Secchiata gelata di Renzi ai malati di Sla

ttrQuesta estate il presidente del Consiglio si era fatto filmare con l’acqua ghiacciata per chiedere soldi. Ma nella manovra ha segato 100 milioni di fondi destinati ai malati

C’era già chi aveva storto il naso ad agosto, quando il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, si era fatto filmare mentre si versava un secchio di acqua gelata in testa, aderendo ad #icebucketchallenge. Era il gioco vip dell’estate, che ha coinvolto tutto il mondo. Un piccolo show, che però aveva come scopo quello di sollecitare donazioni e sottoscrizioni in favore di onlus che si occupavano della sclerosilaterale amiotrofica. In Italia l’associazione beneficiaria era l’Aisla, presieduta dall’ex calciatore ed ex deputato Ds Massimo Mauro (che oggi fa il commentatore di calcio per Sky).

Ad attirare le critiche su Renzi la sua evidente diversità dagli altri vip: quelli potevano anche aprire il portafoglio, e ogni euro era benvenuto. Il presidente del Consiglio ha un altro tipo di portafoglio: le casse dello Stato. E visto che quelle negli ultimi anni si erano chiuse riducendo via via il fondo per le non autosufficienze che un tempo arrivava a 500 milioni di euro, Renzi aveva una ottima occasione per dare un senso a quel piccolo show con il secchio di acqua gelata: incrementare nella manovra di stabilità quel fondo, che nel 2014 ammontava a 350 milioni di euro.

Spentisi i riflettori e finito lo show, incredibilmente il presidente del Consiglio italiano ha compiuto la scelta esattamente opposta: ha ridotto gli stanziamenti per l’aiuto ai malati e alle loro famiglie di ben 100 milioni di euro. L’ha fatto anche con grande ipocrisia, perché all’articolo 17, comma 8 della legge di stabilità per il 2015 ha scritto: «Lo stanziamento del Fondo per le non autosufficienze, ivi inclusi quelli a sostegno delle persone affette da sclerosi laterale amiotrofica, è incrementato di euro 250 milioni di euro a decorrere dall’anno 2015». Formalmente è vero: essendo stabilito di anno in anno con la manovra, il fondo per le autosufficienze è effettivamente incrementato da zero a 250 milioni di euro. Ma nel 2014 c’erano 350 milioni (di cui 75 finalizzati «in favore degli interventi di assistenza domiciliare per le persone affette da disabilità gravi e gravissime, ivi incluse quelle affette da sclerosi laterale amiotrofica»), quindi la verità è che ne ha tolti 100.

Dopo avere applaudito la secchiata di acqua gelida del Renzi show di agosto, il povero Mauro non voleva credere a quel taglio letto nelle bozze della manovra. Così ieri è andato a sincerarsi dell’accaduto al ministero del Lavoro, ricevuto dal sottosegretario al Lavoro Franca Biondelli e da quello all’Economia, Enrico Zanetti. E ha avuto conferma che Renzi sulla propria testa ha versato un solo secchio di acqua gelata, su quella dei malati e delle loro famiglie ne ha rovesciati 100 milioni tutt’altro che graditi. «L’intenzione del Governo di tagliare 100 milioni di euro dal Fondo per le non autosufficienze, portandolo da 350 a 250 milioni è una vergogna», ha protestato il presidente dell’Aisla, «molti malati gravi, non autosufficienti, non avrebbero più il sostegno all’assistenza domiciliare». Mauro ha spiegato di avere trovato nell’esecutivo cuori proprio ghiacciati: «Il Governo ha ribadito l’intenzione di tagliare 100 milioni di euro dal Fondo per le non autosufficienze che è fondamentale per garantire un sostegno per l’assistenza domiciliare a migliaia di malati gravi e non autosufficienti, tra cui le 6 mila persone che in Italia sono affette da SLA».

Con i tagli di Renzi ai malati di Sla si riduce ad esempio da 51,7 a 36,5 il fondo non autosufficienza destinato alla Lombardia, da 30,02 a 21,19 quello per i malati nel Lazio, da circa 26 a 18 quello per i malati in Veneto e in Piemonte, e anche in Toscana scenderà da 23,7 a 16,7. Il taglio proporzionalmente riguarderà tutte le regioni e le province autonome di Trento e di Bolzano.

Franco Bechis – Libero 24.10.2014

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Ecco come Renzi finanzia la sua legge di stabilità.

barbara lezzi
ITALIANI SPREMUTI

La decontribuzione sulle assunzioni a tempo indeterminato nella Legge di Stabilità 2015 sopprime i benefici della Legge 407/90 per il collocamento di disoccupati.
L’art.12 della Legge di Stabilità 2015 finge di introdurre l’esonero dal versamento dei contributi previdenziali a carico dei datori di lavoro per i nuovi assunti con contratto a tempo indeterminato, con esclusione dei premi e contributi INAIL che restano a carico delle imprese. Come si sa, il metodo Renzi ha sempre un risvolto avvelenato e questa volta a farne le spese è soprattutto il sud perché si sopprimono gli incentivi della Legge n. 407/90 (art. 8, comma 9) che finora ha concesso a chi assume disoccupati uno sgravio contributivo per tre anni (Inps e Inail) con uno sconto pari al 100% per le imprese del Mezzogiorno e 50% per gli altri datori di lavoro. La norma ha fino ad oggi contribuito al collocamento di moltissimi lavoratori. Oltre al danno non poteva mancare la beffa perché la Legge n. 407/90 non aveva un termine per effettuare le assunzioni mentre lo sgravio Renzi vale solo per le assunzioni effettuate nel 2015 e prevede, dunque, uno sgravio per un solo triennio, per i soli contributi INPS e condizionati ad un tetto di 8.060 euro annui. Visto, però, che l’intera Italia è colpita da una profonda crisi, non sarebbe stato più efficace estendere, anche temporaneamente, l’agevolazione del 100% della 407/90 anche alle regioni escluse?
Questa norma, così come prevista dal Governo, sarà un disastro per il sud e non aiuterà il nord.
Insomma, dallo spot con cui si annunciava l’abbassamento delle tasse per 18 miliardi per il 2015 si è passati ad un aumento di circa 18 miliardi nel 2016, 24 nel 2017e 28 nel 2018.

Entriamo nei particolari.
La manovra prevede fin d’ora un pesante aumento dell’Iva: nel 2016 l’aliquota del 10% passa al 12 e poi salire al 13% nel 2017. Quella del 22% salirà invece al 24% nel 2016, al 25 nel 2017 e al 25,5% nel 2018. Ma non si diceva che bisognava dare una spinta ai consumi degli italiani per rilanciare l’economia?
Dal lato dell’Irpef, è previsto un taglio delle detrazioni per 4 miliardi nel 2016 e 7 miliardi 2017 in poi. Si si tratta di minori detrazioni per le famiglie (quali spese d’istruzione, mediche, ecc. che si riportano nel modello unico o nel 730).
La riduzione dell’Irap per le aziende, che Renzie aveva quantificato in 6 miliardi e mezzo per il 2014, si riduce poco meno di 3 miliardi perché viene annullato, già dal 2014, il taglio delle aliquote del 10% deciso durante la campagna elettorale delle europee (d.l. 66/2014 – bonus 80 euro).
La ciliegina non manca, dal primo gennaio 2015 aumentano anche le tasse applicate ai fondi pensione, che saliranno dall’11,5% al 20%.
Dulcis in fundo, l’art. 9 introduce un regime fiscale agevolato per autonomi che nel contempo abroga il regime dei c.d. ex minimi molto più vantaggioso che prevedeva un’imposta sostitutiva del 5% contro il “nuovo” che prevede, a regime, l’aliquota del 15%. In merito a questo, vi diranno che con questo nuovo regime i contributi previdenziali saranno versati in base al reddito prodotto anziché sul minimale previsto dall’Inps per artigiani e commerciati. Dalle stime già elaborate si evince che, dal momento che ci sarà un pari o maggiore esborso, quanto veniva versato per i contributi sarà pagato in tasse. Non trovate che sarebbe stato più onesto far scegliere ai contribuenti per quale regime optare lasciando in vigore anche il regime degli ex minimi?

Barbara Lezzi (M5s)

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La Stangata di Renzi alle famiglie italiane: 606 euro di nuove tasse da pagare

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La nota di Adusbef e Federconsumatori parla chiaro: la legge di stabilità 2015 sarà l’ennesima stangata di Renzi alle famiglie, che si ritroveranno 330 euro di nuove tasse sul groppone. Ecco cosa si dovrà pagare, come scrivono Elio Lannutti (Adusbef) e Rosario Trefiletti (Federconsumatori).

La manovra da 36 miliardi approvata ieri sera dal Consiglio dei Ministri, che promette un taglio a tasse e spesa, risparmi per 15 miliardi (6 da Regioni ed Enti locali, 2 miliardi dalla Sanità), un recupero di 3,8 miliardi dall’evasione fiscale, una stretta su fondazioni e fondi pensione, sgravi per partite Iva e figli, uno stop all’Irap sul lavoro e zero contributi nei primi tre anni per le imprese che assumono, il Tfr (volontario) in busta paga), oltre ad infliggere l’ennesimo colpo allo Stato Sociale, nasconde l’ennesima stangata sui consumatori che potrebbe essere stimata in circa 330 euro per ogni famiglia.

Il Governo infatti, con una mano dà 80 euro a circa 10 milioni di occupati, con la vana speranza di far ripartire i consumi, che saranno ancora stagnanti per lunghi mesi in una fase di forte depressione economica e di totale sfiducia nella ripresa produttiva, con l’altra addossa a Sanità, Regioni ed Enti Locali oneri per circa 8 miliardi di euro che dovranno essere coperti da nuove tasse, stimate in almeno 330 euro per ogni nucleo famigliare, per pagare l’Irap delle imprese e gli 80 euro.

Una manovra recessiva con coperture aleatorie, come il recupero di 3,8 miliardi dall’evasione fiscale ed i 15 miliardi di revisione della spesa, tagli lineari che dovrebbero arrivare da ministeri (6,1 miliardi) ed Enti Locali (4 miliardi dalle Regioni, 1,2 miliardi dai Comuni, 1 miliardo dalle Province- ancora in piedi), che non affronta i veri nodi di una inversione di tendenza per la ripresa produttiva che destina solo 0,5 miliardi alla scuola e 0,25 miliardi alla Giustizia, non avrà alcuna capacità di rimettere in moto l’economia ed i processi produttivi.

Una manovra da prestigiatore, smentita dalle tabelle allegate nelle 136 pagine del documento di economia e finanza (Def),nota di aggiornamento e relative tabelle approvato il 30 settembre 2014 dal CDM, non si intravede quel sostanzioso taglio alla spesa pubblica, come propagandato ai quattro venti dal premier Matteo Renzi.

Al contrario (tab. III,pag.29 del DEF) a fronte di un +0,5% del Pil nel 2015 e di una previsione di crescita dell’economia di un +0,8% nel 2016, e +1,2 % nel 2018, è prevista una crescita della spesa pubblica dagli 827,1 miliardi di euro nel 2013, ad 833,1 miliardi nel 2015; 847 miliardi di euro nel 2016; 853 mld nel 2017, per arrivare a 867,9 miliardi di euro nel 2018, che non si conciliano con la revisione della spesa pubblica (spending review), mentre la pressione fiscale, entrate tributarie passano da 485,9 miliardi di euro nel 2013, a 493,8 nel 2015 per arrivare a 507,9 nel 2016 e 531 nel 2018 ?

Un governo che vuole aggredire la spesa improduttiva riduce le spese correnti, taglia gli emolumenti ad alcune Autorità contigue con le banche, che oltre a 41.000 euro di stipendi mensili, dota 1.000 dirigenti di carte di credito che possono spendere fino a 120.000 euro l’anno (400 euro al giorno come argent de poche-naturalmente da rendicontare); affronta la questione di 100 miliardi di euro di oro e riserve di Bankitalia, destinando il 10% del ricavato (10 miliardi) a ricerca, sviluppo, innovazione, cofinanziando la banda larga per ammodernare il paese, finanzia scuola e giustizia, con opportune dotazioni economiche.

Le ricadute voce per voce:

330 euro a famiglia dagli 8 miliardi tagli a Regioni e Sanità, coperti con maggiori aliquote fiscali;

14 euro dall’inasprimento della tassazione sulla previdenza e la nuova imposta sui fondi pensione;

23 euro dall’anticipo Tfr delle banche, retribuite al tasso del 2,625% (oltre alla garanzia statale*);

239 euro con la prevista clausola di salvaguardia rincaro Iva dal 4 al 10% su pane, latte, pasta,ecc;

TOTALE 606 EURO.

fonte: infiltrato.it

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Quattromila furti solo in stazione: Roma in mano ai criminali stranieri

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Impennata di rapine e borseggi, furti con destrezza cresciuti di un terzo: solo in stazione 4mila denunce in un anno

Questa volta non era un trolley di un turista, né un portafoglio o una borsetta strappata al volo. Dumitru (il nome è di fantasia) ieri mattina aveva voglia di farsi una scorpacciata di parmigiano. È entrato al supermercato Despar interno alla stazione Termini di Roma e se ne è portato via per oltre 100 euro. La vigilanza se ne è accorta, ha fermato Dumitru, sono arrivati gli agenti della polizia ferroviaria. Lo conoscevano bene, e hanno scelto di non fermarlo: è malato di Aids «conclamato», per cui hanno chiamato il 118 e l’hanno portato via in ospedale. Questa mattina sarà probabilmente già fuori, e nei prossimi giorni sarà di nuovo dalle parti di Termini, o magari vicino a qualche altra stazione per fare incetta di borsette, portafogli, catenine e se quel giorno vorrà, anche parmigiano o prosciutto. È normale. Come il sorgere del sole. Entro al supermercato, il responsabile non c’è. Gli altri mi guardano come fossi matto: «E a lei sembra una notizia un furto di questo tipo? È la regola quotidiana, perché le interessa?».

Sono circa 4mila ogni anno le denunce fatte dai viaggiatori e dai frequentatori della stazione Termini agli uffici della Polfer lungo il primo binario. Riguardano quasi sempre gli immigrati irregolari che gironzolano indisturbati fra i binari o nel piazzale della stazione. Nella stragrande maggioranza dei casi si tratta di rumeni, poi ci sono zingari di varie etnie, asiatici, africani. Nell’ultimo anno ne hanno arrestati 200, ma la cifra è in difetto, perchè la polizia ferroviaria ha confini precisi oltre i quali non può andare. E tutto intorno alla stazione Termini la musica è la stessa. Anche peggio. Con un’escalation notevole di crimini commessi e denunciati sia nel 2013 rispetto al 2012, sia nei primi mesi del 2014 dove fatti anche clamorosi sono balzati all’onore delle cronache.

Partiva da qui ad esempio il trenino (più simile a una tramvia) destinato al quartiere periferico di Giardinetti su cui l’altra sera un egiziano ha rapinato dello stipendio (1.200 euro) appena incassato un suo connazionale, tagliandogli la giugulare di netto con i cocci di una bottiglia di vetro. Ne è nata una rissa, e per poco non rischiava la giugulare l’autista del trenino-tramvia, che dipende dall’Atac, l’azienda romana di trasporto locale cui è affidata la gestione di quella linea periferica. Il povero autista si è salvato, schivando i cocci di bottiglia impugnati contro di lui, ma è stato fortunato: perchè decine di altri suoi colleghi e colleghe (autisti e controllori) negli ultimi due mesi non possono dire la stessa cosa. Si sono presi botte, sono stati feriti, una di loro ha rischiato di essere violentata, sono diventati la nuova emergenza della Capitale. Quasi sempre (le eccezioni ci sono pure) sono stati immigrati, anche profughi dell’ultima ora smistati in giro per l’Italia dopo l’arrivo dei soliti barconi. C’è un quartiere periferico – Corcolle – dove è capitato uno dei casi più gravi, che è da settimane in agitazione, chiede di spostare da lì i campi profughi come altre volte è capitato con quelli rom. Organizza ronde per difendere gli autisti dell’Atac. Non muove un dito il sindaco di Roma, Ignazio Marino. E anche il ministero dell’Interno sembra sottovalutare il caso. Eppure dovrebbe essere chiaro anche a loro che Roma è diventata sempre più una città violenta.

I dati ufficiali a consuntivo sono quelli di fine 2013. Crimini denunciati aumentati oltre il 4%. Quelli della piccola criminalità dilagano: rapine in pubblica via aumentate del 9,42%, furti con strappo del 18,38%, furti in esercizi commerciali del 10,39%, furti con destrezza lievitati di quasi un terzo: +28%. La casbah di Termini è la chiave di quello che sta accadendo. La polizia ferroviaria fa quel che può: ha 150 uomini in stazione, ma non bastano. Una decina di loro deve battere il piazzale antistante la stazione, pensando ai tassisti abusivi che spesso estorcono cifre da capogiro a ignari turisti stranieri. Decine di loro sono impegnati a salire su alcuni treni particolari facendo da scorta ai passeggeri. Gran parte dei reati denunciati avvengono sulla tratta Roma-Nettuno. Più che un treno quello è il territorio di scorribande preferito dai rom. Se sali su quella tratta puoi stare certo che scendi molto più leggero. Una corsa ogni tanto la riempono di agenti di polizia, ma i rom si passano parola e quella volta non salgono. Lo fanno solo quando sono sicuri di non essere pizzicati.

Fino a qualche tempo fa scorrazzavano da quelle parti anche gli zingari bosniaci: ne hanno arrestati 81, più volte denunciati. Sono usciti tutti, ma non sono più tornati lì. Fanno i pendolari: il mattino presto salgono sui treni e vanno a Milano, a scorrazzare in stazione Centrale. A Termini si sono dati il cambio con i rumeni: ora presidiano loro. Mandano avanti minori, di solito ragazzine con l’adulto che vigila a pochi passi. Estorcono soldi ai turisti davanti alle biglietterie, facendo finta di dare una mano con le macchine automatiche. Poi scendono nella stazione della metropolitana dove puntano un malcapitato e in coppia gli sfilano il portafogli grazie alla calca che c’è sempre sui treni.

Accade a tutte le ore, e hanno stretto un patto anche con i barboni che fanno il palo emettendo gridolini di avviso se arriva qualche vigilante o poliziotto. È il biglietto da visita della capitale, signori.
Franco Bechis – Libero 21.10.2014

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Portò un maiale in tv Littizzetto indagata

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Era il dicembre 2013. Per sceneggiare la notizia del Porcellum giudicato incostituzionale, Luciana Littizzetto ebbe la rivoluzionaria idea di portare un porcello vero nello studio di Che tempo che fa di Fabio Fazio. Peccato che il maialino non fosse stato trattato – pare – con il rispetto dovuto. Molti avevano notato che l’animaletto fosse agitato, terrorizzato da luci e rumori: respirava affannosamente e tremava. Era in una scatola. Probabilmente legato per evitare la fuga. La scenetta era durata solo due minuti, tanto bastava per far parlare di «maltrattamento»; le coscienze erano scosse da quella brutta pagina di tv. Gli animalisti erano insorti.

Ieri la decisione. Luciana Littizzetto è stata iscritta nell’elenco degli indagati con il reato ipotizzato di maltrattamento di animali. La denuncia era partita dall’associazione Animalisti Italiani, una onlus romana che ha presentato un esposto alla procura di Milano, dove il pm Ferdinando Esposito ha aperto un fascicolo per verificare se sia stata rispettata la legge nel trasportare e tenere in studio il porcellino.

Il presidente della onlus risponde al nome di Walter Caporale, per venti anni consigliere regionale dei Verdi in Abruzzo. Che dichiara: «La Rai è un servizio pubblico che si era impegnato a rispettare un codice deontologico quando ci sono gli animali in trasmissione. Subito dopo la messa in onda ho chiesto all’azienda di chiarire quali autorizzazioni avessero e se c’era un veterinario in studio, ma non abbiamo ricevuto nessuna risposta». Ma ora è giustizia è fatta.
fonte: Libero Quotidiano

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(video) M5S, Di Maio: “Immigrati, rischio Ebola e Isis”. Sulle espulsioni: “Fiducia tradita”

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Il vicepresidente della Camera torna sul tema immigrazione e su quello degli esclusi dal Movimento e appoggia totalmente la linea di Beppe Grillo. Su una possibile alleanza con la Lega scaccia ogni dubbio: “Non ci metteremo mai insieme, fanno parte di quella politica che non ha fatto niente per 20 anni”

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La Repubblica fa il ponte Messina-Cairo – di M. Travaglio 21.10.2014

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La Repubblica intervista il padrone de La 7, Urbano Cairo, già portaborse di Berlusconi, con il titolo: “Santoro o Travaglio? Scelgo Michele, non amo le risse in tv”. E vabbè, come diceva Troisi: mo’ me lo segno. Cairo fa pure credere che io me ne sia andato dallo studio di Servizio Pubblico perché non volevo che l’“angelo del fango” mi “facesse domande” e che il governatore Burlando “dicesse la sua”; e che tutto sia nato dal fatto che io e Santoro abbiamo “un diverso modo di vedere la politica grillina”. Naturalmente sono tutte balle: Grillo non c’entra una beneamata mazza e non ho mai chiesto di zittire qualcuno. Semplicemente non condividevo le strampalate e incomprensibili contestazioni dell’“angelo” (che non mi ha posto alcuna domanda) e mi ostinavo a ribattere alle spudorate provocazioni di Burlando.

Sotto l’intervista a Cairo, Repubblica piazza il “Bonsai” di Sebastiano Messina, che pochi lo sanno ma è un formidabile concentrato di spiritosaggine. Scrive, il Messina, che avrei detto di non aver mai insultato nessuno. Balle: ho sfidato Francesco Merlo – che mi accusava di fare “tv dell’insulto” da 8 anni, da quando collaboro con Santoro – a citare un solo insulto contenuto nei miei oltre 200 interventi ad Annozero e a Servizio Pubblico dal 2006 a oggi. Merlo, noto cultore del contraddittorio, non ha risposto: l’ha fatto, in sua vece, il suo vice Messina. Che tutto contento è riuscito a scovare due miei sanguinosi insulti. Purtroppo però non erano nelle mie rubriche televisive oggetto della polemica con Merlo: erano in due articoli sul Fatto, e non erano neppure insulti. Il primo, nel mio pezzo di domenica scorsa, è “la faccia deforme di Burlando” (mamma mia che impressione). Il secondo risale all’aprile 2013, a proposito della rielezione di Napolitano, ed è gravissimo, tant’è che Messina lo paragona delicatamente a quelli di Mussolini contro Gramsci: “un cadavere putrefatto e maleodorante”, secondo lui riferito a Napolitano. Naturalmente non è vero niente: altrimenti, vista la suscettibilità dell’uomo del Colle, mi avrebbero subito arrestato per vilipendio. Bastava pubblicare l’intera frase per capirne il soggetto e il senso: “Il cadavere putrefatto e maleodorante di un sistema marcio e schiacciato dal peso di cricche e mafie, tangenti e ricatti, si barrica nel sarcofago inchiodando il coperchio dall’interno per non far uscire la puzza e i vermi. Tenta la mission impossible di ricomporre la decomposizione. E sceglie un becchino a sua immagine e somiglianza: un presidente coetaneo di Mugabe…”. Il cadavere non era Napolitano, che peraltro gode ottima salute, ma “il sistema”, che – a mio modesto avviso – non se la passa troppo bene. Ora delle due l’una: o Messina, oltre a non saper scrivere, non sa neppure leggere; oppure ha capito benissimo il senso dell’articolo, ma ha preferito manipolarlo e ribaltarlo a suo uso e consumo.
Ora però, onde evitare che corra dal suo direttore piagnucolando “mamma, mamma, quel brutto Travaglio mi ha insultato”, è bene che sappia che è molto ironico, sagace, spiritoso, fa tanto ridere, ed è pure un bell’uomo. Contento?

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