Ferrovie Nord, anche il legale di Maroni incassa una consulenza (Marco Lillo F.Q. 25.5.2015)

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ANCORA SPESE PAZZE.
Oggi, salvo imprevisti dell’ultima ora, Beppe Grillo entrerà nella tana del lupo a Piazzale Cadorna, sede delle Fnm. Dopo Mps, covo del vecchio Pd, ed Eni, feudo dei renziani, ora tocca alla Lega e a Forza Italia, che hanno espresso i vertici della società lombarda colpiti dalle inchieste del Fatto e affondati dall’azione della magistratura. Il 18 maggio il Gip Sofia Fioretta ha disposto l’interdizione temporanea dai pubblici uffici per Norberto Achille, presidente per 17 anni della società quotata in borsa e controllata dalla Regione con il 57 per cento delle azioni. Oggi l’assemblea nominerà i nuovi vertici ratificando la scelta di Roberto Maroni per la presidenza: il suo attuale segretario generale in Regione, l’ex parlamentare leghista Andrea Gibelli. Intanto la Procura e i Carabinieri continuano le loro indagini. Al Fatto risultano alcune consulenze che meritano un approfondimento in assemblea.

L’avvocato: “Nessun contratto firmato”
Domenico Aiello, calabrese, 46 anni, è diventato famoso come l’avvocato di Roberto Maroni che si fida di lui. Il Governatore della Lombardia lo ha scelto pochi mesi fa per il consiglio di Expo tra mille polemiche. Ma anche l’ex presidente di Ferrovie Nord Milano Achille ha scelto Aiello per una consulenza del valore di decine di migliaia di euro. L’incarico pagato da Fnm, secondo quello che si dice in Procura a Milano, risale al 2014 e riguarda un procedimento penale che non vede Fnm indagata ma che coinvolge gli ex manager di una sua controllata: Sems. Aiello dovrebbe seguire l’indagine su Kaleidos, la società di Massimo Vanzulli, ex amministratore di Sems, indagato nel procedimento. La consulenza dovrebbe essere ben presente all’avvocato Aiello. Non solo per l’importo ma anche perché il Fatto da settimane ha chiesto al suo amico Maroni di far dimettere il suo committente: Achille. Mentre Maroni lo ha lasciato al suo posto. Eppure questa è la sorprendente risposta di Aiello al Fatto: “Non ho ricevuto alcuna consulenza. Me lo ricorderei. Al massimo potrei essere stato pagato per le spese legali come controparte di Fnm e non so nulla di questa Sems. Lei è male informato. Mi riservo di controllare nel mio studio lunedì (oggi, Ndr) ma non ho firmato nessun contratto con Norberto Achille per una consulenza legale”. Oggi in assemblea il giallo sarà probabilmente risolto.

L’amico di Larussa e i soggiorni Hilton
Non solo Maroni e il partito guidato dal giovane Matteo Salvini ma anche Ignazio Larussa e il suo partito (FdI) guidato dalla giovane Giorgia Meloni, hanno evitato di chiedere le dimissioni di Achille. Eppure Larussa conosce bene Fnm visto che il vicepresidente della società, nominato in quota Pdl è il suo amico Salvatore Randazzo, originario di Paternò come l’ex ministro. Randazzo, 63 anni, professore alla Bocconi, socio di uno studio con sedi a Milano e a Roma, membro del collegio sindacale della Rai, usava la carta di credito di Fnm per pagare i suoi viaggi a Roma per migliaia di euro ogni anno. Randazzo non alloggiava in una bettola ma dominava Roma dall’hotel Hilton, a spese di Fnm. Le sue spese potrebbero però essere ‘inerenti’ e formalmente ineccepibili perché la sua delega di vicepresidente includeva anche “presidiare la sede di Roma, intrattenere rapporti istituzionali con Authority, Ministeri ecc..”. Il direttore generale di allora, Giuseppe Biesuz, poi arrestato e condannato in primo grado per truffa e falso ai danni di Fnm, spiega al Fatto: “Non c’era alcun motivo di presidiare la sede di Roma. Quello non era un ufficio ma un appartamentino in piazza del Pantheon. Ci sono stato e ho visto divani senza scrivanie. Era usato dai manager quando andavano a Roma e ci lavorava una sola dipendente, Stefania Fois, che io mandai via. Poi passata all’Atac e il suo nome è uscito sui giornali nel 2010 perché era una fedelissima del deputato Fabio Rampelli”. I giornali scrivevano anche che era compagna di un altro parlamentare del Pdl, Marco Marsilio, oggi entrambi di Fratelli d’Italia.

I pranzi pagati al presidente
Nell’ordinanza di interdizione temporanea di Achille del 18 maggio scorso, su richiesta del pm Giovanni Polizzi che lo accusa di peculato e truffa, il nome del presidente uscente del Tribunale di Milano, Livia Pomodoro, è citato in un passaggio imbarazzante. Il Gip Fioretta riporta ampi stralci di una conversazione registrata da Andrea Franzoso, un funzionario dell’audit che ha raccontato ai carabinieri tutte le anomalie riscontrate nello svolgimento della sua funzione di controllore. La conversazione risale al 9 aprile scorso. Ci sono Achille, Franzoso e il collega dell’audit Luigi Nocerino con l’ingegnere Arnoldo Schoch, presidente dell’Organo di Vigilanza di Fnm. Quando gli contestano i pranzi effettuati nei giorni festivi (migliaia di euro talvolta pagati con carta e rimborsati per cassa, quindi pagati due volte) Norberto Achille, riassumono i Carabinieri, “precisa che poi lui lavora anche il sabato e la domenica e che a riguardo di ciò si è trovato a pagare cene e pranzi a Pomodoro, Grechi (Giuseppe, ex presidente della Corte di Appello, Ndr) e anche a diversi magistrati. No-cerino e Schoch – continua la sintesi del colloquio registrato – evidenziano il fatto che alcuni giorni sono risultati addirittura 5 pranzi in contemporanea”. Il rapporto Pomodoro-Achille risale a molti anni fa. Fnm da anni finanzia l’associazione No’Hma Spazio Teatro. Su richiesta scritta di Livia Pomodoro, che ha lasciato a febbraio la presidenza del Tribunale, per esempio ha finanziato con 30 mila euro la stagione 2013-14. Il teatro è stato fondato da Teresa Pomodoro, scomparsa nel 2008, attrice e sorella gemella di Livia. Il magistrato ha portato avanti, come direttrice artistica questa bella iniziativa culturale e al Fatto, dice: “conosco da molti anni Achille. Me lo aveva presentato il presidente della Corte d’Appello Grechi. Sono rimasta stupita nel leggere i giornali in questi giorni. Non mi ricordo se sono stata ospite di Achille. Può essere. Non chiedo prima a chi mi invita a colazione: ‘scusi lei con quale carta di credito paga?’. Effettivamente ho chiesto a Fnm di contribuire alle attività del teatro che non fa pagare i biglietti. Fnm ci ha sostenuto come altre società e lo faceva anche quando c’era mia sorella. Non ci trovo nulla di male”.

I 20 mila euro all’azionista scomodo
Sempre nel 2013 Fnm affida e poi paga una consulenza da 20 mila euro al commercialista Francesco Rimbotti di Milano. Rimbotti è intervenuto più volte nelle assemblee di Fnm in qualità di piccolo azionista e spesso ha mosso critiche puntute al management. L’accordo di Achille con Rimbotti, con affidamento diretto è di maggio. Attenzione alle date. Rimbotti presenta nove domande dure agli amministratori di Fnm il 24 aprile 2013, un mese prima dell’assemblea dei soci. Poi Fnm scopre di avere bisogno delle sue prestazioni: arriva l’accordo per la consulenza e iniziano i pagamenti in suo favore. L’ultima rata è di aprile 2014. L’oggetto della consulenza sembra fatto apposta per far sorgere dubbi: ‘supporto professionale per miglioramento rapporti’. Chissà cosa vuol dire. Comunque all’assemblea Rimbotti vota a favore anche sulla remunerazione degli amministratori che criticava un mese prima nelle domande. Fnm in quel periodo paga anche somme più piccole ad altri azionisti. Chissà oggi cosa diranno in assemblea.

Marco Lillo – Il fatto quotidiano 25/05/2015

COSÌ IL PORTAVOCE DI RENZI PILOTA I GIORNALI E LE TV

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Carlo Tecce – Il Fatto Quotidiano 24/05/2015

Nomfup, not my fucking problem. Non è un mio fottuto problema, citazione di Malcolm Tucker, l’iroso e geniale protagonista di The Thick of It, una serie tv inglese. Nomfup è Filippo Sensi. Quello che sentite, leggete, vedete di Matteo Renzi – la lavagna per insegnare la “buona scuola”, il motto per giustiziare gli avversari, le stravaganze e le provocazioni – lo decide Sensi. E soprattutto quello che non sentite, non leggete, non vedete. Più che lo stato dell’informazione, a Renzi interessa l’informazione di Stato. A patto che lo Stato sia Lui.

Così ha ingaggiato il tentacolare portavoce, maniere ieratiche col profilo secchione, empatico e vendicativo di professione, importatore maniacale di tattiche anglosassoni, ma un romano col passaporto per entrare nei salotti, l’anfitrione del fiorentino per i rapporti con la Capitale. Classe 1968, Sensi è un ex assistente di Francesco Rutelli sindaco, il giornalista italiano che, dragando gli archivi in rete e acciuffando un video, ha fatto dimettere Liam Fox, un ministro di sua maestà Elisabetta II colpevole di intrattenere relazioni troppo strette con il lobbista Adam Werritty. Il sodalizio con il fiorentino non c’entra con la sintonia politica, la formazione culturale, la sindrome rottamatrice. Amici mai. Alleati sempre. Renzi ha bisogno di Sensi, un San Pietro, il capo degli apostoli e il boia degli apostati. Perché Nomfup controlla. Tutto.

Come funziona l’impero dei sensi

Il Mediterraneo è un mare di morte. La tomba dei profughi, dei clandestini, degli immigrati. Il metodo Triton di fabbricazione renziana è inefficace, i barconi trasportano vittime. Roma invoca l’Europa. Enrico Letta s’accomoda in cattedra e rimbrotta il fiorentino che l’ha spodestato. Le opposizioni martellano. Palazzo Chigi convoca Ban Ki-moon in Italia. Il 27 di aprile, il presidente Onu visiterà la nave San Giusto che sorveglia le coste al largo di Lampedusa. È il mondo che non ignora le rimostranze di Roma. È la parata con le mostrine e la ciurma impettita. L’Aeronautica comunica ai giornalisti il programma per la trasferta. Il 25 sera, un sabato, un Maggiore spedisce una lettera: andata e ritorno da Ciampino, scalo a Sigonella, viaggio in elicottero; suggerisce di reperire i telefoni satellitari. Le telecamere dei giornalisti a bordo, spiega con dovizia di particolari il Maggiore, possono riprendere l’incontro fra il premier Renzi e Ban Ki-moon per ottanta minuti, poi ci sarà una conferenza, mezz’ora circa. Il coreano che risiede al Palazzo di Vetro, lo stesso giorno, rilascia un’intervista a La Stampa. Muove una leggera, quasi impercettibile critica al governo: “Sbagliato colpire i barconi in Libia”. Suona l’allarme per Renzi e Sensi soccorre. Cosa potrebbe accadere se Ban Ki-moon fosse consegnato agli inviati? Quanto si potrebbe macchiare la narrazione (storytelling, per usare la lingua di Nomfup) se i cronisti notassero una smorfia di tedio del coreano? Con la freddezza di Carl von Clausewitz, il generale prussiano che fu raffinato stratega, Sensi ordina al Maggiore di annullare la spedizione. Il militare, desolato, rettifica: cari colleghi, vi rendo il mio congedo; per qualsiasi aggiornamento, il vostro referente è Sensi.

snapshot62Quei retroscena sotto dittatura

Nomfup non dispone di collaboratori, solo di propaggini: l’ex paparazzo Tiberio Barchielli e l’ex poliziotto Filippo Attili. I dipendenti dell’ufficio stampa di Palazzo Chigi, un gruppo che ha attraversato le stagioni destrorse, sinistrorse e tecniche, patiscono l’ozio, sopravvivono ai margini, mai consultati. L’ex poliziotto e l’ex paparazzo preparano il video e l’album che i giornali, le agenzie e le televisioni devono ingoiare e gli italiani ammirare, ignari che la fonte di quel servizio è Palazzo Chigi. Il resoconto è propaganda. Ecco Renzi che stringe la mano all’equipaggio, che incalza il comandante: “Che ci mostrate?”. E dietro arranca, piegato dall’energia del fiorentino, un tale Ban Ki-moon. Ecco Renzi che rilascia un’intervista che nessuno gli ha chiesto perché nessun cronista era presente, che distilla la sua sapienza e la sua intelligenza al duttile Attili. Ecco Renzi che scende la rampa del velivolo con incedere impetuoso, col cielo smerigliato addosso e una suggestiva commistione di colori. Ecco l’ex ministra Federica Mogherini che imita l’inimitabile Matteo e passa in rassegna il picchetto d’onore dispensando incerti sorrisi. Il lavoro di Sensi è perfetto per l’informazione di Stato. Non una sbavatura, non una notizia. In televisione va in onda il video di Attili (pochi si rifiutano), in agenzia finiscono le immagini di Barchielli, che l’ Ansa e LaPresse distribuiscono. È già successo duecento volte, Barchielli è fornitore assiduo. Nomfup è un vigile attento e severo. Ma per vigilare bene occorre guardare bene. Occhi ovunque, orecchie allerta per non giocare di rimessa. Nel laboratorio di Palazzo Chigi costruiscono e ispirano i retroscena dei giornali, dettano l’agenda. Il lunedì, di solito, fanno trapelare il tema che farà discutere durante la settimana. Che sia l’Enel che scippa la banda larga a Telecom, la riforma Rai, la fiducia sui decreti: questo è il lavoro straordinario. Poi c’è l’impiego ordinario. Ogni sera, a telegiornali quasi esauriti, Nomfup manda un sms ai cronisti che seguono il governo con la formula “Renzi ai suoi”. I più pigri lo copiano e lo incollano nei pezzi. I più scafati tentano di ampliare le frasi, di argomentare meglio, di usare la testa. Appena espugnata Roma, Renzi esecrava le distinzioni: agenzie, quotidiani e televisioni devono dissetarsi a una sorgente comune. Ma i quotidiani, che vanno in edicola al mattino e ricamano in attesa di una nuova alba, hanno protestato e Nomfup ha ideato un sistema più complesso, però circolare. I giornali ottengono l’esclusiva di “Renzi ai suoi” e svelano il pensiero del fiorentino e del governo, più o meno esatto, più o meno definitivo. Le agenzie di stampa nazionali, che sono accatastate in una conversazione di WhatsApp (l’applicazione di messaggeria istantanea e gratuita), smussano, correggono, s’adattano all’evoluzione di una giornata. Le televisioni traggono spunti, svolgono un ruolo di cucitura, di megafono. Capita che un giornale e un’agenzia carpiscano uno spiffero in più. È Sensi che quel giorno ha premiato l’uno per punire l’altro. Il reprobo può subire il silenzio (zero sms) per una settimana se l’ha fatta grossa. Anche le etichette “fonti di governo” e “fonti di Palazzo Chigi” sono di proprietà di Sensi. I ministri non possono interpretare la posizione di Renzi se non è Sensi a fornire le coordinate. Quando esagerano, Nomfup è spietato.

snapshot63Le emergenze: massoni e pensioni

Il 6 maggio, Palazzo Chigi è un luogo caotico. La Consulta ha inguaiato Renzi con la sentenza che boccia la legge Fornero. Il governo è sprovvisto del denaro per risarcire i pensionati gabbati dal blocco. Enrico Zanetti, il logorroico sottosegretario di Scelta Civica, va a zonzo in televisione a giurare che il governo può non rimborsare i pensionati con l’assegno più alto o addirittura può rimborsare con un obolo (sarà definito “bonus”). Palazzo Chigi non commenta e non smentisce, osserva l’effetto. Zanetti non fa male, non è un renziano. A metà pomeriggio, l’ Ansa interpella un influente consigliere di Renzi e batte il lancio: “Non rimborsare tutti è compatibile con la sentenza della Consulta, fonti governative reagiscono dopo l’uscita di Zanetti e aggiungono che domani in Cdm non sono previsti interventi”. Sensi è furibondo. Ma non reagisce: attende la reazione dei telegiornali e ancora deve farcire il mitologico sms di “Renzi ai suoi”. Quando capisce che l’ Ansa ha contaminato i telegiornali, anche quelli di Viale Mazzini, azzanna i vertici e ridimensiona l’indiscrezione con il riepilogativo serale. Il tempo darà ragione all’autore di quel breve testo, l’imbeccata era lungimirante, ma il tempo deve assecondare le esigenze di Sensi. I telegiornali orientano la bussola di Palazzo Chigi, Nomfup non è il luddista dei mezzi del Novecento. Twitter è un microcosmo per sperimentare gli spot. In televisione non sono ammessi intoppi. La tv garantisce milioni di telespettatori. È la platea più ampia, la più semplice da adunare. Renzi è andato da Massimo Giletti su Rai1 non per ricevere in regalo la maglietta della Juventus, ma perché un terzo del pubblico di Giletti ha più di 65 anni. L’Arena è il parco virtuale dei pensionati. E il ragionamento va applicato pure a Porta a Porta , dove il fiorentino è transitato l’indomani. Quando Renzi va all’estero, però, preferisce Sky. Perché il circuito è internazionale e incentiva la visibilità negli Stati Uniti, in Inghilterra, in Germania. Ma l’attenzione più puntigliosa è per il servizio pubblico, che può amplificare o smorzare quel che di sottecchi esce sui giornali. 24 settembre 2014, Ferruccio de Bortoli firma sul Corriere un editoriale deflagrante: “Il patto del Nazareno finirà per eleggere anche il nuovo presidente della Repubblica, forse a inizio 2015. Sarebbe opportuno conoscerne tutti i reali contenuti. Liberandolo da vari sospetti (riguarda anche la Rai?) e, non ultimo, dallo stantio odore di massoneria”. Il Corriere borghese, equilibrista e istituzionale, che trent’anni fa la Loggia segreta P2 ha tramortito, associa il governo ai massoni. Il Nazareno, la sede dem, non emana un effluvio di lavanda, ma “uno stantio odore di massoneria”. Il dubbio innesca articoli, condiziona le scalette tv, scatena i cronisti. A Ballarò su Rai3 preparano la puntata di martedì 30 settembre e non possono sottovalutare il monito siglato De Bortoli. A un giornalista viene commissionato un servizio per approfondire la sintonia (o riscontrare la distanza) fra il governo e la massoneria. Ballarò riesce a strappare un appuntamento al modenese Antonio Binni, gran maestro della Gran Loggia d’Italia degli antichi liberi muratori accettati. Il rito è scozzese. Il gran maestro mostra al giornalista e agli operatori il tempio di largo Argentina a Roma, indossa guanti di pelle bianca, grembiule ricamato con sfumature d’azzurro, collare dorato con una medaglia con squadra e compasso. E risponde a una certosina sequenza di domande. Gli inviati di Ballarò registrano almeno due ore di filmato e rientrano in redazione per riversare il materiale. Lunedì 29 ribadiscono al gran maestro Binni che potrà ammirare la propria esibizione su Rai3. E le rassicurazioni si ripetono. Come di consueto, quel pomeriggio Ballarò dirama il menu della puntata. Il faccia a faccia sarà tra il conduttore Massimo Giannini e il ministro Maria Elena Boschi; in studio Giuliano Pisapia, Simona Bonafé e Matteo Salvini. Il martedì, a poche ore dal via, l’inviato di Ballarò spiega a Binni che, purtroppo, con immenso dispiacere, il colloquio già montato e lustrato non verrà trasmesso per questioni di spazio. È piombato in scaletta un pezzo pregiato. Un’intervista a Renzi. E pazienza se per il governo c’è già la Boschi e il verbo renziano tracima. Che strana coincidenza: fuori il massone, dentro il fiorentino. Questa imperdibile intervista a Renzi non è nient’altro che una chiacchierata del premier con Paolo Poggi. È la finzione che deve apparire imprevisto. Nomfup l’ha studiata nei dettagli. Cortile di Palazzo Chigi, un commesso spalanca una porticina schermata dal colonnato, sbuca Renzi che accenna a una corsetta verso la telecamera, di lato s’incarna Poggi. Il fiorentino sciorina il copione: “La discussione in direzione è stata bella, ora la riforma del lavoro. Il lavoro non è un diritto, è molto di più: è un dovere”. Per mesi s’era concionato sui tatticismi di Renzi: che fa, donerà il suo volto all’esordiente Giannini su Rai3 o omaggerà il concorrente Giovanni Floris espatriato a La7? Avviene che Ballarò ha confezionato un approfondimento sui massoni, che il servizio pubblico ha interpellato un gran maestro per soddisfare il diffidente De Bortoli, milioni di italiani potranno esaminare il patto con Silvio Berlusconi che il Corriere reputa caliginoso. Per fortuna, perché ci vuole tanta fortuna, Renzi si ricorda di concedere cinque minuti a Poggi e quei cinque minuti condannano all’oblio il parere di Binni, De Bortoli, il Corriere e la curiosità di molti. O forse Sensi, senz’altro fortunato, sapeva del gran maestro. E perché, fra decine di pause, contributi esterni e un dibattito infinito, viene espunto il massone? O sarà che Nomfup non espone Matteo se non bonifica l’area che lo circonda, se non può agire in ambiente protetto. In cinque minuti, il giornalista non fa un accenno all’odore stantio di massoneria, ma chiede a Renzi se – come gli aveva confidato – è ancora convinto di voler fare il camionista. Il fiorentino tergiversa.

snapshot64Infortunio nelle scuole

Ma è sicuro che Nomfup aborre la versione gelataio. Quando Renzi ha offerto coni ai cronisti a Palazzo Chigi per replicare indignato a una copertina dell’ Economist che lo ritraeva distratto mentre l’Europa affonda, la coppia è scoppiata. Anche Nomfup e Matteo litigano. Il precedente più significativo risale al 5 marzo 2014. Il presidente del Consiglio più giovane d’Italia, più imberbe di Benito Mussolini, inaugura il giro per le scuole italiane. Istituto “Salvatore Raiti” di Siracusa, i bambini lo accolgono con una canzoncina da opera nazionale balilla, i docenti riadattano Clap and jump : “Facciamo un salto. Battiam le mani, ti salutiamo tutti insieme presidente Renzi. Muoviam la testa. Facciamo festa. A braccia aperte ti diciamo benvenuto al Raiti! I bambini, gli insegnanti, i bidelli e poi l’orchestra lasceremo improvvisar così”. I giornalisti scoprono la stucchevole pantomima. Sensi ha fallito, perché il fiorentino non voleva cronisti intorno, molto pericolosi se non ammaestrati. Dopo l’episodio costato una figuraccia, per evitare che possa ripetersi, Renzi interrompe il giro d’Italia. E si smentisce: “Visiterò una scuola a settimana”, aveva promesso ai parlamentari. Non era più utile. Anzi, era una trappola.

Un’immagine vale mille parole

Nomfup ha talento, è un meticoloso organizzatore. Adora pianificare. Il segreto, seppur elementare: nulla al caso. Qualsiasi immagine di Renzi va filtrata dall’inedito poliziotto-cameraman Attili. I cronisti non possono accendere le telecamere se la circostanza non è pubblica, non possono azionare la macchina fotografica. A Bruxelles, al centro della saletta riservata agli italiani, Nomfup ha sostituito il tradizionale tavolo verde con un podio in stile americano. Sandro Gozi, il sottosegretario con delega all’Unione Europa, è costretto a ricavarsi una seggiola in disparte, a osservare da un angolino. Alle spalle di Renzi, lì dove accorrono giornalisti stranieri, c’è posto solo per Nomfup e per Ilva Sapora, la donna del cerimoniale di Palazzo Chigi che si premura di sistemare le minuzie, l’orlo di una camicia o la piega di un cappotto. Così Nomfup, spesso, è l’origine delle notizie. Il pretesto: #cosedilavoro, l’hashtag. È Sensi che divulga la Mogherini lacrimante, nominata rappresentante per la politica estera dell’Unione europea. È Sensi che occulta gli spostamenti di Renzi per impedire che le contestazioni siano strutturate in anticipo. È ancora Sensi, a Parma per la campagna elettorale o altrove con la medesima sagacia, che pubblica su Twitter la fotografia di una piazza deserta, di un viale semivuoto per irridere chi protesta. Come a dire, e Renzi poi lo dice davvero, “non ci spaventiamo per tre fischi, tre uova, tre petardi”. Ogni manifestazione del fiorentino deve alimentare l’epopea dell’uomo forte al comando. Sensi ha insegnato ai praticanti del mestiere il prontuario del comunicatore innovatore e onnisciente. Ha tenuto lezioni per Maria Elena Boschi e colleghi. Quando la ministra ha telefonato a Lucia Annunziata per sindacare su di un pezzo dell’ Huffington e reclamarne la rimozione, Nomfup l’ha redarguita. Poi uno scaltro portavoce ha affiancato la Boschi. Sensi è l’ex vicedirettore di Europa, il quotidiano della Margherita di Rutelli, che ha svuotato la redazione per allestire un ufficio stampa di governo. Nonostante l’influenza su Renzi, Sensi non ne ha scongiurato la chiusura. Lo spirito di Europa aleggia a palazzo Chigi e nei ministeri. Non sarà entusiasta Stefano Menichini, ex direttore nonché mentore di Sensi. Prevale la ragione non il sentimento o la simpatia dei giornalisti o la stima degli adulatori (sono 73.000 i “seguaci”, follower di Nomfup) su Twitter. Sensi ha il compito di risolvere i problemi di Renzi. Il trucco non è cercare le soluzioni migliori, ma ridurre il numero dei problemi. Il resto non conta. Nomfup, not my fucking problem . Non è un mio fottuto problema.

Il berlusconismo senza Berlusconi (Marco Travaglio 24/05/2015)

09/05/2013 Roma, assemblea annuale di Rete Imprese Italia. Nella foto Vincenzo De Luca

Alzi la mano chi, quando Renzi lanciò il guanto di sfida alla vecchia ditta del Pd, immaginava di vederlo un giorno avvinto come l’edera a Vincenzo De Luca: un vecchio arnese di partito che sta in politica da quasi mezzo secolo e da 10 anni si divide fra le aule di Comune, Parlamento e governo (spesso contemporaneamente) e quelle di tribunale, per giunta ineleggibile. Uno che quattro anni fa fu trombato alle elezioni regionali e, anziché ritirarsi a vita privata come avviene in tutte le democrazie, si ricandida come se niente fosse e, come le cozze, succhia tutta la schiuma della politica campana pur di agguantare un incarico che la legge gli vieta di assumere, in quanto è decaduto due volte (per l’incompatibilità fra i ruoli di viceministro di Letta e di sindaco di Salerno e per la condanna in primo grado per abuso d’ufficio) e decadrà di nuovo non appena poggerà le terga sulla poltrona di presidente della Regione.

La domanda “che cosa direbbe Renzi se lo facesse Berlusconi?” vale quasi per ogni mossa del premier: l’Italicum e la controriforma costituzionale approvati a colpi di maggioranza (anzi, di minoranza), la porcata della scuola, il Jobs Act, il condono fiscale, la responsabilità civile dei giudici, gli attacchi forsennati alla Corte costituzionale che si permette di dichiarare incostituzionale una legge incostituzionale, l’occupazione del suolo pubblico televisivo la domenica pomeriggio a tre settimane dal voto senza contraddittorio e senza par condicio per gli altri partiti (con prevedibile sanzione a cose fatte dell’Agcom e ridicole indignazioni pidine perché B. stasera farà altrettanto da Fazio, peraltro dopo mesi di astinenza da video). Quei pochi che paventavano, dopo il tramonto del Caimano, un “berlusconismo senza Berlusconi”, avevano visto giusto: ma neppure loro potevano prevedere che a incarnarlo sarebbe stato il leader del Pd. Perfino le denunce, precise e circostanziate, non del “solito” Fatto Quotidiano, ma anche di Roberto Saviano su “Gomorra nel Pd” sono state prima ignorate e poi addirittura vilipese con le lezioncine renziane (“la lotta alla camorra non si fa con gli articoli di giornale”) accanto a quel De Luca che ospita nelle sue liste d’appoggio i più bei nomi della malapolitica collusa (opportunamente lasciati a casa l’altroieri, per evitare a Matteo qualche selfie imbarazzante). Siccome poi il berlusconismo è anche conflitto d’interessi, eccone uno fresco fresco e pronto per l’uso: se la decadenza dei sindaci condannati la decreta il prefetto, quella dei governatori regionali condannati spetta al capo del governo.

Cioè: toccherà a Renzi far sloggiare il suo protetto De Luca non appena fosse eletto presidente della Campania. E già si prevede che gli lascerà qualche giorno di tempo per formare la giunta e presentare ricorso al Tar per ottenere la sospensiva della decadenza almeno fino al 21 ottobre, quando la Consulta si pronuncerà sulla legittimità della legge. A quel punto lorsignori sperano che la Corte, ammaestrata dalle bastonate degli ultimi giorni, non si metterà un’altra volta di traverso sulla strada del nuovo padrone del vapore. Un altro ingrediente del berlusconismo, con o senza B., è il grottesco. Infatti Renzi elogia in De Luca il “grande sindaco di Salerno” (con tanti saluti al Tribunale che l’ha condannato proprio in qualità di sindaco per la sua attività di amministratore fuorilegge, cioè per aver inventato un incarico inesistente per sistemare un amico a spese dei contribuenti). E aggiunge che don Vincenzo sarà un “ottimo sindaco della Campania”: come Corrado Guzzanti che, nei panni di Gianfranco Funari, definiva Helmut Kohl “er sindaco d’a Germagna”. Poi inaugura con lui, per l’ennesima volta, la nuova cittadella giudiziaria di Salerno, peraltro mai finita, come la Salerno-Reggio Calabria e quasi tutte le opere pubbliche del Grande Sindaco (la Lungoirno, il Solarium, il Palasport, la Piazza della Libertà, la Stazione marittima e naturalmente il famigerato “Crescent”, monumento alla bruttezza, all’inutilità e allo sperpero di denaro pubblico, anch’esso oggetto di un processo a carico di De Luca e di quasi tutta la sua giunta). Una scena impagabile di puro umorismo involontario: un sindaco condannato e imputato per altri gravissimi reati contro la Pubblica Amministrazione costruisce un tribunale più grande e confortevole per ospitare al meglio i suoi stessi processi (dal produttore al consumatore: a quando il monumento equestre all’Imputato Modello?). E lo inaugura un’altra volta col presidente del Consiglio che si sciacqua la bocca con la “legalità” un giorno sì e l’altro pure e si appropria financo della memoria di Falcone con un tweet giusto in tempo per il 23 maggio. Un attimo prima il premier aveva vaticinato che, con De Luca e i gomorroidi al governo della Regione, “il Pil della Campania crescerà dallo 0,5 all’1 per cento”. A parte l’esattezza del dato, al solito affidabile come un oracolo del mago Otelma, il trend è molto probabile: specie ora che nel Pil sono entrati i profitti criminali. Ci voleva giusto Renzi per propiziare questo unicum assoluto della storia repubblicana: il centrosinistra che, nel regno della camorra, candida un condannato contro un berlusconiano incensurato. Il Caimano schiatterà d’invidia.

#Crozza Nel Paese Delle Meraviglie – Puntata del 22/05/2015

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Impara a comunicare: prendi a schiaffi una categoria a caso.

di Alessandro Robecchi – Il Fatto Quotidiano 23/05/2015

Quelli che hanno fatto buoni studi e che ora di mestiere fanno i rampanti comunicatori del consenso, la chiamano “disintermediazione”. Esistendo in questo paese più “scienziati della comunicazione” che salumieri (un vero peccato) dovreste più o meno sapere cos’è. Erano “disintermediazione” i videomessaggi di Silvio Berlusconi, così come lo sono i videoclip, con
o senza lavagna, di Matteo Renzi. Si tratta di una disintermediazione un po’ farlocca, perché se non hai a disposizione giornali e tg che rilanciano il tuo spettacolino funziona un po’ meno, ma insomma… Esempio. C’è lo sciopero dei ferrovieri. Mediazione è parlare con le rappresentanze sindacali dei ferrovieri, capire il problema e cercare una soluzione. Disintermediazione è rivolgersi a tutti i cittadini (basta un tweet) per dire: i ferrovieri cattivi, privilegiati, maledetti, viziati, disfattisti vi impediscono di andare a Bologna.

snapshot55Uguale con la riforma della scuola: essendo la stragrande maggioranza di insegnanti e studenti contrari alla riforma in votazione, ci si rivolge a tutti gli altri con una serrata propaganda, nella speranza che i cittadini tutti se la prendano con gli insegnanti che non sono d’accordo con una cosa così bella e moderna. Insomma, possiamo dire in soldoni che la disintermediazione serve a usare gli italiani per picchiare altri italiani, a mettere tanti contro pochi. Utenti dei mezzi pubblici contro tranvieri, italiani contro insegnanti, cittadini contro sindacati, eccetera, eccetera. Un giochetto che paga nell’immediato, ma che alla lunga rischia di finire a schiaffoni tutti contro tutti.

Ci sono però alcuni problemi: la disintermediazione funziona poco quando il numero di italiani da tramortire usando il consenso di altri italiani è molto alto. Potrete convincere un pendolare che il capotreno in sciopero è uno schifoso privilegiato che limita la sua libertà di prendere il treno. Più difficile sarà convincere un nipote che la nonna, dall’alto della sua succulenta pensione ai limiti della sopravvivenza, gli ruba lavoro, o futuro, o prospettive. E questo perché un ferroviere in casa ce l’hanno in pochi, e una nonna (o genitori anziani) invece in molti. E così le cose si complicano: nelcaso delle pensioni (e di un obolo una tantum concesso al posto del rimborso) la propaganda e la disintermediazione non hanno funzionato benissimo. E di questi tempi per sapere se una mossa propagandistica funzione basta guardarne il nome: se funziona si chiama Renzi (gli ottanta euro), se non funziona si chiama Poletti (o Giannini, o…).Altro problemino, il fatto che la disintermediazione tende sempre a guardare in basso. Servono soldi? Blocchiamo gli stipendi agli infermieri, o l’indicizzazione ai pensionati. Basterà far credere a tutti gli altri che infermieri, o pensionati sono di ostacolo a un immaginario bene comune. Mai, dico mai, si addita ai cittadini qualche cassaforte ben fornita, che so, i manager pagati come mille lavoratori, o i grandi e grandissimi patrimoni, o le grandi rendite o le grandi aziende che portano la sede fiscale all’estero. Non a caso all’ultima Leopolda a scagliarsi ferocemente contro i pensionati non fu un giovane precario di Catanzaro, ma un finanziere milionario di Londra (Davide Serra, oggi Commendatore). Un po’ come il lupo che dice alle pecore “attente alle altre pecore! Brucano la vostra erba!”. Insomma la disintermediazione è un trucco furbetto, a volte funziona e si basa sulla certezza che le pecore litigheranno tra loro e non si mangeranno il lupo. Un vero peccato.

Più pro che anti (Marco Travaglio 23/05/2015)

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È cambiata così tante volte, la legge Anticorruzione, nei suoi 797 giorni di tira-e-molla parlamentare da quando Piero Grasso la presentò a inizio legislatura a quando l’altroieri la Camera l’ha licenziata definitivamente, che a commentarla a botta calda si rischiava la labirintite. Perciò ci siamo presi un giorno e ora siamo quasi pronti. Buona o cattiva legge? Buona e cattiva insieme. Buona anzitutto per il fatto stesso che sia stata approvata una legge con quel nome, “Anticorruzione”, che in un Parlamento molto Pro, con oltre 100 fra condannati, imputati e inquisiti, senza contare i loro avvocati, è peggio dell’aglio per i vampiri, del drappo rosso per i tori e dell’acquasanta per i demòni. Buona, poi, perché allontana per un po’ i condannati dai rapporti con la Pubblica amministrazione. Buona, infine, perché aumenta le pene sia massime sia minime – ora di poco, ora di molto – per la corruzione, il peculato e l’associazione mafiosa (non però per la concussione, la corruzione internazionale e l’autoriciclaggio); dunque sposta in avanti – ora di poco, ora di molto – la scadenza della prescrizione, notoriamente calcolata sul massimo della pena.

Basta tutto ciò per cantare vittoria, come fanno i tg e i giornaloni, o addirittura per dire che “stiamo cambiando l’Italia” e che “la prescrizione non sarà più possibile” come fa Renzi? No, non basta. Ci vuole ben altro per cambiare l’Italia (per esempio, escludere gli impresentabili dalle proprie liste anziché imbarcarli a vagonate come fanno FI, Ncd e Pd), e anche per rendere impossibile la prescrizione. Purtroppo, al di là della propaganda, le note dolenti sono prevalenti.

1) La corruzione più grave, quella per atto contrario ai doveri d’ufficio (cioè il delitto del pubblico ufficiale che viola la legge e abusa del proprio potere in cambio di soldi o favori), oggi punita fino a 8 anni, lo sarà fino a 10. Prescrizione impossibile? Macché: allungata di soli 2 anni, troppo pochi per garantire la conclusione del processo, specie nei tribunali più intasati. Idem per le fattispecie di corruzione meno gravi, cioè quelle di chi si fa pagare per un atto dovuto o comunque non illegale.
2) Il governo ha scriteriatamente stralciato la riforma generale della prescrizione, che arriverà solo dopo le elezioni: e lì l’Ncd, in cambio del suo ok all’Anticorruzione, ha già ottenuto che se ne riducano vieppiù i modici effetti positivi. Cioè: con una mano (Anticorruzione) il governo allunga la prescrizione, e con l’altra (Riforma della prescrizione) si appresta ad accorciarla di nuovo. Roba da schizofrenici, o da delinquenti. Resta da capire per quale motivo l’Italia sia l’unico paese al mondo dove la prescrizione continua a galoppare anche dopo il rinvio a giudizio, e persino dopo la condanna di primo e financo di secondo grado. O forse lo si capisce benissimo.

3) Il ddl Grasso modello-base metteva fine al pastrocchio della legge Severino, che salva quasi tutti i concussori col trucchetto del nuovo reato di induzione indebita, punibile solo quando si dimostra un vantaggio non solo per l’induttore, ma anche per l’indotto (vedi Berlusconi che chiama il funzionario della Questura per far rilasciare Ruby e viene assolto perché i vantaggi li ha avuti solo lui e non il funzionario). Ma il testo finale questo passaggio se l’è bellamente mangiato.
4) Il falso in bilancio torna, è vero, a essere un reato sempre perseguibile d’ufficio, senza bisogno della denuncia del socio. Ma quasi soltanto sulla carta. Le pene, dopo le pressioni delle lobby di Confindustria e delle banche, ascoltatissime a Palazzo Chigi, sono ancora troppo basse. Specie per le società non quotate (da 1 a 5 anni, che scendono a 6 mesi – 3 anni per quelle sotto i 15 dipendenti), che poi sono la stragrande maggioranza. Non solo: il falso è reato quando riguarda “fatti materiali” taroccati od omessi nei libri contabili, mentre inspiegabilmente non lo è sulle “valutazioni” mendaci. Risultato: niente custodia cautelare per evitare inquinamenti probatori, fughe o ripetizioni del reato; niente intercettazioni telefoniche e ambientali; e prescrizione pressoché assicurata per tutti. Insomma una legge-spot che rende difficilissimo scoprire i bilanci falsi, improbabile preservare intatte le prove e quasi impossibile punire i colpevoli in tempo utile. Ma, anche nel caso eccezionale che si arrivi a una condanna, fra attenuanti e sconti vari, il condannato non farà un giorno di galera. Nemmeno per le società quotate: basti pensare che la pena massima, almeno sulla carta, è 8 anni, e la minima è 3: siccome di fatto le pene finali medie si attesteranno sui 4-5 anni, e le ultime leggi svuotacarceri prevedono la cella per le pene superiori ai 5, tutti i condannati resteranno a piede libero.
5) Giusto prevedere attenuanti (con sconti fino a 2 terzi della pena) per i corruttori pentiti che denunciano spontaneamente i corrotti ancora ignoti ai giudici, ma – salvo crisi mistiche – non è questa la strada migliore per rendere più difficile la vita ai ladri in guanti gialli. La via maestra è quella seguita negli Stati Uniti: il “test di integrità”, cioè la presenza di agenti provocatori che inducono in tentazione politici e amministratori offrendo loro tangenti, per saggiarne la correttezza o la corruttibilità. Chi ci casca, finisce dentro. La prospettiva ha giustamente terrorizzato i parlamentari della maggioranza, che infatti hanno respinto con orrore l’apposito emendamento dei 5Stelle. Evidentemente si conoscono bene, o almeno conoscono bene i propri alleati e vicini di banco. E hanno voluto evitare che il Parlamento si svuotasse da un giorno all’altro per traslocare a Regina Coeli.

Altro che dimezzamento, più fondi per gli F-35

f35PER LE PENSIONI NON CI SONO MAI I SOLDI, PER GLI F-35 SI. RENZI SPENDE 80 MILIONI IN PIÙ NEL 2015. E LA SPESA FUTURA RESTA UGUALE.

Alessio Schiesari – Il Fatto Quotidiano 21/05/2015

Sugli F-35, il governo non dimezza. Al contrario, rilancia. A otto mesi dal voto parlamentare che impegnava l’esecutivo a tagliare del 50 per cento l’impegno finanziario per i cacciabombardieri Joint Strike Fighter, arrivano i documenti che certificano le previsioni di spesa del governo. I fondi per il programma, invece di ridursi, continuano a crescere: 80 milioni di euro in più per il solo 2015. Nel nuovo Documento Programmatico Pluriennale della Difesa – che il Fatto ha potuto visionare – la spesa per i discussi 90 aerei da guerra della Lockheed Martin è passato dai 509,1 milioni di euro del 2014 ai 582,7 milioni del 2015. Anche in prospettiva, il costo del programma rimane pressoché invariato rispetto alle stime degli anni precedenti: quasi 14 miliardi di euro.

11295805_910221295703068_8390299326022096331_nL’IMPEGNO a dimezzare i fondi (sulla scorta di quanto fatto da altri governi non esattamente votati al pacifismo come quello israeliano) era arrivata il 25 settembre scorso, quando il Parlamento aveva approvato la mozione del deputato PdGian Piero Scanu, votata dal tutto il partito. Il documento, tra gli impegni vincolanti per il governo, recitava: “Riesaminare l’intero programma F-35 per chiarirne criticità e costi con l’obiettivo finale di dimezzare il budget finanziario originariamente previsto”. La traduzione semplificata su tv e giornali era stata unanime: Pinotti dimezza gli F35, come se la commessa fosse stata ridotta da 90 a 45 aerei (e quindi il budget 2015 dovesse passare a circa 250 milioni). Il Parlamento però nella stessa seduta aveva approvato altre tre mozioni, tutte con un orientamento diverso. Il testo del forzista Renato Brunetta, quello che ottenne il consenso più ampio, imponeva di “mantenere gli impegni assunti in sede internazionale”, cioè non tagliare i cacciabombardieri; quello dell’Ncd Fabrizio Cicchitto chiedeva di “massimizzare i ritorni economici, occupazionali e tecnologici”; quello di Scelta Civica confermava il rispetto degli “impegni precedentemente assunti”. Tanto che, a dispetto dello sbandierato dimezzamento, già a novembre il ministero della Difesa chiariva le reali intenzioni del dicastero guidato da Roberta Pinotti: “Delle 4 mozioni presentate alla Camera, le 3 approvate, con il parere favorevole del Governo, richiedono tutte che si proceda con il programma”. A stigmatizzare il comportamento del ministro è l’ex deputato Pd Pippo Civati: “Quando si votano quattro mozioni diverse come se fossero la stessa si lascia una margine di ambiguità non casuale, ma voluto”. E infatti, nel gioco delle quattro mozioni, l’unico documento rispettato è quello di Ncd che imponeva di continuare con gli acquisti a fronte di nuove commesse per l’industria degli armamenti. Pur in assenza di conferme ufficiali, sembra infatti cheSelex, una controllata di Finmeccanica, sia sul punto di ottenere la commessa per il cablaggio dei cavi degli aerei assemblati in Italia.

A CONTI FATTI, l’impatto sulle finanze pubbliche non cambia di una virgola: oltre ai 582 milioni di quest’anno, 900 per la fase di sviluppo, 500 per le attività italiane, 360 per lo stabilimento di Cameri e 10 miliardi per la fase di acquisto. In totale oltre 12 miliardi di euro fino al 2027. Un cifra che, se suddivisa per gli anni a venire, impegnerà l’Italia a sborsare in media 900 milioni l’anno. Anche per il deputato ex M5S Massimo Artini, che ha spesso incalzato Pinotti sulle spese militari, la sbandierata rimodulazione dei costi è una farsa: “Niente è cambiato sui numeri. Alla luce delle scelte fatte, non solo sugli F-35, ci chiediamo se il Ministro non debba trarne delle conseguenze drastiche”. Lapidario Luca Pastorino, ex Pd ora candidato in Liguria: “Con questo governo, anche le cose buone che pensavamo di ottenere si rovesciano puntualmente”.

“Quanta arroganza da Renzi in Riviera” (Carlo Freccero)

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di Lorenzo Vendemiale – Il Fatto Quotidiano 21/05/2015

Nato a Savona ma trapiantato a Roma, Carlo Freccero continua a portarsi la Liguria nel cuore (“anche se ormai ci vado sempre meno”). E adesso guarda alle elezioni della sua terra “con grande interesse e un pizzico di speranza: è un test importante per capire se in Italia può aprirsi una fase nuova”.

Freccero, davvero la Liguria può essere laboratorio politico per il Paese?
Siamo piccoli noi liguri, non contiamo nulla (ride, nda). Scherzi a parte, sulle Regionali pesano tanti fattori particolari. Si vince da soli, contano le persone. Eppure può essere un simbolo di quello che accade nel Paese.

In che senso?
La Liguria rappresenta l’arroganza di questo Partito Democratico: un candidato sbagliato e imposto con la forza, le primarie scorrette e poco trasparenti, la frattura a sinistra. E la gente che è stufa.

Raffaella Paita non le piace proprio…
La Paita è centro, nessuno la percepisce come sinistra. È la candidatura ideale del Patto del Nazareno, la dimostrazione vivente che l’asse Renzi-Berlusconi esiste eccome.

E Toti?
Una versione sbiadita della Paita. Si è differenziato un minimo quando la Lega ha deciso di appoggiarlo. Anche questo può valere a livello nazionale: oggi il centrodestra ha un’identità solo con Salvini.

In Liguria però ci sono altri due candidati forti…
Appunto, è questa la grande novità politica: un Movimento 5 Stelle forte e Pastorino. La gente in un primo momento pensava di non andare a votare, poi ha capito che ci può essere un’alternativa. Magari insieme…

Un’alleanza Pastorino-M5S?
Me lo auguro. I 5 stelle devono capire che a destra con Salvini non hanno più spazio: se si aprissero a sinistra, invece, potrebbe davvero nascere qualcosa di nuovo. Mi piacerebbe molto ad esempio vederli governare insieme in Giunta.

Perché questo accada c’è bisogno che la Paita perda. Possibile?
È difficile, ma più passa il tempo più il fronte anti-Paita si rafforza. Ed è un fronte anti-Renzi. Non vedo grandi distanze, è tutto in bilico.

Se il Pd uscisse sconfitto in Liguria potrebbero esserci delle ripercussioni sul governo?
Non so, probabilmente ci vorrebbe un tracollo più esteso, anche in Veneto e Campania. Di certo sarebbe un messaggio chiaro: “Renzi, abbassa la cresta”

BLITZ IN LEGA, MEDIASET E SKY INCHIESTA SULLA SPARTIZIONE TV

6670pL’ANTITRUST MANDA I FINANZIERI A PRENDERE LA DOCUMENTAZIONE SULLA GARA.

Valeria Pacelli – Il Fatto Quotidiano 20.5.2015

Un accordo restrittivo della concorrenza fra i principali operatori attivi a livello nazionale nel mercato delle Pay-tv, Sky Italia e Mediaset, favorito dalla stessa Lega”. Sul sospetto inciucio per spartirsi i diritti tv delle partite di Serie A del triennio 2015-2018 è stata apertaun’istruttoria dall’Autorità garante della concorrenza e del mercato. L’obiettivo è capire se l’assegnazione delle gare del giugno scorso non sia il risultato di un accordo tra i principali operatori di pay-tv, violando la concorrenza. Per questo gli uomini dell’Antitrust, con gli agenti del Nucleo tutela mercati della Guardia di Finanza, ieri sono entrati nelle sei principali sedi delle società.

Da Roma a Milano, i finanzieri hanno bussato alle porte della Lega Calcio , Rti-Mediaset, Sky Italia Srl, Mediaset Spa, come pure Infront Italy Srl, che si occupa di marketing sportivo e gestione dei diritti media e pubblicitari.

È STATA ACQUISITA tutta la documentazione relativa alla gara di giugno, quando fu concluso il presunto accordo da 945 milioni di euro per la trasmissione delle partite di Serie A, assegnate ignorando – anche questo è uno degli aspetti da verificare – la gara precedentemente indetta. Se già c’erano dei sospetti, a fare il resto sarebbe stato il presidente della Lazio Claudio Lotito che il 15 febbraio scorso in un’intervista al Corriere della Sera dichiarava: “Io di bilanci mi intendo, sono quello che ha fatto prendere 1,2 miliardi alla Lega di A, ho fatto parlare Murdoch e Berlusconi”. E questa frase ha fatto insospettire l’Antitrust che adesso 7768dovrà verificare l’esistenza di un presunto “accordo restrittivo della concorrenza” come si legge nel decreto dell’Autorità. La vicenda risale appunto al giugno 2014, quando Sky ottenne la trasmissione sul satellite di tutte le partite dei campionati di Serie A 2015-18 per 572 milioni (Pacchetto A). A Rti-Mediaset andò il pacchetto B, con le partite delle migliori squadre da trasmettere in digitale per 373 milioni, oltre che 132 partite di squadre minori per circa 300 milioni. Pacchetto questo che, in caso di via libera dell’Agcom, sarebbe stato ceduto dal gruppo di Berlusconi a Sky Italia. “Le notizie di stampa – scrive l’Antitrust – sembrano indicare che l’assetto finale per l’assegnazione dei diritti audiovisivi (…) non discenda da un confronto competitivo, ma sia stato il frutto di un accordo, realizzato successivamente all’espletamento della gara che ha determinato un esito delle assegnazioni diverso da quello inizialmente risultante dalla stessa procedura di gara”.

CON QUESTO ACCORDO il duo Murdoch-Berlusconi ha rinunciato a circa 130 milioni di euro, sbaragliando la concorrenza. Scrive l’Autorità: “Tale accordo ha avuto l’effetto di ridurre potenzialmente gli introiti derivanti dall’assegnazione dei diritti, di cui avrebbero beneficiato le squadre, e di escludere possibili nuovi concorrenti nel mercato”. Nel mirino dell’Antitrust è finita non solo la Lega Calcio, ma anche la Infront, di cui è presidente Marco Bogarelli, un tempo in Fininvest e ora a capo della società che fa da advisor e che solo nel 2013 ha realizzato un fatturato in Italia pari a circa 230 milioni di euro. Adesso che cosa succederà quindi? L’Antitrust potrà verificare l’esistenza di questo presunto accordo e in caso affermativo elevare una sanzione pecuniaria. La gara non può essere sospesa se non con una decisione della Lega Calcio, anche questa nel mirino dell’Autorità che ha aperto un’istruttoria. Intanto se Infront dice di “aver messo a disposizione dell’Antitrust ogni documento richiesto e sta già collaborando con la stessa all’accertamento della correttezza dei fatti”, il gruppo Mediaset nega qualsiasi irregolarità . “Gli accordi definitivi – commenta la società del Biscione – hanno ricevuto il benestare sia di AgCom sia di Antitrust in conformità con la Legge Melandri”. Quanto “ai fatti precedenti all’accordo finale cha ha garantito la visione delle partite di Serie A a tutti i telespettatori”, Mediaset precisa che “nessun ‘nuovo entrante’ ha presentato offerte superiori alla base d’asta di ciascun pacchetto e quindi non è possibile supporre sia stato discriminato”.

INTANTO il gruppo del Biscione sembra al riparo da ripercussioni borsistiche. Anche se la notizia delle ispezioni sono state diffuse a borse aperte, i titoli non ne hanno risentito, anzi hanno guadagnato il 2,76%.

Il Fuoridentro (Marco Travaglio 20/05/2015

travaglio-marco-lapresse-258La barzelletta migliore Silvio B. l’ha raccontata l’altroieri: “Ormai sono fuori dalla politica”. Questa, diversamente da molte altre, fa davvero ridere. Perché lui dalla politica è fuori da un bel po’: dalle ore 21.42 del 12 novembre 2011 quando salì al Quirinale per rassegnare le dimissioni da presidente del Consiglio del suo terzo governo nelle mani di Napolitano, non avendo più la maggioranza alla Camera. Tutto il resto fu una collezione di catastrofi, mascherate da mezze vittorie a causa dell’insipienza di chi avrebbe dovuto opporglisi e, tanto per cambiare, non l’ha mai fatto: le elezioni del 2013 (6 milioni e mezzo di voti persi, con tanti saluti ai dementi che parlavano di “resurrezione” e l’attribuivano addirittura a Santoro per averlo ospitato una volta in trasmissione), la condanna in Cassazione per frode fiscale il 1° agosto, la decadenza da senatore il 27 novembre all’indomani dall’uscita di FI dalle larghe intese di Letta & Napolitano, l’inizio dei servizi sociali a Cesano Boscone il 9 maggio 2014, lo spappolamento del partito tirato da tutte le parti da Fitto e da Verdini, la fuga degli elettori verso la Lega di Salvini, l’inerzia del fu-capo del centrodestra che – mentre tutto crolla – si occupa di vendere il Milan e Mediaset Premium.

Ma la barzelletta fa ridere anche per il motivo opposto: sebbene sia fuori (in tutti i sensi e da un bel pezzo), non può uscire. Vorrebbe, ma paradossalmente non può. È più che mai estraneo alla politica (ammesso che ci sia mai davvero entrato, cioè che farsi i cazzi propri per una vita significhi fare politica), ma anche più che mai dentro. Perché il sistema, a dispetto di tutte le annunciate rottamazioni, non riesce a fare a meno di lui. A chi chiede aiuto Renzi per far passare alla Camera la riforma della scuola, peraltro di pura marca berlusconiana? A Forza Italia. A chi dovrà rivolgersi Renzi per far passare al Senato l’Italicum, peraltro scritto a quattro mani con B.? A Forza Italia. Chi c’è dietro la spartizione dei diritti tv sul calcio finita ieri nel mirino dell’Antitrust con perquisizioni della Guardia di Finanza? Mediaset, che riuscì a ottenere da Sky vincitrice dell’asta la sua fettona di torta con la complicità della Lega calcio. E quale nome affiora, fra i tanti, dalle intercettazioni dell’ennesimo scandalo del calcioscommesse? Adriano Galliani, amministratore delegato del Milan, nel ramo diritti sportivi. E chi può comprarsi la Rizzoli Libri, se non la Mondadori della famiglia B.? E chi può fare società con la Rai per le torri televisive, se non Mediaset?

Il Caimano si è (ed è stato) talmente gonfiato in questi vent’anni, come la rana della fiaba, che ormai fa capoluogo. Ed è impossibile, anche suo malgrado, prescindere da lui e da tutto ciò che gli ruota intorno. Non più da protagonista, d’accordo: come ruota di scorta. Altrimenti il sedicente innovatore Renzi non l’avrebbe cooptato nel Patto del Nazareno per garantirsi una maggioranza alternativa alla sua (che poi – detratto il premio incostituzionale del Porcellum – maggioranza non è), pagando prezzi di impopolarità notevoli, anche se inferiori alla vergogna che quel Patto rappresentava. Gaber temeva “non Berlusconi in sé, ma il Berlusconi in me”. La politica, intesa come prosecuzione del business con altri mezzi (o con gli stessi), l’ha introiettato come un microchip che nessuno riesce più a estirpare. Di chi è l’idea che il problema della Giustizia sono i giudici? Sua, ma Renzi l’ha fatta propria. Chi ha partorito la malsana trovata del bavaglio sulle intercettazioni? Lui, ma Renzi ora vuole realizzarlo. E la modica quantità di falso in bilancio? È sua, ma Renzi la sta applicando all’evasione e forse alla frode. E la scemenza del primato della politica e della presunzione di innocenza per lasciare nelle istituzioni chiunque non abbia ancora una condanna in Cassazione? Renzi e la Boschi dovrebbero come minimo versargli il copyright. Prendete le liste di e pro De Luca in Campania, piene di condannati, inquisiti e manigoldi: sembrano quelle di Forza Italia dei tempi d’oro, invece sono quelle del Pd e dei suoi alleati, tant’è che il povero Caldoro rischia di fare la figura di quello pulito perché la concorrenza gli ha soffiato tutti gli sporcaccioni. Chi per vent’anni s’è ostinato a raccontare la storia del berlusconismo come un tragicomico romanzo criminale è stato e viene ancora sbeffeggiato come un pericoloso giustizialista manettaro che non ha capito niente. Intanto Dell’Utri è in galera, Previti ci è già stato, Fede passa da un processo all’altro, per dire soltanto dei fedelissimi, quelli che avevano un posto assicurato nel mausoleo di Arcore, o almeno credevano. E B. ha sfangato la gattabuia solo per raggiunti limiti di età. Ma è sempre lì. Sempre più improbabile, rifatto, pittato, trapiantato, scombiccherato. Sempre più fuori ma anche dentro nel momento stesso in cui dice “sono fuori”. I possibili leader del centrodestra se li è divorati l’uno dopo l’altro. Salvini dovrà accordarsi con lui, se non vorrà perdere magnificamente le prossime elezioni. Idem Alfano, se non vorrà perderle miseramente. Fitto, con i suoi quattro gatti, scomparirà per aver detto la verità una volta nella vita. E se poi saltasse la riforma del Senato dei nominati, e andassimo a votare con l’Italicum per Montecitorio e col Consultellum per Palazzo Madama, nessuno avrebbe i numeri al Senato, e anche Renzi dovrebbe tornare al Nazareno, anzi a Palazzo Grazioli, per le larghe intese col morto. La Buonanima, anche da defunta, continuerà a contare su tutto e a condizionare tutti come se fosse ancora viva. Bisognava provvedere per tempo, ora è tardi. “La risposta – diceva Corrado Guzzanti nei panni di “Quelo” – non la devi cercare fuori: è dentro di te. E però è sbagliata”.

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