Matteo Renzi denunciato per associazione a delinquere, peculato, abuso d’ufficio e corruzione.

renziROMA – Matteo Renzi denunciato per presunti sperperi milionari, risalenti al periodo in cui era presidente della Provincia di Firenze, da un dipendente del Comune di Firenze, Alessandro Maiorano. Al centro dell’atto depositato alla procura di Roma con l’assistenza dell’avvocato Carlo Taormina e destinato ad essere inviato per competenza a Firenze la presunta dilapidazione – così scrive Maiorano in un comunicato – di “30 milioni di euro sottratti alla provincia di Firenze”. Con Renzi sono denunciate altre persone – come riferito dallo stesso Maiorano e da Taormina – tra le quali i componenti della giunta provinciale in carica tra il 2005 ed il 2009, tre ex funzionari della Provincia di Firenze ora al Comune ed anche il ministero delle Finanze in relazione ad una ispezione compiuta nel 2012.
I reati ipotizzati sono quelli di associazione per delinquere, peculato, abuso d’ufficio e corruzione. In sostanza, il dipendente comunale accusa l’attuale Premier di aver elargito “denaro – precisa nel comunicato – ai più svariati destinatari con riferimento ad iniziative prive di qualsiasi interesse per la Provincia e dettate soltanto dalla esigenza di realizzazione di una sorta di ‘voto scambio’, essendo finalità delle elargizioni a pioggia la determinazione della crescita di quel consenso che si era prefissato per la presa del potere, che in effetti ha preso”.
“Con questa giustizia politicizzata – ha dichiarato Taormina – c’è da attendersi solo un sussulto d’orgoglio da parte della procura di Firenze”. Alessandro Maiorano è stato già querelato da Renzi per le accuse che pubblicamente gli aveva rivolto sui presunti sperperi in Provincia. Il processo è già cominciato a Firenze e Renzi non si è costituito parte civile: il dibattimento è stato rinviato al 14 giugno del prossimo anno. E’ stato sempre Maiorano a sollevare la questione della casa dove Renzi è stato residente per un periodo quando era sindaco di Firenze, il cui canone d’affitto era pagato dall’imprenditore Marco Carrai, amico del premier.

fonte: blitzquotidiano.it

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PARLIAMO DI SOLDI!

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di Alessandro di Battista 01.08.2014
Sono tornato ora dal Senato. Ero in tribuna e non e’ stato un bello spettacolo. I senatori M5S si sono comportati bene ma certo che e’ avvilente vedere l’Alta Camera della Repubblica che in un momento drammatico per gli italiani (oltre 6 milioni vivono in povertà assoluta) pensa al Senato delle autonomie, agli sbarramenti o ai premi di maggioranza nella legge elettorale.

Io non voglio farmi tirare dentro a queste indecenze. Stasera, mentre guardavo i senatori dall’alto mi sono fatto una domanda. E se queste riforme fossero un bluff? E se Renzi non avesse la minima intenzione di farle approvare ma volesse soltanto accusare (complice gran parte del sistema mediatico) le opposizioni dello stallo del Paese? E se il suo unico scopo fosse quello di andare di nuovo al voto dicendo che i traditori del PD non gli hanno permesso di fare nulla ed e’ tempo di fare piazza pulita con loro?

Per me la costruzione della democrazia diretta e’ fondamentale, lo e’ la politica estera, lo sono la scuola e la cultura. Ma oggi c’e’ una priorità: fare in modo che tutte le famiglie italiane abbiano cibo a tavola e un tetto sopra la testa. Cose scontate per molti ma non per tutti!

Il M5S ha proposto 3 idee e le ha già trasformate in atti legislativi. E’ il PD ad averle bocciate.

1. Reddito di cittadinanza per tutti i cittadini che non lavorano
2. Abolizione dell’IRAP per le piccole e medie imprese
3. Taglio delle pensioni d’oro e conseguente aumento delle minime

Politica significa capire quali sono le priorita’ di un Paese. Si dice che “i soldi non sono tutto nella vita”. E’ vero ma e’ altrettanto vero che questa frase la pronuncia chi i soldi ce li ha. C’e’ gente in Italia che non puo’ permettersi una vista medica. Ci sono italiani che frequentano le mense Caritas. Ci sono anziani che frugano nei cassonetti perché la loro onesta’ gli impedisce di rubare nei supermercati. Ci sono famiglie intere che per tetto hanno lamiere e cartoni. Pensiamo a questo, poi e soltanto poi verra’ tutto il resto.

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MATTEO RENZI, IL PRIMO POLTRONISTA

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Gianluigi Paragone – Libero 31.07.2014

“Hanno paura di perdere le poltrone”. Ormai Matteo Renzi parla col timbro del bambino dispettoso e assai bamba di Maurizio Crozza. Sotto sotto però il bambino mannaro inciucia con i suoi amichetti del rione. E riscrive le regole del gioco per mettere al riparo la sua poltrona per gli anni a venire.
Già, perché se c’è uno malato di poltronite è proprio Matteo Renzi. Presidente della Provincia quando aveva appena smesso i pantaloni corti degli scout (dove anche lì aveva incarichi nazionali…) poi sindaco di Firenze. Ora presidente del suo partito e – dopo aver raccontato che il sindaco era il mestiere più bello del mondo e che lui il premier non lo avrebbe mai fatto senza passare dal voto – presidente del consiglio. Cadregaro nato, poltronista (…perché vorrebbe anch essere tronista modello Maria De Filippi) coi fiocchi e pure pallista doc, come certificato dal ‪#‎enricostaisereno‬.
Vale la pena ricordare gli anatemi contro il governo Letta perché immobile, perché lento ad affrontare i problemi del paese e roba simile. Bene, cosa sta facendo il grullo Renzi? Tweet, promesse e impegni futuri a parte, di concreto c’è ben poco, dove il ben poco sono gli 80 euro. Ora mettiamoci bene d’accordo: se uno mi domandasse meglio gli 80 euro che niente (come ripetono Renzi e i suoi sodali) va da sé che gli 80 euro sono manna. Ma siccome la filosofia di Catalano – meglio sposare una donna ricca e bella piuttosto che una brutta e povera – andava bene per la comicità arboriana, sfrenata e illogica di Quelli della Notte, gli 80 euro non sono la molla della ripresa. La ripresa passa da manovre strutturali ben più complesse e di gran lunga più espansive.
Siccome la prima fase di ogni governo è quella che produce più risultati, non si capisce il senso della tabella di marcia di Matteo Renzi: lavoro ed economia sono in assoluto subordine rispetto alla riforma del Senato e alla legge elettorale, tra l’altro materie su cui il parlamento dovrebbe essere dominus e invece è relegato a vassallo del Principe fiorentino. Anzi, dei principi fiorentini poiché il Rottamatore fa coppia fissa con Denis Verdini il quale, forte dell’amicizia col padre di Renzi, conta quasi più adesso che quando comandava Berlusconi. È questa la discontinuità per cui Renzi si è tanto affannato destinazione Palazzo Chigi? Se persino un amico dell’ex sindaco qual è Diego Della Valle è arrivato a scagliarsi contro un certo vecchio modo di fare politica e di fare il presidente del Consiglio, significa che non sta cambiando proprio nulla. Ci sono solo parole, impegni futuri e atteggiamenti arroganti.
Intanto i dati economici segnano una condizione per cui ogni tentennamento e ogni torello a centrocampo equivalgono a un arretramento di posizione sui mercati. Renzi non è meno palude di Letta, va detto chiaramente. E nemmeno sulla moralizzazione è tanto credibile: perché quando c’era da votare la sospensione temporanea dell’indennità per i parlamentari in arresto proposta dai Cinquestelle ha detto di no? Perché non dice che il nuovo Senato costerà solo poco meno di quello attuale? E se il Senato avrà una funzione assolutamente secondaria che senso ha tenerlo in vita con dei nominati?
La modernità di Matteo Renzi e la sua velocità sono una finzione lessicale. Quello che si tocca con mano è tanta impreparazione e tanto bullismo. Sicuri che al Paese serva un premier versione reality show? “Ha tutti contro”, sento dire. Ma chi? È capo del suo partito, fa accordi con Berlusconi, gli unici che gli fanno opposizione sono i grillini, dove starebbero gli ostacoli? È tutto fumo negli occhi. Dopo tanto clamore ci si aspettava i vero cambio di passo: ha preso il 40 per cento alle elezioni, ma la platea degli scontenti è decisamente superiore e guai a pensare che si tratti di cittadini lontani dalla politica. Quell’astensione ha un peso. Se la gente non consuma è perché non si fida della classe politica e del nuovo corso. La fiducia verso le istituzioni si misura su queste cose, non sui sondaggi di gradimento.
Renzi può fare il gradasso in Italia ma sugli scenari che contano è un dilettante. I grandi player finanzieri manco lo prendono in considerazione: ormai sanno che l’Italia è in vendita a prezzi di saldo e non sarà certo un governo di seconde linee e belle statuine a fermare la corsa agli affari. In Europa la vicenda Mogherini (ministro di scarso spessore già in Italia…) è didascalica del peso di Matteino a Bruxelles: il suo 40% fa volume ma non è peso specifico, tant’è che il dossier sulla possibilità di maggiore spesa pubblica a favore dell’Italia è passato in secondo piano.
La minaccia di far saltare il banco, Renzi la può giocare con un parlamento sotto schiaffo e debole. Ma siccome la poltrona piace più a lui che ai peones, il giovane fiorentino deve stare attento: il prossimo giro potrebbe non essere una passeggiata.

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Magna-magna Renzi: altri 5 mila euro

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Dopo avere speso più di 13 mila euro fra fine aprile e metà giugno,l’appetito di Matteo Renzi (che abita a palazzo Chigi) sembra non avere proprio requie. Così dal 15 luglio ad oggi sono volati altri 5 mila euro in derrate alimentari. Buono spesa da 4.205,78 euro presso la Sb service di Stefano Biancini, e poi 787,88 euro spesi al Caffè Trombetta-Tazza d’oro, che è a metà strada fra la presidenza del Consiglio dei ministri e il Pantheon.

La furbata di Tabacci Interviste e auto d’oro per leghisti e Romano

Il centro democratico di Bruno Tabacci ha portato alla Camera alle ultime elezioni quattro deputati. Troppo pochi per fare un gruppo parlamentare (ne servono almeno 20), così il piccolo movimento ha trovato casa nel gruppo misto costituendosi come componente politica. Ha un suo bilancio di tutto rispetto (entrano 138.806 euro di contributi), e anche una piccola dote di collaboratori. Di questi uno è anche consigliere comunale a Torre del Greco. Tabacci ha così colto al volo l’opportunità di una vecchia e contestatissima legge sui consiglieri comunali per mettere il collaboratore del suo gruppo in conto al comune di Torre del Greco, il quale ha così rimborsato al movimento di Tabacci 21.806 euro nel 2013. E nel bilancio del Centro democratico è indicato un credito di 12.966 euro nei confronti del comune di Torre del Greco.

Noleggi di lusso

Più che un’auto blu un’auto d’oro. Il gruppo di Scelta civica alla Camera dei deputati, guidato nel 2013 da Andrea Romano (che alla vigilia di questa estate si è dimesso) si vanta di non avere acquistato una propria auto al servizio del gruppo dirigente. Ma ha speso nel 2013 (per nove mesi) per «godimento di beni di terzi» 22.114euro, in gran parte dovuti ai «noleggi dell’autovettura di servizio effettuati nel corso dell’anno dalla Presidenza del gruppo e necessari per le attività istituzionali».

Interviste padane: 9 mila euro al mese

Spesa totale in nove mesi:80.130 euro, quasi 9 mila euro al mese. Per cosa? Per farsi intervistare da una tv amica. Il curioso affare è stato combinato dai deputati del gruppo Lega Nord. E la spesa è legata a «un contratto stipulato con la società Telecity spa per la realizzazione e messa in onda di interviste a deputati del gruppo, messa in onda del programma contrassegnato con il marchio Telepadania».

Franco Bechis – Libero  30.07.2014

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Renzi e il patto del Nazareno: la vera faccia che il Pd non ha mai voluto mostrare

robinson-luisella-costamagna-9220_2624375_687857Luisella Costamagna | Il Fatto Quotidiano 29.07.2014

Caro Partito Democratico, i tuoi elettori hanno passato gli anni berlusconiani nella convinzione che tu e i tuoi predecessori faceste opposizione, che ci fosse una differenza ideale (e morale) tra te e il centrodestra, che se le cose non riuscivi a farle era solo perché non avevi i numeri, ma una volta al governo…

ORA PERÒ non hai più alibi. Anzi, la cosa più grave (e triste) è che le tue scelte e vicende attuali riscrivano parte della tua storia, ridefiniscano quelli cui abbiamo assistito in passato appunto come “alibi”. Il timore, in chi ha creduto in te e ti ha votato – timore sempre più fondato –, è che non sia stato l’avvento di Renzi ad averti fatto #cambiareverso, bensì che questa sia solo un’operazione di maquillage per rivelarti agli italiani per quello che, in fondo, sei sempre stato. Renzi come la tua “operazione trasparenza”. E quello che si vede è tutt’altro che piacevole.

Immagina com’è difficile, per chi per anni ha combattuto al tuo fianco contro Berlusconi, vederti ora stringere patti segreti con lui. Cambiare la Costituzione, il Parlamento, il mondo del lavoro, la giustizia, nella direzione che lui avrebbe voluto e tu dicevi di combattere. Sentirti dire che è “un’allucinazione” e “una bugia” che la riforma elettorale e del Senato siano svolte autoritarie (come sostengono fior di costituzionalisti e i centinaia di migliaia di italiani che hanno sottoscritto l’appello di questo giornale), come avrebbe fatto un Capezzone qualunque, e togliere la voce a chi si oppone imponendo la ghigliottina. Il tutto citando Fanfani.

IMMAGINA com’è doloroso, per chi ha creduto in te e nella tua presunta superiorità morale rispetto al centrodestra, assistere alle stesse inchieste, arresti, spartizioni di mazzette, e poi vedere salvati dalle stesse norme (che insieme avete votato) Penati e Berlusconi.

Immagina com’è incomprensibile, e insieme illuminante, constatare che nonostante il M5s ti offra i suoi numeri sostanziosi su un piatto d’argento – tardi – vamente, ok, ma te li offra – per fare una legge elettorale migliore, ripristinare le preferenze, togliere l’immunità, istituire il reddito di cittadinanza, la legge sul conflitto d’interessi e tutte le altre cose che dicevate di voler fare una volta al governo, tu scegli sempre e comunque Berlusconi “anche se fosse stato condannato”.

Caro Pd, ora che non hai più alibi, che non puoi più dire “sono costretto”, bensì scegli consapevolmente questa strada, una voragine si apre nella mente del tuo elettorato: che –ripeto –non sia stato Renzi a cambiarti, ma che tu sia così, che lo sia sempre stato. Che l’allucinazione sia quella che gli avete fatto vivere in tutti questi anni: di essere alternativi e non due facce della stessa medaglia. In autunno i nodi economici verranno al pettine, le promesse di Renzi si misureranno (schianteranno?) con la realtà. E allora, magari, chiederà il voto. Lui se la caverà (forse di nuovo alla grande) e Berlusconi –libero ormai dai servizi sociali – pure.
Ma tu? E il Paese?
Un cordiale saluto.

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Quel gran pezzo della Leopolda – Marco Travaglio 26.07.2014

Ogn3345i volta che parla Renzi, si ha sempre l’impressione del déja vu, anzi del déjà entendu. Effetto singolare, per uno che voleva cambiare tutto e rottamare tutti, per uno che spara raffiche di tweete hashtag con la parola rivoluzione. L’altra sera si è detto contrario alla “dittatura della minoranza” solo perché le opposizioni vorrebbero discutere la riforma della Costituzione in tempi ragionevoli, non in una settimana.

Chissà quanto si è spremuto le meningi per trovare un calembour che ricacciasse l’accusa di autoritarismo in gola a chi gliela lancia. E chissà com’era soddisfatto quando l’ha trovato. Purtroppo, come tutto quel che dice, anche questo l’aveva già detto Berlusconi. Erail 29.4.2006, all’indomani della vittoria risicata di Prodi: “È in atto una dittatura della minoranza”. Lo ripetè l’ex camerata Gennaro Malgieri il 13.8.2010, dopo la fuoruscita dei finiani dal Pdl: “No alla dittatura delle minoranze”. E il 13 dicembre 2010 lo ribadì Giuliano Cazzola alla vigilia della fiducia al governo B. nel bel mezzo della compravendita dei deputati: “La dittatura della minoranza usa media, istituzionie piazza contro il Cav”. Peccato: era venuta così bene la lezioncina a quel gufo di Tocqueville che, non essendo renziano, si preoccupava inutilmente della “tirannide della maggioranza”. E, sempre ne La democrazia in America, indicava gli antidoti: la partecipazione popolare alla politica attraverso le associazioni e la rigorosa divisione dei poteri: “Supponete un potere legislativo composto in modo tale che esso rappresenti la maggioranza senza essere necessariamente lo schiavo delle sue passioni; un potere esecutivo che abbia una forza propria; e un potere giudiziario indipendente dagli altri due poteri. Avrete ancora un governo democratico, ma non vi sarà più pericolo di tirannide”.

Non aveva capito, quel solone di un professorone, che il vero pericolo sono le minoranze, non le maggioranze,forse perché non aveva conosciuto Renzi, la Boschi e Verdini. Altrimenti l’Italicum e il Senato delle autonomie li avrebbe scritti lui in un apposito saggio dal titolo “La renzusconicrazia in Italia”: “Supponete un potere legislativo composto in modo tale che esso rappresenti la minoranza del più forte, necessariamente schiava delle passioni del suo capo che nomina i deputati, i senatori e il capo dello Stato a sua immagine e somiglianza, e all’insaputa degli elettori; un potere esecutivo che abbia forza propria e anche altrui, sostituendosi al legislativo e interferendo nel Csm e controllando la Corte costituzionale; e un potere giudiziario dipendente dagli altri due poteri, che poi sono uno solo. Avrete un governo tirannico, ma non vi sarà più pericolo di democrazia”. Scrivendo a metà ’800, Tocqueville era affezionato a un’antica, polverosa e ormai sorpassata madeleine: la libertà di stampa.
“La democrazia è il potere di un popolo informato… La stampa è per eccellenza lo strumento democratico della libertà”. Oggi per fortuna non corriamo più neppure quel pericolo. Anzi, la stampa italiana si sta impegnando allo spasimo per disinformare il popolo, onde evitare che prenda il potere.

Anche ieri le mejo firme del bigoncio si sono dedicate allo sport nazionale degli intellettuali italioti fin dai bei tempi della Buonanima: manganellare l’opposizione e disperderla con gl’idranti a maggior gloria del governo di Sua Maestà. Secondo Federico Geremicca ( La Stampa ), i 200 parlamentari che protestano al Quirinale contro la tagliola grassiana tentando invano di farsi ricevere dal Monarca, colto da fulmineo “malessere” (un quarto d’ora non di più, poi è partito per la villeggiatura), rappresentano “il partito che non vuole cambiare niente”. I turiferari del Messaggero abbandonano per un attimo la lingua italiana (“un’ingrediente”,“chi li avrebbe sentiti, a Renzi e a Berlusconi?”) pur di irridere ai “marciatori del no”, “i noisti grillo-leghisti padan-stellati”. Ma il premio “Cupidigia di Servilismo” va ancora una volta di diritto a un fuoriclasse della lingua: Francesco Merlo di Repubblica, che taglia per primo il traguardo fra due ali di saliva.

L’ostruzionismo, già bandiera di tutte le opposizioni democratiche, è per lui  “la scienza del perder tempo, dell’imbrigliare per imbrogliare”, dunque rottamarlo “non è un colpo di stato ma una festa di liberazione” (sia lodato Matteo, sempresia lodato). Il corteo delle opposizioni è “un footing dietetico” di nemici della rivoluzione di Renzi (che Dio ce lo conservi), un ’“armata brancaleone dell’eloquio-sproloquio” che vorrebbe  “annegare le riforme nella logorrea”,  fortunatamente  “rabbonita dalla sapienza e dall’esperienza di Donato Marra”, segretario del Colle quindi genio assoluto.
“Un tempo – trilla il Merlo – l’ostruzionismo era una valvola di sicurezza”, oggi invece è “intossicazione” e “il peggiore vizio parlamentarista”. Cos’è cambiato? “Oggi i tempi contingentati non sono più offese alla libertà, ma sono quelli essenziali della Leopolda, 4 minuti a testa per non trasformare la democrazia in chiacchiera”. Oggi c’è Renzi, quel gran pezzo della Leopolda tutta nuda tutta calda. E il Merlo Leopoldo zufola tutto eccitato: grazie al pie’veloce Matteo (santo subito) “persino nelle assemblee di condominio il cronometro è un’igiene del pensiero”. Pazienza se in Senato non si discute il prezzo del cherosene o il tombino della fossa biologica, ma la nuova Costituzione. E pazienza se Repubblica, quando la Carta la sfiguravano B. & C., era sulle barricate del No. Con tutto il centrosinistra. E persino con Renzi. Tira più un pelo di Leopolda che una pariglia di buoi.

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Paolo Maddalena: “Sento l’eco della riforma piduista di Gelli”

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di Silvia Truzzi – Il Fatto Quotidiano 25.07.2014

schermata280Paolo Maddalena, vicepresidente emerito della Consulta, non è l’unico giurista ad avere più di una perplessità sulla riforma costituzionale. E vuol precisare subito una circostanza dirimente: “La riforma costituzionale va letta in un quadro più ampio, cioè quello della politica internazionale. Qualora andasse in porto, costituirebbe un’ulteriore facilitazione per i poteri finanziari, perché si toglierebbe rappresentatività al popolo. Ho l’impressione che il potere finanziario orienti la politica italiana, che va a scatafascio.

Ogni giorno aumenta il debito pubblico, ogni giorno cresce la disoccupazione. Le istituzioni europee e internazionali – mi riferisco alla Bce, al Fondo monetario internazionale – mi pare siano state occupate dalle banche e dagli speculatori. E dunque le politiche di cui siamo destinatari, fanno gli interessi delle banche e non dei cittadini italiani. Nel Paese va avanti una politica recessiva: le responsabilità sono dei governi che hanno sottoscritto e dato esecuzione al fiscal compact. Siamo divenuti schiavi della speculazione finanziaria. In tutto questo, ci stiamo gingillando su modifiche costituzionali che a mio avviso sarebbe molto meglio lasciar perdere”.

Il premier continua a ripetere che intende andare fino in fondo…

Il nuovo esecutivo mi pare abbia ansia di dimostrare all’opinione pubblica di essere “il governo del fare”. Il guaio è che fanno delle cose, ma trascurandone il contenuto: non è per nulla detto che il nuovo sia meglio del vecchio. Soprattutto quando si tocca la legge fondamentale della Repubblica. È un documento che molti c’invidiano e che moltissimi ci hanno copiato. È pericoloso toccare l’ordine costituzionale in questo momento. La riforma, che si lega inscindibilmente alla legge elettorale, non mi convince affatto: una minoranza di maggioranza potrà incidere anche sugli organismi di garanzia.

Perché?

La Costituzione italiana si fonda sull’equilibrio dei poteri, che viene infranto da questa pseudo-riforma costituzionale. Vorrei fare una semplice constatazione, che parte dal 37 per cento del premio di maggioranza previsto dagli accordi del Nazareno, che potrebbe essere portato al 40, ma poco conta. Considerando che votano in media metà degli italiani, la percentuale scende al 18,5. Cioè il 18,5, se va bene il 20 per cento degli italiani decide tutto. Ma la democrazia dove va a finire? Dove va a finire il bilanciamento dei poteri? La cosa mi pare grave: sento l’eco del piduismo, della riforma di Gelli. Noi diamo un potere enorme al capo del governo che poi potrà fare tutto ciò che vuole. E sarà l’esecutore delle prescrizioni delle banche internazionali, che governano la politica monetaria. Non dimentichiamo poi che il premio di maggioranza consente al governo di incidere sulla composizione della Corte costituzionale e sul Colle.

Cosa pensa del Senato dei cento?

Ritengo che il Senato debba essere elettivo, per un principio di democraticità. Sono d’accordo con la riduzione del numero dei senatori, ma non sulla modalità di scelta: penso che si debba lasciare al popolo la possibilità di eleggere i propri rappresentanti. Sarebbe auspicabile che la scelta avvenisse tra persone che abbiano dato prova di alta cultura istituzionale, che abbiano agito nell’interesse esclusivo della nazione, che non abbiano conflitti d’interesse né mai abbiano avuto a che fare con la giustizia. Per quanto riguarda le competenze, sarebbe opportuno limitarle a questioni di grande rilevanza e di spessore costituzionale. In tal modo si abbrevierebbero i tempi per l’approvazione delle leggi.

Proprio questo Parlamento, delegittimato dalla sentenza della Consulta, doveva fare le riforme?

No, certo: è un parlamento di nominati. Ci vorrebbe una Costituente. Io ho 78 anni, ho memoria della prima Assemblea, ma quella Costituente non era composta da persone a caso, magari di bell’aspetto ma non si sa quanto di cultura. Allora avevamo grandi uomini, di altissimo profilo scientifico, etico, culturale. Ora io nell’agone politico non vedo persone in grado di fare una riforma costituzionale: sarebbe davvero meglio che lasciassero la Carta così com’è.

C’è stato un grande dibattito sull’immunità.

I rappresentanti del popolo non hanno bisogno dell’immunità: anzi penso che l’unico punto in cui la Carta dovrebbe essere modificata, visti i tempi, è quello che mantiene l’immunità. Dovrebbe valere per tutti quanto afferma la Costituzione all’articolo 54: “I cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina e onore”.

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