Pacche sulle spalle per vendere fumo (Antonio Padellaro F.Q. 19-4-2015)

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L’altra sera su La7, uno strepitoso Maurizio Crozza immaginava Matteo Renzi nella Sala Ovale e con i piedi incrociati sulla scrivania ordinare al telefono: “ Tiu pizze for sisons e for formage”. Non poteva sapere che l’indomani sul Corriere della sera, Alec Ross, guru di Hillary Clinton avrebbe definito l’inglese del premier italiano “colorito ma efficace”: non esattamente un complimento anche se al ristorante può servire. Così come tutti gli elogi che Barack Obama ha rivolto al “caro Matteo” durante la visita alla Casa Bianca e rilanciati dalla stampa al seguito in estasi, a leggere bene appaiono più che altro delle mezze (e anche totali) fregature da parte dell’amico americano, così come è tradizione nei rapporti con il “fedele alleato ” di Roma. A partire dalle questioni internazionali su cui Washington ci ha messo in riga. Sulla Libia, per esempio, il presidente Usa “Apre” (Il Messaggero) ma poi “esclude l’invio di truppe o droni statunitensi nel Paese mediterraneo”. Insomma, cavatevela da soli.

Il capo dell’esecutivo però “incassa il pieno riconoscimento sulla nostra leadership nell’area” che tuttavia “i nostri partner europei faticano ad assegnarci”. Insomma, la classica patacca sul Potomac e dal prezzo piuttosto salato visto che “l’Italia resterà in Afghanistan più a lungo del previsto su richiesta americana” (Corriere). Bel colpo! E come se non bastasse, Renzi si è preso anche una cazziata“ per la recente visita a Putin che aveva insospettito Washington” (La Stampa).

Ma niente paura perché “il premier ha dato garanzie che nel prossimo Consiglio europeo sosterrà la linea americana sulle sanzioni”. Ah ecco. Ora, sarà anche vero che Renzi ha ottenuto “l’endorsement di Obama” (il Sole 24Ore) ma trattandosi dell’investitura di un presidente in uscita ha il valore politico di un’amichevole pacca sulla spalla. Accompagnata peraltro dalla solita ramanzina: “Avanti con le riforme” (Repubblica) e dal pressante invito a procedere sulla strada dell’accordo sul Ttip (il trattato di libero scambio Ue-America), contestato nelle piazze di mezzo mondo dai comitati del no perché non conforme agli standard di sicurezza e giustizia europei.

Insomma, nei fatti, il bilancio del viaggio renziano è povero di risultati per non dire peggio e allora si capisce meglio perché gli uffici stampa vendano fumo ai giornali: dalla “chimica che è scattata tra i due” al “linguaggio del corpo” che chissà perché avrebbe dato legittimazione alla leadership di Renzi. Per carità di patria non parleremo del Barack “impressionato” dalla novità Renzi, così come lo era stato di Enrico Letta e di Mario Monti. E siccome “impressionata” si era detta anche la Merkel, e da tutti e tre, sospettiamo che nel linguaggio diplomatico sia questo il modo per prendersi gioco dei governi italiani.
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Società intestate a senzatetto: 100 milioni evasi a Roma

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INCHIESTA DI “REPORT” SULLE RESIDENZE FITTIZIE DI IMMIGRATI E CLOCHARD UTILIZZATI PER SCHERMARE I VERI PROPRIETARI DI BAR E RISTORANTI: 2.400 AZIENDE SOLO NELLA CAPITALE

Via Modesta Valenti (una senzatetto), da non confondere con la partigiana Modesta Rossi, non esiste per lo stradario di Roma. Eppure lì risiedono migliaia di immigrati stranieri e italiani senza fissa dimora, ma anche centinaia di aziende. Via Dandolo 10, invece, esiste: c’è la mensa di Sant’Egidio, ma in Comunità hanno appena scoperto – anche grazie all’inchiesta di Report in onda stasera – che a quell’indirizzo hanno sede 1.200 imprese.
Per l’Agenzia delle Entrate via Valenti e via Dandolo sono dei paradisi fiscali perché non riescono a risalire ai proprietari che intestano immobili, terreni e attività commerciali agli immigrati e ai senzatetto, che per ottenere una carta di identità e l’assistenza sanitaria devono richiedere una residenza anagrafica, seppur fittizia. E così alcune associazioni si occupano delle pratiche burocratiche per ottenerla: il prezzo è di 70 euro di iscrizione, per la cosiddetta tessera sociale. E una sola associazione ha dato una residenza fittizia ad almeno 10 mila persone. Tra queste, ci sono bengalesi o tunisini che si ritrovano ad amministrare, per esempio, una società di ristorazione.

IN QUESTO buco nero soltanto a Roma si infilano 2.400 società che nascondono al fisco oltre 100 milioni di euro. Com’è possibile che la Camera di Commercio di Roma non abbia mai sventato la truffa? Lo spiega a Report l’assessore Marta Leonori: il Comune aveva autorizzato questi indirizzi fittizi, ma non aveva comunicato agli altri uffici la tipologia di residenza. Per l’appunto: fittizia. Vincenzo Fiermonte, guardiano della pace e cavaliere di Malta che da vent’anni presiede “Camminare insieme”, riceve centinaia di contestazione di Equitalia destinate imprenditori-senzatetto che hanno la residenza presso l’associazione.

Report racconta il caso di un bengalese di 25 anni, di professione lavapiatti. Nel 2013, nel giro di poche settimane, diventa socio o dirigente di due società con residenza in via Gigi Pizzirani 25, dove si trova “Camminiamo insieme”.

La tecnica è identica per centinaia di casi. Un imprenditore convince il bengalese a firmare l’atto di costituzione da un notaio e dopo l’accompagna in banca a ritirare il blocchetto per gli assegni e le carte di credito: non per se stesso, ovvio, ma per il furbo di turno che l’ha abbindolato.

Il trucco viene utilizzato ovunque, non solo a Roma. Al tribunale di Nocera Inferiore è in corso un processo sui presunti prestanome di Giovanni Citarella, ex proprietario della locale squadra di calcio.

Carlo Tecce – Il Fatto Quotidiano 19-04-2015

I 3 dell’Ave Bavaglio (Marco Travaglio 18-04-2015)

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Ma che gentili. Gli esimi procuratori della Repubblica Edmondo Bruti Liberati (Milano), Giuseppe Pignatone (Roma) e Franco Lo Voi (Palermo) offrono su un piatto d’argento alla Banda Larga che ci sgoverna tra un furto e l’altro, un bel bavaglione per la stampa sugli scandali del potere. Bruti, Pignatone e Lo Voi si possono a buon diritto definire i“procuratori Y 10”: piacciono alla gente che piace. Si sono conquistati la benevolenza e la riconoscenza dei politici di ogni colore.

Bruti ha messo all’angolo il suo aggiunto Robledo, che indagava su Expo e altri totem intoccabili, e l’ha espropriato di inchieste che gli spettavano di diritto come capo del pool PA in base alle regole dettate dallo stesso procuratore; così, quando il Csm si accingeva a sanzionarlo, intervenne Napolitano a salvarlo. Pignatone, da procuratore aggiunto di Grasso a Palermo, partecipò alla estromissione dall’Antimafia di tutti i pm “caselliani”che indagavano su mafia e politica e all’archiviazione di alcuni fascicoli scottanti, diventando poi capo delle Procure di Reggio Calabria e di Roma.

Lo Voi fu nominato rappresentante italiano in Eurojust dal governo Berlusconi (una medaglia al valore), e poi procuratore di Palermo dal Csm, scavalcando colleghi ben più anziani e titolati (Lo Forte e Lari), grazie al solito Napolitano che bloccò il Plenum mentre stava per nominare uno dei due concorrenti più meritevoli.

Ora i Tre Tenori, auditi dalla commissione Giustizia della Camera più che mai ansiosa di silenziare la stampa, si mettono gentilmente a disposizione con due proposte avvincenti.

1) I magistrati potranno continuare a inserire nelle ordinanze di custodia cautelare –depositate agli avvocati e agli arrestati e/o indagati, dunque non più segrete – intercettazioni, verbali d’interrogatorio e così via. Ma i giornalisti, pur conoscendole,

non potranno più raccontarle fino all’inizio del processo. Cioè mesi, anni dopo: dovranno attendere la fine delle indagini preliminari, il deposito degli atti, le attività integrative chieste dagli avvocati, l’udienza preliminare e il rinvio a giudizio (e se questo non ci fosse, ma intervenisse l’archiviazione o il proscioglimento, nulla si potrebbe sapere di tutto ciò che si è scoperto solo perchè il giudice non l’ha ritenuto penalmente rilevante, con tanti saluti alla responsabilità politica, amministrativa e morale).

2) Insieme alle ordinanze, gli avvocati e gli indagati e/o arrestati ricevono anche le richieste del pm, le informative di polizia, i brogliacci completi delle intercettazioni. Anche questi, una volta depositati, non sono più segreti, dunque i giornalisti li conoscono: ma non potranno riferirli nè farvi cenno, e non solo fino all’inizio del processo, ma mai, per l’eternità. L’idea che una notizia vera, documentata e pubblica diventi impubblicabile, a pena di multe salatissime (la solita paraculata per evitare che si gridi al “carcere per i giornalisti”, che com’è noto è finto, salvo campagne diffamatorie violente e recidive), oltrechè indecente, è anche esilarante.

Curioso che i Tre dell’Ave Bavaglio ignorino non solo la Costituzione italiana e la Convenzione europea sui diritti dell’uomo, ma anche la giurisprudenza della Corte di Strasburgo che da anni afferma la prevalenza del diritto di cronaca su quello alla riservatezza dei potenti.

f882fc91edc7b807efbdb512877da697Il 24 aprile 2008 (ricorso n. 17107/05), per esempio, la Corte ritenne violato l’art. 10 della Convenzione (“libertà di espressione”) da parte del Portogallo: lì un giornalista aveva pubblicato una sintesi di atti di indagine su un politico accusato di frode fiscale ed era stato condannato per violazionedel segreto. Ma per la Corte le esigenze di riservatezza delle indagini e degli indagati sono secondarie rispetto all’interesse pubblico a essere informati dei fatti che sono oggetto dell’accertamento giudiziario”. Il 7 giugno 2007, poi, Strasburgo condannò la Francia, sempre per violazione della libertà di espressione (ricorso n. 1914/02). Motivo: il Tribunale di Parigi aveva sanzionato con piccole multe due giornalisti di Le Monde, Dupuis e Pontaut, autori del libro “Les Oreilles du Président”, che denunciava (e pubblicava) le intercettazioni illegali disposte sotto la presidenza Mitterrand su circa 2000 persone, compresi molti avversari politici.
I giudici francesi avevano dichiarato prevalente la tutela del segreto istruttorio. La Corte europea invece stabilì che, quando ci sono di mezzo politici, i limiti della critica e della cronaca sono più ampi. Anche se si infrange il segreto.
È vero che i due autori hanno violato le norme sul segreto istruttorio, ma era loro dovere farlo. Perché in questi casi prevale l’esigenza del pubblico di essere informato sul procedimento giudiziario: “È legittimo accordare una protezione particolare al segreto istruttorio, sia per assicurare la buona amministrazione della giustizia, sia per garantire il diritto alla tutela della presunzione d’innocenza delle persone oggetto d’indagine. Ma su queste esigenze prevale il diritto di informare, soprattutto quando si tratta di fatti che hanno raggiunto una certa notorietà tra la collettività”.

Corte aggiunse che anche la sanzione di un’ammenda di poche centinaia di euro può avere un effetto dissuasivo dell’esercizio della libertà di stampa: “In una società democratica, bisogna adottare la massima prudenza nel punire i giornalisti per violazione del segreto… visto che essi esercitano la missione di ‘cani da guardia’ della democrazia. L’art.10 protegge il diritto dei giornalisti di comunicare informazioni di interesse generale, purché si attengano alla buona fede e all’esattezza dei fatti”.

Qualsiasi bavaglio sbatterà dunque le corna contro l’Europa e non entrerà neppure in vigore, potendo essere disapplicato direttamente dai tribunali italiani. Quando i nostri politici, anziché perder tempo a censurare le notizie sui loro furti, la smetteranno di rubare, sarà sempre troppo tardi.

Cari procuratori, ecco perchè è giusto sapere delle case di Totti

francesco_tottiMarco Lillo – Il Fatto Quotidiano 18-04-2015

Sono in tanti a denunciare a giorni alterni l’invasione di campo delle procure rispetto alla politica e della politica sulla giustizia. Giovedì però in commissione Giustizia è andata in scena un’inedita alleanza tra deputati e pm per invadere insieme il campo dei giornalisti. E nessuno ha fiatato. I capi delle Procure di Roma e Milano, chiamati dai deputati a esprimersi sulla riforma in cantiere, hanno messo in chiaro che non vogliono una riduzione dei loro poteri di intercettare, ma sono favorevoli a ridurre i doveri dei giornalisti a informare e quindi i diritti del pubblico a sapere.

I PROCURATORI di Milano e Roma in coro hanno invocato il bavaglio per la stampa: “Solo gli atti finali dell’indagine come le ordinanze di arresto possono essere pubblicati mentre gli altri atti dell’inchiesta – ha detto il Procuratore capo di Roma, Giuseppe Pignatone – devono restare segreti”. Così le conversazioni di Lupi con Ercole Incalza e quelle con l’ingegner Perotti per trovare un lavoro al figlio del ministro non sarebbero mai state pubblicate integralmente. I procuratori – bontà loro – escludono la galera per i giornalisti disubbidienti, ma sponsorizzano una multa pesante per l’editore. La mordacchia – par di capire – non varrebbe solo per le intercettazioni, ma per tutti gli atti non inclusi nell’ordinanza finale: quindi anche i verbali e le informative. Se i cronisti del Fatto si ostinassero, per esempio, a pubblicare l’elenco dei finanziamenti della Coop rossa Cpl Concordia alle fondazioni, la nostra società dovrebbe pagare una multa salata.

Quali sarebbero le conseguenze concrete? Le intercettazioni imbarazzanti finirebbero comunque nelle mani di una cerchia di eletti: avvocati, forze di polizia, magistrati e giornalisti. I cittadini resterebbero all’oscuro, con le nefaste conseguenze ipotizzabili a seguito di questa asimmetria conoscitiva: dossier, anonimi e ricatti. I giornalisti si troverebbero di fronte a un bivio: violare la legge oppure la regola deontologica che impone loro di pubblicare sempre una notizia, come il Rolex o il lavoro offerti al figlio di Lupi. Gli editori più ricchi pubblicherebbero comunque le notizie ‘vietate’ pagando la multa se hanno un interesse proprio all’uscita della notizia. Il procuratore Pignatone, secondo l’ Adnkronos, ha fatto l’esempio di Francesco Totti e Mafia Capitale: “Nessuna intercettazione su di lui, ma era comunque interessato” da quelle che tiravano in ballo una società amministrata dal fratello. “Niente di penalmente rilevante – ha detto Pignatone – ma a Roma la vicenda è stata il titolo di testa per diversi giorni”. Forse il procuratore si è confuso e si riferiva all’intercettazione di Daniele De Rossi che chiedeva aiuto a un soggetto poi arrestato dopo una lite in ristorante. La vicenda del palazzo di Totti affittato al Comune, svelata dal libro I Re di Roma scritto con Lirio Abbate, infatti era emersa grazie a un’informativa del Ros e non a un’intercettazione. Dall’informativa si apprendeva che la società di Totti aveva stipulato un contratto vantaggioso con il Comune. Gli autori del libro hanno poi scoperto il ruolo di Luca Odevaine (presidente della Commissione di gara) e i rapporti tra Odevaine e Totti.

PROPRIO questa storia spiega l’importanza del lavoro del giornalista e la differenza tra il cronista e il pm. Il secondo deve scoprire i reati, il primo deve informare la pubblica opinione a prescindere dalle valutazione dei pm. Se un pm, come è accaduto lecitamente a Firenze e a Roma, non considera reato una telefonata come quella di Lupi o un contratto come quello di Totti, il giornalista non solo può, ma deve pubblicarli. Solo così informerà il suo lettore e allo stesso tempo permetterà alla pubblica opinione di vigilare anche sull’operato delle Procure.

Genova, la rete di Bagnasco per la Paita

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Ferruccio Sansa – Il Fatto Quotidiano 18-04-2015

Un’intesa sui valori. Forse più immobiliari che spirituali. Un ospedale da 135 milioni. Poi cemento. E poltrone nelle banche. Chi si stupisce dell’irrituale esternazione con cui il cardinale Angelo Bagnasco ha difeso il candidato pd Raffaella Paita e ha attaccato i magistrati non conosce Genova, il legame tra la Curia e la politica: centrosinistra di Claudio Burlando e centrodestra di Claudio Scajola.

Insieme. Un patto di cemento. Nel vero senso della parola. Un’operazione prima di tutto: la ricostruzione del Galliera, il secondo ospedale di Genova. Progetto che sta a cuore a Bagnasco e Burlando: 370 letti per 135 milioni. Inutile ogni protesta degli abitanti. Ogni proposta alternativa per recuperare la splendida struttura ottocentesca. Il nuovo Galliera s’ha da fare. La polpa della questione sono 52 milioni di finanziamenti pubblici che la Regione ha messo sul piatto. Ma non solo: il tesoro sono i padiglioni storici per migliaia di metri quadrati in centro città, nel quartiere di Carignano, i Parioli di Genova. Valgono oro. Arriveranno centri commerciali?

Intorno all’operazione Galliera nuotano pesci grossi. A cominciare da quel Giuseppe Profiti (anche con lui si schierò Bagnasco quando fu indagato e infine assolto per lo scandalo Mensopoli) che gestì la questione prima come dirigente della Regione poi da vicepresidente del Galliera. In pratica sedeva dalle due parti della barricata. Un lavoro, il suo, molto apprezzato: Tarcisio Bertone lo volle con sé a Roma a guidare il Bambino Gesù, una sorta di ministro della Sanità vaticana. Ed ecco l’ultimo colpo di scena: Profiti, visto con diffidenza dal Vaticano di Bergoglio, starebbe per tornare a Genova. Con Paita. Il cerchio si chiuderebbe. Ma non c’è solo l’affaire Galliera. Anche nel cda dell’ospedale Gaslini, presieduto dal cardinale, ci sono figure vicine alla politica e al centrosinistra.

LA CHIESA ligure è molto attiva sul fronte del mattone: ovunque i campetti da calcio sono trasformati in più redditizi box auto. Ma c’è di più: Gianantonio Bandera è un costruttore molto amato dalle parti del duomo di San Lorenzo, tanto che Bertone lo scelse per amministrare gli immobili della Curia. Non solo: Bandera era impegnato nel mega-progetto per auditorium, uffici e laboratori dell’ospedale Bambino Gesù (presieduto, si diceva, da Profiti). Ecco, questo Bandera sedeva nei cda di società interessate a realizzare operazioni immobiliari molto contestate in Liguria. Una per tutte, il nuovo porticciolo di Santa Margherita (avversato da Renzo Piano). Accanto a Bandera, l’avvocato Andrea Corradino , uomo di fiducia del miliardario Gabriele Volpi e di Luigi Grillo (Pdl). Sì, proprio quel Corradino che guida la cassa di risparmio di La Spezia ed è difensore di Paita. Tra l’altro si vogliono investire 250 milioni per ricoprire di cemento il lungomare di La Spezia. Operazione benedetta dal Pd, che richiederà il via libera della Regione. Il legame tra Bagnasco e il burlandismo (quindi anche Paita) è sempre stato alla luce del sole. Come quando la Regione offrì alla Curia la sua ambita poltrona nella fondazione Carige. Una banca dove sedeva mezza famiglia Scajola .

Insomma, il gruppo di potere si ricompone. Con i risultati noti a tutti: la banca naviga in pessime acque e adesso attende il saltavaggio della liquidissima famiglia Malacalza , anch’essa di fede paitiana. Sedere sul ponte di comando della fondazione Carige significava avere in mano le redini dell’economia ligure. Ma anche disporre di centinaia di migliaia di euro per piccoli finanziamenti, magari ad associazioni di area cattolica.

LA FONDAZIONE Carige è stata presieduta da Vincenzo Lorenzelli (poi presidente del Gaslini) che non ha mai smentito la sua vicinanza a Curia e Opus Dei. Vice presidente è stato Pierluigi Vinai, poi candidato sindaco di Forza Italia. Vinai, uomo di fiducia della Curia, oggi schierato con Paita. Bagnasco, che pure misura al millimetro ogni sua azione pubblica, non ha mai avuto paura di compiere clamorose uscite di campo in politica: tanti ricordano il suo silenzio “complice” ai tempi di Berlusconi. A livello ligure non perde occasione per mostrare la sua simpatia per Burlando, come quando, alla vigilia delle elezioni regionali, fa trapelare la notizia di una cena a casa del politico che si improvvisa cuoco e cucina per il prelato. Con Bagnasco nel ruolo di paciere per salvare il matrimonio di Burlando. Bagnasco che oggi difende Paita e attacca i magistrati. E non importa che le contestazioni dei pm siano serie: il 9 ottobre vennero ignorati i segnali di pericolo inseriti nei bollettini meteo diramati dall’Arpal e inviati alla Protezione civile.

Polli allevati con antibiotici e decontaminati con candeggina sono in arrivo dagli Stati Uniti. Fantasia? No è quanto accadrà se passa il TTIP. La petizione europea a quota 1.6 milioni

1Se sarà approvato l’accordo di libero scambio tra Europa e Stati Uniti (TTIP) i polli allevati con antibiotici arriveranno sulle nostre tavole. Questo scenario non viene riportato dagli addetti ai lavori ma è l’inevitabile conclusione di un ragionamento supportato da troppe evidenze. Di diverso avviso sembra invece la riposta del commissario Vytenis Andriukaitis all’interrogazione dell’eurodeputata Mara Bizzotto, che chiedeva spiegazioni su come affrontare il problema degli antibiotici promotori della crescita regolarmente utilizzati negli allevamenti di polli americani, ma vietati in Europa. Nella risposta arrivata il 23 marzo scorso, Andriukaitis ha dichiarato che “il divieto dell’uso di antibiotici come promotori della crescita nell’alimentazione degli animali in tutta l’UE è entrato in vigore il primo gennaio 2006. Sebbene l’utilizzo di tali prodotti continui in alcuni paesi terzi, gli alimenti così prodotti possono essere importati nell’UE soltanto se è possibile dimostrare che non vi sono conseguenze sulla sicurezza alimentare. Gli animali e i prodotti importati nell’UE devono rispettare le prescrizioni dell’Unione sull’assenza di residui di antibiotici e di altre sostanze”. Il Commissario ha concluso dicendo che “gli Stati membri dell’UE sono tenuti a eseguire controlli ufficiali sugli alimenti di origine animale che entrano nell’Unione. Qualora le partite risultino contenere residui superiori ai limiti massimi o residui di sostanze proibite nell’UE, esse saranno respinte”. Basta però decodificare le parole per rendersi conto che se viene approvato il trattato TTIP i polli agli antibiotici saranno una realtà quotidiana dei prodotti venduti al supermercato.

2Chiunque segua il settore dei polli sa che importare cosce o petti congelati dagli Stati Uniti non trattati con antibiotici o promotori della crescita è impensabile, anche se quanto dichiarato dal commissario lascia intendere il contrario. La filosofia europea e quella americana sono infatti contrapposte. Da noi esiste come riferimento il “principio di precauzione”. Negli Usa le regole sono meno restrittive e prevedono l’impiego regolare e su vasta scala di antibiotici come nitrofurani e biochina oltre a promotori della crescita come virginiamicina e zincobacitracina, tutte sostanze vietate in Europa dal 2006 (si stima che il 70% di tutti gli antibiotici distribuiti negli Stati Uniti sia usato negli allevamenti per la profilassi o la promozione della crescita; solo il 10% è usato per curare animali malati, mentre il restante 20% è impiegato nell’uomo).

C’è di più: in Europa il veterinario, è l’unica persona che può autorizzare i trattamenti farmacologici, prescrivere la ricetta e registrare il trattamento avvenuto su un registro apposito, oltreoceano non ci sono questi vincoli. Anche le modalità di allevamento e i controlli sono diversi. L’Europa applica un costante approccio all’igiene in ogni fase della produzione (“from the farm to the fork”), dal trasporto degli animali fino al confezionamento degli alimenti, vengono individuati i punti critici per l’igiene, e l’unica sostanza ammessa per il lavaggio delle carcasse è l’acqua potabile. Il sistema statunitense prevede per il lavaggio delle carcasse soluzioni a base di cloro (candeggina diluita) e non esiste un simile approccio verso l’igiene della filiera.

3La Commissione Europea ha più volte affermato che l’industria non deve temere nulla dal TTIP, in quanto un’eventuale firma dell’accordo avrebbe l’effetto di definire contingenti e tariffe e di facilitare lo scambio delle merci oggetto di accordo e che sono fatti salvi tutti i principi sulla sicurezza igienica e alimentare. In altre parole: il TTIP aprirebbe i canali commerciali, e i produttori americani che intendono esportare verso l’Unione Europea dovranno garantire che i polli sono stati allevati all’interno di un sistema produttivo che rispetta norme analoghe a quelle europee.

Per citare la Commissione: “Sia l’UE che gli USA applicano standard rigorosi nel settore della sicurezza alimentare. L’obiettivo è ridurre i costi che devono sostenere gli esportatori dell’UE quando gli standard sono identici, ma le regole sono diverse.” Il problema è proprio questo. Le regole diverse degli Stati Uniti permetteranno alla fine di esportare in Europa e in Italia un pollo senza tracce degli antibiotici e senza tracce dei promotori della crescita utilizzati durante la fase di allevamento. Anche l’acqua di cloro ( candeggina diluita)  per lavare le carcasse non lascia tracce e quindi alla fine sarà tutto ok, proprio come dice il commissario.

4Questo è possibile perché i laboratori di analisi e controllo non dispongono di metodi per identificare se i polli sono stati allevati con antibiotici e promotori della crescita perché i farmaci sono eliminati con le feci e non lasciano tracce. Lo stesso problema si pone per il lavaggio con candeggina per bonificare le carni di pollo macellate. Alla luce di queste considerazioni diventa facile interpretare le parole del commissario europeo sul concetto di salvaguardia degli standard igienici identici e non equivalenti che di fatto dà il via libera ai polli made in USA.

L’Europa deve pretendere l’identità e non la semplice equivalenza dei criteri produttivi e degli standard igienici. I polli importati dovranno rispettare le norme su: benessere animale, igiene del processo, divieto di uso dei promotori della crescita, uso razionale del farmaco, stretti limiti microbiologici per le carni, divieto di uso di decontaminanti e principio di precauzione. Non basta dire che la carne non ha antibiotici. Tutto ciò non sarà mai scritto nel trattato.

5In Europa diciamo che un dato trattamento o prodotto non può essere autorizzato se non esiste evidenza scientifica che sia sicura dopo una complessa analisi del rischio e quando ci sono dei dubbi il medicinale o la sostanza chimica per il principio di precauzione è vietata. In USA l’approccio è inverso: tutto è ammesso finché non ci sono evidenze scientifiche da cui emerge un rischio per la salute.

Se viene firmato il trattato TTIP con gli USA il pollo americano che non deve sottostare a norme igieniche restrittive e grazie ai medicinali cresce più veloce dei nostri arriverà sui mercati a prezzi concorrenziali. In questo modo la sicurezza alimentare, il controllo della filiera che a fatica gli europei hanno realizzato negli ultimi 30 anni con leggi e controlli, saranno spazzati via. I consumatori potranno riconoscere il petto o le cosce di pollo importato dagli USA perché l’etichetta deve indicare l’origine, ma nulla si potrà sapere per la carne di pollo utilizzata nei wurstel, nei ripieni per ravioli o nei piatti pronti perché in questo caso sull’etichetta non è obbligatorio indicare l’origine della materia prima.

6Per capire meglio quanto sia grave il problema degli antibiotici negli allevamenti, basta dire che anche McDonald’s negli Stati Uniti ha annunciato che entro due anni di non utilizzerà più polli allevati con antibiotici impiegati anche per l’uso umano. Se il trattato tra USA ed Europa come dice il commissario europeo Andriukaitis garantirà la sicurezza alimentare, qual è il motivo di trovare un nuovo accordo, visto che in Europa le regole ci sono già? Gli allevatori di polli americani che le rispettano possono esportare quando vogliono i loro prodotti. Non lo fanno perché aspettano le nuove norme che si vogliono introdurre con il TTIP. 

fonte: ilfattoalimentare.it

Cpl e gas a Ischia, quella rete di favori tutta interna al PD

cpl concordiaNEGLI ATTI I RAPPORTI TRA IL SINDACO FERRANDINO E UN IMPRENDITORE. IL CUI FIGLIO POI FINÌ IN GIUNTA

Un grosso albergatore di Ischia chiese al sindaco Pd Giosi Ferrandino di far posare i tubi su via Alfredo De Luca per collegare l’acqua calda tra due suoi hotel. Il sindaco lo accontentò, girando la pretesa a Cpl Concordia. La coop rossa modenese investì della questione il subappaltatore. I lavori non furono mai pagati. Il figlio dell’albergatore è entrato nel Pd e nella giunta Ferrandino. Da assessore in carica, insieme al padre è stato convocato in Procura e secondo il pm Henry John Woodcock ha “negato anche l’evidenza”.

È una storia di favori tutta interna al Pd ischitano quella che emerge incrociando il verbale del 30 marzo di Giovanni Di Tella, il personaggio chiave della metanizzazione di Ischia, l’imprenditore amico del boss dei Casalesi Antonio Iovine, con le carte depositate al Riesame dalla Procura di Napoli. Di Tella, il subappaltatore di Cpl sull’isola verde, ha dichiarato al pm Woodcock che Ferrandino ha più volte preteso dalla coop rossa opere fuori capitolato. “Lavori pagati da Cpl o non pagati da nessuno”. E cita la posa dei tubi su via De Luca “nell’interesse di un grosso albergatore di Ischia, Di Meglio. Di Meglio li ha chiesti al sindaco, il sindaco li ha chiesti a Cpl, e Cpl a noi Di Tella. Lavori che nulla avevano a che fare con la metanizzazione e che a Di Meglio sarebbero costati 100 mila euro. Non mi sono stati mai pagati”.

IL 4 APRILE la Procura ha convocato Salvatore e Isidoro Di Meglio. I due, padre e figlio, hanno smentito. Salvatore: “Non so nulla, io possiedo otto alberghi, ho 400 dipendenti e altre cose per la testa”. Isidoro: “Non so nulla, non ho mai avuto a che fare con Cpl, non mi ricordo di lavori fatti alla via DeLuca nell’ultimo anno”. Per poi aggiungere: “Confermo di essere assessore, da un anno e qualcosa, della giunta Ferrandino. Sono entrato nel Pd da circa un anno”. Il 10 aprile Di Tella ha accompagnato a Ischia i carabinieri del Noe. L’esito del sopralluogo ha indotto i pm Woodcock, Carrano e Loreto a scrivere, in una memoria depositata per chiedere la conferma degli arresti di due dirigenti Cpl, Francesco Simone e Maurizio Rinaldi: “Le dichiarazioni rese dai Di Meglio in ordine a tale vicenda appare emblematica della “omertà” e della sussistenza di esigenze cautelari probatorie; in proposito appare significativo come i Di Meglio hanno addirittura negata una circostanza evidente come la posa in opera dei tubi”. Intanto gli atti, diversamente da quanto riportato ieri, sono stati inviati alla Procura di Modena e non alla Dda di Bologna.

Vincenzo Iurillo – Il Fatto Quotidiano 16-04-2015

Scuola Toscana, a Firenze 2000 docenti contro Matteo Renzi @matteorenzi

16-scandicci-2Velani: “Riforma piena di contraddizioni, apre a conflittualità e improvvisazione, dopo aver sbandierato assunzioni per tutti i precari ne ‘dimentica’ 80mila”

Duemila lavoratori della scuola fiorentina, docenti e personale ATA, di ruolo e precari, sono da stamani in assemblea non-stop (fino alle 18) al cinema Aurora di Scandicci, strapieno e debordante, per discutere del Ddl del Governo Renzi, contro il quale sabato prossimo, 18 Aprile, i sindacati hanno organizzato una grande manifestazione nazionale a Roma.

“La scuola di Renzi non è buona – dice Antonella Velani, Segretaria della Cisl Scuola di Firenze e Prato -. Siamo di fronte all’ennesima riforma, con una legge che stravolge tutto l’assetto democratico attualmente esistente: lo fa senza alcun confronto con i lavoratori e la parte sindacale, chiudendo la porta a 80mila lavoratori precari abilitati che da settembre non lavoreranno più perché le sbandierate assunzioni non li comprenderanno. La scuola di pensiero che trasmette il disegno di legge è quella dell’uomo solo al comando; scompare la libertà di insegnamento e la visione di una scuola come comunità educante, lasciando il posto a conflittualità e improvvisazione”.

Una lettura attenta del Ddl evidenzia secondo i docenti “contraddizioni e ‘distrazioni’, a cominciare dal piano di assunzioni che disattende le giuste aspettative di molti e non risolve in alcun modo la questione supplenze”

A convocare l’Assemblea e organizzare la manifestazione di sabato, tutti i maggiori sindacati di categoria: Cisl Scuola, Flc-Cgil, Uil Scuola, Snals, Gilda. Altre simili, ma finora non con questa partecipazione, sono in svolgimento in tutte le province della Toscana. Domani un’analoga iniziativa sarà attuata, per l’Empolese-Valdelsa, alla scuola Pontormo di Empoli.

fonte: nove.firenze.it

 

Alluvione sul Pd: Paita ora è indagata a Genova

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OMICIDIO E DISASTRO COLPOSO: LA CANDIDATA DI RENZI IN LIGURIA NEI GUAI PER IL DISASTRO DEL BISAGNO NEL 2014. SOLO DUE GIORNI FA, IL SOSTEGNO DEL PREMIER

Raffaella Paita indagata per l’alluvione di Genova del 9 ottobre 2014. È accusata per la mancata allerta che lasciò la città in balia del Bisagno: le ipotesi sarebbero omicidio colposo in concorso e disastro colposo. Una brutta tegola per la candidata Pd alle elezioni regionali liguri che già arranca nei sondaggi. Soprattutto perché la notizia arriva il giorno dopo la visita istituzionale-elettorale di Renzi a Genova, gli scambi di sorrisi e le decine di fotografie accanto al Presidente del Consiglio (che domenica dovrebbe tornare a Sanremo per sostenerla).

Paita è assessore regionale con delega alla Protezione Civile. Una poltrona chiamata a coordinare prevenzione e soccorsi. Paita è indagata per il mancato allarme alla città che alle 23,30 del 9 ottobre si ritrovò impreparata quando il Bisagno ancora una volta esondò. Uccise un uomo di 57 anni.

LE FALLE nelle previsioni meteo dipesero dai bollettini emessi dall’Agenzia Regionale per l’Ambiente (Arpal, il centro meteo impiega venti persone con un bilancio di quasi un milione e mezzo di euro). Sono le 18 del nove ottobre, a Genova piove da ore, ma gli uffici della Protezione Civile regionale chiudono i battenti. Tutti a casa, non importa che da quasi dodici ore in Valle Scrivia ci fosse già una mezza alluvione. E nemmeno che già dalla mattina il Comune di Genova avesse attivato un’unità di crisi.

Il primo tassello, ovviamente, sono le previsioni meteorologiche delle 18: tragicamente sbagliate perché parlano di perturbazione in esaurimento. Ma alle 22,20 l’Agenzia regionale per l’ambiente cambia improvvisamente le previsioni: “Sistema perturbato e nuova linea temporalesca sul genovesato”. È troppo tardi. Piove a dirotto sulla val Bisagno. A quell’ora i tecnici della Protezione Civile Regionale forse stavano guardando le immagini dell’emittente Primocanale che mostravano il disastro imminente. Anche perché il funzionario responsabile, Stefano Vergante, era bloccato in casa sua, a Molassana, dalle acque del Bisagno. Assente anche Gabriella Minervini, in quei giorni direttore alla Protezione Civile. Non sono le sole scoperte degli uomini della Polizia Giudiziaria agli ordini di Luca Capurro (gli stessi che hanno indagato sulle responsabilità di tre anni fa): un tecnico della Protezione Civile della Regione avrebbe dichiarato: “Ho lanciato l’allarme con una telefonata alle 22,20″ (appena ricevuta l’allerta meteo). A quell’ora dovrebbero essere stati avvertiti il Comune, la Protezione civile nazionale e la Prefettura. Ma dai primi controlli la telefonata risulterebbe partita alle 23,25 quando ormai il Bisagno era già esondato.

Ma com’è possibile che in una notte come quella non ci fosse nessuno in servizio alla Protezione civile della Regione? E qui ecco che entra in gioco Paita che da qualche mese aveva ereditato la responsabilità della Protezione Civile. Diede gli ordini giusti oppure ci furono errori o omissioni? “Quella sera non c’era l’allerta e quindi non era prevista la presenza 24 ore nella Sala Operativa. Secondo quanto mi è stato riferito, appena diffuso l’allarme delle 22.20 sono stati avvertiti tutti i soggetti interessati. E io mi sono precipitata in Sala Operativa dove sono arrivata alle 23.30”, ha dichiarato Paita. Aggiungendo: “Per il futuro abbiamo previsto che la Sala Operativa sia in funzione giorno e notte nei mesi a rischio”. (Chiudere la stalla quando i buoi sono scappati. ndr)

Nei giorni successivi all’alluvione Paita era quasi scomparsa dalla scena pubblica. Un modo forse per evitare di esporsi alle polemiche che però aveva suscitato l’effetto opposto. Le critiche non erano mancate. A novembre Paita era stata sentita per quattro ore in Procura dai pm Gabriella Dotto e Patrizia Ciccarese che coordinano l’indagine: “Sono davvero sorpresa del merito delle contestazioni che mi vengono rivolte.

PAITA è difesa dall’avvocato Andrea Corradino, personaggio noto nel mondo del potere di La Spezia: siede nei cda di partecipate, banche e società che si propongono di realizzare due gigantesche operazioni immobiliari a La Spezia (con la benedizione del Pd) e Santa Margherita. Corradino oggi viene considerato uomo di fiducia di Gabriele Volpi, il nuovo Paperone ligure, che ha fatto fortuna con il petrolio nigeriano e che vuole investire in cemento e sport. Soprattutto, però, Corradino è sempre stato vicino, vicinissimo al grande signore del centrodestra spezzino, Luigi Grillo.

Ferruccio Sansa – Il Fatto Quotidiano 16-04-2015

NSA vuole accedere ai computer dall’ingresso principale

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”È indispensabile poter penetrare in qualsiasi terminale, accedendo a ogni tipo di dati”.

Mentre i massimi esponenti del cloud computing (tra cui ovviamente Microsoft, Apple e Google) fanno muro contro il Patriot Act e la prevista possibilità di accedere alle informazioni lato client con apposite backdoor, la NSA rompe gli indugi e il suo capo Michael S. Rogers in conferenza stampa propone una soluzione innovativa.

Per consentire alle autorità americane l’accesso ai dati degli utenti, la National Security Agency ipotizzarebbe il ricorso sistematico a più chiavi di cifratura condivisa: pur assicurando un buon livello di sicurezza, potrebbero impedire l’accesso ai dati stessi da parte di un singolo ovvero di un gruppo o di un’agenzia statale.

Secondo il direttore e principale responsabile dei risultati dell’agenzia USA per la sicurezza, sarebbe indispensabile poter penetrare in qualsiasi terminale accedendo ad ogni tipo di dati.

“Non voglio più entrare dall’uscio di servizio, ma solo accedere dal portone principale” ha chiarito Michael S. Rogers nel corso di un’intervista rilasciata nella sede dell’università di Princeton, chiarendo che il sistema si baserebbe su tecnologia distribuita dagli stessi venditori di servizi sul web.

In sostanza, l’accesso dovrebbe avvenire senza sotterfugi, in quanto l’NSA avrebbe per legge il possesso di chiavi crittografiche in grado di consentire l’accesso ai dati, anche riservati e personali, degli utenti.

In cambio, per evitare l’hackeraggio le chiavi dovrebbero essere scomposte in parti che verrebbero custodite in archivi diversificati anche sotto il profilo geografico ed essere quindi distrutte dopo un solo impiego.

Critiche a parte, per altro prevedibili da parte di tutte la parti coinvolte passivamente nel progetto, si è fatto sentire il National Institute of Standards and Technology che ha espresso parere contrario in quanto non sarebbe possibile evitare vulnerabilità in un insieme tanto arzigogolato.

Ancor più tranchant il giudizio dello staff tecnico di Yahoo!, secondo il quale qualsiasi tentativo di smantellare un sistema crittografico è già di per sé una debolezza aggredibile dagli hacker.

Ma tutto sembra al momento rimesso nelle mani del presidente USA Barack Obama, che pare non voglia sentir ragioni mettendo al primo posto la sicurezza nazionale. Anche in barba alla Costituzione americana per quanto attiene la privacy e il diritto individuale alla ricerca della felicità.

fonte: zeusnews.it

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