDO vuole “superare la dittatura degli ascolti” e, già che c’è, ha cominciato superando quella delle tirature. CONTINUA A LEGGERE

Ma mi faccia il piacere (Marco Travaglio)

Ma-mi-faccia-il-piacere-CASINO-AGICOPSSalvinando. “Il migrante è un gerundio” (Matteo Salvini, segretario della Lega Nord, Virus, Rai2, 4.6). Ma non era il Trota che si era laureato a Tirana?

Dialogando. “E Salvini corteggia i giovani industriali: ‘Apriamo un dialogo’” (La Stampa, 6.6). Sì, ma in quale lingua?

Parità di genere. “La nostra nuova cagnetta Harley me la ritrovo sul letto, mi fa svegliare, in bagno, mi ruba le ciabatte, mi ruba le zoccole…” (Silvio Berlusconi, leader di FI, a Barbara D’Urso, Pomeriggio Cinque, Canale5, 29.5). Se lo sente la Boccassini…

Excort2015. “Padiglione Belgio a tutta patata, preso d’assalto al tramonto” (Libero, 3.6). Se lo sa la Boccassini…

Doppio incarico. “Scola ‘scomunica’ la Lega. Salvini: ‘Noi cristiani, non fessi’” (il Giornale, 4.6). Ma, nel suo caso, fra le due cariche non c’è alcuna incompatibilità.

Gaudium Magnum. “Eugenio Gaudio, rettore della Sapienza, messo sotto accusa da un gruppo di docenti per la sua partecipazione al concorso di bellezza Miss Università: ‘Non mi scuso, ho solo premiato una miss, nella mia università le donne comandano. Accuse strumentali, sono stati gli studenti a invitarmi e durante la serata ho posto alle concorrenti domande di carattere culturale’” (la Repubblica, 1.6). Molto cul e poco turale.

Slurp/1. “Così la ‘maestra’ Maria Elena porta armonia in platea”,“Dove c’è Boschi c’è armonia… La maestra – e non la maestrina, sia chiaro – spiegherà all’uditorio, diventato d’un tratto silenzioso, cosa sta facendo il governo per il bene loro e dei connazionali. Lo farà con competenza e con eloquio rotondo senza alcun ammiccamento o concessione alla battuta saporita, non usando mai metafore che potrebbero dar vita ad equivoci, attenta a ribadire con fermezza le prerogative della politica e dell’esecutivo. Vedrete che, bevuta la magica pozione Boschi, nessuno in sala avrà voglia di questionare o ribattere, persino il conduttore più discolo eviterà il contraddittorio e la battuta salace. Tutto sarà avvolto in una nube di morbido consenso” (Dario Di Vico, vicedirettore de Il Corriere della sera, 7.6). Poi uno si domanda perchè Ferruccio de Bortoli ora scrive sul Corriere del Ticino.

Slurp/2. “Silvio Berlusconi. Ha allenato la squadra del Centrodestra da casa perché squalificato. Qualche giocatore ha approfittato della lontananza e si è visto. Ma resta il fatto che ha vinto un derby infuocato, sfiorato il triplete e i suoi, nonostante tutto, restano in corsa per lo scudetto. Servono rinforzi. Voto: 8 per impegno, nervi saldi e visione di gioco” (Alessandro Sallusti, il Giornale, 2.6). Premio Impiegato dell’Anno.

Slurp/3. “Bacino pudico a De Luca, ‘nu ddio… E’ un italiano diverso dagli altri… merita l’dio cieco e un po’ sordido dei manettari, l’affetto botticelliano della Boschi, il mio voto. Vorrei prendere la residenza a Casal di Principe, o a Napoli per poterlo esercitare senza esitazione in suo favore. L’elezione di De Luca a presidente sarebbe, con il doppio patrocinio imbarazzato di Renzi e Berlusconi, la realizzazione di tutti i miei sogni, un nuovo sonoro sberleffo al putridume politicamente corretto dei presentabili” (Giuliano Ferrara, Il Foglio, 30.5). Ammazza che lingua.

Slurp/4. “Alla fine lui fa sempre così. Ottiene quello che vuole, passo dopo passo, gradino dopo gradino, mai dirompente nella forme quanto lo è nella sostanza. Fateci caso: non dà mai nell’occhio, non reagisce, non commette falli di reazione. Se lo bombardano, fa il sommergibile: va sott’acqua, aspetta che passi la bagarre e riemerge più robusto di prima. Incassa le critiche, smussa gli angoli, smorza i toni, sorride agli imprevisti, ha sempre la forza di farci una risata su… Dove gli altri strepitano, lui ragiona; dove gli altri si affannano, lui procede placido. Ora tutti devono fare i conti con Giovanni Toti… con la sua capacità di esserci, di raccogliere voti, di mettere insieme le persone, di trovare l’accordo anche quando a tutti gli altri sembra impossibile. Insomma, la capacità di far politica. Che è poi la cosa che gli piace più al mondo, oltre allo champagne rosé e (da qualche settimana) al pigato di Albenga…. Un leader politico a tutto tondo… A parte Silvio Berlusconi, chi altro c’è in Forza Italia come lui?… L’uomo cui ti affidi quando hai un problema e vuoi qualcuno che lo risolva senza far casini. E, soprattutto, senza far casino… Spero che la Liguria abbia trovato un buon governatore, ma quello di cui sono sicuro è che il centrodestra ha trovato un tesoro”(Mario Giordano, Libero, 2.6). Vedi sopra.

San Matteo decollato. “Ho sempre sognato di fare lo steward… non la hostess ovviamente…ecco, vorrei chiedervi di allacciarvi le cinture, perché qui stiamo decollando davvero. Piaccia o non piaccia. Il decollo dell’Italia è il decollo di Alitalia. Il decollo di Alitalia è il decollo dell’Italia. Se vola l’Italia, vola Alitalia”(Matteo Renzi, Pd, presidente del Consiglio, inaugurando il nuovo marchio Alitalia, 4.6). Allacciate le lingue.

The winner is… “Alla faccia dei soliti necrofori, sotterratori e portasfiga, con la felpa e con la penna. Noi ci siamo e andiamo #avanti”,“Per il Sole 24 Ore #AreaPopolare al 4,7%. Che dicono oggi i portasfiga?”(Angelino Alfano, segretario Ncd e ministro dell’Interno, tripudia per i ben 3 consiglieri conquistati da Ncd nelle 7 regioni al voto, Twitter, 1.6). Povero Angelino Jolie: per consolarsi, lui confronta i dati con quelli delle prossime elezioni.

Marco Travaglio – il Fatto Quotidiano 08/06/2015 

Il Patto del Tripolino (Marco Travaglio 22-4-2015)

foto2grande_25002Ridere di questi tempi, con tutti questi morti, è davvero difficile. Ma il compito del Foglio – peraltro all’insaputa dei potenziali lettori – è sempre stato questo: farci ridere. Ieri, sull’house organ della parrocchietta renziana capitanata da Claudio Cerasa e curiosamente stipendiata da Berlusconi a suon di milioni, è comparso un pensoso articolo di Giorgio Tonini. Uno normale dirà: chi era costui? Niente popo di meno chè il vice capogruppo del Pd al Senato, già guardaspalle di Veltroni, poi ovviamente folgorato sulla via di Pontassieve e convertito al renzismo. Un tipo dalla coerenza rocciosa: nel 1993 era nel comitato promotore del movimento referendario di Mario Segni per la riforma elettorale uninominale affinché i cittadini potessero scegliersi i parlamentari, ora è un trinariciuto dell’Italicum affinché i parlamentari se li scelgano tre o quattro segretari di partito. Del resto, si laureò in filosofia con una tesi su Giovanni Battista Vico, quello dei corsi e ricorsi della storia.

L’altro giorno, anche per giustificare la laurea, ha avuto un’idea. Ma non dev’essergli parsa un granché, infatti ha deciso di affidarla al Foglio per evitare che qualcuno la venisse a sapere. L’idea sarebbe questa: “un buon accordo Renzi-Berlusconi per stabilizzare la Libia”. Dopo il Patto del Nazareno, il Patto del Tripolino.

In effetti, per stabilizzare la Libia, chi meglio di colui che nel 2011 la destabilizzò, bombardandola e partecipando alla guerra contro Gheddafi che aveva baciato e leccato fino al giorno prima? Mai più senza. Anche perché allora Tonini, dopo aver votato in Parlamento il trattato di alleanza militare Roma-Tripoli voluto dal governo B. e avallato dal Pd, era per l’intervento armato in Libia senza se e senza ma, e cazziava l’allora ministro degli esteri Frattini che nicchiava.

Ora il Tonini stravede per il Caimano (o quel che ne resta) e non ne fa mistero, anche perché è pur sempre l’editore del giornale su cui scrive: “C’è voluto Berlusconi per spezzare la spirale demagogica e populista, che non esita a piegare alla piccola propaganda della politichetta italiana perfino la immane catastrofe umanitaria”. Ecco dunque l’idea geniale che può dare una svolta all’esodo biblico delle popolazioni in fuga da una guerra innescata da noi. Altro che Onu, altro che Nato, altro che Europa: quel che ci vuole è un bel “tavolo bipartisan dove ciascuno possa mettere a disposizione le proprie esperienze per porre fine a queste sciagure”. E le esperienze da mettere a disposizione sono parecchie: tipo l’ok dato due anni fa al Regolamento Dublino III.

Cioè la normativa europea che accolla al paese di primo approdo (quasi sempre l’Italia) il compito di “garantire assistenza e accoglienza ai profughi”. La ratifica la diede il 7 giugno 2013 il Consiglio dell’Ue, dove sedevano i ministri dell’Interno di tutta l’Unione, compresi i nostri Alfano e Cancellieri, mandati dal governo Letta e appoggiati da Pd e Pdl. Gli stessi partiti che a ogni tragedia del mare puntano il dito contro l’Europa che non fa nulla, dopo averla esentata dal fare alcunché.

Ora però – scrive Tonini – basta un “ritrovato asse tra il governo e almeno una parte dell’opposizione” per fare miracoli. Ai bei tempi del Patto del Nazareno, se ne videro parecchi: l’Italicum per la Camera dei nominati con le liste bloccate, il Senato dei consiglieri regionali e dei sindaci nominati, il decreto fiscale col condono a frodatori e agli evasori fino al 3% del fatturato dichiarato, i regalucci e regalini a Mediaset. Con simili prodigiosi precedenti, figurarsi che sarebbero capaci di combinare Matteo e Silvio se solo tornassero insieme.

Tonini già prevede “un salto di qualità sul piano politico”, che avrebbe inevitabilmente effetti balsamici anche sull’immagine internazionale dell’Italia: sapere che Renzi non decide da solo, ma con l’ausilio di Berlusconi, non potrà che rassicurare i partner europei. I quali, anzi, si domandavano da mesi come potesse Renzi privarsi di un consigliere sì prezioso. Specie ora che –annuncia Tonini – s’impone un “uso adeguato della forza militare” per la “stabilizzazione della Libia”, andando a sparare a quelli che quattro anni fa, sempre sparando, abbiamo aiutato a conquistare il potere.

E non c’è solo Tonini a spingere i fidanzatini di Peynet al ritorno di fiamma. Il nuovo Nazareno piace un sacco anche a Doris e a Confalonieri che l’altra sera – ci informa Repubblica – erano talmente commossi per la strage del Mediterraneo da presentarsi in gramaglie ad Arcore per un vertice con i resti del Caimano sulla “cessione del Milan al thailandese Mr Bee” e sull’“operazione Mondadori-Rcs libri”. E lì, fra una lacrima e l’altra, gli hanno spiegato che bisogna “ricucire con Renzi per un Patto rinnovato e non dare spazio a Salvini”. Ma soprattutto per “recuperare centralità sul piano nazionale” e diventare l’“unico interlocutore in una fase di emergenza”, senza dimenticare la sua “leadership italiana del Ppe” e il rapporto con l’imperdibile Verdini.

Il mezzano Tonini e i paraninfi Confalonieri e Doris sono dunque al lavoro per far riscoccare la scintilla fra i due nazareni. Se son rose, fioriranno. E, per l’Isis e gli scafisti, saranno dolori. Lo sceicco Al Baghdadi sta già tremando.

Questo matrimonio s’ha da fare – M.Travaglio 25.09.2014

77ttyNon si può più fare una battuta, che viene subito presa per un suggerimento e si avvera. Da tempo scherziamo sul Partito Unico Renzusconi, fra patti e ripatti del Nazareno, tête-à-tête a Palazzo Chigi fra lo spregiudicato e il pregiudicato, controriforme della Costituzione, della giustizia e dell’articolo 18, grattini della Boschi a caval Donato Bruno, smancerie, toccatine, pizzini, baci e bacetti. Bene: pare che l’ultima volta che si sono visti, B. abbia proposto a Renzi di unificare i rispettivi partiti, magari dopo aver depurato il Pd di ciò che resta dell’anima di centrosinistra con l’apposita devastazione dei diritti dei lavoratori. Ciò gli consentirebbe di risolvere l’annoso problema della successione: perché baloccarsi ancora tra Alfano, che ormai sfugge ai radar, e Fitto, che non è mai sfuggito ai tribunali, quando c’è Matteo, il figlio adottivo prediletto? Ora ha pure il padre inquisito per bancarotta: è la sua prova d’amore, che si vuole di più dalla vita? Potrebbe chiamarsi Forza Pd, o Partito Demoforzista: qualche elettore gufo, ancorato ai vecchi steccati ideologici del passato, storcerebbe il naso per un po’. Ma poi la gran parte se ne farebbe una ragione. L’operazione garantirebbe anzitutto la governabilità: stando ai sondaggi, Forza Pd assommerebbe il 40% del Pd e il 16-17 di FI, avvicinandosi al 60. A quel punto, anche le estenuanti discussioni sulla legge elettorale sarebbero superate: il Renzusconi governerebbe sereno, senza bisogno di premi di maggioranza, sbarramenti e altre rotture di palle.

In fondo, è quel che succede già oggi sotto mentite spoglie di una maggioranza finta (Pd, Ncd e centrini sparsi) che nasconde quella vera (i Nazareni). Il Renzusconi finalmente depositato dal notaio avrebbe pure il pregio della chiarezza, a beneficio degli smemorati e degli sbadati. Tutto, ormai, in Italia è figlio di babbo Silvio e del giovin Matteo. Il rieletto presidente Napolitano, che infatti non perde occasione di ringraziare. Il governo, che vanta due berlusconiani doc come la ministra Guidi (Sviluppo) e il sottosegretario Ferri (Giustizia). Il nuovo Senato e l’Italicum. Ma anche il nuovo Csm, dove gli 8 laici eletti dal Parlamento rappresentano tutti i partiti tranne il più votato in Italia alle ultime Politiche: i 5Stelle.

Ecco dunque 3 pidini (il sottosegretario Legnini, Fanfani e Bene) e 2 forzisti (Casellati e Zanettin, genero di Coppi e nipote del card. Parolin), col contorno dell’Ncd Leone, del montiano Balduzzi e della vendoliana Balducci (la famosa sinistra radicale). Presto avremo anche due renzusconiani alla Consulta: Violante e un forzista non indagato al posto di Bruno, sempreché ne trovino uno. A giugno l’anticorruzione era pronta per il voto in commissione Giustizia, ma poi Renzi incontrò B.&Verdini e il governo la bloccò annunciandone una nuova di zecca, che naturalmente non è mai arrivata: Silvio non vuole. L’autoriciclaggio era pronto l’altro giorno in commissione Finanze, ma il governo l’ha bloccato per farlo riscrivere da Boschi&Ghedini. Il risultato, contrariamente a quel che era parso in un primo tempo, è il colpo di spugna dell’altroieri firmato dal ministro Orlando: Silvio non vuole.

Invece vuole salvare Mediaset dai guai, e dunque ecco pronto Antonio Pilati, già consulente della legge Gasparri, alla presidenza della Rai, nel frattempo rapinata dal governo di 150 milioni. Ed ecco i saldi di fine stagione targati Agcom per far risparmiare 25 milioni a Mediaset sull’affitto delle frequenze. Sfido io che l’ Unità ed Europa chiudono: a che servono a Renzi altri due giornali di partito, quando ha già – gratis – gli house organ di Arcore, dal Foglio al Giornale, che lo turibolano e lo leccano manco fosse il loro padrone. Del resto Ferrara e Sallusti vanno capiti: quando gli ricapita un premier che fa ciò che nemmeno B. era riuscito a fare contro i magistrati, i sindacati e i lavoratori, e per giunta tiene buona la piazza perché lui è “di sinistra”, o almeno così credono i gonzi. Vale sempre la legge di Corrado Guzzanti, nella parodia di Rutelli con la voce di Sordi: “L’Italia non è né di destra né di sinistra. L’Italia è di Berlusconi”.

I nipoti di Mubarak – Marco Travaglio 20.07.2014

2012 International Book Fair of TorinoA leggere i giornali e a vedere i telegiornali che commentano la sentenza su Berlusconi nel processo Ruby, si direbbe che sia la prima volta che un collegio di giudici milanesi assolve l’ex Cavaliere. Si direbbe anche che la Procura s’è inventata le decine di prostitute, minorenni e non, che entravano e uscivano dalle sue varie dimore; e soprattutto le sue telefonate notturne dal vertice internazionale di Parigi al capo di gabinetto della Questura, Pietro Ostuni, perché facesse rilasciare la minorenne fermata per furto (con la quale aveva una relazione e che trascorreva diverse notti ad Arcore) nelle mani di Nicole Minetti e della collega Michelle Conceicao, contro il parere della pm Annamaria Fiorillo.

E si direbbe ancora che il 30 dicembre 2012 il Pd e il Pdl non abbiano modificato, con la legge Severino comicamente detta “anticorruzione”, il reato di concussione per induzione di cui casualmente dovevano rispondere sia il leader Pdl sia Filippo Penati, braccio destro del segretario Pd Pier Luigi Bersani. Ascoltando e leggendo poi vari commentatori, fra i quali spicca il sempre più autorevole e lucido Giuliano Ferrara, si direbbe pure che la sentenza Ruby non riguardasse solo il caso Ruby (per la parte contestata a B.), ma tutte le accuse passate presenti future mosse dai magistrati non solo al Caimano, ma anche a tutti i politici e i potenti imputati di ogni specie e colore, vivi e morti, compresi quelli già condannati con sentenza definitiva, inclusi quelli di Tangentopoli.

Un’assoluzione plenaria, urbi et orbi , che “chiude un’epoca”, anzi la “guerra dei vent’anni”, ragion per cui “nulla sarà più come prima”. E, sottinteso, il Padre Prostituente finalmente riabilitato e ormai lindo come giglio di campo può riformare la Costituzione repubblicana con l’inseparabile Matteo, idolo di tutti i poteri, e dunque
di tutte le tv e i giornali di destra e sinistra.

Tutte queste panzane vengono dette e scritte dagli operatori della cosiddetta “informazione” con un empito mistico a metà fra il sollievo e la rivincita, che la dice lunga sull’asservimento delle classi giornalistiche e intellettuali italiote alla greppia dei poteri che, in teoria, dovrebbero controllare. C’è anche chi si pente di aver raccontato fatti veri (che la sentenza dell’altroieri non può certo negare) e si duole amaramente di aver “esagerato” nell’informare troppo i cittadini sugli scandali del Palazzo, suscitando addirittura il sospetto – in Italia e all’estero – che B. fosse un puttaniere che abusava del suo potere e, in definitiva, non sia il galantuomo a tutti ben noto.

Le sentenze che documentano le amicizie mafiose, i soldi a Cosa Nostra in cambio di “protezione”, l’appartenenza alla loggia eversiva P2 e la relativa falsa testimonianza amnistiata, i 23 miliardi di lire in nero a Craxi, le sentenze e i giudici comprati tramite Previti, lo scippo della Mondadori a De Benedetti (ora suo partner in una società pubblicitaria sul web), le tangenti ai politici tramite Letta, Brancher & C., le mazzette alla Guardia di Finanza tramite Sciascia, la compravendita di De Gregorio e altri senatori, i fondi neri per migliaia di miliardi prescritti, i falsi in bilancio commessi e poi depenalizzati da lui medesimo, la corruzione del testimone Mills, la frode fiscale di 360 milioni di dollari coperta da prescrizione a parte i 7,2 milioni di euro costatigli la condanna definitiva e le conseguenti interdizione dai pubblici uffici e detenzione ai servizi sociali, tutte le leggi vergogna per farla franca, non contano. Siccome è cambiata la legge sulla concussione per induzione e Ostuni non ha avuto vantaggi indebiti dalla sua servile obbedienza, dunque “il fatto non sussiste” (più), e siccome non è provato che conoscesse la minore età di Ruby con cui faceva sesso a pagamento, dunque “il fatto non costituisce reato”, allora è condonato anche tutto il resto. Forse Ruby non è la nipote di Mubarak: ma è certo che lo sono i tre quarti dei giornalisti italiani. Cogliamo fior da fiore.

giornali
LIBERO. “La puttanata è il processo”, titola Libero e domanda: “Chi paga ora per le intercettazioni, i costi, le ragazze alla sbarra, la caduta del governo?”. “Quella che mi accingo a raccontare – scrive Maurizio Belpietro, quello dell’attentato fantasma – è la fine di un processo che non doveva iniziare”. Ogni parola, una balla. Il processo doveva iniziare perché in Italia l’azione penale è obbligatoria in presenza di notizie di reato, e qui di notizie di reato ce n’erano a bizzeffe: il giro di prostituzione, la minorenne coinvolta, l’abuso di potere di un premier che tratta la Questura come lo zerbino di casa sua, i soldi pagati a decine di testimoni che raccontano frottole. Le ragazze alla sbarra ci sono e ci restano anche dopo questa sentenza, perché mentire ai giudici è un reato, e pure pagare testimoni perché mentano. Così come restano alla sbarra Fede, Minetti e Mora per aver organizzato quel giro di escort: si chiama favoreggiamento o sfruttamento della prostituzione, che prescinde dall’età delle ragazze. Lo dicono – volete ridere? – due leggi severissime (non Severino, ma Prestigiacomo 2006 e Carfagna 2008) del governo Berlusconi. Quanto alla caduta del governo, non c’entra nulla con Ruby: sia che sia stato vittima di una congiura mondiale avviata nella primavera-estate 2011, come sostengono i berluscones, sia che sia caduto per il semplice venir meno della sua maggioranza nell’autunno, il terzo e ultimo governo B. cadde per motivi economico-finanziari e per le risse interne fra il premier e Brunetta da una parte e Tremonti dall’altra: non certo per Ruby. Anche perché il quadro emerso da quel processo è identico a quello già affiorato con i casi Noemi, D’Addario e Tarantini l’anno precedente. Strepitoso, sempre su Libero, il pezzo di tal Borgonovo sui “manettari” e “rosiconi”, “da Lerner a Travaglio”, che “avevano già emesso la sentenza per ideologia e invocavano la gogna per Silvio”. Che strano: solo l’altro giorno, quando il Fatto pubblicò l’articolo di Marco Lillo sui punti deboli della sentenza di primo grado alla luce della legge Severino sulla concussione, Libero aveva iscritto “il giornale di Travaglio” fra gli insospettabili “innocentisti”. Ora dice che siamo “scornati dall’assoluzione”. Padre, perdona loro perché non sanno mai quello che scrivono.

IL GIORNALE. Con l’autorevolezza e l’imparzialità tipiche degli impiegati dell’imputato, i giornalisti de Il Giornale vorrebbero che qualcuno “paghi” e addirittura “chieda scusa” al principale. Alessandro Sallusti ringrazia Renzi per “aver tenuto aperta la porta al condannato” (sono soddisfazioni). E scatena i suoi segugi a caccia dei “mandanti ed esecutori” del “colpo di Stato”. Non lo sfiora neppure l’idea che il mandante e l’esecutore sia B. stesso: se non si fosse riempito la casa di mignotte di cui ignorava persino il nome, la nazionalità e l’età, e se non avesse chiamato la Questura, nessuno si sarebbe sognato di processarlo. Impagabile il pezzo di Stefano Zurlo su Merkel e Sarkozy che “ridevano sulle nostre disgrazie”: duole comunicargli che i due avrebbero riso lo stesso anche senza il processo Ruby. Infatti ridevano alla domanda di un giornalista (straniero, ovviamente) sull’eventuale capacità del governo B. di portare l’Italia fuori dalla crisi, non sul bungabunga.

LA STAMPA. Mentre Massimo Gramellini ricorda giustamente che un presidente americano si sarebbe dimesso per molto meno di ciò che ha fatto B. nel caso Ruby, a prescindere dalla rilevanza penale delle sue condotte, il quotidiano della Fiat annuncia comicamente: “È finita la guerra dei vent’anni”. Dimenticando che con i giudici di Milano, diversamente che con i pm, B. si era sempre trovato benissimo, incassando raffiche di prescrizioni grazie a generosissime e seriali attenuanti generiche e alcune memorabili assoluzioni. Un gip riuscì persino a sostenere che meritava attenuanti e prescrizione per la corruzione del giudice Metta in cambio della sentenza Mondadori in virtù delle sue “attuali condizioni di vita personali e sociali”, cioè del fatto che era presidente del Consiglio, dunque illibato per definizione; dopodiché la Corte d’appello (e la Cassazione) confermarono che Previti andava rinviato a giudizio e condannato, mentre il suo mandante-finanziatore B. no. Un’altra volta il Tribunale e la Corte d’appello lo assolsero per il caso Sme-Ariosto, anche se i soldi a Previti, per il bonifico diretto al giudice Squillante di 434.404 dollari del 1991 estero su estero, li aveva girati lui. Motivo dell’assoluzione: B. è troppo furbo per corrompere un giudice via bonifico (lasciando tracce), anziché cash (senza lasciarne). E pazienza se le contabili bancarie svizzere documentavano il doppio bonifico B.-Previti-Squillante (lasciando tracce). Quale sarebbe dunque la “guerra dei vent’anni” che i giudici milanesi, quasi sempre così ben disposti con lui, avrebbero ingaggiato col Caimano? Mistero. Ma, pur di lubrificare le larghe intese, questo e altro.

REPUBBLICA. Il quotidiano che più si appassionò per la Bungabunga Story , con copertura decisamente superiore a quella riservata a vicende ben più gravi come le frodi fiscali Mediaset o il processo Dell’Utri, per non parlare della trattativa Stato-mafia, titola sulla “rivincita di Berlusconi” e relega in poche righe quella che potrebbe essere la chiave della sentenza: la modifica del reato, frutto dell’oscena legge Severino che pure Repubblica con Liana Milella e Massimo Giannini fu in prima fila a denunciare, insieme al Fatto e a pochi altri (tipo Antonio Di Pietro, che lanciò inascoltato l’allarme in Parlamento e anche per questo fu radiato dal centrosinistra: disturbava le larghe intese). Ezio Mauro scrive un editoriale esemplare, in cui ricorda l’ossessione berlusconiana di seppellire con abusi di potere, bugie e depistaggi i fatti oggetto del processo, che meglio di tutti sapeva essere veri, verissimi. Poi però sul finale, con una strana virata, anziché domandare a Renzi che ci faccia con un simile partner ricostituente con quella “storia giudiziaria complicata e pesante” sul groppone, mette in guardia B. dal “far saltare il tavolo delle riforme” con un “ricatto istituzionale per scambiare riforme costituzionali con salvacondotti privati”. Ora, l’assoluzione sul caso Ruby assicura a B. un futuro radioso (i processi di Napoli e Bari e il Ruby ter sono ben lontani dalla dirittura d’arrivo), di assoluta libertà non appena finirà il servizio sociale a Cesano Boscone. Dunque, perché mai B. dovrebbe far saltare le riforme se non gli danno una Grazia che non gli possono dare (ha processi in corso) e che per i prossimi anni non gli serve proprio? Il problema, semmai, è come si faccia a riscrivere la Costituzione con un simile figuro, per giunta con riforme autoritarie ed eversive come il Senato dei nominati in aggiunta alla Camera dei nominati. Ciò che Mauro teme (il tavolo delle riforme che salta) e ciò che noi speriamo. E cioè che, per l’eterogenesi dei fini già verificatasi nel 1998 con l’altra riforma-porcata della Bicamerale, B. mandi tutto all’aria e salvi un’altra volta la Costituzione. A sua insaputa.

CORRIERE DELLA SERA. Dulcis in fundo , ecco Pigi Battista inerpicarsi un’altra volta nel terreno per lui proibitivo del diritto penale. E dire che lo ricordiamo nel 2011 ad Annozero in versione quasi presentabile, quando riconobbe che nel caso Ruby la Procura e i suoi soliti “teoremi” c’entravano poco: perché B. aveva fatto tutto da sé, tenendo un comportamento non consono a uno statista e abusando del suo potere con le telefonate alla Questura. Pareva addirittura in grado, il Battista, di distinguere i reati (tutti da provare) dai fatti (tutti già straprovati). E di giudicarli di conseguenza, senz’attendere il verdetto dei giudici. Niente paura: era solo un’impressione momentanea. Ieri è tornato il Battista di sempre. Prima il solito delirio su chi avrebbe “mischiato vicende giudiziarie e vicende politiche” e “fatto il tifo per una sentenza che liquidasse l’avversario”: ma chi sarebbero, costoro, di grazia? I pidini dell’era D’Alema, che tentarono di riscrivere la Costituzione con B. già 17 anni fa? O quelli dell’era Bersani che votarono la Severino salvando capra e cavoli, anzi Penati e Caimano? O quelli dell’era Renzi, che tifavano per l’assoluzione come nemmeno per la Nazionale ai Mondiali? Oppure qualche terzinternazionalista nascosto in qualche catacomba? Mistero. Ma ecco la conclusione battistiana: “Resta finalmente un dibattito politico che si libera dal peso di un incubo giudiziario: il percorso delle riforme istituzionali può procedere speditamente”. Ma certo, e a pie’ fermo. “Così come i servizi sociali a Cesano Boscone non avrebbero dovuto pesare sulle dinamiche politico-parlamentari (mettendo invece irresponsabilmente in crisi il governo Letta), anche questa sentenza può contribuire a sancire la definitiva separazione tra la storia politica e quella giudiziaria in un Paese che nella guerra totale tra politica e magistratura ha conosciuto la sua maledizione”. Ecco: la maledizione non sono i politici che rubano, frodano, mafiano; ma i giudici che li processano, anzi fanno la “guerra”. E se poi qualcuno finisce al gabbio, mi raccomando: separiamo la sua vicenda giudiziaria dal suo ruolo politico e procediamo speditamente a riscrivere la Costituzione con lui. Non solo con B. Ma, già che ci siamo, anche con Dell’Utri. E, perché no, con il suo vicino di cella nel carcere di Parma: Totò Riina. Nell’ora d’aria ha un sacco di tempo libero.

IL FOGLIO. Titolo di Giuliano Ferrara: “Eravamo tutti puttane”. Per una volta siamo completamente d’accordo con lui. Salvo su quell’eccesso di modestia: come sarebbe a dire “eravamo”?

#matteononstarsereno – M. Travaglio 09.07.2014

travaglio-marcodi Marco Travaglio

Repubblica: “Svolta sulle riforme, sì di M5S al Pd. Renzi: vicini a un risultato storico”. Il Foglio: “Grillo chi? Umiliato da Renzi, prende a testate il muro della propria irrilevanza”. Il Giornale: “Grillo si piega al Pd sulle riforme”. L’ Unità, fotocopia del Giornale: “I grillini piegano Grillo”.

Uno legge gli house organ del Pd & Forza Italia e dice: la premiata ditta Renzusconi ce l’ha fatta, anche Grillo s’è arreso, i dissidenti seguiranno. Il Patto del Nazareno, momentaneamente trasferito a Cesano Boscone, regge. Con la benedizione di Re Giorgio che, mentre precisava di non voler entrare nel merito, entra per l’ennesima volta nel merito della controriforma del Senato, uscendo dai suoi binari costituzionali e dal dovere di garante della Costituzione (quella del 1948, non un’altra).

Dunque avremo una bella Camera di nominati per l’eternità e un bel Senato di sindaci e consiglieri regionali per l’immunità. Con tutto quel che ne consegue. Lunga vita ai padri ricostituenti Boschi & Verdini, sono soddisfazioni.

Poi uno legge il documento scritto dei 5Stelle e scopre che gli house organ non si accontentano più di rilanciare le balle del premier e del suo alleato-detenuto: modificano direttamente la realtà per farla collimare con i desideri dei due padroni.

Alle 10 domande del Pd, i 5Stelle hanno risposto con altrettanti Sì, seguiti però da brevi testi piuttosto comprensibili, a prova di giornalista da riporto. Che significano: “sì, ma a condizione che”, e spesso la condizione equivale a un no: infatti, su tutte le questioni dirimenti dell’Italicum e del nuovo Senato, vanno nella direzione opposta al Patto R&B. Vien da domandarsi che testo abbia letto Claudio Tito di Repubblica quando scrive enfatico che ora Renzi può “modificare la Costituzione e contestualmente la legge elettorale con una maggioranza ampia e trasversale” che “mette insieme la coalizione del governo con le due principali opposizioni: FI e M5S”,“nuovo arco costituzionale dell’eventuale Terza Repubblica” che condanna all’irrilevanza “la dissidenza interna al Pd”, ridotta “a battaglia di testimonianza”, “incapace sia di modificare l’impianto costituzionale, sia di minacciare la vita del governo”.

Vediamoli, allora, questi 10 Sì.

1-2)Italicum: Pd e FI vogliono il ballottaggio tra le due coalizioni più votate, poi chi vince prende il 55% dei deputati; M5S accetta il ballottaggio, ma fra i due partiti più votati, poi chi vince prende il 52% dei deputati. Pd e FI insistono sulle liste bloccate tipo Porcellum; M5S vuole la preferenza.

3) Pd e FI vogliono collegi più piccoli, M5S è disponibile.

4) Il Pd vuole far verificare preventivamente la legge elettorale alla Consulta; M5S pure, anche se osserva che Renzi ha detto il contrario.

5) Pd e FI vogliono ridurre i poteri delle Regioni modificando il titolo V della Costituzione; M5S anche, ma fa notare che il nuovo titolo V è un casino che causerà conflitti fra Stato e Regioni.

6) Il Pd vuole ridurre l’indennità dei consiglieri regionali, M5S l’ha già fatto per i suoi restituendo il surplus.

7)Pd e FI vogliono abolire il Cnel; M5S pure, anzi vorrebbe farlo subito, con uno stralcio ad hoc.

8-9)Senato: Pd e FI vogliono un Senato non elettivo senza potere legislativo, formato da sindaci e consiglieri regionali che fanno i senatori part-time; M5S vuole i senatori eletti direttamente dai cittadini, full-time, con funzioni anche legislative (diverse dalla Camera), dimezzando le indennità di deputati e senatori.

10)Pd e FI vogliono mantenere l’autorizzazione a procedere per intercettare, arrestare e perquisire senatori e deputati; M5S vuole abolirla, lasciando solo l’insindacabilità per opinioni e voti. Riassumendo: a parte il Cnel, i collegi e altre quisquilie, il progetto Pd-FI è incompatibile col progetto M5S.

Ora tocca a Renzi e al Pd rispondere a una sola domanda semplice semplice: perseverate nella doppia porcata con il frodatore pregiudicato, o preferite una buona riforma elettorale e costituzionale con M5S, Sel, dissidenti Pd e FI e milioni di elettori? Risposta scritta, please.

La nuova Leva – Marco Travaglio 10 Agosto 2013

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Per diventare responsabile giustizia del Pd, i requisiti sono essenzialmente due: 1) non sapere nulla di giustizia; 2) esordire sul Foglio di Ferrara&B. per rassicurare il padrone d’Italia. Una specie di prova d’amore. Nel 2010 Andrea Orlando, appena nominato responsabile giustizia da Veltroni in virtù del diploma di maturità scientifica che ne faceva un giureconsulto di chiara fama, debuttò con un paginone sul Foglio dal memorabile titolo: “Caro Cav, il Pd ti offre giustizia”. Le proposte, anzi supposte, erano copiate pari pari dal programma Pdl: “Ridefinire l’obbligatorietà dell’azione penale… individuando le priorità” dei reati da perseguire o ignorare; “riforma del sistema elettorale del Csm che diluisca il peso delle correnti”, accompagnata da “una sezione disciplinare distinta” per fa giudicare i magistrati da un plotone d’esecuzione a maggioranza politica; “rafforzare la distinzione dei ruoli tra magistrati dell’accusa e giudici”; “limitare l’elettorato passivo dei magistrati, in particolare quelli che hanno svolto attività requirenti” (cioè: rendere ineleggibili non i delinquenti, ma i pm). Per fortuna le suddette boiate restarono nella testolina di Orlando, ora promosso ministro dell’Ambiente (sempre per via della maturità scientifica). Al suo posto è arrivato dal Molise l’avvocato e neodeputato Danilo Leva, di cui ieri abbiamo narrato le gesta di dalemiano ma anche bersaniano ma anche franceschiniano, nonché di perditore di tutte le elezioni a cui abbia partecipato nella sua breve vita. Uno dice: almeno è avvocato, qualcosa di giustizia capirà. È lecito dubitarne, a leggere la sua intervista d’esordio, ovviamente al Foglio. L’attacco è incoraggiante: “Non ci faremo dettare l’agenda da qualcun altro”.

Peccato che l’“agenda delle priorità” sia un fritto misto riscaldato di supposte altrui. Nella migliore tradizione. “Abolire l’ergastolo” è un’idea di Totò Riina, lanciata nel papello del ’92, quasi tutto realizzato da destra e sinistra, a parte appunto ergastolo e dissociazione dei boss. “Responsabilità civile dei magistrati”, “rimodulare l’obbligatorietà dell’azione penale individuando priorità” e “riformare la custodia cautelare” invece sono tre cavalli di battaglia di B. Bel modo per non farsi dettare l’agenda. Ma le idee, oltreché copiate, sono anche confuse. La responsabilità civile delle toghe esiste già per legge, con l’ovvio limite – previsto in tutte le democrazie – che gli errori giudiziari li risarcisce lo Stato e può rivalersi sul magistrato solo in caso di dolo o colpa grave. L’azione penale obbligatoria è prevista dalla Costituzione ed esclude che qualcuno possa indicare quali reati perseguire e quali no. Quanto alla custodia cautelare, “limitarne l’utilizzo improprio in assenza di sentenze passata in giudicato” è una corbelleria bella e buona: la custodia cautelare riguarda appunto il periodo precedente le condanne definitive, altrimenti è espiazione della pena. Ma, incassato il viatico del Foglio, Leva rincara la dose sull’Unità con altre perle di rara saggezza. Vuole “eliminare la custodia cautelare obbligatoria per titolo di reato, eccetto ovviamente i reati più gravi, ad esempio mafia, terrorismo, violenza sessuale, stalking”: forse non sa che le manette preventive, dal ’95, non sono più obbligatorie nemmeno per mafia, e quando il Parlamento provò a reintrodurle per la mafia e lo stupro (ma non per l’omicidio!), fu sconfessato dalla Consulta.

Quindi ciò che Leva vuole levare è già stato levato, e pure ciò che vuole lasciare. Siccome poi insiste sull’ergastolo, dovrebbe sapere che di fatto non esiste più, se non per i boss irriducibili (ergastolo “ostativo” ai benefici penitenziari: permessi, semilibertà, lavoro esterno): gli altri ergastolani escono dopo 25-30 anni. Abolire l’ergastolo avrebbe dunque un solo effetto: l’uscita di centinaia di boss, compresi quelli delle stragi del 1992-‘93, detenuti da quasi vent’anni. Bel programma di giustizia progressista, non c’è che dire. Senza contare il rischio che Riina reclami i diritti d’autore.

Quei giornali inzuppati di lacrime e saliva

DOLORI E PARADOSSI DELLA STAMPA ITALIANA DAVANTI ALLA CONDANNA DI B.
DAL MISTICO “RISORGERÒ” DI LIBERO AL COMICO SARDO CHE DÀ LA COLPA A GRILLO

ertCapatosta
Sul Messaggero, da non perdere il commento di Piero Alberto Capotosti, che è una specie di Napolitanino. Anche per lui, come per il principale, il guaio non è un politico che froda il fisco, ma “i rapporti fra magistratura e politica che diventano più complessi dopo questa vicenda giudiziaria”. Il processo a un politico per reati comuni diventa per lui “processo politico”, come nelle
dittature, e meno male che lui stesso denuncia “una certa carenza di cultura istituzionale” (degli altri, si capisce). schermata163Segue il rammarico perché i giudici, stretti “tra Curva Nord e Curva Sud” (cioè tra il partito della legalità e quello dell’impunità, che per lui pari sono), “non possono farsi carico di conseguenze politiche di estremo rilievo, come una crisi di governo o addirittura lo scioglimento delle Camere”: giusto, siccome l’evasore è al governo, dovevano assolverlo. Tutti i guai dell’Italia derivano dall’abolizione dell’immunità parlamentare, a suo dire “predisposta dai nostri Costituenti” come “separazione tra processi penali e attività politico-parlamentare”: balla sesquipedale, visto che l’autorizzazione a procedere della Costituzione originaria non prevedeva affatto l’impossibilità di processare i parlamentari di governo per reati comuni, ma era stata concepita per proteggere parlamentari di minoranza da eventuali accuse per reati politici (non la frode fiscale, ma i blocchi stradali, i comizi troppo accesi, le occupazioni delle terre ecc.). A meno che, si capisce, il Capotosti non pensi che i Costituenti del 1948 volessero proteggere un miliardario entrato in politica per non pagare il fio delle sue corruzioni, dei suoi falsi in bilancio e delle sue frodi fiscali. Ah, dimenticavo: questo Capotosti è presidente emerito della Corte costituzionale. Per dire in che mani era la Corte costituzionale.

La nave dei Folli
Anche il Sòla-24 ore è quello delle grandi occasioni. Fabrizio Forquet lacrima copiosamente perché “in Italia ci ritroviamo nel momento peggiore di una drammatica crisi economica a discutere delle mille incognite di un’ennesima crisi politica determinata da una vicenda giudiziaria”, mentre “a Berlino e a Washington si può guardare con fiducia al futuro”. Già, forse perché a Berlino e a Washington i politici si dimettono per una tesi copiata o per una colf non in regola. Di fianco, Stefano Folli (“Il sasso che rotola a valle”), noto manutentore di qualunque governo, annuncia che “da oggi entriamo in un’Italia post-berlusconiana”, ma subito dopo auspica che il governo Letta, di cui B. è signore e padrone, resti tale e quale in eterno “nell’interesse superiore dell’Italia”. Che, all’insaputa dell’Italia, è appunto la sopravvivenza dell’inciucio Pd-Pdl. Ma a una condizione, e qui Folli le canta chiare: “la riforma della giustizia”, “messa sul tavolo” nientemeno che da Napolitano. Infatti “la sentenza di Roma parla anche ai democratici e li sfida sul terreno del riformismo”. Siccome la giustizia ha funzionato ed è riuscita a condannare un noto frodatore fiscale, bisogna riformarla perché ciò non accada mai più. E poi adesso vedrete che “l’Italia moderata, l’Italia che ha votato a ripetizione Berlusconi” (dunque è proprio moderata) farà “sentire la sua voce”. Che, siccome ha sempre votato B., “non è mai propensa al populismo e all’estremismo”. Altrimenti votava per un populista e un estremista, e non un moderato come lui che “non si può credere che voglia o possa trascinare l’intero Pdl sulla linea intransigente”. Non sarebbe da lui, che diamine, e sarebbe la prima volta. Se non avete ancora cominciato a scompisciarvi, beccatevi anche questa: “La logica delle larghe intese si ripropone oggi in forme diverse ma non meno cogenti”. Ora che uno dei due partner è un pregiudicato, infatti, l’altro deve stringerglisi vieppiù addosso. Con grande cogenza.

Voci del padrone
Dopo aver annunciato che mai la Cassazione avrebbe potuto condannare quel giglio di campo, quel bocciuolo di rosa, gli impiegati di B. sono lievemente disorientati. schermata164Il Giornale incita il padrone come fanno i secondi a bordo ring col pugile suonato: “Berlusconi, non è finita” (è vero, ci sono altri cinque processi in arrivo). Libero è mistico: “Risorgerò” (rivisitazione del canto religioso dei funerali, “Io credo risorgerò”, che fa il paio con il cunnilingus del giorno prima firmato Mario Giordano: “Quel santo che pensa solo a salvare l’Italia”). Belpietro spera nella grazia: non divina, ma napolitana. Invece Sallusti, o quel che ne resta (l’abbiamo visto molto provato in tv), ha scoperto perché B. è stato condannato con una “sentenza politica”: non, come potrebbe pensare qualcuno, perché fosse colpevole, anzi era innocente. La prova è granitica: “L’ha ben spiegato il principe del foro avvocato Coppi”, e come si può dubitare di una fonte super partes come l’avvocato dell’imputato? No, l’hanno condannato perché “Napolitano aveva assicurato una pacificazione nazionale” e adesso “o ha preso in giro il Pdl e i suoi elettori oppure è stato a sua volta preso per i fondelli” dai giudici della Cassazione. I quali pare che abbiano sentenziato senza neppure fargli un colpo di telefono in Val Fiscalina. Comunque Zio Tibia è “orgoglioso di stare da questa parte e che Silvio Berlusconi sia il leader del Pdl”, almeno finché gli paga lo stipendio. Tutto filerebbe liscissimo, se non fosse che a pagina 2 una penna rossa annidata in redazione al Giornale e destinata – temiamo – alla crocifissione in sala mensa ha infilato un titolo che dice testualmente così: “Toghe moderate e di lungo corso: ecco chi ha deciso il destino del Cav”. Toghe moderate che fanno sentenze politiche? Dove andremo a finire, signora mia. Fortuna che il giureconsulto Pitone ha scoperto che “nessuna sentenza, neppure se di Cassazione, è irrevocabile”. Anche il noto giurista Ferrara, sul Foglio, concorda: “Sentenza nulla”, “glossa ininfluente”. Quando i carabinieri andranno a prelevarlo come Pinocchio per condurlo agli arresti, il Cainano potrà sempre obiettare: “Guardate che la sentenza è nulla, è una glossa ininfluente, lo dicono Sallusti e Ferrara”. Potrà sempre sperare in un Tso per infermità mentale.

Fogli umoristici
Per l’angolo del buonumore, ecco il Tempo. La direttora uscente Sarina Biraghi ci spiega perentoria: “Un fatto è certo: Berlusconi resta Berlusconi”. Non solo. Sarina ha pure capito un’altra cosa: “Berlusconi non è Craxi”. Di questo passo, si arriverà prima o poi alle conclusioni tratte a suo tempo da Paolo Panelli in un noto varietà: “Il legno è il legno”. Molto comica anche la fu Unità, dove ancora una volta giganteggia il sempre perspicace direttore Claudio Sardo. Il quale ha un piccolo problema: non l’hanno ancora avvertito che il Pd è alleato col Pdl. Infatti tuona vibrante di sdegno contro B: “In qualunque Paese democratico una condanna simile segna irrevocabilmente la fine di una carriera politica”. In Italia invece no, perché? Perché il Pd se l’è appena portato al governo? No, per colpa “dell’insuccesso del Pd alle elezioni, combinato col cinismo di Grillo”. Ecco, se il Pd governa con B. e contro Grillo è colpa di Grillo. E il governo Letta? “È nato senza alleanza”. Sardo non sa che è nato per volontà di Napolitano e su designazione di B. dall’alleanza fra Pd, Pdl e Scelta civica. Lui è ancora convinto che l’abbia portato la cicogna. Ma adesso, avverte, “il Pdl è a un bivio: resterà un partito patrimoniale, interno alla holding della famiglia Berlusconi, o diventerà una forza politica autonoma, capace di pensarsi oltre il fondatore ormai non più spendibile come leader?”. Ah saperlo. Sorge il lieve dubbio che la risposta sia la numero uno, ma Sardo non lo sospetta neppure. Infatti fa notare che B. non può “guidare la destra avendo quasi 80 anni”: chissà come sarà contento Napolitano, che ne ha appena 88. Alla fine l’acuto Sardo implora il Pdl di restare fedele a Letta col suo leader pregiudicato (tanto “il governo Letta è nato senza alleanza”). E intima, con la proverbiale aria furbetta: “Se qualcuno nel Pd pensa di utilizzare strumentalmente la sentenza per destabilizzare Letta, è un avventurista”. Ben scavato, vecchio Sardo: giù le mani da Berlusconi.

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