Quattromila furti solo in stazione: Roma in mano ai criminali stranieri

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Impennata di rapine e borseggi, furti con destrezza cresciuti di un terzo: solo in stazione 4mila denunce in un anno

Questa volta non era un trolley di un turista, né un portafoglio o una borsetta strappata al volo. Dumitru (il nome è di fantasia) ieri mattina aveva voglia di farsi una scorpacciata di parmigiano. È entrato al supermercato Despar interno alla stazione Termini di Roma e se ne è portato via per oltre 100 euro. La vigilanza se ne è accorta, ha fermato Dumitru, sono arrivati gli agenti della polizia ferroviaria. Lo conoscevano bene, e hanno scelto di non fermarlo: è malato di Aids «conclamato», per cui hanno chiamato il 118 e l’hanno portato via in ospedale. Questa mattina sarà probabilmente già fuori, e nei prossimi giorni sarà di nuovo dalle parti di Termini, o magari vicino a qualche altra stazione per fare incetta di borsette, portafogli, catenine e se quel giorno vorrà, anche parmigiano o prosciutto. È normale. Come il sorgere del sole. Entro al supermercato, il responsabile non c’è. Gli altri mi guardano come fossi matto: «E a lei sembra una notizia un furto di questo tipo? È la regola quotidiana, perché le interessa?».

Sono circa 4mila ogni anno le denunce fatte dai viaggiatori e dai frequentatori della stazione Termini agli uffici della Polfer lungo il primo binario. Riguardano quasi sempre gli immigrati irregolari che gironzolano indisturbati fra i binari o nel piazzale della stazione. Nella stragrande maggioranza dei casi si tratta di rumeni, poi ci sono zingari di varie etnie, asiatici, africani. Nell’ultimo anno ne hanno arrestati 200, ma la cifra è in difetto, perchè la polizia ferroviaria ha confini precisi oltre i quali non può andare. E tutto intorno alla stazione Termini la musica è la stessa. Anche peggio. Con un’escalation notevole di crimini commessi e denunciati sia nel 2013 rispetto al 2012, sia nei primi mesi del 2014 dove fatti anche clamorosi sono balzati all’onore delle cronache.

Partiva da qui ad esempio il trenino (più simile a una tramvia) destinato al quartiere periferico di Giardinetti su cui l’altra sera un egiziano ha rapinato dello stipendio (1.200 euro) appena incassato un suo connazionale, tagliandogli la giugulare di netto con i cocci di una bottiglia di vetro. Ne è nata una rissa, e per poco non rischiava la giugulare l’autista del trenino-tramvia, che dipende dall’Atac, l’azienda romana di trasporto locale cui è affidata la gestione di quella linea periferica. Il povero autista si è salvato, schivando i cocci di bottiglia impugnati contro di lui, ma è stato fortunato: perchè decine di altri suoi colleghi e colleghe (autisti e controllori) negli ultimi due mesi non possono dire la stessa cosa. Si sono presi botte, sono stati feriti, una di loro ha rischiato di essere violentata, sono diventati la nuova emergenza della Capitale. Quasi sempre (le eccezioni ci sono pure) sono stati immigrati, anche profughi dell’ultima ora smistati in giro per l’Italia dopo l’arrivo dei soliti barconi. C’è un quartiere periferico – Corcolle – dove è capitato uno dei casi più gravi, che è da settimane in agitazione, chiede di spostare da lì i campi profughi come altre volte è capitato con quelli rom. Organizza ronde per difendere gli autisti dell’Atac. Non muove un dito il sindaco di Roma, Ignazio Marino. E anche il ministero dell’Interno sembra sottovalutare il caso. Eppure dovrebbe essere chiaro anche a loro che Roma è diventata sempre più una città violenta.

I dati ufficiali a consuntivo sono quelli di fine 2013. Crimini denunciati aumentati oltre il 4%. Quelli della piccola criminalità dilagano: rapine in pubblica via aumentate del 9,42%, furti con strappo del 18,38%, furti in esercizi commerciali del 10,39%, furti con destrezza lievitati di quasi un terzo: +28%. La casbah di Termini è la chiave di quello che sta accadendo. La polizia ferroviaria fa quel che può: ha 150 uomini in stazione, ma non bastano. Una decina di loro deve battere il piazzale antistante la stazione, pensando ai tassisti abusivi che spesso estorcono cifre da capogiro a ignari turisti stranieri. Decine di loro sono impegnati a salire su alcuni treni particolari facendo da scorta ai passeggeri. Gran parte dei reati denunciati avvengono sulla tratta Roma-Nettuno. Più che un treno quello è il territorio di scorribande preferito dai rom. Se sali su quella tratta puoi stare certo che scendi molto più leggero. Una corsa ogni tanto la riempono di agenti di polizia, ma i rom si passano parola e quella volta non salgono. Lo fanno solo quando sono sicuri di non essere pizzicati.

Fino a qualche tempo fa scorrazzavano da quelle parti anche gli zingari bosniaci: ne hanno arrestati 81, più volte denunciati. Sono usciti tutti, ma non sono più tornati lì. Fanno i pendolari: il mattino presto salgono sui treni e vanno a Milano, a scorrazzare in stazione Centrale. A Termini si sono dati il cambio con i rumeni: ora presidiano loro. Mandano avanti minori, di solito ragazzine con l’adulto che vigila a pochi passi. Estorcono soldi ai turisti davanti alle biglietterie, facendo finta di dare una mano con le macchine automatiche. Poi scendono nella stazione della metropolitana dove puntano un malcapitato e in coppia gli sfilano il portafogli grazie alla calca che c’è sempre sui treni.

Accade a tutte le ore, e hanno stretto un patto anche con i barboni che fanno il palo emettendo gridolini di avviso se arriva qualche vigilante o poliziotto. È il biglietto da visita della capitale, signori.
Franco Bechis – Libero 21.10.2014

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Portò un maiale in tv Littizzetto indagata

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Era il dicembre 2013. Per sceneggiare la notizia del Porcellum giudicato incostituzionale, Luciana Littizzetto ebbe la rivoluzionaria idea di portare un porcello vero nello studio di Che tempo che fa di Fabio Fazio. Peccato che il maialino non fosse stato trattato – pare – con il rispetto dovuto. Molti avevano notato che l’animaletto fosse agitato, terrorizzato da luci e rumori: respirava affannosamente e tremava. Era in una scatola. Probabilmente legato per evitare la fuga. La scenetta era durata solo due minuti, tanto bastava per far parlare di «maltrattamento»; le coscienze erano scosse da quella brutta pagina di tv. Gli animalisti erano insorti.

Ieri la decisione. Luciana Littizzetto è stata iscritta nell’elenco degli indagati con il reato ipotizzato di maltrattamento di animali. La denuncia era partita dall’associazione Animalisti Italiani, una onlus romana che ha presentato un esposto alla procura di Milano, dove il pm Ferdinando Esposito ha aperto un fascicolo per verificare se sia stata rispettata la legge nel trasportare e tenere in studio il porcellino.

Il presidente della onlus risponde al nome di Walter Caporale, per venti anni consigliere regionale dei Verdi in Abruzzo. Che dichiara: «La Rai è un servizio pubblico che si era impegnato a rispettare un codice deontologico quando ci sono gli animali in trasmissione. Subito dopo la messa in onda ho chiesto all’azienda di chiarire quali autorizzazioni avessero e se c’era un veterinario in studio, ma non abbiamo ricevuto nessuna risposta». Ma ora è giustizia è fatta.
fonte: Libero Quotidiano

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(video) M5S, Di Maio: “Immigrati, rischio Ebola e Isis”. Sulle espulsioni: “Fiducia tradita”

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Il vicepresidente della Camera torna sul tema immigrazione e su quello degli esclusi dal Movimento e appoggia totalmente la linea di Beppe Grillo. Su una possibile alleanza con la Lega scaccia ogni dubbio: “Non ci metteremo mai insieme, fanno parte di quella politica che non ha fatto niente per 20 anni”

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La Repubblica fa il ponte Messina-Cairo – di M. Travaglio 21.10.2014

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La Repubblica intervista il padrone de La 7, Urbano Cairo, già portaborse di Berlusconi, con il titolo: “Santoro o Travaglio? Scelgo Michele, non amo le risse in tv”. E vabbè, come diceva Troisi: mo’ me lo segno. Cairo fa pure credere che io me ne sia andato dallo studio di Servizio Pubblico perché non volevo che l’“angelo del fango” mi “facesse domande” e che il governatore Burlando “dicesse la sua”; e che tutto sia nato dal fatto che io e Santoro abbiamo “un diverso modo di vedere la politica grillina”. Naturalmente sono tutte balle: Grillo non c’entra una beneamata mazza e non ho mai chiesto di zittire qualcuno. Semplicemente non condividevo le strampalate e incomprensibili contestazioni dell’“angelo” (che non mi ha posto alcuna domanda) e mi ostinavo a ribattere alle spudorate provocazioni di Burlando.

Sotto l’intervista a Cairo, Repubblica piazza il “Bonsai” di Sebastiano Messina, che pochi lo sanno ma è un formidabile concentrato di spiritosaggine. Scrive, il Messina, che avrei detto di non aver mai insultato nessuno. Balle: ho sfidato Francesco Merlo – che mi accusava di fare “tv dell’insulto” da 8 anni, da quando collaboro con Santoro – a citare un solo insulto contenuto nei miei oltre 200 interventi ad Annozero e a Servizio Pubblico dal 2006 a oggi. Merlo, noto cultore del contraddittorio, non ha risposto: l’ha fatto, in sua vece, il suo vice Messina. Che tutto contento è riuscito a scovare due miei sanguinosi insulti. Purtroppo però non erano nelle mie rubriche televisive oggetto della polemica con Merlo: erano in due articoli sul Fatto, e non erano neppure insulti. Il primo, nel mio pezzo di domenica scorsa, è “la faccia deforme di Burlando” (mamma mia che impressione). Il secondo risale all’aprile 2013, a proposito della rielezione di Napolitano, ed è gravissimo, tant’è che Messina lo paragona delicatamente a quelli di Mussolini contro Gramsci: “un cadavere putrefatto e maleodorante”, secondo lui riferito a Napolitano. Naturalmente non è vero niente: altrimenti, vista la suscettibilità dell’uomo del Colle, mi avrebbero subito arrestato per vilipendio. Bastava pubblicare l’intera frase per capirne il soggetto e il senso: “Il cadavere putrefatto e maleodorante di un sistema marcio e schiacciato dal peso di cricche e mafie, tangenti e ricatti, si barrica nel sarcofago inchiodando il coperchio dall’interno per non far uscire la puzza e i vermi. Tenta la mission impossible di ricomporre la decomposizione. E sceglie un becchino a sua immagine e somiglianza: un presidente coetaneo di Mugabe…”. Il cadavere non era Napolitano, che peraltro gode ottima salute, ma “il sistema”, che – a mio modesto avviso – non se la passa troppo bene. Ora delle due l’una: o Messina, oltre a non saper scrivere, non sa neppure leggere; oppure ha capito benissimo il senso dell’articolo, ma ha preferito manipolarlo e ribaltarlo a suo uso e consumo.
Ora però, onde evitare che corra dal suo direttore piagnucolando “mamma, mamma, quel brutto Travaglio mi ha insultato”, è bene che sappia che è molto ironico, sagace, spiritoso, fa tanto ridere, ed è pure un bell’uomo. Contento?

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Santoro vs. Travaglio e i sofismi di certa critica

santoro-travaglio-510Sullo scontro Santoro/Travaglio, nella trasmissione televisiva Servizio Pubblico, si è detto già molto. Colpisce tuttavia il duro attacco di Francesco Merlo (la Repubblica, 18 ottobre), che si avvale di un sofisma particolare: il sillogismo approssimativo fondato su premesse non vere. “Santoro ha caricato sulle spalle di Travaglio l’intera storia della tv dell’insulto”. E’ così? Se si concede a Merlo che certi discorsi sono “insulti” non si esce dalla sua logica consequenzialità. Il punto è: giovedì sera abbiamo ascoltato argomenti o insulti? Inoltre: per davvero Santoro assomiglia “sempre più a Norberto Bobbio” e garantisce il dialogo, mentre Travaglio lo rende impossibile?

Io ho visto un altro programma, dove con “quella” conduzione (spiace criticare Santoro) si è ottenuto l’incredibile risultato di far apparire Burlando un politico serio, equilibrato e realista. Non va bene.

Bisogna dare spazio a tutte le opinioni. Vero. Ma senza far primeggiare quella palesemente falsa. Burlando è stato, o no?, per trent’anni – a diversi livelli di responsabilità – l’attore principale della politica ligure? Se è così, può uscire indenne/vincente/lungimirante, da un talk show che punti alla verità dei fatti? Se accade, qualcosa non ha funzionato. Da quando Santoro si è convertito all’idea che la conduzione di un programma sia neutrale rispetto al risultato che produce?

Questo è un punto che meriterebbe d’essere discusso. Con cura. E’ la causa vera dello scontro in diretta a Servizio Pubblico. Al di là degli esercizi di stile di Merlo (divagazioni letterarie), resta che lo scontro è figlio, in realtà, di una diversa idea di giornalismo.

L’ultimo Santoro lascia straparlare l’intervistato anche a costo della confusione più totale (di ruoli, compiti, funzioni, responsabilità); mentre a Travaglio interessa ascoltarlo, certo, ma per inchiodarlo – coi fatti – alle sue inadempienze ogni volta che prova a scaricarle su altri: se non è così non è Servizio Pubblico ma una soporifera puntata di Porta a Porta.
Scrive Merlo che Santoro assomigliava, giovedì, a Montanelli e Scalfari con la loro cultura liberale. Santoro tollerante, Travaglio no. Stupidaggini. Merlo non ha capito nulla di Montanelli e ancora meno di Scalfari, che pure vede da vicino.

Il grande Indro, giovedì sera, avrebbe lasciato lo studio di Santoro con largo anticipo rispetto a Travaglio e con molto più rumore (perdeva le staffe Montanelli, eccome!); Scalfari non avrebbe permesso – a nessuno – d’interrompere un suo atto d’accusa e le sue puntute precisazioni, tanto meno al politico responsabile oggettivo dell’alluvione di Genova. I giornalisti di razza fanno così. Hanno emozioni vere. E carattere. Grandi amicizie e storiche rotture – nel mondo del giornalismo e della cultura (politica, storica, filosofica… gli esempi sono infiniti) – hanno la stessa origine: la tempra morale, il radicalismo, idee forti e un carattere per difenderle.

“Mestiere crudele il giornalismo”, entra nelle vite delle persone, le smaschera, ne mostra il vero volto all’opinione pubblica. Non è facile. Ma se non è così non è giornalismo. Il legame di Travaglio con Montanelli è noto. Evidenzio il filo sottile – nonostante le grandi differenze – che lo avvicina a Scalfari. Un punto mi appare decisivo: la “Razza padrona”, nella trasmissione di Santoro, era incarnata da Burlando. Travaglio l’ha denunciata. Questo conta. Con buona pace dei sofismi di Merlo (e di molta critica), naturalmente.

di Angelo Cannatà – MicroMega

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Renzi governa tra uno spot e l’altro

OMBRELLOIl premier fa il bullo con i governatori, ma non guarda agli sprechi in casa sua che restano intatti

di Gianluigi Paragone – Libero 19.10.2014

In un vecchio sketch Totò raccontava di essere preso continuamente a sberle da un energumeno che lo aveva scambiato per tale Pasquale. Mario Castellani – sua memorabile spalla – lo incalzava: e tu che facevi? Come reagivi? E Totò rispondeva: niente, non facevo niente; volevo vedere come andava a finire. La scenetta si ripeteva un po’ di volte, finché quando ancora Castellani gli domandava perché non reagisse, Totò chiudeva quasi spazientito con la battuta: e che sono Pasquale io? Non so perché ma questo sketch mi è venuto in mente pensando a come i presidenti di Regione si stiano facendo prendere a sberle da Renzi, il quale ha ben poco da erigersi a buon esempio. Non entro nel merito se e quanto le Regioni debbano tagliare gli sprechi (qualcosa sicuramente sì…); ciò che trovo ridicolo è appunto l’atteggiamento da saputello o bulletto che il premier ha adottato per portare dalla propria parte i cittadini, i quali – non capendo che i tagli di oggi saranno nuove spese di domani – si lasciano incantare dal suono melodioso delle di lui frasi anticasta. «Le Regioni hanno molto da farsi perdonare» ha affermato Renzi, dopo aver sollecitato il taglio di sprechi che sicuramente ci sarebbero nella gestione della sanità.

A che titolo Renzi parla di lotta agli sprechi? A che titolo può erigersi a Savonarola? Matteo Renzi è stato condannato in primo grado dalla Corte dei Conti per danno erariale quando era presidente della provincia di Firenze. Insomma ha ben poco da fare il moralista sul fronte degli sprechi perché una macchia ce l’ha anche il ragazzino so-tutto-io. Questo sul piano personale.

Sul piano politico, poi, il premier avrebbe tanto da tagliare per racimolare quei soldi che continua a drenare alle amministrazioni locali. Il governo potrebbe tranquillamente eliminare un sacco di privilegi, un sacco di voci del sottobosco della politica. Ma Renzi non lo fa nonostante il 40% di consenso che egli continua a rivendicare. Bene, forte di quel consenso, perché Matteuccio nostro non sfronda incarichi, consulenze, enti, vitalizi e altro ancora? Perché non chiude la partita delle riforme?
Il sito del Fatto Quotidiano ha tirato fuori una lista di ex parlamentari ricchissimi: perché questo rabbocco a favore del loro portafoglio non può essere tagliato? Dov’è finito il turboRenzi che ci avrebbe tolti dalla palude lettiana? Sparito. Restano gli annunci e l’arroganza. Oltre all’incompetenza di certe scelte macroeconomiche. I tagli del contendere sono l’applicazione di quello che la troika ordina da tempo; siamo sempre fermi alla famosa lettera con cui si silurò Berlusconi (il pregiudicato ndr.) per far posto a Mario Monti. Per questo non c’è ancora un testo messo nero su bianco: bisogna aspettare che i burocrati incrocino le esigenze vere della Troika con la fuffa pubblicitaria che serve al presidente del Consiglio per andare avanti. Quello che non può assolutamente mancare si sa già: tagli al welfare. Dunque mannaia sul lavoro, mannaia sulla sanità pubblica e tra poco sulla previdenza, così da penalizzare il cittadino e ingrassare i comparti privati, assicurazioni e sanità privata in testa. Il mondo non sta cambiando perché il mercato premia certe opzioni. No, il mercato sta cambiando perché stanno truccando le carte.

Renzi ha accettato lo scambio: lui fa quello che dicono loro e loro non gli sfilano la poltrona di premier. Tanto, che ne sa Matteo Renzi di come si governa? Anzi, per lui governare è persino un impiccio. A Renzi interessa apparire premier più che esserlo. Gli piace la retorica più della sostanza. Non a caso la popolare anchorwoman Oprah Winfrey lo ha giudicato “cool”, cioè figo. Che non significa né bravo né preparato. Prova ne è che il governo sia impantanato sulle solite sabbie mobili del lavoro che manca, dell’impresa che boccheggia e dei consumi che non ripartono. Cosa ci può fare il governo? Se la risposta è nulla, allora evitiamo di averne uno che banchetti ai vertici internazionali con colleghi che invece sanno fare. Almeno evitiamo di vedere sfilate di auto blu con tanto di scorte e codazzi.

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Fiori alle ministre e viaggi: pagava tutto il presidente Renzi – da Il FattoQuotidiano del 19.10.2014

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LE SPESE DI RAPPRESENTANZA QUANDO ERA IN PROVINCIA: PRANZI DA 1800 EURO, MISSIONE NEGLI USA DA 70MILA EURO

Mara Carfagna, Mariastella Gelmini, Stefania Prestigiacomo e Giorgia Meloni il 12 maggio 2008, dopo aver giurato da ministre del governo Berlusconi, ricevettero, tra i doni dei sostenitori, anche un mazzo di fiori da un mittente comune e all’epoca a loro totalmente sconosciuto: Matteo Renzi. Il giovane presidente della Provincia, per complimentarsi con la quota rosa fece recapitare alle neoministre un omaggio floreale. La ricevuta è tra le migliaia messe in ordine dalla Corte dei Conti nel fascicolo che riguarda le spese di rappresentanza della Provincia guidata dal boy scout di Rignano sull’Arno negli anni tra il 2005 e il 2009. Il fascicolo è stato aperto solamente nel 2012 a seguito di un’indagine del Ministero dell’economia che rivelò “gravi anomalie” nella gestione renziana della Provincia, ma ormai lui era già sindaco e proiettato alla conquista del Pd, così le conseguenze sono ricadute sul successore Andrea Barducci.

SE È VERO, come sostiene Renzi, che le Regioni devono farsi perdonare dai cittadini a seguito delle inchieste sulle spese pazze che hanno coinvolto tutti i governi territoriali (con eccellenze come la Lombardia che ha visto indagare il 90 per cento dei consiglieri) è altrettanto vero che, osservando a ritrovo la gestione della Provincia, Renzi è stato un precursore delle spese di rappresentanza. Ma va detto che la procura di Firenze, a differenza di quelle del resto d’Italia, non ha aperto alcun fascicolo, lasciando così alla magistratura contabile il compito di accertare solo ciò che era di sua competenza. L’esempio più recente riguarda Matteo Richetti che lo scorso settembre ha rinunciato alle primarie del Pd perché indagato per peculato: da consigliere regionale, secondo la procura di Bologna, avrebbe speso 5500 euro di spese in maniera poco chiara. Ecco. A Matteo Renzi, invece, la Corte dei Conti ha contestato diversi milioni di euro spesi tra il 2004 e il 2009, anni in cui era Presidente della Provincia. E nel periodo in cui era impegnato nelle primarie per il sindaco di Firenze e nella sfida, poi vinta, per conquistare Palazzo Vecchio. Il contenzioso tra Corte dei Conti e Provincia è ancora in corso.

Nel luglio 2007 la Provincia liquida ristoranti e ricevute per 17 mila euro. Undicimila a ottobre e altrettanti novembre. Sempre per “attività di rappresentanza”. Per lo più sono cene, conti di pasticcerie, ristoranti, trattorie. Al bar Nannini, per dire, il 17 ottobre 2007 Renzi spende 1.224 euro; 1.213 li lascia al ristorante Cibreo, due mila in totale alla trattoria da Lino, 1.855 alla Taverna Bronzino. Qui è il cinghiale a farla da padrona. Il ristorante non è tra i più economici di Firenze, del resto. Ma a Renzi piace. Per tutto il suo mandato alla guida della Provincia frequenta assiduamente i tavoli della taverna. Con conti che oscillano tra i 200 ai 1.800 euro. Renzi ogni tanto cambia ristorante. Alla trattoria I due G in via Cennini il 29 aprile 2008 ordina una bottiglia di Brunello di Montalcino da 50 euro per annaffiare una fiorentina da un chilo e otto etti. Alla Buca dell’Orafo in via dei Girolami il 13 giugno 2008 si attovaglia con due commensali e opta per un vino da 60 euro a bottiglia. E ancora: al ristorante Lino, dove è di casa (anche qui), riesce a spendere per un pranzo 1.050 euro. 1.213 li lascia al ristorante Cibreo.

DURANTE le missioni all’estero non è da meno. Il 22 aprile 2008 la carta di Credito della Provincia (che usa il presidente) paga alle ore 01:01 pm un pranzo al Riva Restaurant on Navy Pier di Chicago: 4 aragoste, 2 sushi, 2 pepsi, una birra e 2 porzioni di gamberi fritti. Oltre allo scontrino, l’estratto conto della carta conferma che quel conto è stato saldato da Renzi in persona. In una delibera della Provincia di Firenze del 12 Maggio 2008 si legge: “Il sottoscritto Matteo Renzi (…) attesta sotto la propria responsabilità, che le spese delle fatture sottoelencate e che vengono inviate alla liquidazione dei competenti Uffici della Provincia, sono state da me sostenute nel corso di attività istituzionali e di rappresentanza”.
Segue elenco di pranzi e cene. Il fidato capo gabinetto Giovanni Palumbo, oggi con Renzi a Palazzo Chigi, firma decine e decine di delibere per rimborsi sospese del presidente che aveva a disposizione anche una carta di credito con un limite mensile di 10 mila euro. Nell’ottobre 2007 però riesce a farsela bloccare. Durante un viaggio negli Stati Uniti, infatti, la carta viene sospesa a garanzia di un pagamento da parte di un hotel così Renzi è costretto a pagare di tasca sua 4.106 dollari, al cambio dell’epoca 2.823 euro, all’hotel Fairmont di San Jose, in California. Appena torna in Italia si fa restituire la somma. Una delibera del 12 novembre autorizza il versamento dei 4 mila dollari al presidente. Solo per quel viaggio le casse della provincia tra biglietti, alberghi e ristoranti, spendono 70mila euro. Dal due all’otto novembre per la missione a Santa Clara sempre in California e sempre per “attività internazionali” la Provincia stanzia 26.775,82 euro. Renzi, si legge nella delibera firmata dal solito Palumbo, deve presentare il Genio Fiorentino dell’anno successivo, incontrare i rappresentanti delle aziende Cisco e Apple, verificare lo stato di avanzamento delle attività avviate con il Mit, Massachusetts Institute of Technology. Che è a Boston. Dove è tornato circa un mese fa da Presidente del Consiglio. Ma le spese della missione compiuta da premier non sono state rese note sul sito di Palazzo Chigi.
Davide Vecchi – Il Fatto Quotidiano 19.10.2014

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