Brancaccio: “Il Jobs Act? Peggio della riforma Fornero”

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Per l’economista il provvedimento, malgrado le piccole modifiche introdotte alla Camera, precarizza ulteriormente il mondo del lavoro e si inserisce nel sequel degli ultimi vent’anni: “In Italia abbiamo assistito allo smantellamento progressivo del diritto del lavoro”. E sugli 80 euro inseriti da Renzi nel Def, “l’idea che possano invertire la rotta e farci uscire dalla crisi è peregrina, per la svolta economica ci vuole ben altro”.

intervista a Emiliano Brancaccio di Giacomo Russo Spena
emiliano-brancaccio-150La bocciatura del Jobs Act è sonora. Emiliano Brancaccio, docente all’Università del Sannio e promotore del “monito degli economisti” contro le politiche europee di austerity, è netto: “Negli ultimi vent’anni abbiamo assistito a un progressivo smantellamento delle tutele del lavoro. Il provvedimento del governo Renzi è il sequel di un film già mandato in onda tante volte. Non intravedo svolte di politica economica”.

Eppure i centristi capeggiati dal ministro Angelino Alfano promettono battaglia al Senato contro le modifiche apportate dal Pd, tanto che il governo porrà il voto di fiducia. Siamo al braccio di ferro all’interno della maggioranza. Per lei il testo, in Commissione Lavoro alla Camera, è stato veramente stravolto?

La sinistra del Pd è riuscita ad apportare alcuni miglioramenti al testo. Nonostante queste modifiche, però, il segno complessivo del Jobs Act non cambia: assisteremo a una ulteriore precarizzazione dei contratti di lavoro. Ci sono novità peggiorative anche rispetto alla riforma Fornero, come l’eliminazione della causale sui contratti a tempo determinato, la possibilità di prorogare questi contratti e l’annacquamento dell’obbligo di stabilizzazione degli apprendisti.

Il ministro Padoan sostiene che questi provvedimenti faranno aumentare l’occupazione. Nel criticare questa previsione Lei ha coniato il termine “precarietà espansiva” e l’ha definita un’altra illusione. Come fa a dire che Padoan si sbaglia?

Padoan è tra coloro che hanno insistito a lungo con la fantasiosa dottrina della “austerità espansiva”, quella secondo cui l’austerity avrebbe dovuto risanare i bilanci, ripristinare la fiducia dei mercati e rilanciare la crescita e l’occupazione. In realtà l’austerity ha depresso l’economia e non ha risanato i conti. Su indicazione della Bce e della Commissione, allora, il ministro oggi propone una nuova ricetta: la ulteriore flessibilità dei contratti di lavoro aiuterà a creare nuovi posti di lavoro e a ridurre la disoccupazione. Ma le evidenze empiriche ci fanno ritenere che si sbaglino di nuovo. In una rassegna pubblicata qualche anno fa, gli economisti Tito Boeri e Jan van Ours hanno rilevato che su 13 studi empirici esaminati ben nove di essi davano risultati indeterminati e tre di essi indicavano che una maggiore precarietà dei contratti può addirittura determinare più disoccupazione. Alla luce di queste evidenze persino Olivier Blanchard, capo economista del Fondo Monetario Internazionale, è arrivato a riconoscere che non vi è una precisa correlazione tra le due variabili. Una spiegazione sta nel fatto che i contratti precari da un lato possono indurre le imprese a creare posti di lavoro in una fase di espansione economica, ma dall’altro consentono alle aziende di distruggere facilmente quegli stessi posti di lavoro nelle fasi di crisi. Alla fine tra creazione e distruzione dei posti di lavoro l’effetto complessivo risulta essere nullo, con buona pace di Padoan. E di Draghi.

Il M5S si è scagliato contro il Jobs Act parlando di “ritorno alla schiavitù”. Frasi che fanno parte del teatrino politico?

Credo vi sia un’espressione più adatta al nostro tempo: intensificazione dello sfruttamento capitalistico del lavoro. E’ un fenomeno che si è verificato in misura particolarmente accentuata negli ultimi vent’anni, durante i quali abbiamo assistito ad uno smantellamento progressivo del diritto del lavoro. Il fenomeno si è verificato il larga parte dei paesi industrializzati, anche se in Italia vantiamo un record: dal 1998 l’indice generale di protezione dei lavoratori calcolato dall’OCSE è crollato più che in ogni altro paese europeo.

Tutto iniziò dal pacchetto Treu voluto dal centrosinistra?

I primissimi provvedimenti risalgono persino a Ciampi. E’ vero tuttavia che il pacchetto Treu determinò una caduta molto accentuata dell’indice di protezione dei lavoratori, alla quale seguì un calo ulteriore con la legge Biagi del governo Berlusconi. Il Jobs Act di Renzi non è altro che il sequel del medesimo film che i governi che si sono succeduti in questi anni hanno quasi ininterrottamente mandato in onda. Con risultati irrilevanti sul terreno dell’occupazione. Del resto, la creazione di lavoro dipende soprattutto da altri fattori, tra cui l’orientamento espansivo o restrittivo elle politiche economiche.

A proposito di politiche economiche, in Europa il premier appare in difficoltà. Dopo l’incontro con Angela Merkel ha deciso di puntare a un deficit pubblico in rapporto al Pil ben al di sotto del vincolo europeo del 3%. In un’intervista rilasciata all’Espresso Lei si è dichiarato scettico sugli obiettivi di bilancio del governo. Perché?

Renzi ha scelto di porsi in sostanziale continuità con le politiche di austerity che fino ad oggi sono state adottate in Europa. Proprio per questo, tuttavia, egli rischia di non raggiungere gli obiettivi di contenimento del deficit che si è dato. Nel 2014 la crescita del Pil potrebbe rivelarsi inferiore al già risicato 0,8 percento annunciato dal governo. La conseguenza è che il rapporto tra deficit e Pil potrebbe rivelarsi maggiore del previsto. Sarebbe l’ennesima smentita per la dottrina della “austerità espansiva”.

Renzi però rivendica i famigerati 80 euro al mese per i dipendenti che ne guadagnano meno di 25mila euro lordi. C’è chi la definisce una mossa finalmente “di sinistra” che sarà anche in grado di contrastare la crisi. Per lei?

Prima di definirla una mossa “di sinistra” vorrei capire più in dettaglio dove nei prossimi anni la spending review andrà a tagliare. Se ad esempio colpisse i servizi pubblici i lavoratori subordinati potrebbero trarre più svantaggi che benefici. Riguardo agli effetti sulla crescita, vorrei ricordare che in Italia negli ultimi 5 anni abbiamo perso un milione di posti di lavoro e abbiamo registrato un incremento del 90 per cento delle insolvenze delle imprese. Sono perdite colossali, di proporzioni storiche, che dovremmo affrontare con una concezione completamente nuova della politica economica pubblica. Chi pensa che invertiremo la rotta con 80 euro in più al mese in busta paga non sa quel che dice.

fonte: MicroMega

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“Progetto vecchio e pericoloso”. Gallino boccia il Jobs Act di Renzi

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intervista a Luciano Gallino di Giacomo Russo Spena

Voce bassa, idee chiare. Come al solito. Gli 80 euro? “Uno spot, era meglio investire quei soldi in nuova occupazione”. La Cgil? “Sta appannando la bandiera di vero sindacato”. E sul Jobs Act, “è un progetto vecchio vent’anni che porterà all’estremo la precarietà”. Il sociologo Luciano Gallino riflette sulle misure del governo Renzi – dal Def al provvedimento del ministro Poletti – arrivando ad una netta bocciatura: “Sul lavoro non c’è quel cambiamento auspicato”.

Professore, partiamo proprio dal Def. Dopo settimane di annunci e proclami, sembra che la montagna abbia partorito un topolino. Il premier Matteo Renzi ha deciso di rispettare i vincoli imposti dall’Europa rinunciando ad utilizzare il margine fino al 3% del deficit annuo. Non doveva avere più coraggio nei confronti della troika?

Sicuramente, ma Renzi esprime un governo e una classe politica interamente supina nei confronti dei dettati dell’Europa, i quali invece vanno messi in discussione. Per farlo ci vorrebbero due prerogative, avulse all’attuale governo: una vera forza politica nazionale e le competenze per poter intervenire su punti specifici.

Tra la varie misure ipotizzate, i mille euro all’anno per i dipendenti che ne guadagnano meno di 25mila lordi. È un reale antidoto per contrastare la crisi o le appare una mossa più che altro propagandistica? E, per Lei, ha una reale copertura economica?

Non si è ancora ben capito da dove arriveranno i fondi. Pur ipotizzando che abbiano trovate le risorse sufficienti, siamo ad una “partita di giro” per i cittadini: si toglie da un lato per spostarlo all’altro, si mette un’esigua cifra in tasca alla gente e si preleva altrove. L’operazione ha un grande impatto mediatico, 10 miliardi per 10 milioni di persone è uno spot che rimane impresso nelle menti. Ma siamo nel campo di interventi a pioggia a fronte di una recessione gravissima nel Paese e in Europa. Quei fondi si sarebbero dovuti concentrare su qualche singolo aspetto con effetti a breve e sicuri.

Per esempio?

Con 10 miliardi di euro si creano quasi un milione di posti di lavoro, a 1200 euro netti al mese più i benefici del caso. L’impatto sull’economia sarebbe stato più forte: questi 80 euro non cambiano infatti le sorti delle persone, mentre concentrati su un tot di cittadini questa cifra avrebbe inciso nelle loro vite. Renzi ha preferito lo spot ad effetto al reale cambiamento.

Passiamo al Job Act, qual è il suo giudizio?

Siamo di fronte ad un conducente che affronta una strada tortuosa di montagna guardando soprattutto nello specchietto retrovisore. Una cosa pericolosa. Da non fare.

Ci spieghi meglio…

Il progetto del Jobs Act nasce vecchio. Di vent’anni. Nel 1994 l’OCSE – uno dei tanti organismi internazionali che entra negli affari dei singoli Stati raccomandando sempre flessibilità, taglio dello stato sociale, concertazione etc… –produsse uno studio sull’indice di LPL (Legislazione a Protezione dei Lavoratori), un indicatore di rigidità del mercato: riteneva che tanto più alto fosse l’indicatore quanto più alta era la disoccupazione. Da allora molti giuristi, economisti, sociologi hanno dimostrato come lo studio fosse stato scritto scegliendo prima le conclusioni, ovvero dall’idea che bisognava smantellare e ridurre la protezione giuridica del lavoro per creare nuovi posti di lavoro, e solo successivamente analizzati i dati che, ovviamente, suffragavano quest’impostazione. In realtà non c’è alcuna conferma che il taglio dell’indice LPL possa portare ad aumento dell’occupazione. Nel 2006 la stessa OCSE, dopo una serie di risultati, ha ammesso la contraddittorietà del fondamento. L’indice LPL per l’Italia nel 1994 era superiore al 3,5, dopo 12 anni con le riforme delle leggi Treu 1997 e Maroni-Sacconi 2003 era sceso ad 1,5. Più che dimezzato. I precari sono diventati 4 milioni. La riforma Fornero ha seguito la stessa scia e ora il Jobs Act, a favorire ancora la mobilità in uscita. Nel 2014 siamo con progetti lanciati su scala nazionale nel 1994 e l’idea di continuare a perseverare con la medesima tecnica, che ha prodotto l’attuale disastro sociale, è preoccupante.

Quindi boccia il concetto di precarizzazione espansiva, ovvero l’idea è che attraverso ulteriori dosi di precarizzazione del lavoro si dovrebbe generare una crescita dei redditi e dell’occupazione?

La precarietà mina la vita di milioni di persone, com’ è evidente dagli ultimi 15-20 anni. Distrugge professionalità, costringendo una persona nell’arco di 10 anni a passare da un mestiere all’altro penalizzando esperienze magari indispensabili. E inoltre riduce la produttività del lavoro come si palesa nelle statistiche. In Italia, culla della precarietà, le imprese ottengono un minimo di profitto e fanno quadrare il bilancio tagliando sul costo del lavoro e puntando sulla compressione salariale dei dipendenti o sulla loro estrema flessibilizzazione. Invece di investire su tecnologia qualificata, innovazione, ricerca e nuovi settori produttivi. Così la precarietà non rappresenta una pessima strada solo per le condizioni di vita dei lavoratori ma anche per l’economia perché incentiva una strada sbagliata.

L’associazione di giuristi democratici ritiene incompatibile il Jobs Act con il diritto comunitario, per questo ha denunciato l’Italia e il presidente del consiglio Renzi alla Commissione europea. Che ne pensa?

Azione meritoria che sottoscrivo, senz’altro.

Durante il congresso della Fiom. Il segretario Maurizio Landini ha attaccato duramente la Cgil di Susanna Camusso. Siamo alle porte di un quarto sindacato confederale?

Mi dispiaccio del conflitto interno alla prima grande confederazione italiana che porta ancora la bandiera di vero sindacato, ovvero quell’organizzazione capace di aprire discussioni, avanzare vertenze e produrre conflitti a vantaggio del lavoratore. La Cgil è l’ultima a rappresentare quest’idea di sindacato. Ultimamente, però, con Camusso questa bandiera si è appannata. L’unico soggetto che riesce a tenerla alta è la Fiom.

fonte: MicroMega

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Vedi Omar quant’è bello – Travaglio distrugge Renzi – F.Q. 23.4.2014

ddfSiccome c’è un limite anche alla fantasia, l’altroieri Matteo Renzi si era riposato e, al posto delle due o tre televendite quotidiane, si era limitato a una: “Abbiamo deciso di desecretare gli atti delle principali vicende che hanno colpito il nostro Paese: tutti i documenti delle stragi di Piazza Fontana, dell’Italicus e della bomba di Bologna”. Ma subito, in vece sua, ha provveduto Repubblica, attribuendogli un “piano segreto per tagliare gli F-35: via metà degli aerei”. Il piano è talmente segreto che lo stesso Renzi non ne sa nulla, né tantomeno l’amico Obama al quale, non più tardi di due settimane fa, il premier e Napolitano avevano garantito che gli F-35 ce li compriamo tutti, costringendo la cosiddetta ministra della Difesa Pinotti a spettacolari arrampicate sugli specchi. Nulla, naturalmente, è impossibile all’autore dell’hashtag “enricostaisereno” 24 ore prima di “enricoseimorto”. Ma, al momento, il piano segreto prevede il taglio di un F-35 (su 90), più il costo di un’ala o di due carrelli. Roba forte. Quanto alla mirabolante abolizione del segreto di Stato sulle stragi di Piazza Fontana, dell’Italicus e di Bologna, c’è un piccolo problema: per legge, il segreto di Stato non può mai riguardare fatti di strage, di terrorismo e di mafia, e comunque può durare fino a 15 anni, prorogabili a un massimo di 30 (Piazza Fontana è del 1969, l’Italicus del 1974, Bologna del 1980). Dunque non si vede quali sconvolgenti verità dovrebbero saltare fuori nel caso in cui la promessa venga mantenuta (è raro che qualcuno metta per iscritto l’ordine di fare una strage e comunque ci sono altri modi per far sparire carte compromettenti, tipo quelle emerse dall’archivio dell’Ufficio affari riservati del Viminale sull’Appia nel 1997, quand’era ministro un certo Napolitano). Fanno eccezione i segreti di Stato attinenti a rapporti con altri Stati, nel qual caso però Renzi non può revocare nulla: deve prima mettersi d’accordo con gli Stati interessati. Siccome però annuncia “il principio della total disclosure ”, che noi comuni mortali chiamiamo “trasparenza assoluta”, il segreto di Stato potrebbe toglierlo su un altro mistero d’Italia ben più misterioso e soprattutto recente, che diversamente dalle stragi è davvero coperto dal segreto di Stato: il sequestro di Abu Omar, l’imam di Milano rapito nel 2003 dalla Cia con la complicità di agenti del Ros e del Sismi, deportato in Egitto e lì torturato per mesi. Su questa vergogna mondiale, i magistrati di Milano sono stati sabotati da quattro governi – Prodi, Berlusconi, Monti e Letta – i quali hanno, nell’ordine: apposto sistematicamente il segreto di Stato sulle complicità del Sismi; sollevato quattro conflitti di attribuzioni (record di tutti i tempi) dinanzi alla Consulta contro i giudici per far assolvere gli spioni italiani; e bloccato con i loro 7 ministri della Giustizia (Castelli, Mastella, Scotti, Alfano, Nitto Palma, Severino e Cancellieri) i mandati di cattura internazionali per assicurare alla giustizia i 26 americani imputati.
Ora che le sentenze sono definitive (26 americani e 5 italiani condannati, altri 5 uomini del Sismi salvati dal segreto di Stato), il governo Renzi nulla fa per assicurare alla giustizia i 25 yanke e latitanti, cioè tutti i pregiudicati tranne il colonnello Joseph Romano graziosamente graziato da Napolitano. Se Renzi vuole una disclosure davvero total, dica al ministro Orlando di ordinare finalmente le ricerche internazionali di questi criminali perché siano estradati in Italia a scontare la pena. Dopodiché, siccome i miracolati nostrani (Pollari, Mancini & C.) non rischiano più nulla, visto che i loro proscioglimenti sono definitivi e nessuno può essere processato due volte per lo stesso reato, tolga il segreto di Stato sul caso Abu Omar. Così finalmente sapremo la verità su chi nel 2003 autorizzò e aiutò la Cia a sequestrare un egiziano con regolare diritto d’asilo per torturarlo in un carcere del Cairo. Chissà, magari si potrebbe scoprire che fu qualche attuale padre costituente. E ci sentiremmo tutti più tranquilli.

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80 €: Renzi toglie ai poveri per dare ai ricchi

ego2Doveva essere finanziata tutta con tagli alla spesa, invece nella manovra di Matteo Renzi almeno la metà viene dalle nuove tasse. Aumenta di 6 punti anche la tassazione sugli interessi ricevuti da conti correnti bancari e postali. Aumenta dal 20 al 26% anche la tassazione dei dividendi. Ma non per tutti: solo i piccoli risparmiatori vengono tosati così. Anche i pensionati. Sono esclusi dal rincaro invece i grandi azionisti delle società, e molti di loro sono amici di Renzi come Oscar Farinetti, Marco Tronchetti Provera e Diego Della Valle. Prendendo ai poveri, si potrà dare ai ricchi: perchè le tasse per i loro dividendi oscileranno fra l’11 e il 21%. Che beffa, Matteo!

di Franco Bechis

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“Questo governo non ama il pluralismo, cioè la Carta”

Lorenza-Carlassare

La costituzionalista Lorenza Carlassare, tra gli intellettuali che non piacciono a Renzi

di Silvia Truzzi – Il Fatto Quotidiano 13.4.2014

Professoressa Carlassare, le polemiche sulle riforme non accennano a placarsi.
C’è una verità sotterranea che unisce certi comportamenti: l’insofferenza al dialogo e alle critiche, la reazione smodata a un appello firmato da persone completamente prive di potere, come siamo noi che abbiamo sottoscritto il documento di Libertà e Giustizia. Ed è la mancanza assoluta di cultura costituzionale, che porta a un’idea deformata di democrazia: cioè che si può arrivare anche a escludere i cittadini dalle decisioni. Quello che si avverte – ed è ben evidenziato dall’articolo di Marco Travaglio sul Fatto di mercoledì – è che il concetto di democrazia costituzionale è del tutto estraneo anche a persone di buona cultura.

Ce lo spieghi meglio.
Democrazia “costituzionale” significa soprattutto controllo sul potere; per evitare che si concentri, ha come fondamentale principio la divisione dei poteri e il reciproco controllo. L’abbiamo ripetuto centinaia di volte: il costituzionalismo esprime l’esigenza di dare regole e limiti al potere e dunque, limiti alla maggioranza per realizzare “una serie di garanzie reciproche tra le varie forze sociali e politiche in modo da evitare che la sovranità popolare si risolva automaticamente nella sovranità di una semplice maggioranza parlamentare” (come diceva un grande costituzionalista, Vezio Crisafulli).

La nostra è una democrazia pluralista.
Il punto è esattamente questo, la Costituzione vuole il pluralismo in tutte le sue forme: pluralismo religioso,
sindacale, politico, territoriale. Ma siccome il pluralismo costituisce un freno, non lo si ama. E ora si vogliono eliminare i limiti giuridici e politici derivanti dalla pluralità di opinioni difformi. Si vuole cancellare il Senato: io non amo il Senato, né il bicameralismo perfetto, vorrei chiarire, ma a questa riforma che vuole eliminarlo o reciderne il legame con gli elettori si accompagna l’idea di eleggere la Camera dei deputati con un sistema che esclude il pluralismo e potenzia al massimo un partito (che raggiunge una soglia non
elevata) mediante un premio che lo pone in posizione egemone. Il limite politico, in democrazia, è dato dalle minoranze, ma con l’Italicum restano fuori dal Parlamento.

Oltre al contenuto, a lei non è piaciuto nemmeno il modo in cui le riforme sono nate, con il patto del Nazareno.
Il modo in cui le riforme sono nate non è democratico. Non possono essere i capi di due partiti a decidere. Al Parlamento si fanno proposte, non si può pretendere che siano immodificabili. È una cosa folle: a questo punto sarebbe meglio eliminiamo non solo il Senato, ma anche la Camera! Spendiamo meno e le leggi le fanno in due.

Tra il Porcellum e l’inerzia legislativa degli ultimi anni, ci siamo assuefatti a un Parlamento diminuito?
Appunto, si vuole – si è voluto – emarginare il Parlamento che è l’organo della rappresentanza popolare. O meglio: quello che ci resta perché questo Parlamento, per le note vicende del Porcellum, non ci rappresenta. Depotenziata la rappresentatività delle due Camere, ora si vuole sancire anche lo svuotamento delle loro funzioni imponendo decisioni prese altrove.

Ormai si legifera solo con decreti leggi o leggi delega.
Il paradosso è che nel periodo berlusconiano le leggi che servivano all’ex Cavaliere venivano approvate alla velocità della luce. Sono riusciti perfino a fare una riforma costituzionale che nel 2006 il referendum ha bocciato. Poi c’è stato un abnorme ricorso alla legislazione d’urgenza e ora si vuole un Parlamento che si limiti ad approvare. Si ricorda Berlusconi quando parlava di un “Parlamento di figuranti”? Che, aggiungo io, è stato sfigurato da quella legge elettorale poi dichiarata illegittima. Ma ora la si vuole perpetuare: l’Italicum ha gli stessi difetti del Porcellum. Dunque un Parlamento “per approvare”. Ma attenzione, per approvare non solo ciò che propone il governo, ma ciò che i capi partito hanno deciso nelle segrete stanze e che impongono all’Assemblea che dovrebbe rappresentare il popolo. Cioè il popolo “sovrano”, in base all’articolo 1 della Costituzione: forse vogliamo cancellare anche quello?

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Il bonus da 80 euro di Renzi lo avrà un lavoratore su dieci

Senzanome
La promessa del premier si realizzerà solo per il 9,74 dei dipendenti, per il 30% si tradurrà in una riduzione di stipendio. E per le partite Iva altra stangata sul modello Prodi-Visco

Sette contribuenti italiani su dieci non avranno alcun vantaggio dalla manovra economica preparata da Matteo Renzi e dal suo governo. Meno di uno su dieci avrà qualcosa di simile a quegli 80 euro al mese in busta paga promessi, circa due su dieci avrà meno di 40 euro, a tre su dieci la vita cambierà in peggio e per tutti gli altri non ci sarà differenza rispetto al passato. Come era immaginabile dalle simulazioni fatte a palazzo Chigi in queste ore la realtà dei numeri è assai diversa dagli slogan delle slides mostrate dal premier. Quelle più facili da raccontare, ma la realtà sarà diversa.

Solo il9,74% dei contribuenti italiani riceverà nel 2014 più o meno gli 80 euro promessi in busta paga. Si tratta di 3,8 milioni di lavoratori dipendenti che hanno un reddito lordo annuale che oscilla fra 20 e 26 mila euro.In media avranno 79,49 euro mensili, ma fra loro c’è qualcuno che raggiungerà i 90 euro e qualcuno che starà ben al di sotto. Sono loro però gli unici a vedere realizzata la promessa fatta. Per gli altri i vantaggi ci saranno, ma assai più ridotti rispetto alle attese. Avranno in media 61,79 euro in più in busta paga i lavoratori dipendenti che prendono fra 26 e 29 mila euro lordi l’anno: sono 1,3 milioni (il 9,14% di quelli che avranno qualcosina in più).Per tutti gli altri redditi interessati dalla manovra il vantaggio sarà inferiore ai 52 euro al mese. Per 5,5 milioni di lavoratori dipendenti il vantaggio sarà inferiore ai 30 euro mensili. Per un milione e mezzo di loro, quelli che guadagnano fra 35 e 50 mila euro lordi, ci sarà perfino una lieve limatura del reddito a disposizione.

Se però passerà anche la norma contenuta nel disegno di legge sul lavoro – il cosiddetto job act – che prevede l’abrogazione della detrazione prevista per il coniuge a carico (65 euro al mese), resteranno davvero pochi ad avere un vantaggio perfino nella platea dei lavoratori dipendenti (che rappresenta in tutto solo la metà dei contribuenti italiani).E attenzione: secondo le simulazioni fatte dal governo, sarà solo nel 2014 che chi potrà godrà il massimo del vantaggio: nel 2015 anche chi ha goduto di quegli 80 euro al mese li vedrà ridotti a circa 60-65 euro.

Anche per questo motivo la manovra Renzi ricorda molto nella sua impostazione il pacchetto misure varato da Romano Prodi, Vincenzo Visco e Pierluigi Bersani nel 2006-2007.La filosofia che ispirò allora il governo fu quella di agevolare fiscalmente la propria base sociale di riferimento attraverso la rimodulazione delle aliquote Irpef (tecnicamente sbagliarono anche quella manovra, perché non calcolarono l’effetto cascata sulle tasse locali che si mangiarono i benefici previsti), mentre fu messa sotto torchio in mille modi quella parte di Italia considerata come il blocco sociale avversario. Basti ricordare cosa avvenne sulle partite Iva e i professionisti. Il complesso di misure inserite da Renzi nel Def ricorda molto da vicino quella filosofia. Vengono penalizzati o comunque esclusi da qualsiasi tipo di aiuto 6 milioni di lavoratori dipendenti, oltre 5 milioni e mezzo di lavoratori autonomi e 15 milioni di contribuenti pensionati.A questi 26 milioni di contribuenti italiani esclusi dai benefici Irpef il governo Renzi riserva nella migliore delle ipotesi nulla, nella peggiore una stangata sui risparmi, un prelievo di 65 euro netti al mese a chiunque abbia il coniuge fiscalmente a carico, un prelievo sulle pensioni al di sopra di certi redditi. Senza contare che anche la parte di recupero entrate attraverso accertamento punta come sempre sul cosiddetto blocco sociale avverso, quello del lavoro autonomo, oramai inserito fra i paria di Italia, vittima predestinata di qualsiasi caccia alle streghe. (Franco Bechis – Libero 12.4.2014)

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Caro Renzi, impari qualcosa dal Papa

ffddi Marco PolitiIl Fatto Quotidiano 9.4.2014

Signor premier Renzi, dinanzi al potere vero in Vaticano lei ha smesso il (calcolato) stile sgarzolino, che esibisce di solito. Niente tweet roboanti. Quando vuole, sa controllarsi. Ottimo. La visita che ha fatto al pontefice la settimana scorsa non la dimenticherà facilmente. Francesco è forte. Non si limiti a omaggiarlo, dall’incontro può imparare parecchio.

A Francesco non piace chi mente. Se in Vaticano sostituisce qualcuno, non dice prima “stai sereno”. Francesco risponde alle domande, non fugge invocando il treno o nascondendosi dietro la pubblicità alla Tv come è successo con lei da Lilli Gruber. Francesco non ha stima per i corrotti. Immagino anche lei: ha voluto il magistrato Cantone all’Autorità anticorruzione. Perché poi si è premurato di abbassare le pene per il voto di scambio tra politici e mafiosi? E dove sta la logica nell’escludere l’arresto per bancarottieri e corrotti esordienti? Cantone, con garbo, ha osservato che “ci saranno conseguenze per quanto riguarda i reati da strada, come il furto, e per quelli contro la pubblica amministrazione”. Sono i reati che affliggono la maggioranza degli italiani. La cosa non sembra interessarla.

FRANCESCO schifa chi evade le tasse e poi si presenta a fare regali alla Chiesa. Lei l’evasore principe lo ha invitato nella sua “casa” politica. Eppure nessuno dei votanti alle primarie del Pd ha chiesto di ospitare al Nazareno un pregiudicato – espulso dal parlamento – per patteggiare con lui riforme costituzionali. Nel suo discorso di insediamento al Senato la parola “evasione” non si trova da nessuna parte. Latita.

Francesco denuncia un meccanismo economico che rende i ricchi più ricchi e impoverisce sempre di più la stragrande massa dei deboli (che ormai include il ceto medio): Ma non si capisce perché da Palazzo Chigi ha twittato orgogliosamente “siamo stati di parola”, abolendo la web-tax per i giganti del business che fanno incassi miliardari su internet. Francesco manda i collaboratori ad alleviare le pene dei barboni sotto le sue finestre, lei ha promesso una legge sul lavoro e sul salario minimo. Bene. Non si comprende perché intanto spinge alla precarietà per tre anni milioni di giovani e non tocca le false partite Iva.

Francesco critica la cultura dello scarto, lei nel suo orizzonte neanche vede i pendolari scartati nei treni carro-bestiame e ignora cosa significhi per le famiglie tagliare gli Intercity.
Osservi Francesco. Anche lui ha la sua riforma costituzionale in corso. È un monarca assoluto e tuttavia per riformare la curia chiede il parere di persone di tutte le tendenze, riunisce comitati di persone competenti, riesce – senza ridicoli diktat – a rivoltare come un calzino le finanze vaticane, dimostrando che si può fare presto e bene. Ha mai visto collaboratori del papa pronunciare slogan giulivi, compitati in fretta la sera prima? Lo ha mai sentito pronunciare minacce? Non prova imbarazzo vedendo alla tv una sua ministra parlare di “sana mobilità obbligatoria” per gli statali, quando l’unica esperienza dell’incauta è stata la veloce mobilità da una corrente di partito all’altra?

LE ASSICURO che guardare il governo vaticano in questa fase è un’esperienza estremamente istruttiva. Francesco suscita il dibattito intorno a sè, vuole ascoltare opinioni differenti per essere più efficace nelle decisioni, non insulta chi lo critica. Rispetta chi dissente. Non dice “cardinale chi?”, quando qualche porporato scende in campo, anche pesantemente, con prese di posizione opposte alle sue. Meno che mai pretende che quanti avanzano proposte diverse le ritirino, accucciandosi alla voce del padrone.

Sa qual è un altro tratto interessante di questo papa argentino? Ha conosciuto le bidonville sul serio, andandoci mese dopo mese, anno dopo anno, ma non lo sentirà mai declamare “io che conosco meglio la realtà delle famiglie…”. È un papa così mediatico – per suo carisma naturale, si potrebbe dire – ma quanto più è presente sulla scena pubblica tanto più lascia da parte ogni forma di autoreferenzialità. Anzi l’aborre. Non è egolatrico.
Non le pare un esercizio di leadership interessante? Non si disperi, Matteo, lei può migliorare il suo stile (e il suo inglese).

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