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Come si fa a non fidarsi di Beppe?

17342999_1483052251708044_2876466827536373519_nDi Elena Fattori Senato M5S

Benvenuto MoVimento 2.0 . Come si fa a non fidarsi di Beppe? Per un pentastellato la frase “non mi fido di Beppe”é semplicemente un ossimoro. È riuscito nella impresa inimmaginabile di scardinare una classe politica, quella italiana, ingrovigliata da un secolo con tutte le sfumature di ogni tipo di potere occulto e di associazioni mafiose. E, cosa non di poco conto, non si è arricchito. Ha rifiutato 42 milioni di euro di rimborsi elettorali ed è riuscito a ridurre i suoi redditi in un Paese dove in Parlamento si imbroglia per avere qualche centinaio di euro di diaria.

Ovvio che il suo unico intento sia quello di progeggere il MoVimento, la creazione preziosa della sua genialità e creatività che probabilmente governerà il Paese al prossimo difficilissimo giro in cui si decideranno le sorti dell’Europa. “Proteggere il MoVimento” é un po’ una sindrome di tutti noi pentastellati della prima ora che fa di noi persone a volte un po’paranoiche.

E c’è di che essere paranoici, perché mano a mano che si sale nei sondaggi il MoVimento è diventato come una carta moschicida che attira sciami di opportunisti, infiltrati, portatori di interessi ; tutti organizzatissimi e molto più esperti di noi pionieri in fatto di scalate e cordate. Non conosco la situazione di Genova quindi la mia meditazione é generale , non sul caso di specie.

Ma é la citta di Beppe e immagino che invece lui la situazione la conosca benissimo e immagino anche che sia simile alla situazione che si osserva in ogni territorio, ovvero un assalto alla diligenza, dove, con la scusa dell’ “uno vale uno” orde di falsi masanielli a difesa della democrazia diretta si dedicano con tenacia alla critica feroce dell’esistente semplicemente con l’ambizione poco nobile di sostituirlo per conquistare poltrone e potere per sè e le proprie consorterie.

Uno vale uno solo se si condivide un sogno sennò uno vale meno di niente. Tutto ciò premesso, va da sè che quello che è successo a Genova non dovrà succedere più, se ci sono serie perplessità sarà importante bloccarle molto prima. Al prossimo giro si potrebbe dover decidere del bilancio di qualche regione o dello Stato, delle grandi aziende di Stato e dell’esercito, delle politiche internazionali …….non basteranno nè amore e dedizione per la causa, né poche fidate persone. Ci vorrá un metodo solido e tanta attenzione e capacità di indagine e analisi. Buon lavoro Beppe, ci fidiamo tutti per definizione, la sfida è difficile ma ne va del destino del Paese, siamo tutti con te, in alto i cuori.

Altro che elemosine: blitz in campo rom, sequestrati 3 mln di euro

snapshot76di Antonio Chiera

Un autentico tesoro, frutto di ruberie e occultato al Fisco – fra denaro, titoli di credito, imprese di ristorazione, case e automobili, conti correnti, libretti di depositi postali, quote di fondi di investimento e polizze vita – sequestrato dalle Fiamme Gialle a 5 nomadi residenti in due… Continua »

Verdini rinviato a giudizio, disastro ambientale a Genova, Mattarella alle urne…

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Centrale a carbone, indagata anche Paita

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TIRRENO POWER – Sull’Istituto tumori di Genova pressioni per uno studio che smentisse i periti sulle responsabilità per i 440 morti di cancro

Pressioni sull’Istituto tumori di Genova perché producesse uno studio che smentisse la perizia dei pm in cui si parlava di 440 morti provocati dalla centrale a carbone. È il capitolo più sconcertante delle 40 pagine con cui la Procura di Savona ha concluso l’indagine sull’impianto Tirreno Power di Vado.

IL DOCUMENTO dei pm Chiara Paolucci e Francantonio Granero descrive un intreccio tra politica (la Regione guidata dal Pd di Claudio Burlando e la Provincia di Savona in mano al centrodestra di Angelo Vaccarezza, eletto in Regione con Giovanni Toti) e Tirreno Power, società oggi guidata da Gaz de France, ma in passato controllata da Sorgenia che faceva capo al gruppo De Benedetti. Gli indagati a vario titolo (dall’omicidio colposo, al disastro ambientale fino all’abuso d’ufficio) sono 86. Tra questi la passata giunta Burlando quasi al completo: presidente e 13 assessori accusati di abuso d’ufficio e (tranne uno) di disastro colposo aggravato. Ci sono Raffaella Paita, Giovanni Barbagallo e Sergio Rossetti (appena rieletti). Ma si parla anche di Mariano Grillo, che al ministero dell’Ambiente è direttore della Divisione valutazioni ambientali. Fino, ovviamente, a uno stuolo di dirigenti Tirreno Power.

Di Burlando e alcuni suoi assessori (Paita), i pm dicono: “Procuravano intenzionalmente un ingiusto vantaggio economico ai soggetti proprietari della centrale a carbone”, nonostante da decenni fossero noti gli effetti delle centrali a carbone sull’uomo. La Procura quantifica il beneficio: gli impianti incriminati avrebbero contribuito per “un miliardo al margine di contribuzione della società”. Quando, sottolineano i pm, bastava un “modesto investimento” per ridurre le emissioni. Dirigenti e amministratori indagati di Tirreno Power avrebbero tra l’altro “omesso gli investimenti per ridurre le emissioni… ridotto il budget per la manutenzione… scelto carbone di qualità inferiore… gestito in maniera illecita ceneri di carbone e olio combustibile”.

Raffaella Paita, Pd

Raffaella Paita, Pd

L’accusa nei confronti dei politici – tra cui Burlando, Paita e Vaccarezza – riguarda soprattutto le delibere che consentivano alla centrale di inquinare nonostante gli allarmi per la salute. I pm parlano “di controlli partiti solo nel 2013”. Ma i magistrati sottolineano alcuni comportamenti, come quello di Gabriella Minervini (indagata per omicidio colposo plurimo), dirigente della Regione che “con l’incitamento e l’avallo di Burlando risultante dalle intercettazioni e dell’assessore Guccinelli… si adoperava perché i componenti dell’Osservatorio (nominato per sorvegliare sull’impianto, ndr ) si pronunciassero contro la validità della consulenza dei pm”. Non solo: Minervini “esercitava una rilevante pressione nei confronti dell’Istituto tumori”, già destinatario di finanziamenti della Regione, chiedendo “l’elaborazione di un documento di critica alla consulenza dei pm”. Ne sarebbe scaturita “un’analisi frettolosa e orientata a minimizzare”. Minervini e un funzionario della Provincia “concordavano di predisporre le bozze delle rispettive giunte… ‘lasciando in bianco i numeri’ (come rivelano le intercettazioni, ndr) per consentire all’azienda di dire l’ultima parola”. Ma c’è anche l’ex assessore regionale allo Sviluppo economico, Renzo Guccinelli, che “per adeguarsi alle richieste della società… arrivava a proporre modifiche dei valori limite di CO previste nelle delibere adottate con contenuti corrispondenti alle delibere aziendali”. Infine un passaggio su Mariano Grillo: “Architettava anche con interventi diretti dell’azionista di riferimento, per la parte italiana, della Tirreno Power (Sorgenia, ndr )… la concessione di un nuovo termine per la costruzione del carbonile”.

di Ferruccio Sansa – il Fatto Quotidiano 19-6-2015

Omicidio, truffa, corruzione: un anno di reati del Pd

pdDa Soru alla Paita, negli ultimi 12 mesi quasi 70 esponenti dem sono stati indagati, rinviati a giudizio o addirittura arrestati. Ma nel partito fanno spallucce. E anzi molti dei soggetti finiti nel mirino delle procure vengono ricandidati

Il numero è 1.881, e la data è quella del 16 aprile scorso. In Senato è stata appena depositato e stampato un disegno dilegge per istituire una commissione parlamentare di inchiesta sulla corruzione, gli appalti pubblici e la collusione della politica.

Il Pd è diventato un beniamino delle procure della Repubblica italiane. Per una serie di ipotesi di reato anche impressionanti i più birbanti (sempre presunti) della squadra di Matteo Renzi sono incappati in più di un guaio giudiziario. Fosse stato quel 1992 appena ripercorso in tv da una fiction di successo, quel partito sarebbe stato fatto a brandelli da un’opinione pubblica assai sensibile. Oggi dai vertici all’ultimo degli uscieri si dà forse meno importanza ai guai giudiziari, e un po’ di garantismo ha iniziato ad albergare perfino fra i nipotini del Pd. Soprattutto quando si tratta di auto-assolversi. Ma solo negli ultimi dodici mesi le cronache giudiziarie hanno narrato di più di un esponente di alto grado del Pd alla settimana il cui nome è finito nel registro degli indagati delle varie procure. Una settantina di alti dirigenti, fra cui decine di consiglieri regionali, 7 deputati, 6 senatori, sottosegretari dell’attuale governo, candidati presidenti di Regione, segretari regionali e provinciali del partito. Dalla Valle D’Aosta alla Sicilia, come accade a un partito della Nazione che si rispetti. Per reati anche gravi. I più gettonati sono peculato, falso e truffa, visto che si tratta dei reati più comuni nelle inchieste sui rimborsi ai gruppi consiliari delle varie Regioni italiane. Ma ci sono anche corruzione e turbativa d’asta, che hanno portato perfino in carcere alcuni sindaci del Pd. Poi nel ventaglio davvero di tutto: corruzione, concussione, abuso di ufficio, appropriazione indebita, evasione fiscale, false comunicazioni sociali, associazione di stampo mafioso, bancarotta fraudolenta, truffa fino all’omicidio e disastro colposo che figurano fra i capi di imputazione con cui è stata iscritta nelregistro degliindagati della procura di Genova Raffaella Paita, ex assessore e ora candidata del Pd alla guida della Regione Liguria. Un deputato è stato arrestato (Fracantonio Genovese) grazie alla autorizzazione a procedere concessa, ed è finito in carcere già due volte con più capi di accusa in un’inchiesta che riguardava i fondi per i corsi di formazione in Sicilia. Sono stati arrestati anche il sindaco di Gioia del Colle, quello di Ischia (inchiesta dove è emerso il vino-gate di Massimo D’Alema), un consigliere comunale del partito a Potenza, un dirigente dell’assemblea regionale del Pd campano e altri personaggi minori.

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Ci sono parlamentari del Pd in questo momento testimoni ed eventuali parte lesa di una delicata inchiesta segretata dalla procura di Bologna sull’appropriazione indebita che avrebbe fatto un loro collaboratore e dirigente del partito, tramite misteriosi prelievi effettuati sui loro conti correnti bancari. Ci sono politici indagati e puntualmente ricandidati dal Pd di Renzi e diventati nuovamente consiglieri regionali nonostante l’accusa di avere fatto la cresta sui rimborsi spesa (Emilia Romagna). Ci sono indagati che corrono per le prossime elezioni, come la citata Paita, il candidato presidente alla Regione Campania, Vincenzo De Luca, il candidato sindaco di Giugliano, Antonio Poziello. Sempre in Campania sono finiti in guai seri il sindaco Pd di Ercolano, ilsuo vicesindaco dello stesso partito e altri consiglieri comunali.

La rimborsopoli ha colpito a qualsiasi livello: decimati i Pd di Regioni come Emilia Romagna, Piemonte, Lazio, Valle d’Aosta e Marche dove se il bilancio non è più pesante per il partito di Renzi è solo perchè molti eletti coinvolti sono usciti dal partito ricandidandosi in una lista civica guidata dal governatore uscente Gian Mario Spacca (indagato anche lui e molti suoi per reati compiuti prima dello strappo con il partito).

L’ultima piccola storia arriva da Torino, dove c’è stata addirittura una pioggia di avvisi di garanzia sul Pd per i gettoni presi partecipando a giunte delle circoscrizioni a cui non sarebbero mai andati. Cifre piccole quelle contestate, 600 euro al mese. Ma nella rete della procura è caduta anche un vero pescione: Paola Bragantini, ex presidente di Circoscrizione e nel frattempo diventata deputato del Pd. Per non farsi mancare nulla ci sono pure reati non legati all’attività politica vera e propria. Il destino di Renato Soru, ex presidente della Sardegna e attuale segretario regionale Pd, sarà deciso il prossimo 28 maggio: è accusato come imprenditore di false comunicazioni sociali ed evasione fiscale. Anche il Pd ha il suo Silvio Berlusconi…

Franco Bechis – Libero 25-4-2015 (estratto)

MENTRE LA LIGURIA AFFOGAVA LA PAITA BRINDAVA

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Genova affogava e la candidata del Pd brindava in riviera
Nelle ore dell’alluvione che ha sommerso la città, la Paita, nonostante fosse assessore alla Protezione civile, si dedicava a comizi e aperitivi elettorali

I PM: “AVEVA UN RUOLO OPERATIVO”
il 9 ottobre 2014, ore 21:20 circa. A Finale Ligure, Raffaella Paita, candidata alle primarie Pd sorride ai suoi fan accorsi per l’ennesimo appuntamento elettorale. Alla stessa ora, mentre l’assessore regionale alla Protezione civile faceva campagna elettorale, il Rio Carpi esondava colpendo e portando distruzione nel Comune di Montoggio.

È TUTTO riportato nell’esposto presentato dalla Casa della Legalità alla Procura di Genova: gli appuntamenti di Raffaella Paita durante tutta la giornata della tragedia confrontati con i disastri che proprio in quelle ore stavano accadendo. E che alle 23:30 portarono al morto. Tutto documentato con foto e filmati. Ma il paradosso è che il materiale è stato fornito soprattutto dalla stessa accusata: Raffaella “Lella” Paita, che postò su Facebook le fotografie degli appuntamenti elettorali. Dei sorrisi, degli abbracci. Ecco cosa racconta il diario della giornata secondo l’esposto documentato dalle foto: “Nel pomeriggio del 9 ottobre, l’Entella a Chiavari esondava nella zona della foce…alle 21 si aveva notizia dell’esondazione del Rio Carpi, evidenziando concretamente la situazione di effettiva e forte criticità e pericolo… nonostante tale contesto, l’assessore Paita si dedicava a incontri di promozione della propria candidatura con incontri nel Ponente savonese”, racconta Christian Abbondanza, presidente della Casa della Legalità. Accuse documentate da foto. Un vero tour del force : la visita cocola al circolo del Partito democratico.

Alle 18:30 è in programma un aperitivo a Palazzo Kursaal a Loano organizzato dal comitato “Loano e Boissano per Raffaella Paita”. E intanto sulla Liguria piove, piove, piove. Nonostante i primi guai che accadono proprio in quelle ore a Chiavari, Paita – accusa Abbondanza – rimane a 127 chilometri di distanza. Circa un’ora e mezza di auto. E quel che più conta a un’ora dalla sala Operativa della Protezione civile di Genova. Di più: “Proprio a quell’ora la sala operativa incredibilmente ha chiuso”.

A LOANO l’atmosfera era molto diversa: “Il Ponente con Lella”, ripetono i manifesti appesi ai muri. Al tavolo si alternano attivisti. No, non proprio un’adunata oceanica, a dire il vero. Saranno una trentina di persone. L’atmosfera, a giudicare dai volti, non è elettrica. Paita distribuisce sguardi, accenni di sorrisi. Pare stanca. Ma possibile che nessuno dei suoi collaboratori l’abbia avvertita di quello che stava accadendo a Chiavari? E se Paita sapeva, perché ha continuato i suoi appuntamenti elettorali di partito?

La macchina della propaganda, però, va avanti come un rullo compressore. Vero, le previsioni dell’Arpal alle 18 erano tragicamente sbagliate perché parlavano di perturbazione in esaurimento. Ma alle 22:20 l’Agenzia regionale per l’ambiente cambia improvvisamente: “Sistema perturbato e nuova linea temporalesca sul genovesato”. E comunque le notizie dei primi disastri correvano da una parte all’altra della Liguria, via Internet, radio e televisione. L’emittente Primocanale era collegata in diretta per trasmettere le immagini del Bisagno che saliva.

Ma lei, Lella, non si ferma: dopo Loano tocca a Finale Ligure. Nella sala grande, forse un po’ tetra, siedono 30-40 persone. Età media non giovanissima, si direbbe. Sul palco, ancora la Paita. Parla, racconta, la sua Liguria. Quindi, immancabile, il dibattito. Gli ospiti che salgono sul palco. “Devono essere passate ampiamente le nove di sera, a quell’ora intere zone dell’entroterra, come Montoggio, erano coperte dall’acqua”, attacca Abbondanza. Le sue accuse sono riprese anche oggi da Panorama. La diretta interessata, sentita all’epoca dei fatti, aveva detto: “Quella sera non c’era l’allerta e quindi non era prevista la presenza 24 ore nella Sala Operativa. Secondo quanto mi è stato riferito, appena diffuso l’allarme delle 22:20 sono stati avvertiti tutti i soggetti interessati. E io mi sono precipitata in Sala Operativa dove sono arrivata alle 23:30… ero a Finale Ligure, ci ho messo circa un’ora”. I pm paiono nutrire dubbi sulla linea difensiva di Paita: l’assessore alla Protezione Civile non dovrebbe avere solo un ruolo politico, ma avrebbe potuto attivarsi.

Al presidente della Casa della Legalità non basta: “Paita era in giro per farsi propaganda, invece di fare il suo dovere di assessore alla Protezione civile. Di più: vorrei spiegasse perché il 9 ottobre, giovedì, invece di lavorare per la Regione (per questo è pagata) era in tour elettorale. E ha avuto il coraggio di mettere le foto su Facebook!”.

Ferruccio Sansa – Il Fatto Quotidiano 23-4-2015

Genova, la rete di Bagnasco per la Paita

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Ferruccio Sansa – Il Fatto Quotidiano 18-04-2015
Contro*Corrente

Un’intesa sui valori. Forse più immobiliari che spirituali. Un ospedale da 135 milioni. Poi cemento. E poltrone nelle banche. Chi si stupisce dell’irrituale esternazione con cui il cardinale Angelo Bagnasco ha difeso il candidato pd Raffaella Paita e ha attaccato i magistrati non conosce Genova, il legame tra la Curia e la politica: centrosinistra di Claudio Burlando e centrodestra di Claudio Scajola.

Insieme. Un patto di cemento. Nel vero senso della parola. Un’operazione prima di tutto: la ricostruzione del Galliera, il secondo ospedale di Genova. Progetto che sta a cuore a Bagnasco e Burlando: 370 letti per 135 milioni. Inutile ogni protesta degli abitanti. Ogni proposta alternativa per recuperare la splendida struttura ottocentesca. Il nuovo Galliera s’ha da fare. La polpa della questione sono 52 milioni di finanziamenti pubblici che la Regione ha messo sul piatto. Ma non solo: il tesoro sono i padiglioni storici per migliaia di metri quadrati in centro città, nel quartiere di Carignano, i Parioli di Genova. Valgono oro. Arriveranno centri commerciali?

Intorno all’operazione Galliera nuotano pesci grossi. A cominciare da quel Giuseppe Profiti (anche con lui si schierò Bagnasco quando fu indagato e infine assolto per lo scandalo Mensopoli) che gestì la questione prima come dirigente della Regione poi da vicepresidente del Galliera. In pratica sedeva dalle due parti della barricata. Un lavoro, il suo, molto apprezzato: Tarcisio Bertone lo volle con sé a Roma a guidare il Bambino Gesù, una sorta di ministro della Sanità vaticana. Ed ecco l’ultimo colpo di scena: Profiti, visto con diffidenza dal Vaticano di Bergoglio, starebbe per tornare a Genova. Con Paita. Il cerchio si chiuderebbe. Ma non c’è solo l’affaire Galliera. Anche nel cda dell’ospedale Gaslini, presieduto dal cardinale, ci sono figure vicine alla politica e al centrosinistra.

LA CHIESA ligure è molto attiva sul fronte del mattone: ovunque i campetti da calcio sono trasformati in più redditizi box auto. Ma c’è di più: Gianantonio Bandera è un costruttore molto amato dalle parti del duomo di San Lorenzo, tanto che Bertone lo scelse per amministrare gli immobili della Curia. Non solo: Bandera era impegnato nel mega-progetto per auditorium, uffici e laboratori dell’ospedale Bambino Gesù (presieduto, si diceva, da Profiti). Ecco, questo Bandera sedeva nei cda di società interessate a realizzare operazioni immobiliari molto contestate in Liguria. Una per tutte, il nuovo porticciolo di Santa Margherita (avversato da Renzo Piano). Accanto a Bandera, l’avvocato Andrea Corradino , uomo di fiducia del miliardario Gabriele Volpi e di Luigi Grillo (Pdl). Sì, proprio quel Corradino che guida la cassa di risparmio di La Spezia ed è difensore di Paita. Tra l’altro si vogliono investire 250 milioni per ricoprire di cemento il lungomare di La Spezia. Operazione benedetta dal Pd, che richiederà il via libera della Regione. Il legame tra Bagnasco e il burlandismo (quindi anche Paita) è sempre stato alla luce del sole. Come quando la Regione offrì alla Curia la sua ambita poltrona nella fondazione Carige. Una banca dove sedeva mezza famiglia Scajola .

Insomma, il gruppo di potere si ricompone. Con i risultati noti a tutti: la banca naviga in pessime acque e adesso attende il saltavaggio della liquidissima famiglia Malacalza , anch’essa di fede paitiana. Sedere sul ponte di comando della fondazione Carige significava avere in mano le redini dell’economia ligure. Ma anche disporre di centinaia di migliaia di euro per piccoli finanziamenti, magari ad associazioni di area cattolica.

LA FONDAZIONE Carige è stata presieduta da Vincenzo Lorenzelli (poi presidente del Gaslini) che non ha mai smentito la sua vicinanza a Curia e Opus Dei. Vice presidente è stato Pierluigi Vinai, poi candidato sindaco di Forza Italia. Vinai, uomo di fiducia della Curia, oggi schierato con Paita. Bagnasco, che pure misura al millimetro ogni sua azione pubblica, non ha mai avuto paura di compiere clamorose uscite di campo in politica: tanti ricordano il suo silenzio “complice” ai tempi di Berlusconi. A livello ligure non perde occasione per mostrare la sua simpatia per Burlando, come quando, alla vigilia delle elezioni regionali, fa trapelare la notizia di una cena a casa del politico che si improvvisa cuoco e cucina per il prelato. Con Bagnasco nel ruolo di paciere per salvare il matrimonio di Burlando. Bagnasco che oggi difende Paita e attacca i magistrati. E non importa che le contestazioni dei pm siano serie: il 9 ottobre vennero ignorati i segnali di pericolo inseriti nei bollettini meteo diramati dall’Arpal e inviati alla Protezione civile.

Alluvione sul Pd: Paita ora è indagata a Genova

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OMICIDIO E DISASTRO COLPOSO: LA CANDIDATA DI RENZI IN LIGURIA NEI GUAI PER IL DISASTRO DEL BISAGNO NEL 2014. SOLO DUE GIORNI FA, IL SOSTEGNO DEL PREMIER

Raffaella Paita indagata per l’alluvione di Genova del 9 ottobre 2014. È accusata per la mancata allerta che lasciò la città in balia del Bisagno: le ipotesi sarebbero omicidio colposo in concorso e disastro colposo. Una brutta tegola per la candidata Pd alle elezioni regionali liguri che già arranca nei sondaggi. Soprattutto perché la notizia arriva il giorno dopo la visita istituzionale-elettorale di Renzi a Genova, gli scambi di sorrisi e le decine di fotografie accanto al Presidente del Consiglio (che domenica dovrebbe tornare a Sanremo per sostenerla).

Paita è assessore regionale con delega alla Protezione Civile. Una poltrona chiamata a coordinare prevenzione e soccorsi. Paita è indagata per il mancato allarme alla città che alle 23,30 del 9 ottobre si ritrovò impreparata quando il Bisagno ancora una volta esondò. Uccise un uomo di 57 anni.

LE FALLE nelle previsioni meteo dipesero dai bollettini emessi dall’Agenzia Regionale per l’Ambiente (Arpal, il centro meteo impiega venti persone con un bilancio di quasi un milione e mezzo di euro). Sono le 18 del nove ottobre, a Genova piove da ore, ma gli uffici della Protezione Civile regionale chiudono i battenti. Tutti a casa, non importa che da quasi dodici ore in Valle Scrivia ci fosse già una mezza alluvione. E nemmeno che già dalla mattina il Comune di Genova avesse attivato un’unità di crisi.

Il primo tassello, ovviamente, sono le previsioni meteorologiche delle 18: tragicamente sbagliate perché parlano di perturbazione in esaurimento. Ma alle 22,20 l’Agenzia regionale per l’ambiente cambia improvvisamente le previsioni: “Sistema perturbato e nuova linea temporalesca sul genovesato”. È troppo tardi. Piove a dirotto sulla val Bisagno. A quell’ora i tecnici della Protezione Civile Regionale forse stavano guardando le immagini dell’emittente Primocanale che mostravano il disastro imminente. Anche perché il funzionario responsabile, Stefano Vergante, era bloccato in casa sua, a Molassana, dalle acque del Bisagno. Assente anche Gabriella Minervini, in quei giorni direttore alla Protezione Civile. Non sono le sole scoperte degli uomini della Polizia Giudiziaria agli ordini di Luca Capurro (gli stessi che hanno indagato sulle responsabilità di tre anni fa): un tecnico della Protezione Civile della Regione avrebbe dichiarato: “Ho lanciato l’allarme con una telefonata alle 22,20” (appena ricevuta l’allerta meteo). A quell’ora dovrebbero essere stati avvertiti il Comune, la Protezione civile nazionale e la Prefettura. Ma dai primi controlli la telefonata risulterebbe partita alle 23,25 quando ormai il Bisagno era già esondato.

Ma com’è possibile che in una notte come quella non ci fosse nessuno in servizio alla Protezione civile della Regione? E qui ecco che entra in gioco Paita che da qualche mese aveva ereditato la responsabilità della Protezione Civile. Diede gli ordini giusti oppure ci furono errori o omissioni? “Quella sera non c’era l’allerta e quindi non era prevista la presenza 24 ore nella Sala Operativa. Secondo quanto mi è stato riferito, appena diffuso l’allarme delle 22.20 sono stati avvertiti tutti i soggetti interessati. E io mi sono precipitata in Sala Operativa dove sono arrivata alle 23.30”, ha dichiarato Paita. Aggiungendo: “Per il futuro abbiamo previsto che la Sala Operativa sia in funzione giorno e notte nei mesi a rischio”. (Chiudere la stalla quando i buoi sono scappati. ndr)

Nei giorni successivi all’alluvione Paita era quasi scomparsa dalla scena pubblica. Un modo forse per evitare di esporsi alle polemiche che però aveva suscitato l’effetto opposto. Le critiche non erano mancate. A novembre Paita era stata sentita per quattro ore in Procura dai pm Gabriella Dotto e Patrizia Ciccarese che coordinano l’indagine: “Sono davvero sorpresa del merito delle contestazioni che mi vengono rivolte.

PAITA è difesa dall’avvocato Andrea Corradino, personaggio noto nel mondo del potere di La Spezia: siede nei cda di partecipate, banche e società che si propongono di realizzare due gigantesche operazioni immobiliari a La Spezia (con la benedizione del Pd) e Santa Margherita. Corradino oggi viene considerato uomo di fiducia di Gabriele Volpi, il nuovo Paperone ligure, che ha fatto fortuna con il petrolio nigeriano e che vuole investire in cemento e sport. Soprattutto, però, Corradino è sempre stato vicino, vicinissimo al grande signore del centrodestra spezzino, Luigi Grillo.

Ferruccio Sansa – Il Fatto Quotidiano 16-04-2015

Legge dura senza paura: processato il ladro di cioccolatini da 8 euro

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Avvocato del Supermercato

28 anni, incensurato: ruba 8 euro di cioccolatini e finisce sotto processo. Per farla franca doveva rubare almeno un milione e poi evadere sotto il 3%

Ha rubato una scatola di cioccolatini al supermercato del valore di soli 8 euro ma sarà processato. È successo a Genova dove un giovane di 28 anni, pure incensurato, ha subito una imputazione coatta dalla giudice per le indagini preliminari Silvia Carpanini nonostante il procuratore aggiunto di Genova, Nicola Piacente avesse chiesto l’archiviazione. Il magistrato l’aveva motivata per l’entità lieve del furto e per non ingolfare con un processo così irrilevante le cancellerie che già scoppiano di lavoro. Ma gli avvocati del supermercato hanno presentato opposizione all’archiviazione e il gip ha accolto la loro richiesta.

Quello di Genova è solo uno dei tanti casi paradossali della giustizia italiana dove la prescrizione è in aumento, come ha scritto il presidente della Cassazione Giorgio Santacroce nella relazione in occasione del nuovo anno giudiziario, e i criminali economici nella maggior parte dei casi restano impuniti.

Ha fatto nascere un gruppo di solidarietà su Facebook, la storia di Filippo P, 34 anni, romano, disoccupato dal 2010, arrestato l’anno scorso in un supermercato per aver rubato generi alimentari per sfamare la sua famiglia: la moglie casalinga e un figlio di quattro anni. Filippo, preso dalla disperazione, ha rubato del pane, del latte e del prosciutto. È stato arrestato, processato e condannato a 5 mesi con la pena condizionale e l’obbligo di firma. Due settimane dopo, però, sempre per fame, Filippo è tornato a rubare al supermercato: un pezzo di formaggio, un arrosto sottovuoto e una bottiglia di olio. Valore complessivo della refurtiva, poche decine di euro.
Stavolta è finito in carcere, condannato a 6 mesi per furto aggravato dalla recidiva. È stata applicata la legge ex Cirielli quella che Silvio Berlusconi si è fatto approvare dalla sua maggioranza in Parlamento per dimezzare la prescrizione dei reati che gli interessavano personalmente e per gli amici incensurati.. La difesa diFilippo P., condannato l’anno scorso, era rappresentata dall’avvocato Gianluca Arrighi: “Ho assunto gratuitamente la difesa – aveva dichiarato alla fine del processo – perché ritengo che vi siano dei casi umani che noi penalisti non possiamo esimerci dall’accettare. Purtroppo negli ultimi anni i casi di persone che commettono furti di generi alimentari è aumentato in modo esponenziale. È ovvio che nulla giustifica la commissione di reati ma una cosa è rubare per arricchirsi e una cosa è rubare per mangiare”.

A Viterbo, nel 2012, vengono arrestati due uomini che hanno rubato in un centro commerciale cibo, vestiti e scarpe. Un ragazzo minorenne che era con loro è stato affidato a un centro di prima accoglienza. Uno dei due arrestati, un giovane di 20 anni, ha detto al processo di aver rubato per fame: “Non mangiavo da alcuni giorni”. L’altro imputato, 48 anni, ha raccontato che non può sopravvivere: “Prendo una pensione di 280 euro al mese e non ce la faccio ad andare avanti”.

A Trento per un pezzo di formaggio rubato al supermercato, per di più restituito, sarà processato un ragazzo marocchino. Secondo la polizia, aveva pagato alcuni generi alimentari ma non il formaggio, nascosto in una tasca interna della giacca. Una volta scoperto lo aveva restituito. Ma è stato denunciato lo stesso e finirà davanti al giudice. Il prossimo 5 marzo sarà processato P.A.R., 58 anni, accusato di furto aggravato per aver rubato in un supermercato di Ponte nelle Alpi, nel 2012, due bistecche e un po’ di insalata, prese da confezioni e messe in tasca, inoltre un cappello e un paio di guanti per bambino.

Forse processi di questo genere potranno diminuire. Nella primavera del 2014 il Parlamento ha approvato la legge delega che ha conferito al governo il potere di regolare reati “lievi”. Il decreto legislativo prevede di “escludere la punibilità di condotte sanzionate con la sola pena pecuniaria o con pene detentive non superiori nel massimo a cinque anni, quando risulti la particolare tenuità dell’offesa”. Ma chi ha commesso il reato non deve essere recidivo.
In ogni caso la parte offesa ha 10 giorni di tempo per opporsi alla richiesta di archiviazione del pm e l’ultima parola in quel caso spetta al giudice. La parte offesa può anche rivalersi in sede civile.

Antonella Mascali | Il Fatto Quotidiano 30.1.2015

Bombe d’aria | di Marco Travaglio 18.11.2014

marco-travaglio-la7-21-marzo-620x350Dopo un mese di latitanza, s’è visto finalmente un membro del governo sui luoghi di un’alluvione a caso. È il sottosegretario Graziano Delrio, avvistato a Genova. In politica da 15 anni, prima nel Ppi, poi nella Margherita, ora nel Pd, Delrio ha subito dato aria alla bocca incolpando i “governi precedenti”. Tesi originale quant’altre mai: peccato che fra i governi precedenti ci siano quelli di centrosinistra che ha sostenuto anche lui e quello di Letta in cui era ministro degli Affari Regionali. Ma la moda furbastra dei renziani di spacciarsi per marziani è troppo comoda per rinunciarvi, specie in tempi di sondaggi in calo e piazze in subbuglio. Renzi invece, tra un koala e un give-me-five al vertice australiano, ha fatto sapere che è tutta colpa delle regioni. Che però, contando quelle alluvionate ed escludendo la Lombardia, sono governate da pidini: la Liguria dal renziano Burlando, il Piemonte dal renziano Chiamparino, la Toscana dal bersaniano Rossi appena ricandidato dal premier.

Quindi con chi si lamenta? Lo lasci dire a noi, che lo diciamo da sempre, che la classe dirigente delle regioni è la più malfamata del Paese, persino peggio di quella parlamentare, comunale e provinciale: anche perché l’ha scritta lui la “riforma del Senato”che riempirà Palazzo Madama di consiglieri regionali da sé medesimi nominati. Quindi che va cianciando? Delrio, non sapendo con chi prendersela per non accusare il primo responsabile della cementificazione della Liguria, il governatore Gerundio, se la prende con i magistrati: “Uno Stato serio dev’essere al fianco di coloro che ripristinano la sicurezza dei cittadini senza il timore di essere inquisiti o di non avere risorse. Le leggi esistono, ma prima viene la sicurezza delle persone. Il patto di stabilità non sarà un problema per chi ha subito eventi catastrofici come il terremoto o eventi drammatici come le alluvioni”. Quanto al timore di non avere risorse, dipende esclusivamente dalla promessa mai finora mantenuta di rivedere il patto di stabilità interno per i comuni virtuosi e dagli stitici stanziamenti fatti finora dal governo per le zone alluvionate e contro il dissesto idrogeologico (siamo passati da “4 miliardi in 4 anni”a“7 miliardi in 7 anni”, tipo “7 chili in 7 giorni”, ma non si esclude di arrivare presto a “10 miliardi in 10 anni”, sempre per fingere di aumentare i fondi allungando i tempi utili a non far nrtiente).

Quanto al timore di essere inquisiti, è il consueto cocktail di populismo e fantascienza: quando mai un amministratore è stato inquisito per aver rimesso in sicurezza il territorio? Con buona pace di Delrio, i magistrati non indagano per sfizio o a casaccio: intervengono quando gli appalti sono truccati, o quando i lavori non vengono fatti o vengono fatti violando le leggi dello Stato e minacciando – anziché tutelarla – la sicurezza dei cittadini (un vecchio andazzo che sarà agevolato dal criminale e criminogeno decreto Sblocca-Italia). Carrara ha speso 50 milioni in 11 anni di lavori su un torrente di 20 chilometri, compresi gli argini di polistirolo, col risultato di quattro esondazioni dal 2003 a oggi.
A Genova politici senza scrupoli hanno prima tombato i torrenti col cemento, poi ci hanno costruito sopra e tutt’intorno, e ora si meravigliano se l’acqua non trova più sfoghi ed esplode a bomba ogni volta che piove.

Un mese fa Renzi non trovò di meglio che inventarsi il solito nemico inesistente e incolpare “la burocrazia e il Tar” per la mancata messa in sicurezza del Fereggiano. Poi si scoprì che era la solita balla: il Tar non aveva disposto alcuna sospensiva e i lavori mai fatti potevano iniziare già nel maggio 2012. Un messaggio falso che fa il paio con la slide “Meno ferie ai magistrati: giustizia più veloce” che scaricava barile sulla magistratura fannullona, mentre le statistiche Ocse dimostrano che la nostra è la più produttiva d’Europa. Forse questi signori non sanno leggere i sondaggi, altrimenti la pianterebbero di mentire. Diceva Lincoln: “Puoi ingannare qualcuno per sempre e tutti per un po’, ma non puoi ingannare tutti per sempre”.

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