Altra Boldrinata: la Camera costerà di più

laura boldrini
Come prima, più di prima, spenderò

Aveva promesso tagli al budget. È vero il contrario: il bilancio crescerà di anno in anno fino a 1,043 miliardi

Laura Boldrini celebrerà in queste ore alla Camera dei deputati i grandi risparmi per le finanze pubbliche che avrebbe ottenuto da quando è in carica. Avviso ai lettori: sarà propaganda, perché nel bilancio dell’assemblea di Montecitorio non ci sarà nemmeno un centesimo di risparmio. Anzi. I numeri contenuti negli stessi documenti che vengono sottoposti al voto dell’aula – il bilancio consuntivo 2013 e quello di previsione per il triennio 2014-2016 – dicono l’esatto contrario.

La spesa totale della Camera nel 2013 è stata di un miliardo e 32 milioni di euro, la più alta al mondo nella classifica di analoghe assemblee elettive. Nel 2014 la spesa aumenterà di 5 milioni. Il totale previsto è un miliardo e 37 milioni di euro. L’anno successivo altro aumento di 3,7 milioni. A fine 2016 si arriverà a un miliardo, 43 milioni e 275 mila euro. Qualche taglietto riguarda la voce più sensibile per l’opinione pubblica: il capitolo che mette insieme indennità parlamentare (che non verrà toccata nel triennio) ai copiosi rimborsi spesa che i parlamentari percepiscono. Si sono spesi 146,5 milioni nel 2013, se ne spenderanno un po’ meno nel 2014: 145,23. Altra piccola limatura nel 2015, quando si scenderà a 145,05. La riduzione è davvero impercettibile (-0,87% nel 2014), ed è motivata da una sola scelta: la modifica del rimborso di spese telefoniche per i deputati. Tradizionalmente si assegnava a forfait a ciascuno un plafond annuale di 3.100 euro, che non teneva conto della caduta delle tariffe di telefonia fissa e mobile che in questi anni grazie all’apertura della concorrenza si era registrata. La Camera ha pensato di comprare una scheda telefonica per ciascun deputato, ma loro si sono rifiutati di cambiare gestore di fiducia. Si è così deciso di dare a ciascuno un rimborso annuo di 1200 euro, consentendo di tenersi il contratto di telefonia mobile che preferivano. Ma con 100 euro al mese qualsiasi gestore telefonico consente telefonate, sms e navigazione Internet illimitata e probabilmente offrirebbe anche il capuccino ogni mattino.

Nessuna limatura nel 2016, anno in cui questo capitolo di spesa sarà identico all’anno precedente. In compenso cresce la spesa per le pensioni e i vitalizi degli ex. Ed è strano, perché è un capitolo che avrebbe dovuto portare risparmi sulla base delle nuove regole. Invece gli ex deputati costavano 139 milioni a fine 2013, costeranno quest’anno 140,8 milioni, l’anno prossimo 140,97 milioni e nel 2016 ancora di più: 141,6 milioni. A scendere sarà invece la spesa per il personale in servizio (unico settore dove si vedono tagli reali), con un risparmio di poco inferiore ai 14 milioni di euro fra il 2013 e il 2016 (da 269,03 a 255,29 milioni di euro). In compenso anche per il personale aumenterà la spesa per pensioni, di oltre 30 milioni di euro (quindi anche sul settore dipendenti complessivamente non ci sarà alcun risparmio).

Nel capitolo delle spese generali si riducono di qualcosa quelle per acquisto di beni e servizi (di 5 milioni quest’anno e poi di altri 14 milioni nel prossimo biennio), e pure le tasse che paga la Camera dei deputati, uno dei rari soggetti di imposta italiani a vedere ridurre la pressione fiscale complessiva (ma è una partita di giro, quindi per il contribuente italiano non cambia proprio nulla).
La principale e vera riduzione di spesa della Camera dovrebbe riguardare i celebri contratti di affitto stipulati con la Milano ’90 di Sergio Scarpellini. La Boldrini e i suoi questori avevano annunciato la disdetta dei cosiddetti “contrattid’oro”, poi non hanno avuto il coraggio di farlo e di fatto lasciano la responsabilità della decisione al voto d’aula. Ma nella relazione al bilancio di previsione 2014 mettono le mani avanti: attenti perchè non è affatto detto che quella disdetta sia regolare. Potremmo dovere pagare dei risarcimenti a Scarpellini per la risoluzione anticipata dei contratti, e anche il decreto governativo cui ci appigliamo per chiudere subito quegli affitti, potrebbe essere dichiarato incostituzionale dalla Corte suprema.E poi, attenzione: «Non può non essere considerata la ricaduta che il recesso produrrebbe sui livelli occupazionali di 200 addetti,la cui sorte – insieme a quella delle rispettive famiglie, non può certo lasciare indifferenti». Traduzione: quell’unico risparmio immaginato, non ci sarà. Amen. (Franco BechisLibero 22.07.2014)

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Ma Renzi crede davvero in qualcosa?

eerSe Berlusconi avesse fatto ciò che si propone Renzi saremmo scesi in piazza con i forconi. E invece a leggere i giornali, ad ascoltare la gente nemmeno te ne accorgi che l’Italia sta cancellando il Senato. Interessa più la scelta del ct della Nazionale.

Eppure forse il problema di fondo non sono queste riforme dissennate, studiate nel weekend da ministri senza esperienza, portate avanti a colpi di ultimatum con il sostegno di un “leader” pregiudicato.

Il punto è che Renzi non ci crede. Non ha una spinta profonda. Ideale, si diceva una volta. Ormai sembrano essersene convinti in molti. Dopo il cinismo di craxiani e dalemiani, dopo Berlusconi che governava per difendere se stesso e i propri affari, ora tocca a Renzi con quella sua strabordante e nemmeno celata ambizione. Anzi, è un tratto apprezzato del suo carattere così spiccio. Con quella brutalità di sostanza che scambiamo per decisionismo. Addirittura per schiettezza.

Forse, però, meriterebbe porsi qualche domanda che vada oltre Renzi: ci siamo così abituati ai leader che antepongono a tutto la propria figura da ritenere che sia inevitabile? E ancora: quale deve essere, in chi si propone di governare, il confine sottile tra affermazione di sé e dei propri ideali? Infine: alla leadership è per forza connaturato un fondo di imposizione di sé? Tornano in mente le frasi di John Kennedy: “Non chiederti quello che il tuo Paese può fare per te, ma ciò che tu puoi fare per il tuo Paese”. La storia ci ha insegnato che spesso la retorica nascondeva una realtà più opaca. Tanti astri sono precipitati, vedi Tony Blair. Altri, come Kennedy, hanno rivelato quanto desiderio del potere e slancio ideale si mescolino nella stessa persona. Impossibile entrare nel cuore di un uomo, capire in che misura l’Io sia un mezzo per realizzare gli ideali o se non avvenga il contrario.

Il potere inquina. Anche chi ha le migliori intenzioni. Soprattutto oggi, che i mezzi di comunicazione distorcono la percezione della realtà, dilatano la personalità. C’è perfino il rischio che ad allontanare dalla politica, dal necessario esercizio del potere, siano caratteristiche apprezzabili, indispensabili dell’individuo: il senso della misura, il rispetto delle idee altrui, la mitezza (quella forza paziente di cui parlava Norberto Bobbio), l’umiltà. Ecco allora emergere chi pare meno provvisto di questi “limiti”. Ma non sarà colpa anche nostra, che deleghiamo la selezione ad altri e non ci sforziamo di individuare, di stanare, le persone migliori?

Non è vero che dopo Renzi c’è il diluvio. Come abbiamo visto lunedì scorso raccontando la meravigliosa vita di Giovanni Bollea: dopo il premier ci sono sessanta milioni di italiani. E molti uomini straordinari.

Ferruccio Sansa – Il Fatto Quotidiano 21.07.2014

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I nipoti di Mubarak – Marco Travaglio 20.07.2014

2012 International Book Fair of TorinoA leggere i giornali e a vedere i telegiornali che commentano la sentenza su Berlusconi nel processo Ruby, si direbbe che sia la prima volta che un collegio di giudici milanesi assolve l’ex Cavaliere. Si direbbe anche che la Procura s’è inventata le decine di prostitute, minorenni e non, che entravano e uscivano dalle sue varie dimore; e soprattutto le sue telefonate notturne dal vertice internazionale di Parigi al capo di gabinetto della Questura, Pietro Ostuni, perché facesse rilasciare la minorenne fermata per furto (con la quale aveva una relazione e che trascorreva diverse notti ad Arcore) nelle mani di Nicole Minetti e della collega Michelle Conceicao, contro il parere della pm Annamaria Fiorillo.

E si direbbe ancora che il 30 dicembre 2012 il Pd e il Pdl non abbiano modificato, con la legge Severino comicamente detta “anticorruzione”, il reato di concussione per induzione di cui casualmente dovevano rispondere sia il leader Pdl sia Filippo Penati, braccio destro del segretario Pd Pier Luigi Bersani. Ascoltando e leggendo poi vari commentatori, fra i quali spicca il sempre più autorevole e lucido Giuliano Ferrara, si direbbe pure che la sentenza Ruby non riguardasse solo il caso Ruby (per la parte contestata a B.), ma tutte le accuse passate presenti future mosse dai magistrati non solo al Caimano, ma anche a tutti i politici e i potenti imputati di ogni specie e colore, vivi e morti, compresi quelli già condannati con sentenza definitiva, inclusi quelli di Tangentopoli.

Un’assoluzione plenaria, urbi et orbi , che “chiude un’epoca”, anzi la “guerra dei vent’anni”, ragion per cui “nulla sarà più come prima”. E, sottinteso, il Padre Prostituente finalmente riabilitato e ormai lindo come giglio di campo può riformare la Costituzione repubblicana con l’inseparabile Matteo, idolo di tutti i poteri, e dunque
di tutte le tv e i giornali di destra e sinistra.

Tutte queste panzane vengono dette e scritte dagli operatori della cosiddetta “informazione” con un empito mistico a metà fra il sollievo e la rivincita, che la dice lunga sull’asservimento delle classi giornalistiche e intellettuali italiote alla greppia dei poteri che, in teoria, dovrebbero controllare. C’è anche chi si pente di aver raccontato fatti veri (che la sentenza dell’altroieri non può certo negare) e si duole amaramente di aver “esagerato” nell’informare troppo i cittadini sugli scandali del Palazzo, suscitando addirittura il sospetto – in Italia e all’estero – che B. fosse un puttaniere che abusava del suo potere e, in definitiva, non sia il galantuomo a tutti ben noto.

Le sentenze che documentano le amicizie mafiose, i soldi a Cosa Nostra in cambio di “protezione”, l’appartenenza alla loggia eversiva P2 e la relativa falsa testimonianza amnistiata, i 23 miliardi di lire in nero a Craxi, le sentenze e i giudici comprati tramite Previti, lo scippo della Mondadori a De Benedetti (ora suo partner in una società pubblicitaria sul web), le tangenti ai politici tramite Letta, Brancher & C., le mazzette alla Guardia di Finanza tramite Sciascia, la compravendita di De Gregorio e altri senatori, i fondi neri per migliaia di miliardi prescritti, i falsi in bilancio commessi e poi depenalizzati da lui medesimo, la corruzione del testimone Mills, la frode fiscale di 360 milioni di dollari coperta da prescrizione a parte i 7,2 milioni di euro costatigli la condanna definitiva e le conseguenti interdizione dai pubblici uffici e detenzione ai servizi sociali, tutte le leggi vergogna per farla franca, non contano. Siccome è cambiata la legge sulla concussione per induzione e Ostuni non ha avuto vantaggi indebiti dalla sua servile obbedienza, dunque “il fatto non sussiste” (più), e siccome non è provato che conoscesse la minore età di Ruby con cui faceva sesso a pagamento, dunque “il fatto non costituisce reato”, allora è condonato anche tutto il resto. Forse Ruby non è la nipote di Mubarak: ma è certo che lo sono i tre quarti dei giornalisti italiani. Cogliamo fior da fiore.

giornali
LIBERO. “La puttanata è il processo”, titola Libero e domanda: “Chi paga ora per le intercettazioni, i costi, le ragazze alla sbarra, la caduta del governo?”. “Quella che mi accingo a raccontare – scrive Maurizio Belpietro, quello dell’attentato fantasma – è la fine di un processo che non doveva iniziare”. Ogni parola, una balla. Il processo doveva iniziare perché in Italia l’azione penale è obbligatoria in presenza di notizie di reato, e qui di notizie di reato ce n’erano a bizzeffe: il giro di prostituzione, la minorenne coinvolta, l’abuso di potere di un premier che tratta la Questura come lo zerbino di casa sua, i soldi pagati a decine di testimoni che raccontano frottole. Le ragazze alla sbarra ci sono e ci restano anche dopo questa sentenza, perché mentire ai giudici è un reato, e pure pagare testimoni perché mentano. Così come restano alla sbarra Fede, Minetti e Mora per aver organizzato quel giro di escort: si chiama favoreggiamento o sfruttamento della prostituzione, che prescinde dall’età delle ragazze. Lo dicono – volete ridere? – due leggi severissime (non Severino, ma Prestigiacomo 2006 e Carfagna 2008) del governo Berlusconi. Quanto alla caduta del governo, non c’entra nulla con Ruby: sia che sia stato vittima di una congiura mondiale avviata nella primavera-estate 2011, come sostengono i berluscones, sia che sia caduto per il semplice venir meno della sua maggioranza nell’autunno, il terzo e ultimo governo B. cadde per motivi economico-finanziari e per le risse interne fra il premier e Brunetta da una parte e Tremonti dall’altra: non certo per Ruby. Anche perché il quadro emerso da quel processo è identico a quello già affiorato con i casi Noemi, D’Addario e Tarantini l’anno precedente. Strepitoso, sempre su Libero, il pezzo di tal Borgonovo sui “manettari” e “rosiconi”, “da Lerner a Travaglio”, che “avevano già emesso la sentenza per ideologia e invocavano la gogna per Silvio”. Che strano: solo l’altro giorno, quando il Fatto pubblicò l’articolo di Marco Lillo sui punti deboli della sentenza di primo grado alla luce della legge Severino sulla concussione, Libero aveva iscritto “il giornale di Travaglio” fra gli insospettabili “innocentisti”. Ora dice che siamo “scornati dall’assoluzione”. Padre, perdona loro perché non sanno mai quello che scrivono.

IL GIORNALE. Con l’autorevolezza e l’imparzialità tipiche degli impiegati dell’imputato, i giornalisti de Il Giornale vorrebbero che qualcuno “paghi” e addirittura “chieda scusa” al principale. Alessandro Sallusti ringrazia Renzi per “aver tenuto aperta la porta al condannato” (sono soddisfazioni). E scatena i suoi segugi a caccia dei “mandanti ed esecutori” del “colpo di Stato”. Non lo sfiora neppure l’idea che il mandante e l’esecutore sia B. stesso: se non si fosse riempito la casa di mignotte di cui ignorava persino il nome, la nazionalità e l’età, e se non avesse chiamato la Questura, nessuno si sarebbe sognato di processarlo. Impagabile il pezzo di Stefano Zurlo su Merkel e Sarkozy che “ridevano sulle nostre disgrazie”: duole comunicargli che i due avrebbero riso lo stesso anche senza il processo Ruby. Infatti ridevano alla domanda di un giornalista (straniero, ovviamente) sull’eventuale capacità del governo B. di portare l’Italia fuori dalla crisi, non sul bungabunga.

LA STAMPA. Mentre Massimo Gramellini ricorda giustamente che un presidente americano si sarebbe dimesso per molto meno di ciò che ha fatto B. nel caso Ruby, a prescindere dalla rilevanza penale delle sue condotte, il quotidiano della Fiat annuncia comicamente: “È finita la guerra dei vent’anni”. Dimenticando che con i giudici di Milano, diversamente che con i pm, B. si era sempre trovato benissimo, incassando raffiche di prescrizioni grazie a generosissime e seriali attenuanti generiche e alcune memorabili assoluzioni. Un gip riuscì persino a sostenere che meritava attenuanti e prescrizione per la corruzione del giudice Metta in cambio della sentenza Mondadori in virtù delle sue “attuali condizioni di vita personali e sociali”, cioè del fatto che era presidente del Consiglio, dunque illibato per definizione; dopodiché la Corte d’appello (e la Cassazione) confermarono che Previti andava rinviato a giudizio e condannato, mentre il suo mandante-finanziatore B. no. Un’altra volta il Tribunale e la Corte d’appello lo assolsero per il caso Sme-Ariosto, anche se i soldi a Previti, per il bonifico diretto al giudice Squillante di 434.404 dollari del 1991 estero su estero, li aveva girati lui. Motivo dell’assoluzione: B. è troppo furbo per corrompere un giudice via bonifico (lasciando tracce), anziché cash (senza lasciarne). E pazienza se le contabili bancarie svizzere documentavano il doppio bonifico B.-Previti-Squillante (lasciando tracce). Quale sarebbe dunque la “guerra dei vent’anni” che i giudici milanesi, quasi sempre così ben disposti con lui, avrebbero ingaggiato col Caimano? Mistero. Ma, pur di lubrificare le larghe intese, questo e altro.

REPUBBLICA. Il quotidiano che più si appassionò per la Bungabunga Story , con copertura decisamente superiore a quella riservata a vicende ben più gravi come le frodi fiscali Mediaset o il processo Dell’Utri, per non parlare della trattativa Stato-mafia, titola sulla “rivincita di Berlusconi” e relega in poche righe quella che potrebbe essere la chiave della sentenza: la modifica del reato, frutto dell’oscena legge Severino che pure Repubblica con Liana Milella e Massimo Giannini fu in prima fila a denunciare, insieme al Fatto e a pochi altri (tipo Antonio Di Pietro, che lanciò inascoltato l’allarme in Parlamento e anche per questo fu radiato dal centrosinistra: disturbava le larghe intese). Ezio Mauro scrive un editoriale esemplare, in cui ricorda l’ossessione berlusconiana di seppellire con abusi di potere, bugie e depistaggi i fatti oggetto del processo, che meglio di tutti sapeva essere veri, verissimi. Poi però sul finale, con una strana virata, anziché domandare a Renzi che ci faccia con un simile partner ricostituente con quella “storia giudiziaria complicata e pesante” sul groppone, mette in guardia B. dal “far saltare il tavolo delle riforme” con un “ricatto istituzionale per scambiare riforme costituzionali con salvacondotti privati”. Ora, l’assoluzione sul caso Ruby assicura a B. un futuro radioso (i processi di Napoli e Bari e il Ruby ter sono ben lontani dalla dirittura d’arrivo), di assoluta libertà non appena finirà il servizio sociale a Cesano Boscone. Dunque, perché mai B. dovrebbe far saltare le riforme se non gli danno una Grazia che non gli possono dare (ha processi in corso) e che per i prossimi anni non gli serve proprio? Il problema, semmai, è come si faccia a riscrivere la Costituzione con un simile figuro, per giunta con riforme autoritarie ed eversive come il Senato dei nominati in aggiunta alla Camera dei nominati. Ciò che Mauro teme (il tavolo delle riforme che salta) e ciò che noi speriamo. E cioè che, per l’eterogenesi dei fini già verificatasi nel 1998 con l’altra riforma-porcata della Bicamerale, B. mandi tutto all’aria e salvi un’altra volta la Costituzione. A sua insaputa.

CORRIERE DELLA SERA. Dulcis in fundo , ecco Pigi Battista inerpicarsi un’altra volta nel terreno per lui proibitivo del diritto penale. E dire che lo ricordiamo nel 2011 ad Annozero in versione quasi presentabile, quando riconobbe che nel caso Ruby la Procura e i suoi soliti “teoremi” c’entravano poco: perché B. aveva fatto tutto da sé, tenendo un comportamento non consono a uno statista e abusando del suo potere con le telefonate alla Questura. Pareva addirittura in grado, il Battista, di distinguere i reati (tutti da provare) dai fatti (tutti già straprovati). E di giudicarli di conseguenza, senz’attendere il verdetto dei giudici. Niente paura: era solo un’impressione momentanea. Ieri è tornato il Battista di sempre. Prima il solito delirio su chi avrebbe “mischiato vicende giudiziarie e vicende politiche” e “fatto il tifo per una sentenza che liquidasse l’avversario”: ma chi sarebbero, costoro, di grazia? I pidini dell’era D’Alema, che tentarono di riscrivere la Costituzione con B. già 17 anni fa? O quelli dell’era Bersani che votarono la Severino salvando capra e cavoli, anzi Penati e Caimano? O quelli dell’era Renzi, che tifavano per l’assoluzione come nemmeno per la Nazionale ai Mondiali? Oppure qualche terzinternazionalista nascosto in qualche catacomba? Mistero. Ma ecco la conclusione battistiana: “Resta finalmente un dibattito politico che si libera dal peso di un incubo giudiziario: il percorso delle riforme istituzionali può procedere speditamente”. Ma certo, e a pie’ fermo. “Così come i servizi sociali a Cesano Boscone non avrebbero dovuto pesare sulle dinamiche politico-parlamentari (mettendo invece irresponsabilmente in crisi il governo Letta), anche questa sentenza può contribuire a sancire la definitiva separazione tra la storia politica e quella giudiziaria in un Paese che nella guerra totale tra politica e magistratura ha conosciuto la sua maledizione”. Ecco: la maledizione non sono i politici che rubano, frodano, mafiano; ma i giudici che li processano, anzi fanno la “guerra”. E se poi qualcuno finisce al gabbio, mi raccomando: separiamo la sua vicenda giudiziaria dal suo ruolo politico e procediamo speditamente a riscrivere la Costituzione con lui. Non solo con B. Ma, già che ci siamo, anche con Dell’Utri. E, perché no, con il suo vicino di cella nel carcere di Parma: Totò Riina. Nell’ora d’aria ha un sacco di tempo libero.

IL FOGLIO. Titolo di Giuliano Ferrara: “Eravamo tutti puttane”. Per una volta siamo completamente d’accordo con lui. Salvo su quell’eccesso di modestia: come sarebbe a dire “eravamo”?

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(video) Di Matteo a Renzi: “Riforme con il partito di un condannato fondato da un colluso”

schermata256“Il Pd discute le riforme con un partito fondato da un colluso con Cosa nostra”. È una presa di posizione netta quella di Antonino Di Matteo, intervenuto in via d’Amelio per il ventiduesimo anniversario della strage in cui venne assassinato Paolo Borsellino. Il riferimento è tutto per l’alleanza tra Matteo Renzi e Silvio Berlusconi per varare le riforme. “In una sentenza definitiva della Corte di Cassazione – ha ricordato il pm – è accertato che un partito politico, divenuto forza di governo nel 1994, ha poco prima annoverato tra i suoi ideatori e fondatori un soggetto da molto tempo colluso con gli esponenti di vertice di Cosa Nostra e che da molti anni fungeva da intermediario consapevole dei loro rapporti con l’imprenditore milanese che di quel partito politico divenne, fin da subito, esponente apicale. Oggi questo esponente politico (dopo essere stato a sua volta definitivamente condannato per altri gravi reati), discute con il Presidente del Consiglio in carica di riformare la legge elettorale e quella costituzione alla quale Paolo Borsellino aveva giurato quella fedeltà che ha osservato fino all’ultimo suo respiro” di Giuseppe Pipitone e Silvia Bellotti

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Le conseguenze dell’amore: B. e l’Ingegnere

immagine-de-benedetti-berlusconi-6402POCHE ORE DOPO L’ ASSOLUZIONE NASCE GOLD 5, CONCESSIONARIA PER LA PUBBLICITÀ ONLINE DI MEDIAMOND, MANZONI, RCS E ALTRI

Silvio Berlusconi fa pace con la giustizia e col suo storico rivale, Carlo De Benedetti. Anzi, fa di più: entra per la prima volta in affari con il fondatore del gruppo Espresso, col quale da anni si scontra sul terreno politico e nelle aule dei tribunali. Nel giorno della sentenza sul caso Ruby, dove i giudici di appello ribaltano il verdetto di primo grado e assolvono l’ex premier, arriva anche la conferma ufficiale delle larghe intese del business. Nasce Gold 5, concessionaria per il web che punta a diventare il primo interlocutore sul mercato dei video online in Italia, tradizionalmente più frammentario e fluido rispetto all’omologo televisivo. E a “competere efficacemente con player internazionali” come, ad esempio, Google e Facebook.

SUL FRONTE di Arcore, il socio è Mediamond – joint venture divisa tra Mondadori Pubblicità e Publitalia ’80, concessionaria di Mediaset – mentre per parte dell’Ingegnere c’è la Manzoni, concessionaria del gruppo Espresso. Completano la cinquina Rcs e Banzai, società controllata da Paolo Ainio e dalla Sator di Matteo Arpe, e Italia Online. Tutti entrano con la stessa quota. Davide Mondo, Ad di Mediamond, è il presidente, mentre l’Ad è Andrea Santagata, che ricopre lo stesso ruolo in Banzai Media. L’idea originale era nata proprio da loro. Tuttavia, il cda “prevede un sistema a rotazione annuale dei vertici” tra le cinque aziende. Nessun impatto significativo in Borsa, visto che i rumors nei giorni scorsi erano già circolati. Eppure solo pochi giorni fa, il 10 luglio, il gruppo Espresso si era affrettato a smentire le indiscrezioni, definendole “del tutto infondate”, e aveva precisato che “eventuali progetti tra concessionarie di pubblicità di diversi operatori del settore potranno avere una natura circoscritta e un carattere puramente operativo e commerciale”.
Smentita definitivamente archiviata dagli sviluppi. La società è specializzata nel segmento del video display advertising, settore che i trend segnalano in forte sviluppo: secondo una ricerca di eMarketer in Italia nel 2014 “dovrebbe superare i 200 milioni di dollari, con una crescita per i prossimi anni di oltre il 20% annuo”. Per la Federazione Concessionarie Pubblicità, poi, “già nel 2013, questo mercato valeva circa 90 milioni di euro, non conteggiando i player internazionali che non aderiscono alla rilevazione”.

Gold 5 vuole aggregare un network di siti premium di proprietà dei soci (tra cui anche Corriere.it, Repubblica.it o Tg Com24 ) e prevede che “la commercializzazione delle prime soluzioni pubblicitarie possa avvenire entro la fine del 2014”. Si occuperà “in via non esclusiva” di “una porzione dei bacini di pubblicità digitale di ciascuno dei soci” con l’offerta di “formati di video advertising quali Masth e a d (posto tra la testata e il corpo della pagina, ndr) e 300×250 video”. Gli investitori che mettono a disposizione il loro budget, però, non possono decidere il sito di destinazione, che è “di esclusiva competenza delle concessionarie pubblicitarie dei soci”.

ALLA BASE della strategia c’è il rimodellamento al ribasso del costo della pubblicità video online, per portarlo a quello – inferiore – della tv. Una scelta che, per questioni di sopravvivenza, po- trebbe condizionare i competitor a rivedere i prezzi. Anche se nella nota, al contrario, Gold 5 si propone come “un acceleratore della crescita del mercato digitale, aprendo e stimolando la concorrenza” per confrontarsi “sul campo dell’efficienza e dell’efficacia delle soluzioni offerte ai big spender pubblicitari”. Spiega di ispirarsi ad altre imprese europee, tra cui La Place Media, federazione di concessionarie francese. Ma, a differenza della neonata società, quella d’Oltralpe riunisce ben 150 editori e non solo pochi imprescindibili player di settore. Resta da vedere se le la ghe intese d’affari avranno ripercussioni sull’indipendenza delle testate coinvolte e se la destinazione dei budget degli investitori, scelta arbitraria della concessionaria, non imporrà il bavaglio ai giornalisti dei siti premium. Tra i quali ci sono anche Corriere.it e Repubblica.it

di Eleonora Bianchini – Il Fatto Quotidiano 19.07.2014

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Innocente a sua insaputa – Marco Travaglio 19.07.2014

455iOrmai è un giochino un po’ frusto, ma ben si attaglia al nostro caso: Silvio Berlusconi è innocente a sua insaputa. Da settimane sia lui sia i suoi legali davano per scontata una condanna anche in appello, almeno per le telefonate intimidatorie alla Questura di Milano per far affidare Ruby al duo Minetti-Conceicao, ed escludevano dal novero delle cose possibili la sconcertante assoluzione plenaria che invece è arrivata ieri. Speravano in uno sconto di pena per la concussione; e confidavano nella vecchia insufficienza di prove per la prostituzione minorile. Non era scaramanzia, la loro. E neppure sfiducia congenita nelle “toghe rosse”, nel “rito ambrosiano” e nei giudici “appiattiti” sui pm: questa è propaganda da dare in pasto agli elettori-tifosi più decerebrati. Ma B. e i suoi avvocati sanno benissimo che ogni collegio giudicante fa storia a sé, come dimostrano i tanti verdetti favorevoli al Caimano proprio a Milano (molte prescrizioni, anche grazie a generose attenuanti generiche, e poche assoluzioni).

Perché allora l’avvocato Coppi confessa, in un lampo di sincerità, che l’assoluzione va al di là delle sue più rosee aspettative? Perché sa bene che il primo dei due capi di imputazione, quello sulle ripetute telefonate di B. dal vertice internazionale di Parigi ai vertici della Questura, è un fatto documentato e pacificamente ammesso da tutti: ed è impossibile negare che, quando un capo di governo chiede insistentemente un favore a un pubblico funzionario, lo mette in stato di soggezione o almeno di timore reverenziale. Che, nel diritto penale, si chiama concussione. Magari non per costrizione (come invece ritenne il Tribunale), ma per induzione (come sostennero la Procura e, nel nostro piccolo, anche noi con l’articolo di Marco Lillo di qualche giorno fa).

Se il processo si fosse concluso entro il 2012, entrambe le fattispecie di concussione sarebbero rientrate nello stesso reato, con pene graduate. Il 30 dicembre 2012, invece, il governo Monti e la maggioranza di larghe intese Pd-Pdl varò la legge Severino che scorporava l’ipotesi dell’induzione, trasformandola in un reato minore, di cui rispondono anche le ex-vittime trasformate in complici (ma la Procura di Bruti Liberati, testardamente, ha sempre difeso i vertici della Questura, insistendo a considerarli vittime). In pratica, nel bel mezzo della partita, si modificò la regola del fuorigioco, alterando il risultato finale. Cambiata la legge, salvato il Caimano.

Ora vedremo dalle motivazioni della sentenza in che misura quella scriteriata “riforma” – fatta apposta per salvare Penati e B., nella migliore tradizione dell’“una mano lava l’altra”, anzi le sporca entrambe – ha inciso sul verdetto di ieri. Ma il sospetto è forte, anche perché – come osserva lo stesso Coppi – “i giudici non potevano derubricare il reato” dalla concussione per costrizione al nuovo reato di induzione: le sezioni unite della Cassazione, infatti, hanno già stabilito che l’induzione deve portare un “indebito vantaggio” a chi la subisce. E i vertici della Questura non ebbero alcun vantaggio indebito, affidando Ruby a Minetti&Conceicao: al massimo evitarono lo svantaggio indebito di essere trasferiti sul Gennargentu.

Dunque pare proprio che la sentenza di ieri, più che Tranfa (il presidente della II Corte d’appello), si chiami Severino. Vedremo se reggerà davanti alla Cassazione. Che potrà confermarla, chiudendo definitivamente il caso; oppure annullarla per motivi di illegittimità, ordinando un nuovo processo di appello e precisando esattamente i confini della costrizione e dell’induzione. E non osiamo immaginare che accadrà se nel processo Ruby-tersi accerterà che le Olgettine, principali testimoni del bunga-bunga, sono state corrotte dall’imputato del Ruby-uno per mentire ai giudici: ce ne sarebbe abbastanza per una revisione del processo principale, inficiato dalle eventuali false testimonianze di chi avrebbe potuto provare ciò che, a causa delle loro menzogne, non fu ritenuto provato. Nell’attesa, alcuni punti fermi si possono già fissare.

1) Chi sostiene che questo processo non avrebbe mai dovuto iniziare non sa quel che dice. Il giro di prostituzione, anche minorile, nella villa di Arcore, così come le telefonate di B. alla Questura, sono fatti assolutamente accertati, dunque meritevoli di una verifica dibattimentale (doverosa, non facoltativa) in base a due leggi del governo B. (Prestigiacomo e Carfagna sulla prostituzione minorile) e a una terza votata anche dal Pdl (Severino). Tantopiù che la Corte d’appello, se giudica insussistente il fatto (cioè il reato) della concussione/ induzione, ritiene che invece il fatto degli atti sessuali a pagamento con Ruby sussista eccome, ma non costituisca reato (forse per mancanza di dolo o “elemento soggettivo”: cioè perché non è provato che B. sapesse della minore età di Ruby).

2) L’assoluzione in appello non significa che la Procura che ha condotto le indagini e il Tribunale che ha condannato B. abbiano sbagliato per dolo e colpa grave e vadano dunque puniti in base alla tanto strombazzata “responsabilità civile”: sia perché gli errori giudiziari non sono soltanto le condanne degli innocenti, ma anche le assoluzioni dei colpevoli, sia perché tutti i magistrati hanno deciso in base al proprio libero convincimento sulla base di un materiale probatorio che, dal punto di vista fattuale, è indiscutibile (i soli dubbi riguardavano se B. avesse consumato atti sessuali con Ruby e se fosse consapevole dell’età della ragazza, che indubitabilmente si prostituiva lautamente pagata).

3) Il discredito nazionale e internazionale per B. non è dipeso dalla condanna di primo grado (giunta soltanto un anno fa, dopo la sconfitta elettorale), ma dai fatti emersi dalle indagini con assoluta certezza: il giro di prostituzione nelle sue ville, l’abuso di potere delle telefonate alla Questura, i milioni di euro alle Olgettine dopo l’esplodere dello scandalo e le tragicomiche giustificazioni (“nipote di Mubarak”, “cene eleganti” e simili) sfoderate dal protagonista su quelle condotte indecenti. Indecenti in sé: lo erano ieri e lo sono anche oggi. A prescindere dalla loro rilevanza penale, visto che nessuna sentenza di assoluzione potrà mai dire che quei fatti non siano avvenuti.

4) Sarebbe puerile collegare la sentenza di ieri con l’atteggiamento remissivo di B. sulle “riforme” e sul governo Renzi: se il Caimano s’è trasformato in agnellino, anzi in zerbino del Pd, è perché spera sempre nella grazia da Napolitano o da chi verrà dopo (che lui confida di concorrere a eleggere con la stessa maggioranza delle “riforme”). Non certo perché i giudici, giusti o sbagliati che siano i loro verdetti, prendano ordini dal governo o dal Pd. Altrimenti non si spiegherebbero le tre condanne in primo grado che B. si beccò fra il 1997 e il ’98, nel bel mezzo dell’altro inciucio: quello della Bicamerale D’Alema.

5) Nessuna sentenza d’appello può più “riabilitare” B.: né per i fatti oggetto del processo Ruby, che sono in gran parte assodati; né per quelli precedenti, che appartengono ormai alla storia, anzi alla cronaca, e nera.
Ieri si è deciso in secondo grado sulle telefonate alla Questura e sulla prostituzione minorile di Ruby, non si è condonata una lunga e inquietante carriera criminale. Quale reputazione può mai invocare un pregiudicato per frode fiscale, ora detenuto in affidamento in prova ai servizi sociali, che per giunta si circondava di un complice della mafia come Dell’Utri, attualmente associato al carcere di Parma, e di un corruttore di giudici per comprare sentenze in suo favore come Previti, cacciato dal Parlamento e interdetto in perpetuo dai pubblici uffici? Mentre si discute sul reato o meno di riempirsi la casa di mignotte, e si chiede ai giudici di dirci ciò che sappiamo benissimo da noi, si dimentica che in quella stessa casa soggiornò per due anni il mafioso sanguinario Vittorio Mangano. Nemmeno quello è un reato: ma è un fatto. Molto più grave di tutti i reati mai contestati all’imputato B. Erano i primi anni 70 e Renzi non era ancora nato. Ma è bene ricordarglielo, specialmente ora che il Caimano rialza il capino. Quousque tandem, Matteo, gabellerai l’ex Papi Prostituente per un Padre Costituente?

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Le foto che guarderai 10 volte prima di capirle

2Da Buzzfeed una serie di immagini con una strana prospettiva, quello che sembra non è quello che è davvero. E prima di riuscire a decifrare correttamente lo scatto ci vogliono un po’ di secondi e una sufficiente attenzione.

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