“Questo governo non ama il pluralismo, cioè la Carta”

Lorenza-Carlassare

La costituzionalista Lorenza Carlassare, tra gli intellettuali che non piacciono a Renzi

di Silvia Truzzi – Il Fatto Quotidiano 13.4.2014

Professoressa Carlassare, le polemiche sulle riforme non accennano a placarsi.
C’è una verità sotterranea che unisce certi comportamenti: l’insofferenza al dialogo e alle critiche, la reazione smodata a un appello firmato da persone completamente prive di potere, come siamo noi che abbiamo sottoscritto il documento di Libertà e Giustizia. Ed è la mancanza assoluta di cultura costituzionale, che porta a un’idea deformata di democrazia: cioè che si può arrivare anche a escludere i cittadini dalle decisioni. Quello che si avverte – ed è ben evidenziato dall’articolo di Marco Travaglio sul Fatto di mercoledì – è che il concetto di democrazia costituzionale è del tutto estraneo anche a persone di buona cultura.

Ce lo spieghi meglio.
Democrazia “costituzionale” significa soprattutto controllo sul potere; per evitare che si concentri, ha come fondamentale principio la divisione dei poteri e il reciproco controllo. L’abbiamo ripetuto centinaia di volte: il costituzionalismo esprime l’esigenza di dare regole e limiti al potere e dunque, limiti alla maggioranza per realizzare “una serie di garanzie reciproche tra le varie forze sociali e politiche in modo da evitare che la sovranità popolare si risolva automaticamente nella sovranità di una semplice maggioranza parlamentare” (come diceva un grande costituzionalista, Vezio Crisafulli).

La nostra è una democrazia pluralista.
Il punto è esattamente questo, la Costituzione vuole il pluralismo in tutte le sue forme: pluralismo religioso,
sindacale, politico, territoriale. Ma siccome il pluralismo costituisce un freno, non lo si ama. E ora si vogliono eliminare i limiti giuridici e politici derivanti dalla pluralità di opinioni difformi. Si vuole cancellare il Senato: io non amo il Senato, né il bicameralismo perfetto, vorrei chiarire, ma a questa riforma che vuole eliminarlo o reciderne il legame con gli elettori si accompagna l’idea di eleggere la Camera dei deputati con un sistema che esclude il pluralismo e potenzia al massimo un partito (che raggiunge una soglia non
elevata) mediante un premio che lo pone in posizione egemone. Il limite politico, in democrazia, è dato dalle minoranze, ma con l’Italicum restano fuori dal Parlamento.

Oltre al contenuto, a lei non è piaciuto nemmeno il modo in cui le riforme sono nate, con il patto del Nazareno.
Il modo in cui le riforme sono nate non è democratico. Non possono essere i capi di due partiti a decidere. Al Parlamento si fanno proposte, non si può pretendere che siano immodificabili. È una cosa folle: a questo punto sarebbe meglio eliminiamo non solo il Senato, ma anche la Camera! Spendiamo meno e le leggi le fanno in due.

Tra il Porcellum e l’inerzia legislativa degli ultimi anni, ci siamo assuefatti a un Parlamento diminuito?
Appunto, si vuole – si è voluto – emarginare il Parlamento che è l’organo della rappresentanza popolare. O meglio: quello che ci resta perché questo Parlamento, per le note vicende del Porcellum, non ci rappresenta. Depotenziata la rappresentatività delle due Camere, ora si vuole sancire anche lo svuotamento delle loro funzioni imponendo decisioni prese altrove.

Ormai si legifera solo con decreti leggi o leggi delega.
Il paradosso è che nel periodo berlusconiano le leggi che servivano all’ex Cavaliere venivano approvate alla velocità della luce. Sono riusciti perfino a fare una riforma costituzionale che nel 2006 il referendum ha bocciato. Poi c’è stato un abnorme ricorso alla legislazione d’urgenza e ora si vuole un Parlamento che si limiti ad approvare. Si ricorda Berlusconi quando parlava di un “Parlamento di figuranti”? Che, aggiungo io, è stato sfigurato da quella legge elettorale poi dichiarata illegittima. Ma ora la si vuole perpetuare: l’Italicum ha gli stessi difetti del Porcellum. Dunque un Parlamento “per approvare”. Ma attenzione, per approvare non solo ciò che propone il governo, ma ciò che i capi partito hanno deciso nelle segrete stanze e che impongono all’Assemblea che dovrebbe rappresentare il popolo. Cioè il popolo “sovrano”, in base all’articolo 1 della Costituzione: forse vogliamo cancellare anche quello?

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Il bonus da 80 euro di Renzi lo avrà un lavoratore su dieci

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La promessa del premier si realizzerà solo per il 9,74 dei dipendenti, per il 30% si tradurrà in una riduzione di stipendio. E per le partite Iva altra stangata sul modello Prodi-Visco

Sette contribuenti italiani su dieci non avranno alcun vantaggio dalla manovra economica preparata da Matteo Renzi e dal suo governo. Meno di uno su dieci avrà qualcosa di simile a quegli 80 euro al mese in busta paga promessi, circa due su dieci avrà meno di 40 euro, a tre su dieci la vita cambierà in peggio e per tutti gli altri non ci sarà differenza rispetto al passato. Come era immaginabile dalle simulazioni fatte a palazzo Chigi in queste ore la realtà dei numeri è assai diversa dagli slogan delle slides mostrate dal premier. Quelle più facili da raccontare, ma la realtà sarà diversa.

Solo il9,74% dei contribuenti italiani riceverà nel 2014 più o meno gli 80 euro promessi in busta paga. Si tratta di 3,8 milioni di lavoratori dipendenti che hanno un reddito lordo annuale che oscilla fra 20 e 26 mila euro.In media avranno 79,49 euro mensili, ma fra loro c’è qualcuno che raggiungerà i 90 euro e qualcuno che starà ben al di sotto. Sono loro però gli unici a vedere realizzata la promessa fatta. Per gli altri i vantaggi ci saranno, ma assai più ridotti rispetto alle attese. Avranno in media 61,79 euro in più in busta paga i lavoratori dipendenti che prendono fra 26 e 29 mila euro lordi l’anno: sono 1,3 milioni (il 9,14% di quelli che avranno qualcosina in più).Per tutti gli altri redditi interessati dalla manovra il vantaggio sarà inferiore ai 52 euro al mese. Per 5,5 milioni di lavoratori dipendenti il vantaggio sarà inferiore ai 30 euro mensili. Per un milione e mezzo di loro, quelli che guadagnano fra 35 e 50 mila euro lordi, ci sarà perfino una lieve limatura del reddito a disposizione.

Se però passerà anche la norma contenuta nel disegno di legge sul lavoro – il cosiddetto job act – che prevede l’abrogazione della detrazione prevista per il coniuge a carico (65 euro al mese), resteranno davvero pochi ad avere un vantaggio perfino nella platea dei lavoratori dipendenti (che rappresenta in tutto solo la metà dei contribuenti italiani).E attenzione: secondo le simulazioni fatte dal governo, sarà solo nel 2014 che chi potrà godrà il massimo del vantaggio: nel 2015 anche chi ha goduto di quegli 80 euro al mese li vedrà ridotti a circa 60-65 euro.

Anche per questo motivo la manovra Renzi ricorda molto nella sua impostazione il pacchetto misure varato da Romano Prodi, Vincenzo Visco e Pierluigi Bersani nel 2006-2007.La filosofia che ispirò allora il governo fu quella di agevolare fiscalmente la propria base sociale di riferimento attraverso la rimodulazione delle aliquote Irpef (tecnicamente sbagliarono anche quella manovra, perché non calcolarono l’effetto cascata sulle tasse locali che si mangiarono i benefici previsti), mentre fu messa sotto torchio in mille modi quella parte di Italia considerata come il blocco sociale avversario. Basti ricordare cosa avvenne sulle partite Iva e i professionisti. Il complesso di misure inserite da Renzi nel Def ricorda molto da vicino quella filosofia. Vengono penalizzati o comunque esclusi da qualsiasi tipo di aiuto 6 milioni di lavoratori dipendenti, oltre 5 milioni e mezzo di lavoratori autonomi e 15 milioni di contribuenti pensionati.A questi 26 milioni di contribuenti italiani esclusi dai benefici Irpef il governo Renzi riserva nella migliore delle ipotesi nulla, nella peggiore una stangata sui risparmi, un prelievo di 65 euro netti al mese a chiunque abbia il coniuge fiscalmente a carico, un prelievo sulle pensioni al di sopra di certi redditi. Senza contare che anche la parte di recupero entrate attraverso accertamento punta come sempre sul cosiddetto blocco sociale avverso, quello del lavoro autonomo, oramai inserito fra i paria di Italia, vittima predestinata di qualsiasi caccia alle streghe. (Franco Bechis – Libero 12.4.2014)

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Caro Renzi, impari qualcosa dal Papa

ffddi Marco PolitiIl Fatto Quotidiano 9.4.2014

Signor premier Renzi, dinanzi al potere vero in Vaticano lei ha smesso il (calcolato) stile sgarzolino, che esibisce di solito. Niente tweet roboanti. Quando vuole, sa controllarsi. Ottimo. La visita che ha fatto al pontefice la settimana scorsa non la dimenticherà facilmente. Francesco è forte. Non si limiti a omaggiarlo, dall’incontro può imparare parecchio.

A Francesco non piace chi mente. Se in Vaticano sostituisce qualcuno, non dice prima “stai sereno”. Francesco risponde alle domande, non fugge invocando il treno o nascondendosi dietro la pubblicità alla Tv come è successo con lei da Lilli Gruber. Francesco non ha stima per i corrotti. Immagino anche lei: ha voluto il magistrato Cantone all’Autorità anticorruzione. Perché poi si è premurato di abbassare le pene per il voto di scambio tra politici e mafiosi? E dove sta la logica nell’escludere l’arresto per bancarottieri e corrotti esordienti? Cantone, con garbo, ha osservato che “ci saranno conseguenze per quanto riguarda i reati da strada, come il furto, e per quelli contro la pubblica amministrazione”. Sono i reati che affliggono la maggioranza degli italiani. La cosa non sembra interessarla.

FRANCESCO schifa chi evade le tasse e poi si presenta a fare regali alla Chiesa. Lei l’evasore principe lo ha invitato nella sua “casa” politica. Eppure nessuno dei votanti alle primarie del Pd ha chiesto di ospitare al Nazareno un pregiudicato – espulso dal parlamento – per patteggiare con lui riforme costituzionali. Nel suo discorso di insediamento al Senato la parola “evasione” non si trova da nessuna parte. Latita.

Francesco denuncia un meccanismo economico che rende i ricchi più ricchi e impoverisce sempre di più la stragrande massa dei deboli (che ormai include il ceto medio): Ma non si capisce perché da Palazzo Chigi ha twittato orgogliosamente “siamo stati di parola”, abolendo la web-tax per i giganti del business che fanno incassi miliardari su internet. Francesco manda i collaboratori ad alleviare le pene dei barboni sotto le sue finestre, lei ha promesso una legge sul lavoro e sul salario minimo. Bene. Non si comprende perché intanto spinge alla precarietà per tre anni milioni di giovani e non tocca le false partite Iva.

Francesco critica la cultura dello scarto, lei nel suo orizzonte neanche vede i pendolari scartati nei treni carro-bestiame e ignora cosa significhi per le famiglie tagliare gli Intercity.
Osservi Francesco. Anche lui ha la sua riforma costituzionale in corso. È un monarca assoluto e tuttavia per riformare la curia chiede il parere di persone di tutte le tendenze, riunisce comitati di persone competenti, riesce – senza ridicoli diktat – a rivoltare come un calzino le finanze vaticane, dimostrando che si può fare presto e bene. Ha mai visto collaboratori del papa pronunciare slogan giulivi, compitati in fretta la sera prima? Lo ha mai sentito pronunciare minacce? Non prova imbarazzo vedendo alla tv una sua ministra parlare di “sana mobilità obbligatoria” per gli statali, quando l’unica esperienza dell’incauta è stata la veloce mobilità da una corrente di partito all’altra?

LE ASSICURO che guardare il governo vaticano in questa fase è un’esperienza estremamente istruttiva. Francesco suscita il dibattito intorno a sè, vuole ascoltare opinioni differenti per essere più efficace nelle decisioni, non insulta chi lo critica. Rispetta chi dissente. Non dice “cardinale chi?”, quando qualche porporato scende in campo, anche pesantemente, con prese di posizione opposte alle sue. Meno che mai pretende che quanti avanzano proposte diverse le ritirino, accucciandosi alla voce del padrone.

Sa qual è un altro tratto interessante di questo papa argentino? Ha conosciuto le bidonville sul serio, andandoci mese dopo mese, anno dopo anno, ma non lo sentirà mai declamare “io che conosco meglio la realtà delle famiglie…”. È un papa così mediatico – per suo carisma naturale, si potrebbe dire – ma quanto più è presente sulla scena pubblica tanto più lascia da parte ogni forma di autoreferenzialità. Anzi l’aborre. Non è egolatrico.
Non le pare un esercizio di leadership interessante? Non si disperi, Matteo, lei può migliorare il suo stile (e il suo inglese).

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La gaffe di Renzi sugli 007 terrorizza l’Eni

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Il premier: l’azienda è un pezzo dei servizi segreti. Così mette a rischio i nostri affari e la sicurezza dei lavoratori

di Franco Bechis – Libero 8.4.20214

Una frase buttata lì, con nonchalance, come una banalità fra le altre. «Che cosa è Eni oggi? Non soltanto è la più importante azienda italiana nel mondo. Eni è un pezzo fondamentale della nostra politica energetica, della nostra politica estera, della nostra politica di intelligence. Cosa vuole dire intelligence? I servizi. I servizi segreti». Cioè: l’Eni è un pezzo fondamentale dei servizi segreti italiani.Frase choc in sé. Un mezzo terremoto perché a pronunciarla non è stato un analista qualsiasi, ma il presidente del Consiglio dei ministri italiano, Matteo Renzi. Che il colosso dell’energia italiano potesse avere una rete di contatti ad alto livello anche in paesi di grande interesse per la sicurezza mondiale, era immaginabile. Che la rete estera dell’Eni o parte di essa fosse «un pezzo fondamentale dei servizi segreti italiani», è invece affermazione ufficiale di ben altro peso.

Che dalle parti dell’azienda al momento guidata da Paolo Scaroni avrebbero preferito non sentire mai. Ma quella frase il premier italiano l’ha pronunciata in diretta tv il 3 aprile scorso quando è stato ospite di Lilli Gruber a Otto e mezzo. E da quel momento è sceso il gelo in molti paesi dove da anni è radicata la presenza del cane a sei zampe. Dalla Libia alla Nigeria, dal Camerun al Ghana, dalla Liberia al Mali, dalla Cina al Myanmar, dal Pakistan, all’Indonesia o al Vietnam. Dire in modo così ufficiale che dentro quelle strutture Eni potrebbe nascondersi una rete parallela dei servizi segreti italiani, nella migliore delle ipotesi mette a rischio i rapporti commerciali in quelle aree, servendo un assist formidabile alla concorrenza inernazionale, nella peggiore ipotesi mette a rischio la vita degli stessi dipendenti dell’Eni. Se l’informazione data in tv dal presidente del Consiglio italiano arrivasse in certe aree dell’Africa o dell’Asia, si può immaginare come verrebbe visto il lavoro di un semplice capo cantiere dell’Eni.

Non solo, ma il colosso petrolifero italiano è controllato direttamente dal ministero dell’Economia e delle Finanze con il 4,34% e indirettamente attraverso la Cassa depositi e prestiti che ne ha il 25,76%. Insieme fanno meno di un terzo dell’azionariato, che per la stragrande maggioranza è diviso fra investitori istituzionalie piccoli azionisti italiani e stranieri. Anche importanti investitori, come la People’s bank of China che il 21 marzo scorso ha dichiarato di avere il 2,102% dell’Eni. È evidente come non sia fra i loro interessi (anzi) che il colosso energetico sia «un pezzo della politica di intelligence italiana». E per quanto per la «vox populi» la vicinanza e la collaborazione fra la rete intelligence italiana all’estero e quella dell’Eni sia cosa assodata,ben diversa è l’ufficializzazione di questo stato di cose da parte della massima autorità di governo italiana. Un po’ come se domattina nel bel mezzo delle crisi politiche di quell’area Vladimir Putin si alzasse e raccontasse la nascita di Gazprom da una costola del Kgb. Per alcuni una semplice gaffe del premier italiano, che manca ancora di tanta esperienza. Per altri un caso politico che purtroppo già sta provocando danni all’Italia e alla sua principale azienda.

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Renzi promette 80 euro ma taglia i servizi basilari

3345di Tommaso Rodano – Il Fatto Quotidiano 6.4.2014
sul treno Roma -Salerno

Il treno Roma-Salerno delle 17 e 26 inizia quella che potrebbe essere una delle sue ultime corse. È tra i dieci intercity che le Fs vogliono cancellare: dal 15 giugno potrebbe non partire più. Non fa profitti, sostengono i contabili di Trenitalia. Le carrozze quasi deserte sembrano dar loro ragione. Ma è sabato pomeriggio e riposano persino i pendolari.
Quasi tutti. Non Antonio. Ha 35 anni, vive ad Ausonia (Frosinone). Lavora a Roma, in una cooperativa che segue i disabili. È uno psicologo. La tratta Formia-Roma è la sua battaglia quotidiana. “Davvero vogliono eliminare questa corsa? Sta scherzando vero? – chiede – È assurdo”. Nella carrozza 5 c’è solo qualche studente.
Fuorisede che tornano a casa per il weekend. Ma Antonio Vaudo le fatiche dei pendolari le conosce a menadito.

Quelli della Salerno-Roma sono una comunità. “Non lasciarti ingannare dal vuoto di oggi, in un giorno feriale avresti visto di tutto”. Il problema non è questo singolo treno, spiega. L’Intercity 591 è il tassello di un mosaico che già rischia di crollare. “Se si toglie pure questa corsa, dove vanno a finire le 200 persone che la prendono ogni giorno? Dovranno salire su uno degli altri treni di questa tratta già stracolmi.
I regionali sono carri bestiame. Le persone sono esasperate: è così evidente”.

OGNI MATTINA Antonio prende la macchina da Ausonia fino alla stazione di Formia-Gaeta. Sono 30 chilometri. Poi il regionale delle 10 e 30 fino a Termini. La sera, in genere, l’Intercity per il ritorno è quello delle 18 e 30. “Un treno puntualmente in ritardo, – ride – è una costante su cui si può fare affidamento. Arrivi al termine di una giornata di lavoro e ti capita di aspettare in piedi anche mezz’ora. Quando le attese sono davvero eterne, gruppi di pendolari esasperati si spostano sui treni ad alta velocità”. Con il biglietto dell’Intercity. Li lasciano fare? “I capitreno si vedono arrivare decine di persone imbestialite. Hanno paura. O forse capiscono la frustrazione”. Antonio non riesce a capacitarsi di come un aspetto cruciale della vita di un enorme numero di persone sia affrontato con tanta superficialità.

“Ti mettono in busta paga 80 euro – sorride amaro – e intanto ti tolgono un servizio essenziale. Ti levano un rene e in cambio ti danno un leccalecca. Una presa in giro”. A casa, ad Ausonia, lo aspetta la sua compagna, Manuela. Hanno un bambino piccolo. “Penso al tempo sprecato che potrei passare con loro. E a tutto quello che si potrebbe fare nelle ore che passo tra treni pieni e attese snervanti: avrei potuto prendere un master! Vado spesso in Francia, lì le persone si possono permettere di lavorare a 100 chilometri da casa. Qui no”. Nonostante tutto, Antonio riconosce di essere quasi un privilegiato. La tratta Salerno-Roma è famosa per gli insegnanti precari che salgono da sud e lavorano a chiamata nelle scuole della Capitale. “Partono all’alba per essere a Termini ben prima della campanella – racconta Antonio –. Aspettano una telefonata che non sempre arriva.
Se va bene, tornano la sera con questo treno. Donne e uomini di una forza straordinaria: ormai ci conosciamo quasi tutti. C’è chi scende in stazione ad Aversa che è già tardi, guida la macchina fino al suo paesino, arriva a casa alle 23. Cena, doccia, a letto e si ricomincia. Loro non mollano, a me ogni tanto viene voglia di farlo. Lasciare tutto e coltivare il mio pezzetto di terra”.

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Il business segreto della vendita dei virus che coinvolge aziende e trafficanti

Ceppi di aviaria spediti in Italia per posta. Accordi tra scienziati e aziende. L’inchiesta segreta dei Nas e della procura di Roma ipotizza un vero e proprio traffico illegale. E nel registro degli indagati c’è un nome eccellente: quello di Ilaria Capua, virologa di fama e deputato. Che respinge le accuse

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Virus dell’aviaria spediti dall’estero in Italia in plichi anonimi, senza nessuna autorizzazione e violando tutte le norme di sicurezza, per produrre vaccini. Con il rischio di diffondere l’epidemia. “L’Espresso” nel numero in edicola domani rivela l’esistenza di un’inchiesta choc dei carabinieri del Nas e della procura di Roma su un traffico internazionale di virus.

Con un sospetto, messo nero su bianco dagli investigatori dell’Arma: c’è un business delle epidemie che segue una cinica strategia commerciale. Amplifica il pericolo di diffusione e i rischi per l’uomo, spingendo le autorità sanitarie ad adottare provvedimenti d’urgenza. Che si trasformano in un affare da centinaia di milioni di euro per le industrie. In un caso, gli inquirenti ipotizzano perfino che la diffusione dell’influenza tra il pollame del Nord Italia sia stata direttamente legata alle attività illecite di alcuni manager. E l’indagine ricostruisce i retroscena sullo sfruttamento dell’allarme per l’aviaria nel nostro Paese, che nel 2005 spinse il governo Berlusconi ad acquistare farmaci per 50 milioni di euro, rimasti inutilizzati.

L’inchiesta è stata aperta dagli investigatori americani, che hanno ottenuto le confessioni di Paolo Candoli, manager della filiale italiana di Merial, sui ceppi patogeni di aviaria spediti illegalmente a casa sua in Italia e poi venduti ad aziende statunitensi. Nel 2005 la Homeland Security Usa ha trasmesso i documenti ai carabinieri del Nas, che già si erano occupati a Bologna di una organizzazione criminale dedita al traffico di virus ed alla produzione clandestina di vaccini.

vlcsnap-2014-03-23-18h26m49s195La nuova inchiesta dell’Arma si è allargata, seguendo le intercettazioni disposte dai magistrati di Roma. Candoli nella capitale sa come muoversi: sponsorizza convegni medici organizzati da professori universitari, regala viaggi e distribuisce consulenze ben pagate e questo gli permette di avere “corsie preferenziali” al ministero della Salute per ottenere autorizzazioni, riesce a far cambiare parere alla commissione consultiva del farmaco veterinario per mettere in commercio prodotti della Merial.

Tra i suoi referenti più stretti c’è Ilaria Capua, virologa di fama internazionale, attualmente deputato di Scelta Civica e vice presidente della Commissione Cultura alla Camera. Fino all’elezione alla Camera, era responsabile del Dipartimento di scienze biomediche comparate dell’Istituto Zooprofilattico sperimentale (Izs) delle Venezie con sede a Padova. Il risultato degli accertamenti del Nas ha portato il procuratore aggiunto di Roma, Giancarlo Capaldo, a ipotizzare reati gravissimi. La Capua e alcuni funzionari dell’Izs sono stati iscritti nel registro degli indagati per associazione per delinquere finalizzata alla corruzione, all’abuso di ufficio e inoltre per il traffico illecito di virus. Stessa contestazione per tre manager della Merial. Anche il marito della Capua, ex manager della Fort Dodge Animal di Aprilia, attiva nella produzione veterinaria, è indagato insieme ad altre 38 persone.

Nell’elenco ci sono tre scienziati al vertice dell’Izs di Padova; funzionari e direttori generali del mistero della Salute; alcuni componenti della commissione consultiva del farmaco veterinario; coinvolta anche Rita Pasquarelli, direttore generale dell’Unione nazionale avicoltura. I fatti risalgono a sette anni fa ma molti degli indagati lavorano ancora nello stesso istituto.

Alcuni dei manager al telefono si vantano dei metodi usati per trasferire i virus clandestinamente in tutto il mondo: dalla Francia al Brasile, nascondendoli in pacchi anonimi o tra gli abiti delle valigie. «Abbiamo fatto cose turche», dicono. Secondo gli investigatori del Nas, anche la Capua e l’Istituto Zooprofilattico sono coinvolti nel traffico illegale: la scienziata sarebbe stata pagata per fornire agenti patogeni.

In una conversazione registrata è la stessa virologa a farne esplicito riferimento, sostenendo di aver ceduto ceppi virali in favore di un veterinario americano. Contattata da “l’Espresso”, Ilaria Capua respinge tutte le accuse: conferma di conoscere Candoli ma spiega «di non aver mai venduto ceppi virali. Sono dipendente di un ente pubblico e non vendo nulla personalmente».

(fonte)

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L’ACCUSA DI GRILLO: “DA DE BENEDETTI QUEI DOSSIER CONTRO CASALEGGIO” (intervista F.Q.)

beppeÈ sempre difficile parlare con Beppe Grillo. Il rischio è che sfugga, parta in solitario e concluda con la sua specialità: il monologo.La chiacchieratadi ieri è fatta all’hotel Forum, proprietà di un suo amico e casa Grillo nelle rare apparizioni romane. C’è il Grillo politico, quello che si aspetta i dossier e indica come mandante “l’ingegner Carlo De Benedetti”, e quello privato. C’è la contraddizione tra il politico e il comico, che lui gioca come in una partita a poker, a seconda di come gli torna meglio. Poche ricette, come quella dei dazi sui prodotti agricoli importati. Pochi punti, perché “la Costituzione non è fatta di ambiguità, ma di 139 articoli, ogni periodo è meno di 20 parole”.

Grillo, partiamo dall’inizio o da oggi?

Per me è lo stesso. L’inizio, oggi e domani sono la stessa cosa. E si chiamano Movimento 5 stelle. Questi sono finiti. E non dite che sono capace solo a dire parolacce. Purtroppo servono anche quelle. Serve la rabbia e la parolaccia.

D’altronde lei è partito da un vaffanculo, giusto?

Quattro anni e mezzo fa è nato il Movimento Cinque stelle, il V Day prima, e quello che abbiamo costruito è unico e irripetibile.

Saranno finiti gli altri, ma anche voi non ve la passate molto bene. E Renzi promette di durare a lungo. Vuole riformare il Senato.

Noi vinceremo le elezioni europee. Saremo il primo partito. E quelli del Pd lo sanno bene. Quanto alla riforma non puoi dire che risparmierai un miliardo dal Senato visto che costa 150 milioni l’anno. Sarebbe più sensato renderlo un organo di controllo e tagliare i parlamentari. L’ascesa di Renzi è un’invenzione giornalistica.

I sondaggi lo danno in testa. Soprattutto dopo l’annuncio degli 80 euro in busta paga.

I sondaggi sono pilotati. Da sempre. E gli 80 euro sono voto di scambio.

I dossier in arrivo dei quali parla Casaleggio chi li sta facendo?

I giornali di De Benedetti. Ma lui deve stare tranquillo, perché io vado a Sankt Moritz in pullman. Noi vogliamo fare il politometro se andiamo al governo, per verificare quanto aveva un politico prima di iniziare e quanto ha dopo la carriera. Lo faremo anche sui prenditori: andiamo a vedere le società che sono sparite, chi c’era. Per esempio, vediamo quanti soldi aveva De Benedetti prima dell’Olivetti e dopo l’Olivetti, quando quella società con 70 mila dipendenti è sparita. Andiamo a vedere la Telecom di Tronchetti. Ora reagiamo.

Lei pensa che De Benedetti sia un suo avversario?

Assolutamente, sì. Lui è il mandante. Ha i lobbisti in Parlamento, come Berlusconi, con cui si sono divisi le cose. Detiene mezzi di comunicazione che perdono centinaia di milioni l’anno. Ha interessi nel carbone.

Dossier o no, lei è sicuro di non aver fatto troppi errori?

Ho la stessa sensazione di quando è iniziata l’avventura, quando vedevo le piazze riempirsi a ogni tappa. È vero, abbiamo commesso molti errori. E quel 25,5 per cento raccolto alle Politiche ci è esploso tra le mani. Sarebbe stupido dire che non è vero. Abbiamo avuto problemi, abbiamo sbagliato, ci sono stati troppi eccessi. Ma abbiamo raggiunto un livello di maturità che ci permette di essere il primo partito.

Dicevamo degli errori, però. E delle contraddizioni. Come quella di non mandare nessuno dei parlamentari in tivù mentre oggi vanno e spesso. Non è incoerenza?

No. Si chiama maturità, che prima non avevamo e oggi forse sì. La televisione è una grande trappola, ha dei manovratori dietro che ti fregano se non sai come comportarti. Lo fanno in maniera scientifica. Se tutti fossimo andati in tivvù all’inizio saremmo stati massacrati. Questo è il sistema che voleva l’informazione. È stata una di quelle scelte giuste.

E le espulsioni? Non pensa di aver esagerato?

Io non espello, non licenzio nessuno e non l’ho mai fatto. Non ne sarei proprio capace. Hanno deciso la base, il web, i parlamentari.

Parliamo di europarlamentarie, le consultazioni sul web per scegliere i candidati in Europa. Tanti attivisti e anche parlamentari hanno protestato contro le regole per l’invasione di sconosciuti.

Non sono conosciuti dalle procure. E questo è un nostro fiore all’occhiello. Io poi non ne conosco quasi nessuno, eppure dicono che decido tutto dall’alto.

Lei ha postato anche una norma aggiuntiva per escludere dalle liste dipendenti o ex dipendenti della Casaleggio associati.

C’erano dei casi di ex dipendenti della Casaleggio e io mi sono opposto, perché c’erano delle insinuazioni. Ma il sistema ha funzionato e funziona. Certo, il candidato della Valle d’Aosta ha preso 33 voti, ma lì sono 100 mila persone, e poi si sono presentati in 4.

Alcuni deputati e senatori hanno chiesto un’assemblea congiunta sul deputato Riccardo Nuti, “reo”di aver appoggiato ufficialmente una candidata in Sicilia, eletta al primo turno.

Non lo so, non ho letto nulla su questo. Preferirei che i parlamentari si astenessero dal dare consigli su candidati o cose del genere. Magari uno lo fa anche in buona fede, ma è meglio tenersi fuori.

Lei ha votato?

Sì, l’ho fatto ieri sera (giovedì, ndr) dal palco a Napoli, in diretta. Sono andato sullo schermo, ho visto i 18 candidati della mia circoscrizione e ho dato tre preferenze.

Per chi ha votato?

Il voto è segreto. Non ho fatto vedere a chi ho dato il mio.

Il secondo turno è stato sospeso per alcune ore.

Un programmatore ha sbagliato e ci siamo dovuti fermare. Ma ripeto, il sistema funziona: la gente sceglie, senza trucchi. Ogni votazione viene certificata da un ente terzo. Noi non entriamo nel sistema delle preferenze.

Mai avuta la tentazione di scegliere in prima persona qualche parlamentare?

No, non è nelle mie corde. Io guardo il Movimento che cresce. Siamo passati da 199 liste certificate l’anno scorso a quasi 700. Se ne metti venti per lista sono 20mila attivisti. Ma dove lo trovi un partito con questi numeri?

Avete previsto una penale da 250 mila euro per gli eletti in Europa che, in caso di sfiducia da parte della base, non si vogliano dimettere. Ma il vincolo di mandato è vietato dalle norme europee e dalla Costituzione.

È un deterrente, poi vedremo se è legale o meno. Secondo i nostri avvocati si può fare. Ma è importante aver messo anche il recall, come negli Stati Uniti: se non rispetti il programma, 500 persone della tua circoscrizione ti mandano a casa.

Però oggi lei non fa comizi, è tornato al suo lavoro con gli spettacoli teatrali. Sono comizi a pagamento?

Certo. Ho sbagliato il titolo. Dovevano chiamarsi comizi a pagamento.

Dunque è vero che Grillo si arricchisce con la politica?

Negli ultimi due anni non ho guadagnato. Zero in busta paga. Me lo chiedono perché non sono rimasto in pantofole a casa mia, a Genova o a Marina di Bibbona. Me lo chiedono sempre.

Ma non si è pentito?

Volete scherzare? È un’avventura fantastica, umana, di politica e di amicizia. Di conoscenza che non avevo e che mi sono studiato. Io sono fatto così, sono una persona che deve arrivare al contatto reale.

Nel suo spettacolo afferma che il populismo è alta politica. Perché?

Il populismo non è un partito, è l’espressione più alta del politico. Dire di no è una cosa positiva. In un programma hanno fatto i conti di quanto ci sono costati i no: ma nessuno ha fatto i conti di quanto ci è costato dire di sì a tante opere incompiute.

Il suo no vale anche per l’Unione europea?

Io dico no a quest’Europa, non al concetto in genere, perché sono un grande europeista. Guardi cosa succede fuori del continente: negli Stati Uniti torturano la gentea Guantanamo. Noi europei siamo una cosa diversa.

Questa Unione non le piace?

Io voglio il ritorno alla Comunità europea,in cui si condivide tutto, anche il debito. Non questa Unione, dove siamo ingabbiati, costretti a restituire quello che le banche hanno investito nel nostro Paese come titoli di Stato.

Lei è contro l’euro? Ha appena ribadito che farete un referendum sul tema.

Personalmente sono assolutamente contro, ma a decidere devono essere i cittadini, non un leader politico o un partito.

Se l’Italia uscisse dalla moneta unica, si tornerebbe alla lira?

No, potremmo fare un euro a due velocità. Come 5 Stelle andremo a Bruxelles a contrastare quei trattati firmati da mascalzoni, da incompetenti. Non è possibile firmare una cosa come il fiscal compact che ti impegna per 20 anni. Fanno previsioni assurde, vogliono tagli assurdi: possiamo mai tagliare 50 miliardi all’anno per un ventennio? I fondi imperiali degli Stati Uniti si stanno comprando tutto, e lo sta facendo anche mezza Cina. Noi ci siamo dentro a tutto questo: e non abbiamo sovranità economica.

Come si riparte?

Primo, andare a Bruxelles ed eliminare il trattato del fiscal compact e il Mes, quello che sarebbe il fondo salva stati e invece è un salva euro. Secondo, verificare i finanziamenti europei all’agricoltura: i soldi devono arrivare ai prodotti tipici. Non è possibile che in Sicilia importino le arance dalla Tunisia. Io le ho trovate buttate per strada. Il rimedio è la fiscalizzazione: se vuoi la frutta tunisina paghi il 25 per cento in più.

Lei vuole il ritorno dei dazi.

Sì, tireranno fuori questa parola che fa paura a tanti: ma sono protezioni che servono. Provi a vendere acciaio negli Stati Uniti. E comunque, io non sono un economista, sono un comico, un rabdomante. Certo, mi informo: ma queste cose non le dovete chiedere a me. Dovreste andare dagli economisti: ma non ne azzeccano mai una.

Essere amico di Grillo di questi tempi potrebbe essere un vantaggio, non lo teme?

Ho avuto falsi amici intorno. Ne ho avuti molti. Fa parte della vita. C’è sempre un modo di ripartire.

Noi ci riferivamo alle clientele: Grillo è uomo di potere oggi o no?

Grillo è un comico, il marchio di un Movimento.

Lei sul sito si è definito capo politico.

Era la dicitura obbligatoria per potersi presentare.

Chi sono i nemici di Grillo? Renzi? Il Pd? Napolitano?

Nemici alla fine della loro stagione. C’è una strada che è stata tracciata dal Movimento e dalla quale non si torna indietro. A me non interessa quanto durerà l’ebetino di Firenze, mi interessa sapere che non esistono più. Lui è un bambino messo lì dalle banche. Ma sono le ultime resistenze.

Napolitano, diceva. Lei lo ha incontrato più volte.

Due volte. Napolitano è un vecchio molto furbo e non saggio, come dovrebbero invece essere i vecchi. Finito anche lui. Quando lo abbiamo incontrato è rimasto sempre in silenzio. E alla fine ci ha offerto qualcosa da bere. Hai l’impressione di uscire da chissà dove, ti accorgi che hai parlato solo tu. Il suo percorso èstato quello di violare la Costituzione e crearsi un presidenzialismo che non era previsto dai padri costituenti.

La Costituzione: vogliono cambiarla, di nuovo.

Noi vogliamo inserire nella Carta i referendum propositivi, i bilanci partecipativi, l’obbligo di discussione delle leggi popolari. Io l’ho letta la Costituzione: è stata scritta con 9400 parole, divise in 480 periodi, ogni periodo ha meno di venti parole. L’hanno fatto apposta, perché è così più semplice. Se si legge con calma, capisci che è perfetta. E invece? Abbiamo una Corte Costituzionale che ci mette 7 anni per decidere se una legge è o meno costituzionale, abbiamo i costituzionalisti: specialisti del nulla, che devono chiarire cose già chiare. Soprattutto, ogni volta che mettono mano alla Carta la rovinano. Penso alla parte sul federalismo: non ci si capisce niente.

Che ne pensa della Consulta?

I suoi membri sono nati tutti negli anni Trenta: vengono nominati 5 dai partiti e 5 dal Quirinale, cinque infine dal Csm. Non è un organo super partes, è un organo politico. E dentro c’è anche Giuliano Amato, l’ex tesoriere di Craxi, messo lì per fare il quindicesimo.

Amato è un possibile candidato al Quirinale. Anzi, Sandra Bonsanti, presidente di Libertà e Giustizia, dice che è il candidato numero uno, il segno della continuità.

Sarà Amato o sarà Draghi.

Non pare che Draghi ci pensi.

Non lo so, queste partite sono prive di senso.

Se si votasse tra sei mesi? Rifareste le Quirinarie?

Vediamo, ormai questo sistema non regge più. Non so se ha senso parlarne.

Ha sempre detto che papa Francesco è un grillino: anche lei si è messo in fila per incontrarlo?

Io non mi metto in fila, perché non mi stupirei se mi voltassi e lo vedessi apparire lì,da dietro.Magari con il frigorifero in spalla, come lo imita Crozza. Questo è papa Francesco. Ma certo che mi piacerebbe parlarci, sarebbe un incontro che può cambiarti la vita.

Lei è cattolico?

Si.

E va in chiesa ogni domenica?

Non vado in chiesa ogni domenica, ma vado spesso. Sono un credente.

E a casa? Il Grillo politico come funziona?

Male. Mi prendono in giro. Sgrido mio figlio e lui mi risponde che uno vale uno. Mi passano l’acqua e mi dicono: “Tieni, arriva dal basso. E questa è la democrazia dal basso”. Se così non fosse sarebbe un dramma.

Chi c’è dietro a Grillo?

Mia moglie. :D

Credente con una moglie di origine iraniana. Un anno fa è scomparso suo suocero: le manca? Affrontavate argomenti politici?

Mi manca molto. Mi mancano le discussioni con lui, ma non c’era mai la politica in mezzo. I viaggi. Come quando mi ha portato in Iran, dove il presidente si presenta in parlamento con il mitra. Ma ho trovato un posto per certi aspetti fantastico, dove le persone hanno il sapore che avevano gli italiani prima che questa politica li contamini. Esiste ancora la solidarietà.

L’Iran esce da una rivoluzione fallita. Voi non avete paura di perderla la vostra rivoluzione?

Noi in parte l’abbiamo già vinta. Se qualcosa in questo Paese è cambiato lo si deve al Movimento cinque stelle. Poi non ce lo riconoscono. Dicono che siamo contro l’abolizione delle Province: bene, ma perché i grillini non sono mai stati candidati in una Provincia? Qualcuno è riuscito a chiederselo? No. Io so che l’ebetino ha preso il nostro programma e un camper e ci è venuto dietro. È una vecchia regola del marketing, che Berlusconi conosce bene: copia il programma al tuo avversario e raccontalo prima di lui. Questo è stato fatto. Solo che nessun giornale lo scrive. Renzi lo sappiamo da dove viene, è un figlioccio di Gelli, amico di Verdini. Pretende di far riscrivere la Costituzione da Boschi e Verdini.

Non lo farebbe un confronto con lui in tivù?

Ma Renzi non è il mio avversario. Non lo considero tale. L’hanno messo lì. In televisione pensate che possa aver timore di lui? Lo conosco il mezzo. E porto argomenti. Il senso di confrontarsi col niente non lo trovo. Ma sicuramente andrò in televisione in questa campagna elettorale. Mi dicono che non parlo coi giornalisti, ma la realtà è che lo faccio tutti i giorni. Ma farò anche interventi, se me lo chiederanno. Oggi c’è una situazione diversa da quella che abbiamo vissuto un anno fa. È innegabile.

Napolitano presidente della Repubblica non le piace. Ma M5S poteva incidere sull’elezione del capo dello Stato: perché alla fine non lo avete fatto?

Perché la rete ci ha dato un’altra indicazione.

Potevate giocare una partita più strategica e proporre voi Romano Prodi. Avreste messo in difficoltà il Pd.

Noi non siamo qui per mettere in difficoltà un partito che non esiste più. Siamo per fare una politica che è fatta anche di no. Duri, reali. La rete, che sono i nostri elettori, ci aveva offerto una diversa indicazione: non sarebbe stato corretto andare con un altro nome.

De Carolis e Liuzzi – il Fatto Quotidiano 05.04.2014

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