ziotom@governo.it – Marco Travaglio – 21.09.2014

badf9833e7a0ece0694b2110.LCari fans, come ho detto nel videomessaggio di venerdì ai sindacati, noi non siamo interessati a uno scontro ideologico sul passato, perché non ci preoccupiamo della Thatcher, ma di Marta e di Giuseppe. L’articolo 18 garantisce lavoro a chi già ce l’ha e non a chi non ce l’ha, creando cittadini di serie A e cittadini di serie B. Per colmare questa diseguaglianza inaccettabile, noi potremmo fare qualcosa per garantire il lavoro anche a chi non ce l’ha, ma sarebbe banale. Perciò preferiamo battere la strada più originale e innovativa: garantire a chi ha un lavoro la certezza di perderlo quanto prima, anche senza giusta causa. Del resto, chi siamo noi per giudicare sulla giustezza di un licenziamento? Mica possiamo costringere un datore di lavoro a tenersi un lavoratore che gli sta sul hazzo. Se gli sta sul hazzo, come giusta causa mi pare sufficiente.

Conosco molti imprenditori che assumerebbero un sacco di giovani, se sapessero di poterli licenziare ancor prima di assumerli. Io, per esempio, a mio padre stavo parecchio sul hazzo. Infatti, dopo una vita da co.co.co., mi assunse come dirigente un minuto prima che mi candidassi alla Provincia di Firenze: tanto si sapeva che sarei stato eletto, mi sarei levato dai hoglioni e i contributi li avrebbe pagati la Provincia, mica lui. Una forma di contratto a tutele crescenti ante litteram : appena cresci, entri in politica a carico dei contribuenti. Ecco, cari Marta e Giuseppe: prendete esempio da Tiziano e Matteo. La finalità sociale dell’impresa, checché ne dica la Costituzione che non a caso stiamo riformando in versione 2.0 per farne una Selfieconstitution, praticamente una Smar tCard , è questa: assumere e subito licenziare più lavoratori possibili. A fine anno, chi ne avrà assunti e licenziati di più vincerà una cena con la Boschi. Il secondo classificato, con la Picierno. Il terzo, con la Pinotti. L’ultimo con Orfini, così impara.

Basta con le vecchie dispute ideologiche, i totem e i tabù. E non mi riferisco solo all’articolo 18. Ma anche al mito dello stipendio: chi l’ha detto che chi lavora debba essere pagato? È una bella pretesa! Ma come, io mi sacrifico per darti un lavoro e tu, esoso, dopo un mese vieni subito a battere cassa? Bella riconoscenza. Non avete idea di quanti giovani assumerebbero le aziende senza il fastidio di stipendiarli. Perciò, dopo il Jobs Act, stiamo approntando lo Spartacus Act per ripristinare il lavoro obbligatorio e gratuito. Ora qualche sindacalista gufo, ancorato agli schemi del passato, parlerà di schiavismo: noi preferiamo “servizio civile a costo zero”. Conosco imprenditori, tipo mio padre, che dovendo distribuire giornali per le strade davano un lavoro da strilloni a un sacco di precari ed extracomunitari più o meno clandestini, provenienti da paesi che hanno superato da tempo i miti del posto fisso, del contratto e dello stipendio. Non per nulla, in 30 anni ha avuto 10 società e un solo dipendente: io.

Cari sindacati, dov’eravate mentre noi sperimentavamo su strada (fra Santa Maria Novella e Palazzo Vecchio) questa nuova forma di flessibilità? Chi intendesse delegittimarla con formule obsolete, tipo “lavoro nero”, si rassegni: dopo il Jobs Act e lo Spartacus Act, il governo ha pronto il superemendamento KuntaKinte, come sempre aperto ai vostri suggerimenti: scriveteci a ziotom@governo.it. Dopodiché – come ci chiede l’Europa, che non deve darci ordini perché noi li anticipiamo – passeremo a sfatare il più ideologico e pernicioso dei tabù che frenano la crescita e bloccano la ripresa: la pensione. No, non sarà la solita riforma per ritoccare questo o quel dettaglio, ma una scelta molto più radicale: l’azzeramento. Se già quella di essere pagati quando si lavora è una pretesa che non possiamo più permetterci, figurarsi quella di essere pagati quando si smette di lavorare. Troppo comodo. Con Farinetti e il prof. Ichino, stiamo elaborando un decreto altamente innovativo ispirato al modello esquimese: il matusa, una sera, saluta parenti e amici e va a suicidarsi. Via, una bocca da sfamare in meno. Non sarà un obbligo, ma un esodo volontario incentivato: chi si toglie di mezzo godrà di robusti sgravi fiscali. Ora può partire la slide dell’Igloo Act.

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La Merkel si è fatta il cellulare a prova di ogni intercettazione

1839572Si chiama «Darshak», ed è sostanzialmente una applicazione per tutti gli smartphone Android. L’ha messa a punto un ricercatore berlinese di origine indiana, Ravishankar Borgaonkar, un esperto di sicurezza che lavora al Dipartimento Telecomunicazioni al Politecnico di Berlino. Servirà a capire se il telefonino è intercettato e allo stesso tempo a disattivare la possibilità di captare le sue comunicazioni.

La tecnologia messa a punto è in grado di rilevare qualsiasi sistema che cattura le comunicazioni- che dovrebbero essere cifrate – attraverso l’identificativo IMSI (International Mobile Subscriber identity) per spiare le telefonate del malcapitato.

Questo sistema di cattura è il più utilizzato dai servizi segreti e perfino dagli investigatori privati, perchè non costa molto la tecnologia di intercettazione. Non è il solo, ma visti i bassi costi è anche il sistema più utilizzato dalle aziende che lavorano con i tribunali per le intercettazioni giudiziarie.

L’applicazione realizzata dal ricercatore di Berlino si accorge della intercettazione sull’Imsi, immediatamente modifica il sistema di geolocalizzazione del telefonino vittima, e lo disconnette dal network abituale o introduce una piccola modifica al sistema operativo in grado di farlo scappare dagli intercettatori. La tecnologia è stata illustrata il 12 settembre scorso a Londra durante una conferenza riservata sulla sicurezza di computer e telecomunicazioni.

È già stata offerta in sperimentazione al governo tedesco, che da tempo cercava sistemi di protezione più efficaci per le proprie istituzioni, e soprattutto per le comunicazioni del cancelliere Angela Merkel, intercettata a insaputa del suo sistema di intelligence dalla Cia, causando anche un braccio di ferro diplomatico con Barak Obama e l’amministrazione Usa.

Non a caso è stata proprio la Germania a investire più di ogni altro nella ricerca per la protezione delle telecomunicazioni. E infatti dall’inizio di settembre un’azienda tedesca ha già iniziato la commercializzazione di un sistema operativo derivato dalla tecnologia Android- il CryptoPhone 500- inserito in un Samsung Galaxy3. Il sistema avverte quando il telefonino dovesse connettersi a una rete fasulla (è il modo attraverso cui passano le intercettazioni Imsi) o improvvisamente dovesse passare dal 3G al 2G (che è un altro segnale inequivocabile).

È una specie di allarme che avverte l’utente sull’assenza di protezione crittografica della comunicazione che si sta effettuando (che quindi quasi sicuramente in quel momento è intercettata). Non è però in grado – come la applicazione appena messa a punto – di trovare soluzioni per l’utente proteggendo la comunicazione da orecchi indesiderati.
E al momento quella sorta di allarme non è proprio alla portata di qualsiasi tasca: l’apparecchio venduto con il CryptoPhone 500 costa circa 2.400 euro. Se invece si passasse alla commercializzazione di Darshak, l’applicazione ideata da Ravishankar Borgaonkar, naturalmente il sistema anti-intercettazione sarebbe alla portata di tutti. Ma si creerebbero problemi davvero enormi a chi le intercettazioni le deve fare per compito istituzionale (magistratura e forze di politizia) o per la sicurezza nazionale e internazionale (servizi segreti).

Se passasse la linea della protezione collettiva, è evidente che dovranno studiarsi altri sistemi di intercettazione legale. D’altra parte un sistema simile a quello tedesco è già stato messo a punto dall’impresa israeliana CyberSeal, che ha già prodotto Vanadium, una sorta di scatoletta nera legata al telefonino in grado di scoprire le intercettazioni. Gli israeliani però non hanno condiviso nemmeno in meeting tecnologici o sulla sicurezza internazionale la tecnologia utilizzata.

Franco Bechis – Libero 20.09.2014

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Tiziano Renzi, un fallimento tira l’altro (da 38 milioni)

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LA PROCURA DI GENOVA È INTERESSATA NON SOLO ALLA FINE DELLA SOCIETÀ “CHIL” MA PURE A QUELLA DELLA “MAIL SERVICE SRL” NEL 2011. PER LA “EVENTI 6” ORA RISCHIA ANCHE LA MADRE

Non è soltanto per un fallimento di tre anni fa, come lamenta Tiziano Renzi. Gli accertamenti della Procura di Genova stanno ricostruendo l’intera vita imprenditoriale del padre del premier. Tutte le società nate nella casa di Rignano sull’Arno, i passaggi di proprietà, i rapporti tra i singoli soci, la rete di contatti, gli scambi commerciali. Tutto. Un lavoro che porta almeno fino al 2006. E alla Mail Service Srl, una società di cui il padre del premier era socio di maggioranza, con il 60% del capitale, e che nel 2011 è stata dichiarata fallita. Proprio come la Chil Post che, secondo l’accusa, è stata svuotata del ramo aziendale sano, e poi accompagnata al cimitero finanziario da Gian Franco Massone con debiti per 1 milione 150 mila euro.

La Mail Service potrebbe rappresentare un precedente utile al fine delle indagini perché sembra attuare uno schema poi ripetuto.
La Mail Service nel 2004 aveva un capitale sociale di diecimila euro e dopo tre trasferimenti e numerosi passaggi di proprietà nel 2011 è stata dichiarata fallita con un passivo da brividi: 37 milioni 493 mila 568 euro. Come la Chil Post anche la Mail Service è passata dalle mani di Renzi senior a quelle di Massone, nell’ottobre 2006. Non in quelle di Gian Franco, però, ma in quelle del figlio Mariano. Ed è quest’ultimo infatti a essere indagato per la bancarotta fraudolenta della Chil insieme a Tiziano Renzi e non il padre Gian Franco.
Gian Franco fa solo da prestanome per il figlio Mariano che il 3 novembre 2010, quando il padre riceve da Tiziano Renzi la proprietà della Chil, ha già all’attivo la chiusura di tre società e cambiali in protesto per oltre 250 mila euro. Il giovane Massone, classe 1971, ha un curriculum che attira gli investigatori. Le tre società di cui negli anni diventa amministratore unico, nel giro di poco tempo dichiarano il fallimento: Directa, M&M Trasporti e One Post Adriatica. Stessa sorte tocca ad altre due aziende di cui è socio, Aesse e Mostarda. Fino ad arrivare alla Mail Service portata al fallimento nell’ottobre 2011 con un buco da 38 milioni di euro dopo essere stata ceduta da Massone ad Alberto Cappelli che, ipotizza il curatore fallimentare, figura solo come testa di legno.

COSÌ PER LA CHIL interviene il padre. Ma i rapporti con Tiziano Renzi li ha Mariano. La Chil Srl e la Mail Service negli anni tra il 2004 e il 2006 hanno la sede sociale nello stesso indirizzo: Via Scajola 46 a Firenze. Sono gli anni in cui Matteo Renzi figura come dirigente dell’azienda di famiglia. E lo stesso Gian Franco, interpellato da Giacomo Amadori su Libero, ha confidato: “Tiziano Renzi l’ho visto una sola volta in vita mia, quando mio figlio mi chiese di portargli il pesto al casello dell’autostrada”. Generosità ligure. Come siano nati i rapporti tra la famiglia Massone e Renzi è un altro dei punti che gli inquirenti stanno tentando di ricostruire. La conferma arriva dal procuratore capo, Michele Di Lecce, che sottolinea ogni volta che può quanto sia ancora difficile avere un quadro complessivo dell’inchiesta. “Siamo appena all’inizio”, ripete. “Infatti a Tiziano Renzi noi abbiamo solo notificato la proroga delle indagini”. E “la notizia dell’avviso di garanzia, a quanto ci è dato sapere, è trapelata da Firenze non da qui”, aggiunge Di Lecce anche per rimandare al mittente le accuse di giustizia a orologeria nei confronti del premier impegnato nella riforma. Al momento l’unico reato ipotizzato è la bancarotta fraudolenta ma l’indagine, come detto, si è estesa anche ad altre società dell’universo renziano, a cominciare dalla Eventi 6 di Laura Bovoli, madre del premier, che secondo l’accusa riceve le attività sane della Chil Post e salva il tfr di Matteo Renzi. “I capi d’accusa come il numero delle persone coinvolte potrebbero aumentare, ma le indagini sono ancora in corso e stiamo ricostruendo tutti i rapporti nel dettaglio”, aggiunge Di Lecce.
Sono inoltre tuttora in corso le verifiche sui creditori della Chil indicati dal curatore fallimentare: 19 aziende che vantano oltre un milione di euro dalla società. C’è il Credito Cooperativo di Pontassieve, presieduto dal renziano Matteo Spanò, con cui l’azienda aveva un debito di 496 mila euro. Insoluto anche un prestito da 50 mila euro con la Unicredit, altri 72 mila con la Bmw, 178 mila euro con l’immobiliare e poi 15 mila d’affitto della sede, multe del Comune e persino le gomme per l’auto. Questo è quanto lasciato nella Chil da Tiziano Renzi prima di cederla a Massone. Ma solo dopo aver trasferito alla Eventi 6, società della moglie, i contratti in essere, i beni e il tfr del figlio.
f.sansa@ilfattoquotidiano.it
d.vecchi@ilfattoquotidiano.it

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A caval Donato – Marco Travaglio – 20.09.2014

travaglio serracchianiRagazzi, che spettacolo. Dopo vent’anni passati a ripetere la frottola della magistratura politicizzata e delle toghe rosse che colpiscono solo a destra e mai a sinistra, i berluscones e i loro house organ sono costretti a commentare la notizia che il padre del leader del centrosinistra è indagato per la bancarotta di una sua società. Oddio, che dire? Semplice: che le toghe, per quanto rosse, vogliono colpire il premier e segretario Pd perché è alleato di Berlusconi e con lui sta riformando la giustizia. Il Giornale: “Preso in ostaggio il papà di Renzi. Giustizia a orologeria”. Il Foglio: “Mozzorecchi all’arrembaggio: un vecchio fascicolo dissotterrato dopo le lunghe ferie” per “colpire un premier di sinistra” (sic) e per giunta “trentenne” (ri-sic) “attraverso il babbo”. Libero: “Babbo avvisato, Matteo sistemato. L’inchiesta sembrava destinata all’archiviazione.

La svolta dopo l’offensiva del governo sulle ferie dei magistrati e la responsabilità civile. Solo una coincidenza? I precedenti di Mastella e Berlusconi autorizzano qualche dubbio”. A parte il fatto che l’inchiesta è iniziata 6 mesi fa dalla bancarotta della società e non da uno sfizio dei pm, e che la proroga è obbligatoria per legge, e che le indagini non sono mai sembrate destinate all’archiviazione (nessuno sapeva nemmeno che esistessero prima della richiesta di proroga notificata a Tiziano Renzi, non citofonata ai giornali), e che c’è una lieve contraddizione nell’accusare i magistrati di lavorare poco ma anche di lavorare troppo, resta da spiegare per quale misterioso motivo il Partito dei Giudici abbia indagato pure Nichi Vendola, leader di Sel, che non è alleato di B. e non sta riformando la giustizia.

Da mesi Libero, come pure il Fatto, racconta giustamente la vicenda imbarazzante del pied à terre messo gratuitamente a disposizione dal banchiere Marco Carrai a Renzi quand’era sindaco di Firenze, e delle relative indagini della Procura: se queste dovessero approdare a qualcosa, Libero protesterebbe coi pm perché indagano su una notizia svelata anche da Libero? Siccome non c’è limite al ridicolo, il Fatto scopre che Donato Bruno, candidato del partito unico Forza Pd alla Consulta assieme al suo dioscuro Luciano Violante, è indagato a Isernia per appropriazione indebita e interesse privato su strane consulenze milionarie.

Debora Serracchiani, neppure lontana parente della Debora Serracchiani che chiedeva trasparenza al Pd prima di diventarne vicesegretaria, fa spallucce e ripete la solita solfa sulla presunzione di non colpevolezza, come se questa obbligasse i partiti a mandare un inquisito alla Consulta. “L’avviso di garanzia – dice la Serracchiani – serve all’indagato per poter far chiarezza”. Ora, qui non c’è alcun avviso di garanzia: c’è un’indagine sul sospetto che Bruno si sia intascato soldi pubblici non suoi. Se fosse in corsa per una municipalizzata, sarebbero affari di chi lo nomina, e se fosse in corsa per un ente locale sarebbero affari di chi lo candida e di chi lo vota. Ma Bruno è in corsa per la Consulta.
Hanno una vaga idea, Serracchiani & C., di che cosa sia la Corte costituzionale? I suoi membri durano in carica 9 anni e in quel lunghissimo periodo godono della stessa immunità dei parlamentari, cioè non possono essere arrestati, né intercettati né perquisiti senza l’autorizzazione della Corte stessa. Infatti non s’è mai visto uno già indagato diventare giudice costituzionale. Anche perché – diversamente che per i parlamentari – la legge non prevede la decadenza neppure in caso di condanna. E se, Dio non voglia, Bruno fosse rinviato a giudizio, e magari condannato a pena detentiva, che ne sarebbe del massimo organo di garanzia costituzionale della Repubblica? Tutto accade perché Napolitano vuol piazzare alla Consulta, dopo il suo amichetto Amato, anche il suo amichetto Violante. E Violante può passare solo se ha i voti di Forza Italia. E Forza Italia lo vota solo se in cambio il Pd vota Bruno. Naturalmente se Renzi fa il bravo sulla giustizia (niente falso in bilancio e niente autoriciclaggio). Come direbbe il Sassaroli di Amici miei, è tutta una catena di affetti che né io né voi possiamo spezzare. A caval Donato non si guarda in bocca.

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“Decrescita felice non è recessione”

rrt67di Maurizio Pallante – Il Fatto Quotidiano 19.09.2014

LA CONFUSIONE DI RENZI
Illustrissimo (si fa per dire ndr.) signor presidente del Consiglio, ho letto una sintesi del discorso che ha pronunciato il 16 settembre alla Camera e per deformazione professionale sono rimasto colpito dal passaggio in cui ha parlato in termini critici della decrescita felice. So che non si rivolgeva al sottoscritto, che non conta nulla, ma allusivamente a qualcuno che ha un rilevante peso politico e a volte ha parlato di decrescita.

Mi stupisce che Lei, così istruito e brillante, continui a confondere il concetto di decrescita col concetto di recessione. Eppure nei libri di economia è scritto chiaramente che una crisi economica come quella che stiamo vivendo da 8 anni, caratterizzata da una diminuzione generalizzata e incontrollata di tutta la produzione di merci, si chiama recessione. Di decrescita, nei libri di economia non si parla, tutt’al più si legge la locuzione crescita negativa, come dire, per analogia, che una persona anziana ha una gioventù negativa. A differenza della recessione, la decrescita è la riduzione controllata e guidata della produzione di merci che non servono a nulla o, peggio ancora, creano danni. Per fare un esempio, nelle case italiane, che sono mal coibentate, si disperdono i due terzi dell’energia che si utilizza per riscaldarle. Se invece di sostenere genericamente la domanda regalando dei soldi nel tentativo di rimettere in moto l’economia, o di finanziare grandi opere che servono solo a devastare il nostro paese e a far guadagnare soldi a chi le realizza, Lei e i Suoi illustri collaboratori aveste sostenuto la ristrutturazione energetica del patrimonio edilizio esistente, non solo si sarebbe rimessa in moto la produzione e si sarebbero creati molti posti di lavoro, ma questi posti di lavoro avrebbero risanato l’aria riducendo le emissioni di CO2 e si sarebbero pagati da sé con i risparmi economici che consentono di avere, senza accrescere il debito pubblico.

TUTTI questi vantaggi si sarebbero ottenuti, pensi un po’, con una riduzione selettiva, con una decrescita dei consumi di energia che si spreca, che non serve cioè a riscaldare le case. Potrei farle molti altri esempi di tecnologie più avanzate di quelle attualmente in uso che consentono di ottenere gli stessi risultati. Detto questo, nel momento in cui il botto della ripartenza, di cui Lei ha sproloquiato col sottotono che La contraddistingue, era quello di un tonfo e, invece della crescita strepitosa dello 0,8 per cento annunciata, il 2014 farà registrare una riduzione del -0,4 per cento (ma negli ultimi anni le previsioni si sono sempre rivelate sopravvalutate), Lei si permette di dire nel Suo discorso alla Camera che: “La decrescita è felice solo per chi non ha mai visto in faccia un cassintegrato, non ha mai visto un imprenditore andare in banca e vedersi respingere una richiesta di fido, non ha sentito lo strano odore di una fabbrica chiusa”. Chi deve abbassare gli occhi davanti a un cassintegrato e a un imprenditore cui è stata respinta in banca una richiesta di fido è Lei, sono i Suoi illustri collaboratori e i Suoi illustri predecessori, perché sulla crescita avete fatto solo delle grandi chiacchiere – a Lei sulle chiacchiere non La batte nessuno – ma, pur avendo le leve del potere ed essendo convinti che la crescita sia la soluzione dei loro problemi, non siete stati capaci di far ripartire l’economia.
Sono sette anni che dichiarate di vedere la luce in fondo al tunnel e quando i fatti regolarmente vi hanno smentito, avete avuto la faccia tosta di ripetere che se l’economia non era ancora ripartita come avevate previsto, prevedevate che sarebbe comunque ripartita nei prossimi mesi. Ho preparato un elenco delle vostre chiacchiere a vuoto e se il giornale che ospita questa mia lettera aperta, mi concederà lo spazio, le richiamerò alla memoria collettiva. Mi permetta inoltre di aggiungere che strani odori non ne ho mai sentiti provenire dalle fabbriche chiuse, ma solo da alcune fabbriche aperte dove, per far crescere la produttività non si è avuto nessuno scrupolo a utilizzare processi produttivi che hanno avvelenato non solo l’aria, ma anche i suoli e il ciclo dell’acqua. Ma facevano crescere il Prodotto interno lordo, e tanto bastava.
Io credo, illustre presidente del Consiglio, che il progresso non consista nel produrre sempre di più, ma nel produrre bene, nella capacità di sviluppare tecnologie più evolute che ci consentono di accrescere l’efficienza dei processi produttivi, cioè di ridurre progressivamente il consumo di materie prime e l’impatto ambientale dei processi produttivi.

MENO E MEGLIO. A uno che si dichiara cattolico ed è cresciuto tra gli scout, non dovrebbe essere necessario ricordare queste semplici regole di vita.
A uno, che pur avendo avuto questa formazione, gongola perché il Prodotto interno lordo cresce se si inseriscono nel suo calcolo la prostituzione, il contrabbando e la droga, suggerisco di ricordare alle forze dell’ordine che ogni carico di droga sequestrato comporta una decrescita selettiva ed è una stilettata al suo cuore generoso nei confronti dei cassintegrati e degli imprenditori che si vedono rifiutare un mutuo.

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La vera storia della società che inguaia il premier

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«Bancarotta»: indagato Renzi senior
L’inchiesta riguarda la Chil Post, l’azienda di distribuzione di giornali fallita nel 2013: il padre di Matteo l’aveva venduta nel 2010, ma l’anziano acquirente si definisce solo un «prestanome». E restano da chiarire molti movimenti societari

Nella scorsa primavera nello studio del curatore fallimentare Maurizio Civardi nel centro di Genova il cronista aveva trovato un muro di gomma: «In questa vicenda giudiziaria il papà di Matteo Renzi, Tiziano, non c’entra nulla». Per il professionista e i suoi collaboratori la storia della Chil post, venduta nel 2010 da Tiziano Renzi a Gian Franco Massone e andata in rovina circa tre anni dopo, non aveva nulla a che vedere con il padre del presidente del Consiglio. In realtà già allora le cose stavano evolvendo un po’ diversamente e il celebre genitore era appena stato iscritto sul registro degli indagati della procura di Genova per bancarotta fraudolenta.

Ad aprire il fascicolo penale è stato il pm Mattia Airoldi, coordinato dal procuratore aggiunto Nicola Piacente. Matteo Renzi era appena diventato presidente del Consiglio e da alcuni mesi l’inchiesta del tribunale civile languiva senza sussulti tra i mugugni di chi aspettava di essere risarcito. Ora i magistrati, codice alla mano, hanno chiesto la proroga delle indagini e hanno inviato gli avvisi di garanzia agli interessati. Per capire quanto questa vicenda sia complessa basta andare a Masone, ultimo Comune ai piedi degli Appennini della provincia di Genova.

Qui risiede il settantacinquenne Gian Franco Massone ossia l’uomo a cui Tiziano Renzi ha ceduto le sue quote in Chil post. Raggiunto dal cronista ha dichiarato candidamente di non sapere nulla di quella cessione, ma di essere il «prestanome» del figlio Mariano (non indagato), quarantenne con diversi fallimenti alle spalle: «Io sono un ufficiale della Marina mercantile in pensione e Tiziano Renzi l’ho visto una sola volta in vita mia, quando mio figlio mi chiese di portargli il pesto al casello dell’autostrada». Ma partiamo dall’inizio di questo affare.

Nel 2002 papà Renzi, proprietario della Chil srl, società di diffusione di giornali, apre un ufficio a Genova per distribuire il Secolo XIX. L’uomo che si occupa di gestire il business in Liguria per conto di Renzi è il trentenne Mariano Massone. Il giovanotto, scuole tecniche dai salesiani e passione per il podismo, si preoccupa di gestire l’ufficio di via Fieschi. La collaborazione tra Massone, originario di Alessandria, e Tiziano Renzi si intensifica tanto che Massone fonda a Firenze, con sede legale allo stesso indirizzo della Chil srl (via Scialoja 46), la sua Mail service. In quelle stanze lavora un certo Matteo Renzi, all’epoca dirigente della Margherita, il quale nell’ottobre del 2003 diventa dirigente della stessa Chil srl, in attesa di essere candidato alla presidenza della Provincia.

Nel 2003 Tiziano Renzi inaugura la Arturo srl, società che si occupa di panificazione. L’amministratore è Pier Giovanni Spiteri, un vecchio conoscente di Tiziano. Tra il 2005 e il 2007 Mariano fonda altre tre società la M&M trasporti, la One post e la Directa. Gli affari di Mariano Massone e Tiziano Renzi si intrecciano ulteriormente: Antonello Gabelli (indagato nell’inchiesta genovese), amico alessandrino di Mariano, diventa amministratore unico della Arturo srl al posto di Spiteri. Nel 2009 Roberto Bargilli, l’autista del camper di Matteo Renzi alle primarie, fonda insieme con Spiteri la Delivery service con sede legale presso la Confcooperative (le cooperative bianche) di piazza San Lorenzo a Firenze. Che c’entra direte voi? C’entra, c’entra.

Nel 2010 Bargilli e Spiteri trasferiscono «a sua insaputa» le proprie quote a Gian Franco Massone, l’ex ufficiale della Marina, e ad altri due soci, un giornalista con un fallimento alle spalle e a un altro socio di Mariano. Nello stesso anno anche Tiziano Renzi inizia le sue grandi manovre. A ottobre vende un ramo d’azienda della Chil srl (nel frattempo rinominata Chil post srl) alla Chil promozioni della moglie Laura Bovoli per poco più di tremila euro a fronte di un fatturato dichiarato di quasi tre milioni di euro (anche se l’azienda risulta in passivo). Passa una settimana e papà Renzi nomina amministratore della sua Chil post Antonello Gabelli, trasferendo la sede legale a Genova. Un mese dopo vende quel che resta della Chil post a Gian Franco Massone, il sedicente prestanome.

Nel 2011 e nel 2012 falliscono la Mail service e la One post. Un anno dopo tocca alla Chil post su cui nel frattempo sono stati dirottati i debiti di altre società di Mariano Massone. Il principale creditore è il Credito cooperativo di Pontassieve, esposto per 500mila euro a causa di un mutuo chirografario e quindi con scarsissime garanzie e difficilmente esigibile. Non è chiaro chi abbia consentito che quel credito venisse trasferito dalla vecchia Chil post alla «nuova», quella dei Massone. All’epoca dell’operazione nel consiglio d’amministrazione della banca sedeva Matteo Spanò, ex boy scout e stretto collaboratore di Matteo Renzi. Il presidente era Giorgio Clementi, già protagonista di una tavola rotonda insieme con il futuro sottosegretario Graziano Delrio alla festa della Margherita fiorentina del 2005, quando il segretario provinciale era Matteo Renzi.

Giacomo Amadori – Libero 19.09.2014

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PDocchio – un film di Roberto Benigni

1066“L’appartenenza al sistema ha tante facce… di molte te l’aspetti, è come se geneticamente, quasi lombrosianamente, lo hai sempre saputo. Quale appartenenza può infatti suscitare uno con i tratti di guance, zigomi e sopraccigli che si raccolgono nella faccia di Gasparri o in quella di Sacconi o, peggio ancora, ammesso che esista un peggio, di Giovanardi, se non quella dell’appartenenza più becera e volgare al sistema di clientelismo in Italia?

Poi ti compare in tivù, a ingrassare l’audience dei talk show del Sistema, la faccia di Benigni, giullare (nell’accezione positiva del termine) e cantore dei vizi e delle virtù degli italiani, profondo conoscitore di Dante, della Divina Commedia e grande difensore della Costituzione. E quasi non ci vuoi credere perché non te l’aspetti, perché Benigni ha la faccia di un italiano intelligente, spiritoso, informato e apparentemente smarcato da interessi di bottega: ha la faccia di uno indipendente quanto irriverente nei suoi lazzi e frizzi mandati a destra e a manca.

Qualche tempo fa è comparso (e ho fatto fatica a crederci) in una disinformazione sulla storia dell’Unità d’Italia, raccontata in stile e verità dei vincitori e pensi che magari è un errore, una svista. Una leggerezza!

Poi, noti che ha lavorato sempre con la società di Berlusconi, la Medusa, e pensi, ma si, forse è l’unica società in questo Paese di corporazione di conflitti di interessi e anche i grandi si devono arrendere, anche se in cuor tuo sai bene che uno come lui può anche lavorare con società di distribuzione di mezzo mondo, senza necessariamente stringere accordi commerciali con il Signore dei conflitti di interessi.

Ma poi te lo trovi all’improvviso anche nei talk show ambigui della nostra televisione di regime, vera maestra a pagamento della disinformazione e della distrazione di massa. Lui che i talk show li beffeggiava, come beffeggiava Berlusconi, è ora ridotto, come un giullare qualsiasi, a mezzo servizio, a sbarcare il lunario per portare ascoltatori a Ballarò di Giannini anziché a Piazza Pulita di Formigli. E in un sol colpo, siamo passati dal Benigni travolgente comunicatore di passioni italiche e difensore strenuo della “più bella Costituzione” mai scritta al mondo, al Crozza di turno. Ma se dal bravo Crozza ci si aspetta un sorriso, un’allegria, da uno che ha la storia e la faccia di un Benigni, ti aspetti che sia sempre oltre i luoghi comuni, oltre i comuni bisogni del vivacchiare, oltre gli schemi opportunistici in cui cadiamo in molti.

Lombroso alla fine fine non aveva ragione e mi dispiace che la relatività scientifica delle sue teorie venga dalla bella e irriverente faccia di Benigni, sceso anch’egli in campo a fianco di quelli che la (sua intoccabile) Costituzione gliela stanno stravolgendo. Ma forse, anche quella sua lezione magistrale era solo una pagina di spettacolo ben pagata e niente di più.”

(Vito Petrocelli, capogruppo M5S Senato)

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