PERBENISTI VS PAESE REALE

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Ai perbenisti sta bene tutto, vanno bene i morti nella Terra dei Fuochi se muoiono in silenzio. Vanno bene i SUICIDI tra gli imprenditori se i media smettono di parlarne, vanno bene i morti in Afghanistan (afgani e italiani) perché muoiono a migliaia di km da noi. Ai perbenisti va bene tutto, purché non faccia rumore.

Ebbene, nel (quasi) silenzio generale i partiti (tutti tranne il M5S) sono riusciti a TRUFFARE un popolo intero. Un popolo che, nel 1993 si era espresso contro il finanziamento pubblico ai partiti. Il 90,3% degli italiani votò contro. L’anno dopo, nel 1994, quel Parlamento trasformò il finanziamento pubblico in RIMBORSI ELETTORALI e la truffa venne servita!

Cambiano il nome per far credere al “popoluccio” che tutto sia cambiato. E così, magicamente, il finanziamento pubblico ai partiti diventa rimborso, le guerre missione di pace, gli inceneritori termo-valorizzatori, il porcellum diventa italicum e Berlusconi diventa Renzi. Cambiano i nomi per farci credere che sia cambiata la sostanza. Al perbenista questo va bene. Basta rassicurarlo anche se le rassicurazioni sono menzogne.

A noi questo non sta bene. E stare in coda a questa statistica è un motivo di orgoglio, di vanto ed è il segno che qualcosa davvero sta cambiando in Italia. (Alessandro Di Battista)

Smacchiare il Gattopardo (Marco Travaglio 28-3-2015)

Marco-Travaglio.jpg-2Prima scena: Campania, primarie del Pd per il candidato governatore. Il primo sfidante è il bassoliniano Andrea Cozzolino, che nel 2011 da candidato sindaco aveva causato l’annullamento delle primarie del Pd per la massiccia presenza di cinesi al seggio, con conseguente débâcle del partito e vittoria di De Magistris: dunque merita un’altra chance. L’altro è il sindaco (per quattro volte) di Salerno, il deluchiano Vincenzo De Luca, condannato in primo grado per abuso d’ufficio, prescritto per smaltimento abusivo di rifiuti, imputato in altri processi per associazione a delinquere, truffa, peculato e abusi vari, decaduto per la legge Severino ma reintegrato dal Tar, però di nuovo decaduto perché da sindaco faceva pure il sottosegretario di Letta: l’uomo giusto al posto giusto per sfidare Caldoro che l’aveva già trombato quattro anni fa. Stravince, almeno alle primarie, De Luca. A quel punto nel Pd scoprono all’improvviso ciò che sapevano tutti anche prima: e cioè che, se De Luca fosse eletto governatore, appena poggerà il culetto sulla poltrona dovrebbe sloggiarne per la decadenza ex legge Severino.
Qualcuno pensa di cambiare la Severino ad hoc, escludendo l’abuso d’ufficio dalla lista dei reati causa di decadenza, ma non si fa a tempo. Così ora i cervelloni del Nazareno stanno confabulando su altre soluzioni, una più geniale dell’altra: convincere De Luca a “fare un passo indietro” candidare un altro, senza primarie, contro il vincitore delle primarie (tipo il magistrato Cantone, che però ha declinato, o il ministro Orlando, che è come le piante grasse: dove lo metti sta); oppure non fare campagna elettorale a De Luca, lasciandolo al suo destino per la gioia di Caldoro.

La vicesegretaria Serracchiani spiega che, in fondo, “alle primarie hanno votato in 140 mila persone che conoscevano la condizione di De Luca”. Già, per questo esistono i partiti: per selezionare le candidature migliori, possibilmente escludendo condannati, decaduti e incompatibili, per evitare che venga eletto uno che non può ricoprire la carica a cui concorre. Ma – udite udite – il codice etico del Pd va “allineato alla legge Severino”: che è stata approvata nel novembre 2012, ma il Pd in due anni e mezzo s’è scordato di stabilire che i condannati in primo grado non possono candidarsi. Complimenti vivissimi.

Seconda scena: Enna, elezioni comunali. Il Pd, che per statuto si è imposto di selezionare i propri candidati con le primarie, decide che lì non è il caso. I suoi massimi dirigenti nell’isola, Fausto Raciti e Marco Zambuto, rispettivamente segretario e presidente regionale, che con l’uomo forte e sottosegretario di Renzi Davide Faraone hanno appena imbarcato una vagonata di forzisti, cuffariani e lombardiani, si recano in pellegrinaggio a Enna per implorare il segretario provinciale Mirello Crisafulli di candidarsi a sindaco. “Le eventuali opposizioni dovranno essere solo sul piano politico, su altri piani non potranno essere accettate”, dichiara Raciti. E pazienza se alle ultime elezioni politiche, nel 2013, la commissione di garanzia presieduta da Luigi Berlinguer aveva escluso Crisafulli dalle liste in quanto impresentabile per le frequentazioni (celebre l’abbraccio con l’amico boss Raffaele Bevilacqua) e per i guai giudiziari: l’ultimo un’accusa di abuso d’ufficio per aver fatto asfaltare con fondi della Provincia la strada per casa sua, appena caduta in prescrizione. “A Enna vinco col proporzionale, col maggioritario e anche col sorteggio”, dice sempre Mirello. Il quale, lusingato dal corteggiamento, accetta: “Mi candido”. A quel punto i geni del Nazareno scoprono ciò che tutti sanno benissimo e, siccome i giornali ne parlano, fanno la faccia malmostosa.
La soluzione è strepitosa: il vicesegretario Guerini gli dice “dai, fai il bravo”, la vicesegretaria Serracchiani auspica “che decida di non presentarsi”, ma nessuno gli spiega il perché, visto che è perfettamente in linea con la Severino e persino con il codice etico (quello “non aggiornato”), e soprattutto nessuno fece un plissè un anno fa, quando fu eletto segretario provinciale a Enna col voto del 90% degli iscritti. In che senso Mirello è perfetto come segretario e impresentabile come sindaco? Lui infatti manda tutti a quel paese: “Faccio un passo indietro solo se mi fanno ministro o sottosegretario, tanto c’è chi è peggio di me”. Tipo i cinque sottosegretari indagati, fra cui il suo allievo Faraone. Fantastico.

Terza scena: Agrigento, elezioni comunali. Qui il Pd le primarie le fa, ma aperte a una lista di Forza Italia sotto mentite spoglie. Si chiama “Patto per il Territorio”, fondata e guidata da Riccardo Gallo, parlamentare forzista e vice coordinatore siciliano del partito fondato da B. & Dell’Utri. Il candidato forza-renziano è un suo fedelissimo, Silvio Alessi. Il presidente regionale del Pd Zambuto, ex sindaco agrigentino, cresciuto nella Dc e poi nell’Udc di Cuffaro, due anni fa folgorato sulla via di Renzi e, con la casacca del Pd, candidato (invano) dal Pd alle Europee 2014 ed eletto presidente del partito, non fa una piega. Poi però i giornali titolano “Forza Italia vince le primarie del Pd” e a Roma qualcuno si sveglia fuori tempo massimo: allora i renziani di Agrigento (fra cui Zambuto) chiedono di annullare le primarie, anche se nessuno ha denunciato irregolarità. La Serracchiani ordina di “cercare una nuova candidatura” e chissenefrega delle primarie: si parla di un tal Calogero Firetto, deputato regionale Udc: di bene in meglio. Fabrizio Barca, data un’occhiata al Pd romano dopo Mafia Capitale, lo definisce “cattivo, dannoso e pericoloso” perché “lavora per gli eletti e non per gli elettori”. E nel resto d’Italia?

Il bavaglio buono (Marco Travaglio 27-3-2015)

foto2grande_25002Per celebrare degnamente il 40° compleanno di Ugo Fantozzi, ieri Repubblica diramava in prima pagina questo tripudiante annuncio alla Nazione intera: “Intercettazioni, si riparte con la voglia di cambiarle. Il governo riapre il dossier e punta diritto a impedire che le conversazioni penalmente non rilevanti finiscano prima nei provvedimenti delle toghe, e dopo sui giornali. Nessuna stretta, però, sui magistrati, come fu ai tempi della legge bavaglio, ma regole rigide per utilizzare le sbobinature nelle ordinanze d’arresto, materia prima per la diffusione giornalistica”. Provate a leggere questo scampolo di prosa con voce stentorea e leggermente nasale, e avrete un Cinegiornale Luce dei tempi moderni.

Nicola Morra – Otto e mezzo 26-3-2015

L’aspetto più avvincente della faccenda non è tanto il merito dell’ennesima boiata partorita dalle fertili menti governative (pare che la paternità sia di un trust di cervelli formato dal ministro dell’Interno Angelino Alfano e dal sottosegretario alla Giustizia Enrico Costa, ex berlusconiano ora in Ncd, il partito di Lupi): quanto piuttosto il fatto che a magnificarla sia il quotidiano che cinque anni fa, quando la legge sulle intercettazioni la firmò Alfano guardasigilli di Berlusconi, scatenò una sacrosanta campagna di stampa a base di post-it gialli appiccicati a tutti gli articoli che le nuove norme avrebbero vietato di pubblicare. Articoli che riguardavano, appunto, fatti non penalmente rilevanti, ma politicamente ed eticamente indecenti. Giustamente, più che sui limiti imposti al potere dei magistrati di intercettare, Repubblica (come molti altri giornali, fra cui il Fatto, e i rappresentanti di editori e giornalisti) si concentrò sull’assurdo divieto di pubblicare notizie vere e pubbliche solo perché non costituivano reato, cioè su una gravissima lesione della libertà di stampa, del dovere dei giornalisti di informare e del diritto dei cittadini a essere informati. Perciò la legge Alfano, che mozzava le orecchie ai magistrati e tappava la bocca ai cronisti, fu ribattezzata Legge Bavaglio. E fu stoppata – caso più unico che raro – dal presidente Napolitano, anche perché violava l’articolo 21 della Costituzione e la giurisprudenza della Corte europea di Strasburgo. Per gli stessi motivi naufragò fra le polemiche nel 2007 il ddl Mastella che, esattamente come quello del governo Renzi, non toccava i poteri della magistratura, ma imbavagliava la stampa. Quindi non si comprende perché mai ciò che era “bavaglio” quando lo firmavano Mastella e Alfano, ora che lo firmano Renzi e i suoi boys diventa una conquista di civiltà. Questo si chiama doppiopesismo.

Né si capisce che cos’abbia da esultare Repubblica perché il governo lascia in pace i magistrati ma se la prende con i giornalisti con “una doppia griglia di sanzioni, sia per i funzionari infedeli che passano le intercettazioni di chi non è indagato, sia per i giornalisti che le pigliano e le utilizzano”. Dai dai punite solo noi, oh sì sì, ancora, frustateci più forte ché ci piace tanto! Questo si chiama sadomasochismo. Siccome, da quando c’è Renzi, Repubblica ha improvvisamente smarrito i post-it gialli, provvediamo noi a pagina 3 con Antonio Massari a ricordare quali vergogne di politici non indagati non avremmo mai conosciuto se negli ultimi anni fosse stata in vigore la legge prossima ventura. Dal “siamo padroni di una banca?” di Fassino a Consorte e dalle altre esultanze dei D’Alema e dei Latorre con i furbetti del quartierino, al caso della ministra Cancellieri che raccomandava la figlia di Ligresti, dal Romanzo Quirinale del consigliere di Napolitano, Loris D’Ambrosio, che trescava con Mancino contro l’inchiesta sulla Trattativa giù giù fino al ministro Lupi che sistema il figlio qua e là e poi va alla Camera a mentire, finché viene smentito dalle intercettazioni e si dimette. Senza tutte quelle intercettazioni non penalmente rilevanti, noi avremmo avuto sempre e soltanto la versione (falsa) degli interessati. E Lupi sarebbe ancora ministro. E la Cancellieri siederebbe magari al Quirinale al posto di Mattarella.

Vedremo nelle prossime ore se la riedizione riveduta e corrotta del bavaglio è condivisa da Renzi e dal ministro Orlando, o se verrà cancellata in fretta e furia come quella denunciata ieri dal Fatto in prima pagina: il Patriot Angelino Act con l’ideona di permettere all’intelligence e alle forze dell’ordine di intrufolarsi nelle email, nei cellulari, nei tablet e nelle conversazioni whatsapp dei cittadini a caccia di tagliagole dell’Isis, senz’alcun controllo né sospetto di terrorismo, ‘ndo cojo cojo. Il premier va lodato per aver rimesso in riga il suo ministro dell’Interno, ma dovrebbe prima o poi rispondere a una domanda. Come ci fa notare il nostro lettore Vittorio Melandri, ieri mattina gli italiani hanno appreso dai giornali che il cosiddetto ministro dell’Interno con una mano vuole impedire a noi cittadini di conoscere cosa si dicono i politici, e con l’altra vuole consentire ai politici di sapere cosa ci diciamo noi cittadini. Ormai non c’è più neppure bisogno di intercettarlo, per sapere cosa combina: basta guardarlo e sentirlo parlare. La domanda è semplice: che altro deve fare Alfano per uscire a suon di pedate dal Viminale?

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Farinetti e le mozzarelle alla corte di re Renzi

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IL LIBRO RACCONTA L’OSCAR DELL’ALIMENTAZIONE, LA NASCITA DEL PRIMO CENTRO A TORINO: FECE PIPÌ CONTRO UN PILONE, “QUI SORGERÀ EATALY”

Pubblichiamo uno stralcio del libro “la danza delle mozzarelle”.
Collana realizzata con la consulenza di Wu Ming 1

di Wolf Bukowski – Il Fatto Quotidiano 27-3-2015

È l’11 novembre del 2002. Farinetti e i suoi soci stanno per incassare 528 milioni di euro dalla vendita di Unieuro alla Dixon…. CONTINUA A LEGGERE

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COSÌ EXPO SI COMPRA I GIORNALI

renziexpoTANTO HA SPESO LA SOCIETÀ: 2,3 MILIONI AGLI EDITORI PER PAGINE E INSERTI CHE LODANO L’EVENTO. SCOMPARSI DAI QUOTIDIANI RITARDI NEI LAVORI E SCANDALI

GUAI SCRIVERE MALE DI EXPO: 50 MILIONI E ADDIO CRITICHE
Solo nella giornata di ieri, il Corriere della sera ha dedicato a Expo un allegato di 44 pagine (“Orizzonti Expo”), oltre alle pagine 30 e 31 del quotidiano (“Il futuro immaginato”, sotto la testatina “Eventi Expo”). In più, il quotidiano di via Solferino promette “ogni martedì due pagine di inchiesta sui temi globali dell’Expo: dopo l’Acqua toccherà a Terra, Energia, Cibo. È solo una delle iniziative del Corriere della sera per guidare i lettori verso l’Esposizione che parte il primo maggio. E poi le pagine Eventi e prossimamente i supplementi speciali. Attivo già ora il canale internet Expo Corriere”.

TUTTE INIZIATIVE “positive” di promozione redazionale che, come quelle simili sulle pagine di Repubblica e di tanti altri quotidiani, non cancellano del tutto le cronache “negative” sui guai giudiziari e sui ritardi dell’esposizione: si aggiungono e cercano di controbilanciarle, per rifare l’immagine a una iniziativa che ha avuto anni difficili. Certo è che nelle ultime settimane le soglie critiche dei quotidiani sembrano essersi molto abbassate e di scandali, ritardi e camouflage non si parla più. Expo ha pagato un fiume di denaro per avere buona stampa. Gli investimenti in “comunicazione” superano, finora, i 50 milioni euro. Pagati non soltanto, com’è normale, per fare pubblicità diretta, acquistando pagine sui giornali e spazi televisivi. Expo ha dato 6 milioni di euro al gruppo Havas per “Ideazione, sviluppo e realizzazione del piano di comunicazione”; 1,54 milioni per attività di media relations internazionali, incassati dalla Hill & Knowlton e dalla Sec di Fiorenzo Tagliabue, ex portavoce di Formigoni. Tanti soldi Expo sono arrivati anche direttamente ai giornali e agli editori. Il grosso dei finanziamenti diretti alla stampa è stato erogato con la procedura della “manifestazione d’interesse”, il cosiddetto Request for proposal. Funziona così: gli editori presentano loro proposte su come parlare bene dell’evento ed Expo le finanzia. La spesa per queste iniziative è finora di 2,3 milioni di euro. Al Corriere sono andati 425 mila euro, per 12 uscite da due pagine. Segue La Stampa, con 400 mila euro per due pagine in uno “speciale Green” più cinque inserti di 16 pagine distribuiti con La Stampa e Secolo XIX e un accordo che prevede inoltre l’utilizzo dei contenuti, tradotti, su testate estere. Repubblica incassa 399.500 euro per 72 pagine di “Guide editoriali”. Al Sole 24 Ore sono stati versati 350 mila euro per dieci uscite, per un totale di 30 pagine. Al Giornale della famiglia Berlusconi 200 mila euro, una pagina ogni settimana per venti settimane, più quattro pagine da pubblicare il 1 maggio, giorno dell’inaugurazione. Inoltre si aggiungono non meglio precisate “attività web, social e tablet”. Il gruppo Cl a ss ha incassato 102 mila euro per sei uscite sul quotidiano economico Mf e sei su Italia Oggi. Il quotidiano Libero ha ottenuto 100 mila euro tondi per tredici uscite in doppia pagina.

Expo-Crozza: I tempi dell’Expo
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A QUESTI finanziamenti in “redazionali”si sommano, oltre alle cifre investite direttamente in pagine pubblicitarie, anche altri contributi come i 160 mila euro alla Fondazione Corriere della sera, spiegati con questa (vaga) motivazione: “Contributo per massima visibilità Expo”, a cui si sono aggiunti altri 250 mila euro per l’organizzazione di una serie di incontri dal titolo “Convivio. A tavola tra cibo e sapere”. Sempre in casa Rcs, 154 mila euro sono arrivati alla Rcs Sport, in quanto main sponsor della “Milano City Marathon” edizione 2012. Il gruppo Sole 24 Ore ha ricevuto 64 mila euro per un “Progetto Gazzettino del 2015”. Il Foglio fondato da Giuliano Ferrara è stato beneficiato di 85 mila euro per la realizzazione di un non ancora visto “volume sull’Esposizione universale”. Expo spa è poi tra i principali sponsor de “La Repubblica delle idee”, la manifestazione pubblica di incontri e dibattiti, con ospiti di rilievo introdotti dal direttore Ezio Mauro. Quanto sia costata questa sponsorizzazione non è dato sapere, ma una fonte interna al gruppo Espresso-Repubblica fa sapere che i principali sponsor dell’iniziativa pagano attorno ai 500 mila euro. La Fondazione Mondadori ha portato a casa 850 mila euro per la “Realizzazione del progetto Womenfor Expo”. La Fondazione Feltrinelli ha ricevuto ben 1,8 milioni di euro, per un progetto internazionale, triennale, curato da Salvatore Veca che prevede la messa a punto dei contenuti scientifici dell’esposizione. Il contratto, benché preveda una cifra molto alta che tocca quasi i 2 milioni di euro, è stato classificato come “sponsorizzazioni e assimilabili”, in modo da poterlo firmare senza gara. Alla Condé Nast sono stati concessi, oltre alle inserzioni pubblicitarie, due finanziamenti per la realizzazione degli eventi “Wired Next Fest” (13 mila euro) e “Fashion Night Out”(39 mila euro). Non stupisce così che il mensile Wired dedichi a Expo servizi celebrativi, compresa una guida dal titolo Expottimisti. Nel 2014, Expo ha versato 14.892 euro a Publimedia Srl per “prenotazione di uno spazio pubblicitario sul periodico Polizia Moderna-edizione aprile/maggio”. Prezzo del tutto fuori mercato, ma meritato, visto il lavoro della polizia giudiziaria sui manager di Expo arrestati e sotto inchiesta.

IL RECORD spetta però alla Rai: 5 milioni di euro le sono stati assegnati per “Collaborazione Rai Expo”. Sono serviti a costruire una nuova struttura “crossmediale con un modello produttivo a integrazione verticale”, come si legge sul sito, con un organico di 58 persone tra dirigenti, impiegati, giornalisti, autori e tecnici e una sede predisposta ad hoc, ma non a Milano, dove si svolge l’esposizione, bensì a Roma. Così a partire da maggio 2015 per i dipendenti e collaboratori scatteranno sei mesi di trasferta, con costi aggiuntivi per altri 2 milioni.

di Gianni Barbacetto e Marco Maroni – Il Ftto Quotidiano 27-3-2015

INCALZA, IL MONSIGNORE E LO IOR

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GRANDI OPERE: PERQUISITO PADRE FRANCESCO GIOIA, TROVATO UN CONTO CORRENTE “CONSISTENTE”

Gli investigatori stanno analizzando la movimentazione bancaria di un conto corrente acceso allo Ior. È quello di monsignor Francesco Gioia, ex arcivescovo di Camerino, presidente della Peregrinatio ad Petri Sedem, l’istituzione che organizza l’accoglienza dei pellegrini nel Vaticano. Il monsignore è anche l’alto prelato in stretto contatto con la “cricca” delle Grandi opere, in particolare con il super direttore dei lavori Stefano Perotti e l’ex capo della Struttura di missione, Ercole Incalza. Quando i carabinieri del Ros, undici giorni fa, si sono presentati in casa sua per perquisirlo, il monsignore ha quasi avuto un malore e ha chiamato il suo avvocato di fiducia, Claudio Coggiatti, che da buon amico s’è precipitato ad assisterlo, nonostante il prelato non sia indagato.

445jfvAlla ricerca del legame tra il religioso e gli indagati

Gli investigatori cercavano agende, rubriche, documentazione informatica che riguardasse il legami del monsignore con gli indagati. Un legame provato da decine e decine di telefonate, ancora tutte da interpretare, che dimostrano però un fatto: monsignor Gioia – oltre che Perotti e Incalza – si premurava di incontrare anche importanti imprenditori, come Luca Navarra, della Società italiana costruzioni, che in quei giorni si aggiudicava l’appalto per la costruzione del Padiglione Italia all’Expo di Milano. “Sono state acquisite conversazioni – scrive il Ros nelle sue informative – che ineriscono l’interessamento di Gioia, presso il Perotti, in favore dei fratelli Navarra, cui fa capo la società Italiana Costruzioni”. Il 19 ottobre 2013 l’arcivescovo chiede a Perotti di presentargli i fratelli Navarra e dice: “Dobbiamo dargli una mano… per introdurli… presso il responsabile… lo facciamo non per telefono”. Di quale responsabile si tratta? È uno degli interrogativi che si sta ponendo la procura di Firenze. Ed è una delle piste d’indagine che portano al Vaticano. Navarra non è l’unico imprenditore che l’alto prelato incontra negli ultimi due anni. Il Ros scrive ancora: “La mattina del 19 ottobre 2013 il monsignor Gioia risulta aver ricevuto una donazione di 2mila euro, da parte di Matterino Dogliani, a fronte di qualche aiuto che il primo gli avrebbe dato”. Fa riferimento a delle “monete”: “Poi mi aveva dato… quando fece le monete qui in Vaticano… mi aveva dato 2mila euro… non per me! Insomma… lui voleva anche per me… ma non l’avrei accettata…”. Dogliani è un imprenditore che si occupa sia dell’autostrada Salerno-Reggio Calabria, sia della Pedemontana Veneta, dove Perotti è come al solito il direttore dei lavori. Il punto è che nelle intercettazioni il linguaggio del monsignore non è per nulla chiaro, anzi a volte appare omissivo: “Sono andato con…con quel mio amico… stamattina a prendere monete in Vaticano”, dice il prelato a Perotti, che gli risponde: “Ah, sì, l’ho visto poi a pranzo…”.“Ecco sì”, replica monsignor Gioia, “non facciamo i nomi…”. e aggiunge: “Poi gli ho detto che l’altro amico, dell’altra sera, gli ha detto di nominare una persona come direttore…”.Dalle intercettazioni emerge poi che l’arcivescovo, dal binomio Perotti Incalza, ha ottenuto un favore: l’assunzione di suo nipote alle Ferrovie Sud Est. Un primo nipote, invece, era già stato assunto da Perotti come autista sei anni fa. A spiegarlo al Fatto Quotidiano è proprio il suo avvocato: “L’assunzione dei due nipoti non può essere smentita, il primo in una ditta della famiglia Perotti, il secondo nelle Ferrovie sud est”. In cambio il prelato cosa ha offerto? “Nulla, non si trattava di un do ut des ”.

“Oggi ha firmato il contratto…io ti devo ringraziare”

Il punto è che, a smentire il favore dell’assunzione, è proprio Incalza, quando il gip di Firenze Angelo Antonio Pezzuti gli contesta la seguente intercettazione: “Ercole, mio nipote oggi ha firmato il contratto… io ti ringrazio”. “Incalza – scrive il gip, che ritiene le sue dichiarazioni evasive e incongrue – ha risposto che monsignor Gioia lo ringraziava per aver agevolato la ristrutturazione di un edificio religioso”. “Escludo in modo categorico che Incalza gli abbia fatto altri favori”, commenta l’avvocato del monsignore. “Non esiste alcun altro motivo di ringraziamento, da parte sua, se non l’assunzione del nipote. Né mi risulta alcuna ristrutturazione di edifici religiosi”. Due versioni opposte. Che lasciano in piedi una domanda: perché Incalza non ammette di aver aiutato il monsignore ad assumere il nipote, che è il più leggero degli appunti a lui rivolti, prendendo in questo modo la massima distanza dal prelato? Intanto, nelle mani degli investigatori, c’è la “stampata” dei movimenti bancari dell’arcivescovo nei quali, ci spiega il suo avvocato, sono stati raccolti i risparmi di una vita. E non solo. “Allo Ior il monsignore accredita il suo stipendio di vescovo, che viene regolarmente lasciato là, perché ha un sogno: non utilizzarlo, per realizzare una missione. Poi ci sono le somme accreditate alla morte dei suoi genitori”. Un conto consistente, par di capire, se sommiamo eredità e stipendi mai utilizzati: “La consistenza è un criterio molto relativo”, ribatte l’avvocato.

Una tonaca molto frequentata dal giro di chi voleva un appalto

Esistono transazioni con Perotti, Incalza o altri indagati? “Assolutamente no”. D’altronde, la relazione tra monsignor Gioia e la famiglia Perotti, spiega sempre il suo avvocato, è davvero antica: “Conosce la famiglia Perotti da più di 35 anni, dal 1974, quando Stefano arrivò a Roma per studiare e lui divenne il suo precettore. Incalza, se non sbaglio, l’ha conosciuto invece circa otto anni fa, quando officiò il funerale della moglie. Poi i rapporti sono continuati”. Fino all’assunzione del nipote. E agli incontri con diversi imprenditori. Di certo, la figura del monsignore, era parecchio gradita e frequentata, nel giro di chi ambiva a ottenere appalti nelle grandi opere. Un uomo che poteva entrare e uscire dal Vaticano senza problemi, aveva conti allo Ior e che – lo ribadiamo – non risulta indagato. Ma sul quale gli inquirenti stanno cercando di fare chiarezza. A partire da quei movimenti bancari sequestrati, undici giorni fa, nella sua abitazione.

di Antonio Massari e Davide Vecchi | Il Fatto Quotidiano 26-3-2015

Umberto Rapetto: “Hanno istituito la legge marziale”

downloadIo sono sbigottito. Non ce l’hanno detto e hanno istituito il regime marziale?”.
Umberto Rapetto – già generale della Guardia di Finanza, “colpevole” di aver indagato troppo sulle slot machine, soprannominato “lo sceriffo del web” – scorre il testo del dl antiterrorismo con gli occhi fuori dalle orbite.

Cosa la sconvolge di più?

Intanto, solo il fatto che si ponga l’attenzione su semplici sospettati di qualunque reato, non indagati, fa già venire meno le basi del diritto E poi si autorizzano le perquisizioni senza alcun controllo.

Parla dell’accesso remoto ai computer?

Vorrebbero guardare nei computer attraverso dei grimaldelli come trojan: fa rabbrividire. Cioè, quello stesso Stato che manda a morire i processi, tira fuori le unghie con chi non potrà nemmeno dire “quella roba non era sul mio computer”.

Sta dicendo che non si potrà avere nessuna certezza sulla paternità dei dati estrapolati?

Dico che durante una perquisizione tradizionale io, o il mio legale, ho la possibilità di assistere e dunque non potrò mai negare l’evidenza delle prove raccolte. Qui invece, se l’accesso avviene da remoto senza alcun controllo, viene meno addirittura la certezza che quei documenti fossero realmente lì. Salta il diritto alla difesa. E poi chi l’ha detto che un dato, fuori da un determinato contesto, possa avere una rilevanza diversa?

Facciamo un esempio.

Io l’altro giorno ho visto on line i video di propaganda dell’Isis. Ho consultato quel materiale perché dovevo fare un’intervista, ma non sono né un loro fan né un istigatore. I comportamenti possono essere dettati da curiosità, diritto di cronaca e mille altre ragioni.

Che il decreto non contempla.

Ce lo dicano: o riconosciamo lo stato di guerra e allora le leggi marziali prevalgono sul diritto vigente, oppure non si può istituire una opportunità investigativa senza garanzie contro gli abusi. Il momento è delicato, ma servono regole che vadano al di là delle suggestioni emotive. Ci vogliono modalità di attuazione stringenti, oltre alla garanzia che il materiale sequestrato sia usato solo per quelle finalità. Non vorrei che finissero per vedere anche se sono vegetariano, quale collega odio e che squadra tifo.

p a. za. – Il Fatto Quotidiano 26-3-2015

POPOLARI – Decreto e fiducia: la riforma di Renzi

banca-etruria-lazioMatteo Renzi dice che chi parla di democrazia autoritaria è mentalmente pigro. Sarà, però lui ha appena stravolto un pezzo del sistema bancario italiano – l’unico non scalabile dai grandi gruppi internazionali, tra quelli che aveva retto meglio alla crisi finanziaria – con un decreto che è stato approvato a un giorno dalla decadenza grazie al voto di fiducia del Senato, che praticamente è già abolito, visto che – per questione di tempi – non ha potuto fare nemmeno mezzo emendamento. Curioso, peraltro, che la forma decreto (impreziosita dalla fiducia) sia stata scelta per una riforma che entra in vigore solo tra un anno e mezzo. Evidentemente si voleva proprio impedire che il Parlamento potesse discutere liberamente e su una vicenda, giova ricordarlo, su cui indagano Consob e procure per gli strani movimenti di Borsa che hanno anticipato l’approvazione del testo in Consiglio dei ministri.

Ciliegina sulla torta: Davide Serra, finanziere e amico del premier, ha fatto operazioni sul Banco Popolare, mentre il suo fondo Algebris si candida ad acquisire i non performing loan (crediti di riscossione incerta) di Popolare Etruria, la banca commissariata ai cui vertici sedeva il padre del ministro Maria Elena Boschi. Ce n’era abbastanza per un po’ di cautela, ma niente: decreto e fiducia. Quando il governo vuole, il Parlamento si limita a passare le carte alla Gazzetta Ufficiale. Ora, entro un anno e mezzo, le prime dieci Popolari italiane – quelle con attivi sopra gli 8 miliardi – diventeranno normali Spa e potranno partire le fusioni. Sarà contenta Bankitalia, che ha scritto il decreto proprio per questo.

Ma.Pa. | Il Fatto Quotidiano 25-3-2015

La Peggiocrazia (Marco Travaglio 25-3-2015)

ren dittMa Renzi se lo ricorda perché è diventato Renzi? Lo sa o non lo sa perché tanta gente s’è fidata e, in parte, continua a fidarsi di lui? Pensa davvero che sia perché ha omaggiato la Confindustria della libertà di licenziare? O perché vuole riempire il nuovo Senato di consiglieri regionali e di sindaci mai eletti per fare i senatori e la nuova Camera di portaborse e sottopancia nominati dai segretari di partito? Forse un ripassino delle famose Leopolde, specie le prime, quand’era solo sindaco, gli gioverebbe. Sentirebbe il professor Luigi Zingales dire, nel 2011: “L’Italia è governata dai peggiori: l’80% dei manager dichiara che la prima strada per il successo è la conoscenza di una persona importante, poi ci sono lealtà e obbedienza, la competenza è solo quinta”. E sentirebbe se stesso ribadire: “Noi vogliamo un’Italia fondata sul merito, sulla conoscenza e non sulle conoscenze”. Lupi s’è dimesso perché suo figlio aveva trovato un paio di lavori grazie alle conoscenze del padre. Ma poi s’è scoperto che i suoi vice Nencini e Del Basso de Caro sono lì grazie a Incalza: siccome, per legge, li ha nominati il premier, perché non li rimuove?

Poi ci sono i sottosegretari indagati: lo stesso Del Basso, Faraone, Barracciu, De Filippo e Castiglione. Il quinto è dell’Ncd ed è inquisito da poco. Ma i primi quattro sono del Pd ed erano già indagati (peculato per presunto uso privato di rimborsi pubblici) quando Renzi li nominò. Almeno per loro, non se la può cavare – come ha fatto l’altroieri – invocando “il garantismo” e “il principio di Montesquieu: se consentiamo di stabilire un nesso tra avviso di garanzia e dimissioni diamo per buono il principio per cui qualsiasi giudice può iniziare un’indagine e decidere sul potere esecutivo”. Il garantismo non c’entra nulla: è il diritto di ogni imputato di difendersi con tutte le garanzie nel processo, non certo di entrare nel governo. I governanti non devono avere pendenze giudiziarie in base ai principi di precauzione e di opportunità, per evitare tre pericoli: che un possibile autore di reati maneggi denaro pubblico commettendone altri; che un esponente dell’esecutivo venga poi condannato, mettendo in imbarazzo il suo governo; che nella PA si diffonda l’impressione che il peculato e l’abuso sono infortuni sul lavoro, quindi pazienza. Il povero Montesquieu c’entrerebbe qualcosa se qualcuno avesse detto che i cinque sono colpevoli e devono andare in galera: noi abbiamo soltanto scritto che possono accontentarsi di restare in Parlamento, lautamente pagati da noi. Anche perchè il contributo dei suddetti al governo del Paese non rifulge di particolare luminosità.

Chiunque abbia sentito parlare Davide Faraone, al pensiero che sia sottosegretario all’Istruzione prova un senso di umana pietà per gli insegnanti, gli studenti, i prèsidi, i genitori e i bidelli. Ieri Francesca Barracciu ha voluto darci un saggio del suo eloquio in un misterioso idioma non indoeuropeo che rende tragicomico il suo incarico di sottosegretario ai Beni Culturali. Rispondendo ad Alessandro Gassmann, che le aveva chiesto gentilmente di sloggiare dalla “poltrona pagata da noi” finché non avrà risolto i suoi impicci con la giustizia, la Barracciu ha risposto testualmente: “Lei intanto che impara fare attore, può evitare far pagare biglietto cinema per i suoi ‘film’?”. Dal che, congiuntivi a parte, non si comprende chi obblighi la Barracciu a pagare il biglietto dei film di Gassmann. Se non perché è indagata, Renzi potrebbe rimuoverla almeno per come scrive.

Poi ci sarebbe il ministro dell’Interno Alfano, che a parte il fatto di essere Alfano e di aver combinato tutto quel che già sappiamo, ha appena sostenuto che una legge sulle pensioni di reversibilità per le coppie gay ci costerebbe “circa 40 miliardi di euro”. Vaccata sesquipedale: il costo sarebbe mille volte più basso (44 milioni a regime nel 2027, solo 1 milione nel 2016). Perché la sicurezza degli italiani dev’essere affidata a questo allocco? Ecco, chi sperava in Renzi questo chiedeva: che desse finalmente cittadinanza anche in Italia all’articolo 6 della Déclaration della Rivoluzione francese: “I cittadini sono ugualmente ammissibili a tutti gli incarichi e impieghi pubblici, senza altra distinzione che quella delle loro virtù e dei loro talenti”.

Di recente Michele Ainis ricordava sul Corriere al Pd l’elezione al Csm di una tizia priva dei titoli, infatti subito decaduta. L’ultimo bando per il direttore del Museo egizio di Torino non cita l’egittologia fra le competenze richieste, e per chi gestisce gli scavi di Pompei l’archeologia è un optional. Il governatore lombardo Maroni ha nominato presidente di Lombardia Informatica un esperto di antifurti. E da tre anni il Garante della privacy è un dermatologo: il pd Antonello Soro. Nel governo Renzi – notava Ainis – “c’è (c’era, ndr) una farmacista agli Affari regionali, un’imprenditrice della moda sottosegretario all’Istruzione, un laureato in Lettere viceministro dell’Agricoltura. Ma la stessa laurea è un optional: alla Camera non è laureato il presidente della commissione Trasporti, al Senato quelli delle commissioni Finanze e Sanità. E la commissione Ambiente è presieduta da un odontoiatra”. Le pendenze penali, poi, non sono un handicap ma fanno curriculum. Anche nell’Italia di Renzi, il sistema di selezione delle classi dirigenti rimane quello di Mel Brooks in Mezzogiorno e mezzo di fuoco: il cattivo che deve arruolare una sporca dozzina interroga i curricula dei candidati: “Precedenti penali?”. Il primo risponde: “Stupro, assassinio, incendio doloso, stupro”. E lui: “Hai detto due volte stupro”. “Sì, ma mi piace tanto lo stupro!”. “Ottimo, firma qua. Avanti il prossimo… Precedenti penali?”. “Atti di libidine in luogo pubblico”. “Non è mica tanto grave”. “Sì, ma in una chiesa metodista!”. “Ah carino! Arruolato, firma qua!”.

Salvini garantista slalomista, l’Alberto Tomba della destra (Luisella Costamagna)

robinson-luisella-costamagna-9220_2624375_687857Luisella Costamagna | Il Fatto Quotidiano 24-3-2015

Caro Matteo “Doppio Slalom” Salvini, Certo ne ha dovuta mangiare di cassoeula per diventare, da “nullafacente” negli studi Mediaset, segretario della Lega. E portarla addirittura al 15% nei sondaggi (occhio però, sono solo sondaggi). Coerente nell’opposizione al governo Renzi, e prima ai governi Letta e Monti, nelle battaglie contro l’Europa-Forcolandia e l’immigrazione (sia pure, oggi, con maggiori cedimenti alla destra neofascista), non sembra esserlo altrettanto nelle prese di posizione su moralità e giustizia. Su questi temi, deve ammettere, riesce a fare slalom sorprendenti, degni di Alberto Tomba.

OGGI che Renzi difende i suoi sottosegretari indagati, lei giustamente tuona: “È garantista coi suoi amici ed è inflessibile con chi non sta nella sua cerchia”; così come giustamente era intervenuto contro il decreto del Governo sulla non punibilità dei reati più lievi: “Niente galera per chi commette furto, danneggiamento, truffa – scrisse su Facebook – con la sinistra al potere l’Italia diventa il paradiso dei delinquenti”. Peccato però che poi, tra il dire e il fare, lei e la Lega abbiate messo di mezzo un mare più vasto di quello che vorreste sbarrare ai migranti. La sua Lega Nord ha appeso molto presto al chiodo il cappio dei tempi di Mani Pulite: è stata l’alleato più fedele di Berlusconi, e pur avendo i ministeri strategici (per Berlusconi) della Giustizia e dell’Interno, ha votato tutte – dico tutte – le leggi ad personam . Alla faccia della legge uguale per tutti. Poi, per non essere da meno, anche voi siete stati travolti dagli scandali: Belsito, Bossi, il Trota, soldi pubblici finiti (pare) in diamanti, investimenti in Tanzania e lauree farlocche.

Certo, le colpe dei padri non possono ricadere sui figli neanche in politica, quindi si aspetta: cosa farà Salvini, il nuovo segretario tutto d’un pezzo che rivolta la Lega come un calzino? Chiede la galera per i ladri d’appartamento, ma non si costituisce parte civile contro quelli che hanno rubato in casa sua (e nostra).

NON SOLO: a proposito dell’“essere garantisti solo con gli amici”, la Lega si schiera contro la decadenza di Berlusconi e, nell’ultimo anno, si astiene sulla riduzione delle pene per il voto di scambio politico-mafioso e sull’autoriciclaggio, e dice no all’ordine del giorno del M5S sulla sospensione dei vitalizi per i parlamentari in carcere (tipo “l’amico” Marcello Dell’Utri), nonché all’uso delle intercettazioni per il senatore Ncd Azzollini (indagato per una presunta maxi-frode da 150 milioni di euro) e per l’ex senatore Pd Papania (sotto inchiesta per voto di scambio e corruzione). Alla faccia della tolleranza zero contro il malaffare. Per arrivare alla sua recente richiesta di dimissioni del ministro Lupi, che “tiene famiglia”. Ma pure lei non è certo un agnello, visto che ha piazzato la sua ex compagna in Regione Lombardia.

Caro Salvini, non è che anche per lei valgono due pesi e due misure: evoca “manette di ghisa” per poveri cristi e immigrati, e “tenuità del fatto” per gli amici potenti? Da uomo del Nord, forse, potrà dare lezioni di sci a Renzi, ma non di questione morale. Su questa, temo, il vostro è uno slalom parallelo.
Un cordiale saluto.

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